Per una società senza cavie
Parte seconda: questioni epistemologiche e indagini storiche sulla sperimentazione animale
Agnese Pignataro
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L'articolo che segue, rielaborazione di un intervento [1] da me tenuto durante
le Estivales de la Question animale dello scorso anno, propone nuovi
spunti critici a proposito della sperimentazione nella ricerca biomedica. Mi
sono più volte espressa sull'insufficienza politica dell'attuale approccio, che
si vuole scientifico, oggettivo, neutrale, e che riduce il problema della
sperimentazione ad una questione epistemologica (la sperimentazione animale è
“scientifica” o no?) e, parallelamente, di tutela della salute umana (i farmaci
prodotti grazie alla sperimentazione animale sono “utili” o no?). I sostenitori
di quest'ottica devono far fronte a due difetti: una lacuna concettuale (la
mancanza pressocché totale di riflessioni storiche, bioetiche e biopolitiche
sulla pratica sperimentale) e la messa in gioco di un discorso autoritario nei
confronti dei militanti per gli animali, che sono portati a “credere” alla non
validità scientifica della sperimentazione nello stesso modo in cui l'opinione
pubblica è portata a “credere” alla sua validità, ovvero attraverso l'autorità
del discorso scientifico.
Ora, queste osservazioni non sono state ritenute abbastanza valide da
giustificare la nascita di un cammino di riflessione almeno parallelo a quello
attuale – men che mai di autocritica: il ragionamento che sostiene non solo la
validità dell'approccio “scientifico” ma anche la sua utilità strategica è
rimasto intatto. Cosicché, mi sono trovata costretta al gravoso compito di
criticare più direttamente e puntualmente l'approccio “scientifico” nei suoi
contenuti veri e proprî, ovvero nella sua validità epistemologica e nella sua
pertinenza storica. Tale “lavoro sporco” è imbarazzante e pericoloso.
Imbarazzante perché temo che le/i compagne/i sinceramente impegnate/i contro la
sperimentazione troveranno poco piacevole la messa in questione della
credibilità del loro lavoro. Pericoloso perché lo slogan “vivisezione=cattiva
scienza” ha acquisito uno statuto talmente dogmatico da indurre alcuni militanti
ad accusare tutti coloro che lo criticano di essere in realtà a favore della
vivisezione (tale degenerazione continua a verificarsi in Francia; l'Italia ne
èè fortunatamente ancora immune).
Per attenuare il possibile effetto accusatorio del mio testo sulla cultura
antivivisezionista italiana, mi sembra importante sottolineare che esso prende
in esame testi non italiani (ma non privi di relazioni con l'Italia): il sito
del comitato scientifico francese Antidote (www.antidote-europe.org), partner
del comitato scientifico italiano Equivita, e il libro Sacred Cows and Golden
Geese di Ray e Jean Swingle Greek così come è riassunto nel sito italiano
www.novivisezione.org. In relazione alla situazione italiana, le mie critiche
sono dunque indirette: spero che ciò possa giocare in favore di una ricezione
non troppo brusca.
Scopo di questo nuovo contributo è dunque mostrare che ci sono buoni motivi per
diffidare della “verità”, scientifica o di altro genere, quando viene proposta
come mito. L'emancipazione dal sapere-potere sembra purtroppo possibile
solo attraverso una crisi del rapporto di credenza, di fede, che i militanti
intrattengono con il discorso scientifico: occorre cioè individuare le falsità
nascoste all'interno delle verità scientifiche antivivisezioniste, amministrate
per dimostrare la falsità delle verità dei vivisettori; occorre mettere in luce
i punti oscuri della pretesa illuminazione antivivisezionista. Questi paradossi
mostrano come l'opposizione tra verità e falsità scientifica, tra luce ed
oscurità stabilita (anche retoricamente) dai testi antivivisezionisti sia lungi
dall'essere evidente: essa si decompone irreparabilmente una volta presa
coscienza della complessità della questione sperimentale.
Il mio testo contiene osservazioni epistemologiche seguite da una lunga
digressione storica. Tutto ciò mostrerà, spero, la necessità e l'utilità di
un'indagine rivolta alle verità “semplici” che ci vengono elargite: in generale,
più una verità è semplice, più c'è da sospettare che essa nasconda qualcosa di
complesso. La verità semplice è che “la vivisezione non è scientifica”, e di qui
una serie di analisi che collocano le cause del sistema sperimentale all'esterno
del sistema stesso: il “vivisettore sadico”, avido di denaro e di carriera, il
capitale farmaceutico, l'“influenza” della Chiesa Cattolica… Ma il “vivisettore
sadico” in sé è solo una cellula del sistema; il capitale farmaceutico ha
iniziato a gestire la ricerca solo di recente (se compariamo alla lunga storia
della sperimentazione); quanto alla Chiesa Cattolica, sembra che in questo
ambito essa abbia interdetto molto meno di quanto la propaganda anticlericale ci
ha fatto a lungo credere.
Perché questa insistenza sulle cause esterne nel discorso corrente sulla
sperimentazione? Ebbene, a mio avviso il movimento per gli animali condivide con
il resto della società l'esigenza di preservare un'immagine luminosa,
progressiva e salvatrice della medicina, all'interno della quale la
sperimentazione è una presenza scomoda, da espellere. Sia nel caso della
sperimentazione umana che in quello della sperimentazione animale, si cerca a
tutti i costi di dissociare tale pratica inaccettabile dalla “buona medicina”,
etichettandola come “follia” (cfr. la demonizzazione dei medici nazisti).
