Titanic

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Roberto Vacca

Manipolare il clima

John von Neumann non poteva prevedere che sono troppi i fattori del meteo.
Molti sistemi per raffreddare la Terra. Ma le conseguenze restano imprevedibili.

 

Da Nova del 30 aprile 2009

Non si può pensare a modificare il clima se non si sa calcolare come varierebbe senza i nostri interventi. Il famoso matematico John von Neumann elaborò la teoria dei modelli climatici (General Circulation Models) che suddividono l'atmosfera in decine di migliaia di celle di cui calcolano le mutue influenze meccaniche e termodinamiche mirando a prevedere il clima. Usandoli si prevede il tempo dei giorni successivi, ma non a lungo termine. Von Neumann nel 1955 predisse che nell'80 i computer sarebbero stati così veloci da prevedere il clima con anni di anticipo e supponeva che si potesse modificarlo cambiando l'albedo, cioè, ad esempio, deponendo particelle scure sulle superfici chiare di deserti e poli. Ora i computer sono milioni di volte più veloci di quanto prevedesse, ma il clima resta imprevedibile. Dipende da troppi fattori.
 

I calcoli indicano punti di vista ragionevoli sulle variazioni passate e future, ma le previsioni restano opinabili. Negli anni Cinquanta anche i russi progettavano di cambiare il clima, ad esempio dirottando i fiumi sfocianti nel mare Artico verso aree aride in Asia centrale. Poi si temette che la diminuita salinità nell'Artico avrebbe sciolto il pack. Proprio questo fu, invece, l'obiettivo di una diga attraverso lo stretto di Bering: si pensava di pompare acqua dell'Artico nel Pacifico, dove ne sarebbe confluita più calda dall'Atlantico. L'Artico sarebbe divenuto navigabile e la temperatura siberiana sarebbe cresciuta. Ma il progetto non decollò: le conseguenze ultime erano ritenute imprevedibili. Si progettavano guerre climatiche per aumentare le piogge sul Vietnam e sprofondare nel fango il Sentiero di Ho Chi Minh. La tecnica – la dispersione fra le nuvole di cristalli di ioduro d'argento – era già stata sperimentata, ma senza grandi successi. Nel '76 una convenzione internazionale mise fuori legge l'uso bellico del clima.
 

Negli anni Settanta qualcuno temeva l'insorgere di un'era glaciale, ma presto si cominciò a parlare di riscaldamento globale. Il timore dei rischi conseguenti spinse a ideare modi per sequestrare la CO2. Freeman Dyson propose di piantare 1000 miliardi di sicomori (ognuno assorbe 200 kg di carbonio ciascuno). Cesare Marchetti coniò il "geoengineering" nel '77 proponendo di liquefare CO2 e sprofondarla nel l'Atlantico.
 

Nel 2006 Paul Crutzen (Premio Nobel per la chimica 1995 per i suoi studi sull'ozono stratosferico) propose di iniettare nella stratosfera anidride solforosa, che si trasforma in particelle di solfati, per aumentare la riflessione verso lo spazio della radiazione solare raffreddando l'atmosfera. A tale scopo si sarebbe bruciato nella stratosfera zolfo o idrogeno solforato portato in quota con palloni o sparato con proiettili d'artiglieria. Processi di questo tipo si sono osservati in natura dopo grandi eruzioni, come quella del Piñatubo nel 1991. I solfati prodotti permangono nella stratosfera per uno o due anni, producendo effetti duraturi e la spesa necessaria per realizzare il progetto sarebbe molto minore di quella per la riduzione o il sequestro del l'anidride carbonica prodotta bruciando combustibili fossili. SO2 e solfati, però, causano danni a salute e ambiente. «Non siamo oggi in grado di simulare in modo realistico (con modelli calibrati e validati) gli effetti perturbativi sul clima globale derivanti da una tale operazione – commenta Luigi Mariani –. Ancora oggi ci sono molte incertezze sul ruolo che la stratosfera gioca nella macchina del clima e sulle interazioni fra stratosfera e troposfera».
 

Altri interventi futuribili per diminuire il ricorso a combustibili fossili consistono nell'usare satelliti in orbita stazionaria esposti al sole 24 ore al giorno con grandi superfici fotovoltaiche, trasmettendo a terra l'energia prodotta con microonde. Il costo del sistema potrà essere giustificato solo se il rendimento delle celle fotovoltaiche supererà di molto i livelli attuali (15%).
 

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