Le Citazioni e gli Aforismi di Minerva

Gli Autori


Ivan Turgenev


 

Ivan Turgenev

 

 


Le immagini, dall'alto verso il basso:

Ivan Turgenev ritratto da Ilya Repin nel 1874

Illustrazione di VG Perova per il romanzo "Padri e figli" (1874)

Edizione moderna di Отцы и дети, "Padri e figli"


 

 

Vita e opere

[Testo tratto dal sito http://www.mandragola.com/]

Il padre di Ivan Sergeevic Turgenev (Orel 1818-Bougival, Parigi 1883), ufficiale degli ussari, di antica nobiltà, aveva rinsanguato il dissestato patrimonio sposando una ricca proprietaria terriera, donna energica, dispotica, frustrata dalla disattenzione del marito. L’infanzia dello scrittore trascorse nella tenuta materna, dove imparò presto a conoscere la durezza e spesso la disumanità con cui venivano trattati i servi della gleba. Nel 1833 entrò nell’università di Mosca, ma l’anno dopo si trasferì a Pietroburgo, dove compì i suoi studi filosofici, entrò in contatto con il mondo letterario, allora dominato da Puskin e Gogol’, e cominciò a farsi conoscere come poeta d’ispirazione romantica.

Nel 1838 si recò a Berlino per compiere i suoi studi filosofici; attratto dai circoli hegeliani, conobbe alcuni esponenti dell’idealismo russo degli anni Quaranta: A. Herzen, T. Granovskij, N. Stankevic. Rientrò in Russia nel 1841, dopo un viaggio in Europa che lo portò anche a Roma: si legò subito con i circoli progressisti, con gli occidentalisti, come lui ammiratori della cultura occidentale. Durante il triennio 1841-’43, accanto a una breve esperienza burocratica, continuò l’attività poetica (la sua prima raccolta Parasa uscì nel 1843 e fu lodata da V.G. Belinskij) ed esordì nella narrativa (Andrej Kolosov, 1844) e nel teatro (Un’imprudenza, 1843).

Dal 1845 si dedicò completamente alla letteratura: i difficili rapporti con la madre e la passione, durata tutta la vita, per la cantante Pauline Viardot lo spinsero di nuovo all’estero nel 1847, anno in cui uscì sul «Contemporaneo» Chor’e Kalinyc, il primo dei racconti raccolti più tardi sotto il titolo di Memorie di un cacciatore (1852), l’opera che assicurò al giovane scrittore un successo sicuro. Serie di quadri di ambiente contadino, i racconti piacquero per il realismo semplice, non retorico, con cui Turgenev rappresentava la vita umile, dura, spesso dolorosa del contadino russo (l’opera, a detta di qualcuno, influì sull’imperatore Alessandro II che stava preparando l’emancipazione dei servi della gleba), per il mirabile lirismo delle descrizioni naturali, per la limpidità cristallina dello stile.

Accanto alla narrativa Turgenev continuò per qualche anno l’attività di drammaturgo, che chiuse comunque definitivamente nello stesso anno della pubblicazione delle Memorie, nel 1852: alternò commedie leggere, sentimentali (Dove il filo è sottile si spezza, 1847; Una colazione dal maresciallo della nobiltà, 1849; Lo scapolo, 1849) a lavori di tipo realistico-psicologico (Pane altrui, 1849; Un mese in campagna, 1850; La provinciale, 1851). Rientrato in Russia nel 1852, fu arrestato a causa di un troppo acceso necrologio di morte di Gogol’ e confinato per un anno nella tenuta materna (che nel frattempo aveva ereditato alla morte della madre nel 1850), dove continuò a scrivere (Mumu, 1854; Un angolo tranquillo, 1855).

Nel 1856 uscì il suo primo romanzo, Rudin. Nel 1859 uscì il secondo romanzo, Un nido di nobili, l’anno dopo Alla vigilia e nel 1862 Padri e figli. Ogni romanzo era un avvenimento, suscitava polemiche, duri attacchi: in particolare quest’ultimo, che la critica radicale interpretò come una caricatura della nuova generazione, accusando l’autore di connivenza con la reazione. Amareggiato, Turgenev lasciò allora la Russia, stabilendosi con la famiglia Viardot prima a Baden-Baden, dove la sua villa divenne un centro di ritrovo dei letterati di tutta Europa, successivamente a Parigi, e ritornando in patria solo per brevi periodi. Falsamente interpretato come romanzo soprattutto sociale, Padri e figli è l’analisi sottile del conflitto generazionale che dominò gli anni Sessanta: ai padri, aristocratici idealisti, immobili nella loro privilegiata sclerosi, si oppongono i figli, antidealisti, democratici, materialisti. Bazarov, il protagonista, di professione nichilista (termine coniato da Turgenev stesso e passato poi nella pubblicistica del tempo), nega valori e principi, crede solo nella scienza naturale e sperimentale, ma come altri personaggi turgeneviani parla e discute molto senza concludere nulla e si lascia morire, travolto da un amore, negato in astratto ma sofferto in concreto, nel quotidiano.

Il romanzo successivo, Fumo (1867), risente di una non celata, dolorosa irritazione dello scrittore: sullo sfondo di una Baden-Baden abitata da russi emigrati, personaggi spesso assurdi, strampalati, c’è Litvinov, un uomo diviso tra sogni, volontà d’azione e incertezza, debolezza, ingenuità. In una delle ultime pagine egli vede dal finestrino del treno che lo riporta in Russia nuvole di fumo, fumo che avvolge ogni cosa, la sua vita, la vita russa.

Tra Fumo e Terre vergini passò un decennio, la gestazione dell’ultimo romanzo fu particolarmente faticosa. Doveva essere il romanzo della Russia nuova, percorsa dai fermenti seguiti alle riforme, il romanzo degli uomini nuovi che lasciavano le città per «andare al popolo», risvegliare le coscienze, preparare la rivoluzione. Ma l’intenzione ideologica troppo evidente rese il tono del romanzo schematico e talora artificioso. Negli ultimi anni, accanto a una feconda produzione di racconti, che non smise mai di scrivere neppure nei periodi di stesura dei grandi romanzi (sono da ricordare alcuni capolavori come Primo amore, 1860; Acque di primavera, 1872; Il canto dell’amore trionfante, 1881; Clara Milic, 1882), Turgenev si dedicò a brevi composizioni liriche, che intitolò prima Senilia, poi Poemi in prosa (1882), e in cui con assoluta perfezione stilistica diede voce al malinconico pessimismo della fine.

 

 


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