Eppure, la sperimentazione è il cuore della medicina moderna ed essa prevede
costitutivamente l'utilizzo di esseri viventi di qualunque specie: rispetto a
tale evidenza, ogni interdetto non può avere origine “scientifica” (leggi:
epistemologica) ma deve cercare il suo fondamento altrove. Ovvero, la
sperimentazione non è affatto una “scienza malata”, come si sente dire: di
questa pratica, in sé neutra in quanto scientifica, si può dare un giudizio di
valore solo assumendo un punto di vista non scientifico, bensì bioetico e
biopolitico.
La parte storica di questo articolo mostrerà anche la falsità dell'opposizione
tra “buona medicina che osserva solo l'uomo” (attraverso le autopsie) e “falsa
medicina che si impiccia degli animali” (attraverso la vivisezione). Il metodo
sperimentale, il cui scopo è osservare direttamente i fenomeni, eventualmente
crearli e modificarli, non fa una grande differenza tra dissezione e
vivisezione: la prima è largamente passiva, la seconda è evidentemente attiva,
ma l'approccio dello sperimentatore è analogo[2].
La sezione epistemologica, per conto suo, non vuole essere esaustiva, ma
schizzare delle osservazioni che possono essere facilmente opposte al discorso
corrente sulla non validità scientifica della sperimentazione: dire che la
sperimentazione “non è scientifica” perché la sua validazione può avvenire solo
a posteriori implica infatti ignorare bellamente le basi stesse della scienza
moderna, ovvero l'empiria e l'induzione.
Per concludere, la sperimentazione, come oggetto di critica da parte di un
movimento politico, deve essere studiata indipendentemente dalle sue
problematiche teoriche, e la sua abolizione deve essere richiesta in nome dei
suoi inquietanti effetti sociali, che consistono nell'appropriazione
istituzionale dei corpi di cavie, selezionate in base a meccanismi di esclusione
e di dominio. Una sperimentazione senza cavie èè difficilmente concepibile se se
ne lascia l'iniziativa alla comunità scientifica: l'abolizione delle cavie nella
ricerca potrà risultare solo da un cambiamento di sensibilità della società
civile, effetto, speriamo non troppo lontano, di un chiaro ed efficace agonismo
politico.
Questioni epistemologiche
L'argomento scientifico contro la sperimentazione animale afferma, in sostanza,
che i suoi risultati non sono utili alla salute umana. Ma tale argomento
evidentemente non può essere applicato alla ricerca di base, nella quale gli
animali vengono utilizzati per realizzare esperimenti che non sono direttamente
correlati alla cura delle malattie umane. Proprio per questo motivo, l'argomento
scientifico mira normalmente alla tossicologia, ovvero alla produzione delle
medicine, ma raramente fa menzione della ricerca di base, nei confronti della
quale esso non ha buon gioco. In proposito, nel sito di Antidote si legge:
“La sperimentazione animale permette di aumentare le nostre
conoscenze? Certo, se si è interessati alla specie studiata. Gli esperimenti sui
ratti permettono di aumentare le nostre conoscenze sui ratti. Tuttavia, non
tutti gli esperimenti hanno un'applicazione pratica. Dobbiamo dunque tollerarne
la pratica e la sofferenza che ne consegue per il semplice piacere di un sapere
che non gioverà né alla salute della specie studiata né alla salute umana?"[3]
Viene spontaneo replicare con altre domande. Voler studiare un'altra specie in
sé sarebbe a tal punto ridicolo? E chi ha stabilito che la ricerca scientifica
ha come unico scopo l'applicazione pratica? Gli astronomi non studiano forse
galassie lontane centinaia di migliaia di anni luce? I botanici non studiano
forse piante che non hanno alcuna utilità per noi? Su quali basi scientifiche si
potrebbe negare la pertinenza di esperimenti su altre specie animali? Non è
forse la sofferenza che essi provocano l'unico argomento per contestarli? E non
è forse questo, infine, l'unico argomento che lo stesso comitato Antidote oppone
alla ricerca di base, mostrando così l'inaggirabilità della problematica etica?
D'altra parte, l'argomento scientifico non è abbastanza forte da impedire
d'immaginare l'esistenza un unico esperimento su animali che si riveli utile per
gli umani: e se un tale esperimento esistesse, come evitarlo, come opporsi, da
un punto di vista esclusivamente scientifico?
Detto ciò, l'argomento scientifico merita un'analisi più approfondita. In
effetti la sua formulazione più raffinata è: “la sperimentazione animale non è
scientifica” ovvero “non è un metodo scientifico”. L'inutilità
sarebbe quindi la conseguenza di un radicale errore di metodo. Come già ho
osservato in un precedente testo [4], questa critica, se davvero fosse di natura
esclusivamente scientifica, dovrebbe essere indirizzata al mondo della ricerca e
non all'opinione pubblica. Ma poiché il primo èè già ben al corrente dei
problemi specifici sollevati dall'uso del metodo sperimentale nella ricerca
biomedica, sembra che l'argomento scientifico si rivolga piuttosto alla seconda,
per la quale però “scienza” e “scientifico” sono parole dal significato vago e
quasi mitologico, il che comporta la ricaduta di ciò che di valido
effettivamente c'è nell'argomento stesso a mero dogma.
