2. I valori della scienza

 

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Non è difficile elencare numerosi valori insiti nei processi, nei contenuti e negli esiti sociali delle scienze. Il punto di vista che ho qui adottato privilegia ciò che è più facilmente argomentabile attraverso la ricerca storica ed epistemologica; per altro, essendoci posti in un atteggiamento analitico dobbiamo resistere alla tentazione di sbriciolare i 'valori' in tanti 'valori' minuti. È quanto avviene per quanto riguarda il valore cognitivo delle scienze, che viene sminuzzato nei molti, presunti, aspetti degli esperimenti (quantitativi, impersonali, obbiettivi, ripetibili, etc.). Si collezionano così ottimi 'valorucci' da intingere nel vin santo del 'metodo'. Ma la scienza non vive di pratiche da salotto buono, è molto più viva e contraddittoria, come potrebbe essere dimostrato sia dall'analisi dei valori che ho elencato nella prima parte della Tabella I, sia considerando contro-valori come le gerarchie fra le scienze, il carattere autoritario dell'organizzazione della ricerca, l'opportunismo ideologico degli scienziati verso il potere politico, il disprezzo esplicito verso il senso comune, l'arroganza di possedere il monopolio della conoscenza o addirittura della verità. Quando si ricordano questi contro-valori si controbatte che opportunismo, disprezzo e arroganza sono atteggiamenti degli scienziati-uomini e non valori della scienza-conoscenza, ma allora non si potrebbe nemmeno parlare di dedizione alla conoscenza, creatività nella ricerca, amore della verità, etc. Ho deciso di lasciare qui in ombra i contro-valori, così che la Tabella I elenca solo valori che, a mio parere, sono positivi. Detto questo non posso evitare di osservare che un buon numero di scienziati (e filosofi) credono che molti dei valori elencati non siano tali, per il motivo dirimente che secondo loro nemmeno sono, ovvero non esistono affatto; ad esempio certi scienziati e alcuni filosofi si alterano alquanto quando si afferma che la scienza è un costrutto sociale. Val quindi la pena di considerare sia pure in modo sbrigativo i valori elencati in Tabella 1.

 

 

Tabella I

Parte I:  Valori della scienza visti dalla storia e dall'epistemologia delle scienze

 

Valore

Riferimenti descrittivi

Utilitaristico

L' agibilità del mondo

Democratico*

La cultura scientifica come fattore di libertà e responsabilità dei cittadini

Politico

La conoscenza scientifica come costrutto sociale

Epistemico

Il contenuto di verità delle scienze

Etico

Il pluralismo epistemologico delle pratiche conoscitive

Cognitivo

La ricerca scientifica richiede curiosità, competenza e creatività

Metacognitivo*

Bellezza, gioia e potenza della conoscenza

Meditativo*

Bellezza, complessità, unità della natura (che include l'uomo)

 

 

Parte II:  Un valore della scienza visto dal futuro

 

Valore

Riferimenti descrittivi

Etico*

L' inviolabilità della natura (che include l'uomo)

 

* L'educazione a questi valori sarà approfondita successivamente

 

Il valore utilitaristico è certo il meno controverso di tutti, mentre in effetti andrebbe sottoposto a critica analitica il tam-tam continuo battuto dalla comunità scientifica sull'utilità economico-sociale della propria impresa. Però ciò che qui propongo senza riserve è la constatazione che la conoscenza scientifica ha reso il mondo più agibile. Il richiamo implicito al cosiddetto 'permesso di agibilità' per gli edifici è voluto, per mettere in primo piano la concezione del mondo come dimora,[1] un mondo in cui sia confortevole e consapevole il vivere.

            Il valore democratico della scienza è stato praticato storicamente solo da esigue minoranze borghesi, tra cui vanno ricordati, a dispetto dei posteri saputelli, i nostri intellettuali risorgimentali, spesso positivisti, e anti-clericali senza eccezione, compresi i non pochi cattolici liberali. Libertà e responsabilità costituiscono un binomio inscindibile, entrambe rinviano a quella necessità di esercizio dei valori di cui ho già parlato;[2] entrambe faranno da sfondo alle conclusioni di questa relazione, a proposito della politicizzazione del curricolo.

            Il valore politico della conoscenza scientifica come costrutto sociale è probabilmente il più controverso di tutti, specie per il vespaio suscitato dal 'programma forte' dei sociologi di Edimburgo, e per l'accanimento un po' vanitoso di Bruno Latour. In una situazione sbilanciata da 'opposti estremismi' cercherò, nella prossima sezione, di argomentare l'assunto in modo diverso, attraverso le analisi linguistica ed epistemologica delle procedure conoscitive.