Gli scienziati, dunque, sanno bene, e da tempo, che ci sono differenze
morfologiche e fisiologiche rilevanti tra le specie animali. Esperimenti su
umani viventi sono stati condotti ogni volta che condizioni politiche
“favorevoli” li rendevano possibili, vale a dire sotto regimi dispotici che
mettevano prigionieri e condannati a morte a disposizione degli scienziati: ad
Alessandria sotto il regno dei Tolomei (III a.c.), a Pisa durante il
Rinascimento, nel XX secolo sotto il nazismo, nei campi di concentramento. Ma
per il momento vorrei ancora soffermarmi sulle questioni epistemologiche
connesse alla comparazione sperimentale tra differenti specie e citare l'analisi
che Georges Canguilhem ne dà nel noto testo La connaissance de la vie.
… occorre esaminare, riferendosi a degli esempi, quali
precauzioni metodologiche originali debbano intervenire nei procedimenti
sperimentali del biologo, in considerazione della specificità delle forme
viventi, della diversità degli individui, della totalità dell'organismo e
dell'irreversibilità dei fenomeni vitali.
1) Specificità. Contrariamente a quanto pensa Bergson, secondo il
quale noi dovremmo imparare da Claude Bernard “che non c'è differenza fra
un'osservazione ben fatta ed una generalizzazione ben fondata”, va detto invece
che in biologia la generalizzazione logica subisce una limitazione imprevista ad
opera della specificità dell'oggetto dell'osservazione o dell'esperienza. È ben
noto che per il biologo non vi è nulla che sia altrettanto importante della
scelta del suo materiale di studio. Egli sceglie di operare su questo o
quell'altro animale a seconda della comodità maggiore o minore di una certa
osservazione anatomica o fisiologica; comodità che dipende sia dalla posizione o
dalle dimensioni dell'organo, sia dalla lentezza di un fenomeno o, al contrario,
dall'accelerazione di un ciclo. Di fatto la scelta non è mai deliberata e
premeditata; per il biologo, il caso così come il tempo sono dei signori
compiacenti. Spesso sarebbe prudente e onesto aggiungere nel titolo di un
capitolo di fisiologia che si tratta della fisiologia del tale animale; di modo
che le leggi dei fenomeni, che in biologia come in altre scienze portano quasi
sempre il nome dello scienziato che le ha formulate, portino anche il nome
dell'animale utilizzato nell'esperienza: il cane, per i riflessi condizionati;
il piccione, per l'equilibrio; l'idra, per la rigenerazione; il ratto, per le
vitamine de il comportamento materno; la rana, questo “Giobbe della biologia”,
per i riflessi; il riccio di mare, per la fecondazione e segmentazione
dell'uovo; la drosofila per l'eredità; il cavallo per la circolazione del
sangue, ecc.
Quel che a questo proposito è importante èè che se non si fanno
esplicite riserve, non si può estendere e generalizzare alcuna acquisizione di
carattere sperimentale, né da una varietà ad un'altra entro una medesima specie,
né da una specie ad un'altra né dall'animale all'uomo, e còò sia che si tratti
di strutture, di funzioni o di comportamenti. […]
Da specie a specie: in molti manuali destinati all'insegnamento si citano ancora
le leggi di Pfluger sull'estensione progressiva dei riflessi (unilateralità,
simmetria, irradiazione, generalizzazione). Ma come hanno fatto notare von
Weiszaecker e Scherrington, il materiale sperimentale di Pfluger non gli
consentiva di formulare le leggi sperimentali del riflesso. In particolare la
seconda legge di Pfluger (riguardante la simmetria), verificata su animali che
si muovono a piccoli balzi, come il coniglio, quando si tratta del cane, del
gatto e, in generale, di animali a marcia diagonale, diventa falsa. […]
Dall'animale all'uomo: prendiamo, per esempio, il fenomeno della riparazione
delle fratture ossee. Una frattura si ripara mediante un callo. Nella formazione
di un callo si distinguono tradizionalmente tre stadi: stadio del callo
congiuntivo, cioè organizzazione dell'ematoma interfragmentario; stadio del
callo cartilagineo; stadio del callo osseo, dovuto alla trasformazione delle
cellule della cartilagine in osteoblasti. Leriche e Policard hanno invece
mostrato che nella normale evoluzione di un callo umano non interviene uno
stadio cartilagineo. Questo stadio era stato osservato nei cani, cioè su animali
la cui immobilizzazione terapeutica lascia sempre a desiderare.
2) Individualizzazione. […] Ma come garantirsi preliminarmente
l'identità, sotto ogni aspetto, di due organismi individuali che, anche se della
stessa specie, per le condizioni stesse della loro nascita (sessualità,
fecondazione, anfimissismo) formano una combinazione unica di caratteri
ereditari ? Eccettuati i casi di riproduzione agamica (boccioli di vegetali), di
autofecondazione, di vera gemellarità, di poliembrionismo (nell'armadillo, per
esempio), è necessario operare su individui in cui la stirpe sia pura
relativamente a tutti i caratteri, su degli omozigoti perfetti. Ora, se un tal
caso non è puramente teorico, si deve confessare per lo meno che èè
rigorosamente artificiale. Un tale materiale animale è fabbricato dall'uomo ed è
il risultato di una segregazione costante e vigile. Di fatto certe
organizzazioni scientifiche allevano delle specie, nel senso jordaniano del
termine, di ratti e di topi ottenuti attraverso una lunga serie di accoppiamenti
fra consanguinei. Di conseguenza lo studio di un materiale biologico simile, i
cui elementi in questo caso come in altri sono un dato, è letteralmente lo
studio di un artefatto. Come in fisica l'uso, in apparenza neutro, di uno
strumento quale la lente implica, come ha mostrato Duhem, l'adesione ad una
teoria, così in biologia l'uso di un ratto bianco allevato dalla Wistar
Institution implica l'adesione alla genetica e al mendelismo che ancor oggi sono
pur sempre delle teorie.[5]
Questo testo, apparso nel 1952, mostra una coscienza profonda dei problemi
metodologici collegati alla sperimentazione nella ricerca biomedica, ed è la
prova del fatto che l'analisi di questi problemi non basta (purtroppo) a porre
automaticamente fine alla sperimentazione animale. Canguilhem espone con
chiarezza, profondità ed eleganza lo stesso concetto che taluni
antivivisezionisti sbandierano cinquant'anni dopo, in forma di dogma, come se si
trattasse di una “rivoluzione copernicana”: il fatto (banale) che “grandi
differenze sono constatate tra individui di una stessa specie. a maggior ragione
da una specie all'altra!” [6] Ma, assumendo una prospettiva meno dogmatica, ci
rendiamo conto che “differenza” non equivale ad incommensurabilità.
Mentre l'argomento scientifico, nelle sue forme divulgative, suggerisce proprio
questo (“nessuna specie animale è il modello biologico di un'altra” [7]), senza
rendersi conto che, se questo fosse vero, se le conoscenze relative ad un
individuo fossero interamente inapplicabili ad un altro individuo, se ne
dovrebbe concludere che in natura ci sono solo individui incommensurabili tra
loro e che, per questo motivo, nessuna scienza è possibile. Se non ci fosse
commensurabilità tra gli individui viventi, ho difficoltà ad immaginare
l'utilità degli stessi metodi alternativi: neanche essi sarebbero “scientifici”
(in senso antivivisezionista), perché un risultato ottenuto su una coltura
cellulare sarebbe utile solo ed esclusivamente per l'individuo donatore del
tessuto e per nessun altro. Si sprofonderebbe nel nominalismo puro. Invece, se
si ammette l'esistenza di una commensurabilità tra gli individui viventi, si
deve anche ammettere che comparazioni tra individui di specie differenti possono
essere stabilite a livello teorico (ovviamente con grande precauzione, come
suggerito da Canguilhem). Pur ammettendo questa possibilità, nulla impedisce di
pensare che l'uso di animali non umani nella ricerca possa essere abolito: ma
per ragioni etiche.
In realtà, l'argomento scientifico può essere interpretato in modo più sottile:
non come una critica a parte objecti ma a parte subjecti. Ovvero,
si potrebbe dire che, se anche dal punto di vista dell'oggetto studiato
(individui, specie…) ci fossero effettivamente delle analogie, delle
somiglianze, la difficoltà risiederebbe nel punto di vista del soggetto (il
ricercatore), perché questi arriva a scoprirle solo a posteriori. In altre
parole, è solo dopo aver sperimentato sulla specie umana che si arriva a
scoprire questa o quella analogia con questa o quella specie animale, il che
renderebbe la sperimentazione animale inutile perché, di fatto, non eviterebbe
la sperimentazione sugli umani. Di fronte a questa critica, c'è da restare
sorpresi: la verificazione a posteriori non è forse il carattere fondamentale
della scienza moderna, che si vuole empirica? Il procedimento di
raccogliere dati, interpretarli, elaborare una teoria ed infine testarla in
laboratorio per confermarla o negarla, non è forse il procedimento
scientifico classico, basato sull'induzione?
Gli scienziati di Antidote criticano le conoscenze acquisite con la
sperimentazione animale dicendo che “poiché tutta questa conoscenza è
empirica [corsivo mio – notare la sfumatura sprezzante], anche se sappiamo
qual è l'effetto di una data sostanza su un animale, nulla ci permette di
predire quale sarà il suo effetto su un animale di specie differente”[8]. Questa
frase catastrofista mi sembra del tutto ingiustificata.
Innanzitutto, uno scienziato non “predice” (non è un mago), ma costruisce
ipotesi, supposizioni: in questo caso, nulla impedisce che egli abbia
un'aspettativa più o meno ragionevole a proposito degli effetti della sostanza
su un'altra specie, a seconda delle conoscenze di cui dispone.
In secondo luogo, la scienza non è una veggenza, ma una disciplina con i piedi
per terra, che descrive la realtà, ed è del tutto normale che essa lasci
l'ultima parola all'esperienza per confermare o contraddire le sue teorie.
Terzo, l'esperienza può contraddire in ogni momento anche le teorie che sembrano
più consolidate, per una semplice ragione logica, spiegata da Karl Popper ne
La logica della scoperta scientifica (1934). Una legge generale è una
generalizzazione stabilita a partire dall'osservazione di un certo numero di
casi particolari: questa procedura, dal particolare all'universale, si chiama
induzione. Ora, Popper afferma che per arrivare ad attribuire una certezza
incontestabile ad una legge così stabilita, ovvero per arrivare alla sua
verificazione finale, non basta aver osservato un numero finito di casi
particolari, per quanto grande sia questo numero, logicamente, occorrerebbe aver
osservato tutti i casi particolari possibili, all'infinito, il che è
evidentemente impossibile. Riportando il noto esempio di Popper: per affermare
in modo incontestabile che “tutti i corvi sono neri” bisognerebbe aver osservato
tutti i corvi che hanno vissuto sulla terra in tutte le epoche, per cui non si
potrà mai affermare che l'enunciato “tutti i corvi sono neri” è vero; si potrà
solo eventualmente affermare che esso èè falso in seguito all'avvistamento di un
corvo bianco. Si tratta del celebre criterio di falsificazione di Popper:
poiché una teoria non potrà mai essere completamente verificata, non si potrà
mai dire che essa è vera, ma solo che non è stata ancora falsificata; ovvero, di
un enunciato universale non si può stabilire la verità ma solo (eventualmente)
la falsità. Cosicché, è per la struttura logica generale dell'induzione, e non a
causa di una debolezza metodologica specifica della sperimentazione animale, che
una generalizzazione tra differenti specie non sarà mai conclusiva e resterà
sempre la possibilità che l'esperienza la contraddica.