            Il valore emistemico del contenuto di verità è, al contrario del precedente, dato per scontato, senza tener conto che proprio il concetto fondamentale di verità è piuttosto difficile da fondare. Le teorie più affermate, della verità come corrispondenza alla realtà e della verità come efficacia sulla realtà, non sono prive di punti deboli e contraddittori. Credo che ci si debba accontentare di una verità provvisoria e locale, l'unica conseguibile da un'umanità non meno provvisoria e locale. Se poi mi si chiedesse se questo rifiuto dell'eterno e dell'universale significhi anche la fine della metafisica, risponderei che no, l'indagine metafisica è rilevante, perché la questione dell'impegno ontologico è interessantissima - e ineludibile.

            Che esista un pluralismo epistemologico nelle diverse discipline scientifiche è per me incontrovertibile, e comunque ne parlerò ancora dal punto di vista dell'analisi epistemologica nella prossima sezione. Ritengo piuttosto di dover dare qualche spiegazione per aver definito etico questo valore di natura meta-epistemica. Una prima radice etica è nell'accettazione stessa del pluralismo: non solo devo rispettare le opinioni e le conoscenze altrui (i 'contenuti' delle scienze), ma anche le diverse modalità di formazione e di acquisizione delle conoscenze (i 'metodi' delle scienze). La seconda radice etica è nel baluardo che il pluralismo epistemologico oppone contro il pensiero unico, già esplicitamente riduzionista in campo economico-sociale, quando afferma che tutta l'economia va ricondotta al mercato. La terza radice ha anche una presa politica perché blocca il dilagare dello scientismo come strumento di sopraffazione; per citare una caso estremo, la verità sulla morte e sulla vita non può dipendere da un elettroencefalogramma. Dò poi per accettato il valore cognitivo della scienza, con le particolari componenti accennate in Tabella 1, mentre il valore metacognitivo e il valore meditativo saranno ripresi nella prossima sezione.

            Come ho già detto i valori dell'impresa scientifica elencati nella Tabella 1 non sono i soli a poter essere presi in considerazione. Già gli otto elencati sono troppi per poter essere affrontati tutti insieme nel contesto reale della scuola, per altro si dovrebbe poter operare in modo selettivo (vide infra, sezione 3.1)e in stretta connessione con altri filoni disciplinari (vedi sezione 4.1; ma si pensi anche 'solo' alla creatività nella scienza e nelle arti).

            Rimane da commentare l'unico valore citato nella parte seconda della Tabella 1, quello dell' inviolabilità della natura, incluso l'uomo. Esso è proiettato nel futuro perché finora non è stato fra i 'grandi' valori degli scienziati. Mi rendo conto che esso è ben difficile da rispettare, e che è anche arduo da definire in modo chiaro, tuttavia l'inviolabilità della natura costituisce un campo attivo di ricerca in ecologia, etica e teologia, e - per di più - lo sento profondamente. Di qui la sua menzione anche nel nostro contesto, come puro invito alla riflessione.

 

3. Per comprendere la natura della scienza

 

Nella sezione 1.2 ho sottolineato che la comprensione della natura della scienza non è affatto immediata, mentre spesso viene addirittura data per acquisita. Una delle cause di questa situazione, assai deleteria per l'insegnamento delle materie scientifiche, è da ascriversi alla pressione ideologica che viene esercitata in stretto concerto dai portavoce della comunità scientifica e dagli strumenti di comunicazione di massa. Tralasciando qui i dettagli si può tranquillamente affermare che si tratta in entrambi i casi di un'esaltazione dell'essere e del poter-essere della scienza ad un tempo platonica (la ragione matematica!) e faustiana (il dominio tecnologico!). Anche la storiografia disciplinare non è esente da questo tipico andamento agiografico[3], così come non lo è l'opera di filosofi che si comportano da veri 'fiancheggiatori' dei gruppi dirigenti, mascherando con un volto critico il medesimo atteggiamento integralista.[4] È quindi con grande circospezione che ci si deve avvicinare a gran parte  del lavoro filosofico e storiografico contemporaneo (comprese le mie storie disciplinari, s'intende), e tuttavia la storia della scienza rimane una delle vie maestre per comprendere la natura della scienza. Qui di seguito, nelle sotto-sezioni dalla 3.2 alla 3.4, tratterò sinteticamente tre distinti modi di 'far storia' e, più implicitamente, di 'far filosofia'. La sintesi, pur necessaria, riduce la descrizione di questi approcci a cataloghi indigesti; ho ritenuto quindi utile premettere un'annotazione didattica (sezione 3.1). Nella sezione 3.5, quasi per reazione all'apnea degli elenchi darò un certo respiro ai contributi di due Autori che ritengo estremamente interessanti, David Gooding e John Dupré.