Infine, occorre notare che sia la verificazione che la falsificazione si
producono a posteriori. Quindi, gli scienziati che criticano i test sugli
animali non umani perché non sono a priori utili per gli umani, dimenticano di
trovarsi esattamente nella stessa posizione: essi non possono affermare a priori
che un test su un animale non umano non sarà utile per un umano. Da un punto di
vista strettamente scientifico, nei due casi non ci si può pronunciare che dopo
il verdetto dell'esperienza: se l'esperienza mostra che ci sono analogie
rilevanti tra una certa specie animale e la specie umana, si potrà considerare
quella specie come un modello per la specie umana rispetto ad un fenomeno
specifico; altrimenti, si affermerà il contrario. Ancora una volta, pur
ammettendo il carattere scientifico di una procedura che giudica analogie e
differenze tra le specie animali a posteriori, nulla impedisce di pensare
che l'uso di animali non umani nella ricerca possa essere abolito per ragioni
etiche.
Un'altra obiezione “scientifica” dal sito di Antidote: “spinti dal bisogno di
pubblicare per dare slancio alla propria carriera, molti ricercatori duplicano
delle esperienze già fatte cambiandone qualche dettaglio e presentandole come
nuove”[9]. Il fatto di ripetere esperimenti non è in sé scandaloso: poiché è
impossibile convalidare definitivamente una teoria, uno scienziato può
“confermarla” sempre più, praticando nuovi esperimenti che, per così dire, la
mettano nuovamente alla prova in condizioni leggermente differenti (“cambiando
qualche dettaglio”), cioè modificando dei parametri perché il nuovo esperimento
possa dare nuove informazioni o, al limite, “rinforzare” la teoria. Ciò non è
antiscientifico e non sarebbe neanche grave se, nelle scienze della vita, gli
esperimenti non si praticassero su individui viventi, sensibili, coscienti.
Perciò, è la natura particolare degli esseri su cui si sperimenta in questo
campo specifico che rende grave il fatto di ripetere numerose volte i test:
anche qui, una ragione etica. (Per quanto riguarda i ricercatori che si
appropriano del lavoro altrui, pubblicando ricerche senza citare l'eventuale
apporto di altre persone, non è una questione scientifica né etica, ma legale,
non pertinente all'argomento che stiamo trattando).
Ho detto che è la natura particolare degli esseri sui quali si sperimenta nelle
scienze della vita che rende inaccettabile l'uso del metodo sperimentale in
questo campo. In effetti, mi sembra che un altro problema dell'antivivisezionismo
scientifico sia il non distinguere con sufficiente chiarezza tra terapeutica
medica e sperimentazione medica. Ne consegue la credenza diffusa che
l'obiettivo di tutta la sperimentazione animale sia la cura delle malattie
umane; di qui lo scherno per le ricerche di base che producono conoscenze
evidentemente inutili a scopo terapeutico e le accuse di sadismo, disonestà,
imbecillità contro i “vivisettori”. Ma la sperimentazione nelle scienze della
vita è qualcosa di più che la ricerca di cure per le malattie umane e, allo
stesso modo, la terapeutica non coincide necessariamente con la sperimentazione,
il che appariva chiaramente nell'antichità.
Indagini storiche
Nell'antica Grecia coesistevano tradizioni mediche con paradigmi differenti. Le
fonti fondamentali sulle antiche scuole mediche sono il proemio del De
Medicina di Celso (I sec. d.C.) e le opere di Galeno (III sec. d.C.). Nel
proemio della sua opera, Celso scrive una breve storia della medicina nella
quale descrive soprattutto il conflitto tra la scuola detta “dogmatica” o
“razionale” e la scuola detta “empirica”. Entrambe accettavano la teoria dei
quattro umori (sangue, flegma, bile gialla, bile nera) ed entrambe utilizzavano
l'osservazione (del paziente, dei sintomi della malattia, del suo corso, dei
risultati terapeutici: quel che oggi si chiamerebbe “medicina clinica”). Ma gli
empirici affermavano che sono conoscibili solo le cause evidenti della malattia
(p.es. il clima, lo stile di vita del malato, le alterazioni superficiali del
corpo, etc.) e che questo basta alla cura della malattia stessa, mentre i
dogmatici erano interessati anche a conoscere le “cause nascoste” della
malattia, cioè i fattori interiori, anatomici e fisiologici (origine degli
umori, funzioni degli organi, etc.). La scuola dogmatica era una filiazione
della scuola di Ippocrate e fiorì ad Alessandria nel III secolo a.C. Nel
Corpus Hippocraticum (l'insieme degli scritti della scuola di Ippocrate), le
descrizioni anatomiche erano quasi assenti: sono appunto i medici di
Alessandria, Erofilo ed Erasistrato i più noti, che hanno sviluppato al massimo
grado per l'età antica lo studio dell'anatomia umana, praticando dissezioni di
cadaveri umani e, secondo quanto ci racconta Celso nel cap. 23 del suo proemio,
anche delle vivisezioni su condannati a morte[10]. Bisogna precisare che le
conoscenze così acquisite restavano comunque inscritte nel paradigma dei quattro
umori e nella terapeutica pratica (clinica); ovvero, la morfologia interna
dell'essere umano veniva studiata solo in quanto conoscenza di supporto, la cui
utilità pratica era in realtà piuttosto limitata. In conclusione, l'anatomia non
aveva un ruolo centrale nell'antica arte medica: da un lato, la scuola empirica
era ostile alle dissezioni e alle vivisezioni (argomentando che esse sono
inutili perché non mostrano l'organismo vivente nelle sue funzioni, ma solo
l'organismo morto – dissezione – o morente – vivisezione); dall'altro lato, la
scuola dogmatica era interessata solamente a conoscenze anatomiche che potessero
assimilarsi alla teoria degli umori ed essere utili alla pratica chirurgica.

Fig. 1 Ippocrate e Democrito rappresentati da Claes Moeyaert nel 1636
Ma è interessante notare che, nell'antichità, lo studio dell'anatomia e della
fisiologia dei viventi era condotto indipendentemente, al di fuori del sapere
medico, dai filosofi, allo scopo di acquisire conoscenze sulla natura. In
una lettera di Ippocrate (in realtà apocrifa), il grande medico racconta il suo
incontro con Democrito, il filosofo atomista, seduto ai piedi di un albero e
circondato da cadaveri di animali utilizzati per la dissezione (fig.1). Ma
soprattutto nel pensiero biologico di Aristotele troviamo una utilizzazione
costante della dissezione e della vivisezione di animali non umani. Nel trattato
De generatione animalium, Aristotele spiega la formazione progressiva del
feto per giustapposizione di parti (epigenesi), cosa che evidentemente non
poteva essere osservata all'epoca se non aprendo diverse femmine incinte in
diversi momenti della gravidanza. I luminari di Antidote chiamano i sapienti
antichi “fisiologi in erba” e scrivono: “vaghe nozioni anatomiche e fisiologiche
hanno potuto essere studiate su alcuni animali e generalizzate a tutti, dal
tempo in cui si ignorava persino la funzione degli organi”[11]. Ma la nozione di
epigenesi non è affatto vaga: si tratta di un concetto preciso e con
implicazioni filosofiche rilevanti. Non c'è bisogno di accusare Aristotele di
essere un sadico, un maniaco della carriera o un burattino delle case
farmaceutiche per criticare le sue osservazioni: basta dire che esse non
potevano essere realizzate all'epoca che uccidendo individui sensibili e
coscienti e che, per questa ragione etica, si sarebbe dovuto rinunciare alle
conoscenze che se ne sono ricavate, per quanto interessanti.
Abbiamo visto dunque che durante l'antichità, dissezioni e vivisezioni erano
praticate in due campi diversi: in medicina, con i limiti teorici che abbiamo
esaminato, e nella filosofia della natura, in misura più larga. Era chiaro,
allora, che la sperimentazione su esseri viventi non coincideva alla terapeutica
umana.
Lo studioso di storia della medicina Andrea Carlino, autore del saggio La
macchina del corpo che ha ispirato questo rapido excursus storico, propone a
questo riguardo un'ipotesi molto interessante: poiché sembra, stando alle
testimonianze disponibili, che la sperimentazione in filosofia della natura si
sia sviluppata praticamente e metodologicamente prima della sperimentazione
medica (Aristotele visse nel IV sec. a.C., mentre la scuola di Alessandria fiorì
nel III sec. a.C.), Carlino suppone che sia stata la prima a far nascere la
seconda. In altre parole, è la filosofia della natura che ha “aperto” i corpi
viventi per studiarli e ne ha mostrato l'interno alla medicina, la quale, fino a
quel momento, li aveva osservati solo dall'esterno: ciò avrebbe permesso alla
medicina di pensare che l'osservazione dall'interno potesse fornire conoscenze
utili alla terapeutica.
Restava comunque, come già accennato, uno scarto teorico tra la dissezione
medica e la dissezione “filosofica”. Questo passaggio, dal De anatomicis
administrationibus di Galeno (II sec. d.C.), è illuminante:
In verità, affinché possiamo fare ciò [parlare dell'anatomia],
distingueremo tutti i livelli di speculazione e poi ne mostreremo l'utilità. C'è
l'utilità della speculazione anatomica per il fisico, che ama la
scienza/conoscenza in se stessa; poi l'utilità per colui che non [l'ama] in se
stessa ma in quanto serve a dimostrare che la natura non fa nulla a caso; poi
l'utilità per colui che trova nella dissezione degli argomenti per conoscere le
azioni fisiche e psichiche; poi l'utilità per colui che [voglia] estrarre
aculei, spine, punte di frecce con abilità, o praticare incisioni in modo
appropriato, o trattare manualmente le fistole e gli ascessi nel modo giusto;
come ho detto, queste cose sono necessarie al massimo grado e bisogna che il
medico si eserciti prima su di esse, poi sulle funzioni
nascoste delle interiora, poi che conosca l'utilità di tutto ciò che conduce i
medici a diagnosticare le malattie. In effetti, certe cose sono più utili ai
filosofi che ai medici, in modo doppio, per così dire; o per la speculazione, o
per l'insegnamento della scienza della natura, perché l'espongano giustamente in
tutte le sue parti[12]
Fig. 2 - Mondino dei Liuzzi (1270-1326) assiste ad una dissezione dalla
cattedra; incisione tratta da Fasciculus medicinae (1493).
Galeno distingueva dunque più impieghi dell'anatomia, tra i quali i principali erano le ricerche scientifico-filosofiche e la pratica chirurgica, mentre il ruolo delle conoscenze anatomiche nella terapeutica medica non aveva molto rilievo. Insomma, finché la teoria degli umori e la terapeutica clinica restavano i paradigmi medici di base, vale a dire più o meno fino al XIV secolo, la conoscenza dell'anatomia umana era un surplus teorico per la medicina. I medici non sentivano il bisogno di sviluppare indagini sperimentali per curare i loro pazienti, perché i mezzi concettuali di cui disponevano erano sufficienti. Si assumeva la morfologia di Galeno senza rimetterla in discussione: per questo motivo le rare dissezioni effettuate alla fine del Medio Evo su cadaveri umani avevano uno scopo puramente didattico, le conoscenze non progredivano e gli errori degli antichi si perpetuavano. Il frontespizio del trattato Anothomia di Mondino de' Liuzzi, scritto nel XIV secolo e molto utilizzato nel basso Medio Evo, ne è un esempio classico ed illuminante. Esso rappresenta una scena di dissezione durante un corso di anatomia: il medico-professore, seduto in alto in cattedra, legge o recita a memoria le opere degli antichi senza neanche guardare il sector che, in basso, incide il cadavere per mostrare agli studenti gli organi enumerati dal professore (fig. 2).

Fig. 3 - Frontespizio del De Humanis Corporis Fabrica di Vesalio.
Questa situazione è cambiata in seguito a due “rotture” storiche. Primo, la
pubblicazione del celebre trattato di Andrea Vesalio, il De humani corporis
fabrica (1543), che coniugava le dissezioni all'indagine medica vera e
propria, una novità già evidente nel frontespizio dell'opera (fig.3): il
cadavere occupa il centro della scena e il medico – Vesalio stesso – immerge le
mani al suo interno. Secondo: l'abbandono progressivo del paradigma dei quattro
umori in favore del paradigma meccanicista che, spiegando le funzioni degli
organismi viventi attraverso le leggi fisiche del movimento, riapriva la porta
alla sperimentazione e alla sua integrazione ufficiale tra i fondamenti della
metodologia medica attuale.
Purtroppo, i siti “scientifici” contro la vivisezione non offrono ricostruzioni
verosimili dell'uso della sperimentazione animale nella storia della medicina.
Non volendo ammettere che l'insieme del sapere empirico anatomico e fisiologico
si fonda sull'analogia tra le specie e sulla sperimentazione, e lasciando in
ombra la distinzione tra teorie e pratiche mediche da una parte e ricerca
scientifica dall'altra, si finisce per stabilire una distinzione manichea e
priva di senso tra “vera scienza” (che non usa animali) e “falsa scienza” (che
li usa): di conseguenza, l'acquisizione di conoscenze vere è ricondotta alle
ricerche effettuate da un'ipotetica “vera scienza” mentre la sperimentazione
animale è presentata come un elemento di disturbo imposto da cause esteriori a
tale “vera scienza”. Tra queste cause esteriori, quella più spesso evocata è
l'interferenza della Chiesa. Ora, anche conservando un punto di vista non
religioso e non cattolico, occorre ammettere che spesso, in materia di storia
delle idee, ci si è lasciati troppo andare all'anticlericalismo tipico della
cultura illuminista e liberale, individuando nella Chiesa la sola colpevole
delle difficoltà, degli errori e dei pregiudizi che il pensiero umano ha
conosciuto nei secoli. Per mostrare come l'antivivisezionismo scientifico non
sia immune da questa tendenza, seguono degli esempi dal sito
www.novivisezione.org che propone una breve storia della sperimentazione animale
basata sul libro Sacred Cows and Goldes Geese di Ray e Jean Swingle Greek[13]
Innanzitutto, si fa cominciare erroneamente la vivisezione animale con Galeno.
Come abbiamo visto, invece, essa era già praticata molti secoli prima, dai
filosofi e dai medici di Alessandria.
Si prosegue affermando che Galeno cominciò a studiare l'anatomia su cadaveri
umani ma che dovette ripiegare sugli animali non umani perché “la Chiesa non
permise più le autopsie umane”. Ora, è difficile credere a questa affermazione
poiché Galeno visse nel II secolo dopo Cristo e a quell'epoca i cristiani erano
ancora perseguitati. L'editto di Costantino, che mise fine alle persecuzioni sui
cristiani nell'Impero Romano, fu emesso nell'anno 313, poco dopo l'ultima grande
persecuzione sotto Diocleziano e più di un secolo dopo la morte di Galeno. Come
avrebbero potuto i cristiani, perseguitati, imporre delle restrizioni ad un
medico pagano? In realtà i tabù relativi alla manipolazione dei cadaveri sono
più antichi del cristianesimo e toccherebbe piuttosto all'antropologia
illuminarci sulla questione.
Poco dopo, nella sezione dedicata al Rinascimento, si accusa ancora la Chiesa di
essersi opposta al progresso dell'anatomia: “Le scoperte di Vesalio … minarono
le fondamenta stesse della civiltà, quelle della Chiesa”. È leggenda diffusa
quella che vuole la Chiesa interdire la dissezione dei cadaveri umani; in
realtà, le dissezioni didattiche ricominciarono ad essere praticate nel XIV
secolo senza che la Chiesa opponesse alcuna interdizione formale, poi, nel 1472,
papa Sisto V promulgò una bolla in cui si riconosceva l'utilità “alla pratica
medica e artistica” dell'anatomia ed infine, nel 1527, papa Clemente VII ne
autorizzò formalmente l'insegnamento nelle scuole e nelle università, sedici
anni prima della pubblicazione del De humani corporis fabrica di Vesalio[14]
Infine, un errore imperdonabile: secondo gli autori, la ripresa dello studio
dell'anatomia umana sui cadaveri avrebbe spazzato via la “falsa scienza”, gli
errori di Galeno e con essi la sperimentazione animale; cosicché, scienziati
come William Harvey avrebbero compreso il meccanismo di circolazione del sangue
senza sperimentare su animali e ricorrendo elusivamente alle autopsie. Ebbene, i
trattati di Harvey[15] sulla circolazione del sangue pullulano di descrizioni di
vivisezioni su ogni sorta di animali[16] in un passaggio del De motu cordis
et sanguinis in animalibus, egli ironizza sugli “anatomisti” che insistono
nel voler comprendere la circolazione basandosi solo sull'osservazione dei
cadaveri ed afferma chiaramente che occorre sperimentare su animali vivi e di
diverse specie [17]
Una ricostruzione storico-metodologica attendibile della pratica sperimentale è
una delle basi per costituire un buon discorso critico sulla sperimentazione
animale. Quando gli equivoci che ho cercato di sciogliere in questo testo
scompariranno definitivamente, il movimento contro la “vivisezione” si
trasformerà in un movimento per l'abolizione delle cavie nella ricerca
biomedica. Questo movimento sarà finalmente abbastanza maturo da avere
rivendicazioni chiare e posizioni solide. Non presterà il fianco all'ovvia
difesa della pertinenza scientifica del metodo sperimentale da parte di vari
mediconzoli che, inorgogliti dalla facilità con cui l'antivivisezionismo
“scientifico” può essere messo a tacere, si lanciano in patetiche
giustificazioni etiche dell'uso di animali nella ricerca biomedica[18]:
abbandonati i dogmatici argomenti “scientifici”, la critica della
sperimentazione animale potrà agevolmente e serenamente confutare tali fragili
argomentazioni.
I soggetti di questo movimento saremo noi, donne e uomini comuni di questa
società, soli critici legittimi di essa: nostro è il diritto di opporci a
qualsiasi pratica voglia fondare la nostra prosperità sulla distruzione nascosta
dell'esistenza di altri esseri senzienti, a qualunque specie essi appartengano.
Note
1. “Remarques sur l'expérimentation animale”
2. Come spiegato da Claude Bernard nell'Introduzione allo studio della medicina
sperimentale: v. il mio articoloPer una società senza cavie, «Liberazioni», n.2.
3. Antidote, “Dix mensonges sur l'expérimentation animale” (“dieci menzogne
sulla sperimentazione animale”).
4. V. “Per una critica dell'antivivisezionismo scientifico”, Rinascita
Animalista.
5. Vrin, Paris 1965 (trad. it. di Franco Bassani, La conoscenza della vita, Il
Mulino, Bologna 1976, cap. 1, "La sperimentazione in biologia animale", pp.
53-56).
6. Antidote, "Pourquoi l'animal n'est pas le modèle biologique de l'homme"
("perché l'animale non è il modello biologico dell'uomo").
7. Ibidem
8. Ibidem
9. Antidote, "Dix mensonges sur l'expérimentation animale".
10. «Praeter haec, cum in interioribus partibus et dolores et morborum varia
genera nascantur, neminem putant his adhibere posse remedia, qui ipsa[s] ignoret.
Ergo necessarium esse incidere corpora mortuorum, eorumque viscera atque
intestina scrutari; longeque optime fecisse Herophilum et Erasistratum, qui
nocentes homines a regibus ex carcere acceptos vivos inciderint» («inoltre,
poiché dolori e malattie di vario genere nascono nelle parti interne, essi [i
medici "razionali"] ritengono che nessuno possa applicare dei rimedi ignorandone
le cause. Perciò [essi pensano] che è necessario incidere i cadaveri e
osservarne le viscere; e che Erofilo ed Erasistrato hanno fatto molto bene ad
incidere dei criminali vivi tratti di prigione dai re», trad. mia).
11. Antidote, "Pourquoi l'animal n'est pas le modèle biologique de l'homme".
12. De anatomicis administrationibus, K II, 286-287 (traduzione mia).
13. La sperimentazione animale in Occidente dalle origini ad oggi
14. V. Grmek e Bernabeo, "La macchina del corpo", in AA.VV., Storia del pensiero
medico occidentale, Laterza, Bari 1996, vol.II, p. 5.
15. W. Harvey, Opere, a cura di F. Alessio, P. Boringhieri, Torino 1963.
16. Un esempio tra tanti dal De motu cordis et sanguinis in animalibus:
"Anzitutto: in tutti gli animali, quando, ancor vivi, si apre loro il torace e
si incide l'involucro che avvolge direttamente il cuore, si nota che in esso si
alternano movimenti e soste, fasi in cui il cuore si muove, e altre fasi in cui
rimane immobile. Questi dati di fatto sono abbastanza evidenti nel cuore degli
animali a sangue freddo come il rospo, i serpenti, le rane, le lumache, i
gamberi, i crostacei, le conchiglie, le squille, ed in tutti i pesci piccoli. Ma
sono anche più evidenti nel cuore degli animali a sangue caldo -cane, maiale-
specialmente a star ad osservare attentamente l'andamento sino a quando il cuore
s'avvicini alla morte e si muova sempre più debolmente con l'approssimarsi della
fine" (in Opere, cit., p. 26).
17. …se fossero versati nella vivisezione degli animali quanto sono esperti di
dissezione sul cadavere umano, questo problema che li tien tutti legati a dubbi
a mio avviso si chiarirebbe completamente senza difficoltà" (in Opere, cit., p.
44).
18. Un esempio paradigmatico e particolarmente divertente: "Sperimentazione
sugli animali: le ragioni etiche" di Mario Campli.
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