3.1 Un'annotazione didattica: è necessario essere selettivi

 

La ricchezza degli approcci storiografici e filosofici è sovrabbondante. Nella prospettiva di un personale avvicinamento alla storia e all'epistemologia delle scienze, l'insegnante deve essere selettivo, scegliendo ciò che meglio gli aggrada. Vi sono alcuni aspetti di questo fai da te che vorrei esplicitare. Ciò che conta è iniziare, comprendere una 'storia' particolare, e infine verificare nel contesto della propria classe la maggiore o minore efficacia educativa/didattica di uno specifico caso storico (ad esempio lo sviluppo della chimica macromolecolare).[5] In fin dei conti questo è il senso di tutto l'impegno della Divisione di Didattica della Chimica, e di tutte le altre Associazioni disciplinari degli insegnanti: far sì che un collega impegnato nell'insegnamento porti il suo contributo creativo e sperimentale a quella impresa culturale che chiamiamo 'didattica delle scienze'. Senza questo tipo di contributo tutte le ricerche teoriche (come questa che state leggendo) valgono meno della carta su cui sono stampate.

            Un diverso aspetto della pratica didattica è la sua moleplice valenza: sociale, costruttiva, intersoggettiva. Ciò che insegnamo modifica comunque la società, ma in questa annotazione didattica voglio sottolineare il senso cumulativo, intersoggettivo che la nostra attività può acquistare nel momento in cui i metodi di insegnamento sono confrontati/confortati all'interno della comunità degli educatori, così come quando i risulati della didattica sono opportunamente valutati da noi (gli insegnanti) e dai nostri interlocutori privilegiati (gli studenti). La ricerca in didattica delle scienze (e per essa la Divisione di Didattica della SCI) rende disponibili gli strumenti per rendere costruttiva e intersoggettiva la nostra esperienza di insegnanti di discipline scientifiche.

            Nelle prossime sotto-sezioni il lettore incontrerà una moltitudine di punti di vista sulla scienza, e di approdi analitici della ricerca storiografica. Anche il carattere apparentemente enciclopedico della mia trattazione è in realtà lacunoso, in quanto molto mi può essere sfuggito, altro ancora non è stato studiato in modo compiuto. Nella provvisorietà di questi elenchi spero che risalti, comunque, la possibile ricchezza di un'immagine non stereotipa della scienza.

3.2 Analisi linguistica

 

L’approccio basato sull’analisi linguistica della comunicazione scientifica è in piena fioritura, specie per quanto riguarda l’aspetto retorico del discorso scientifico. Vi sono diverse direzioni di indagine, e va sempre tenuto presente che ciascuna di esse è connessa ad altri metodi di ricerca storiografica.

            I linguaggi impiegati dagli scienziati sono un tema fondamentale e ovvio, essendo la scienza interpretazione (del mondo) e comunicazione (dell'interpretazione). Il rapporto fra le lingue naturali e i linguaggi scientifici sono di stretta contiguità, o addirittura di inclusione dei secondi nelle prime. Anche in questo senso rimane valida la proposta di Wilhelm von Humboldt del linguaggio come mondo intermedio fra la natura esterna e la nostra comprensione interiore; in termini meno astratti e controvertibili l'analisi referenziale nelle diverse lingue naturali porta a risultati sorprendenti, anche in campo scientifico. Anni fa mi sono cimentato con l'analisi delle definizioni metrologiche di mole così come sono espresse in italiano, francese, inglese e tedesco; le quattro lingue considerate sono semanticamente contigue, in quanto appartengono tutte alla 'lingua europea normale media' (lo Standard Average European di Benjamin L. Whorf), malgrado ciò i referenti dei termini delle definizioni sono alquanto diversi, e si tratta di definizioni 'metrologiche'![6] Infine i linguaggi disciplinari possono essere considerati come dialetti regionali, caratteristici per ciò di cui si parla e per come se ne parla.[7]

            Un'analisi più dettagliata dei modi di comunicazione degli scienziati porta ad una distinzione rilevante, fra la comunicazione non discorsiva e quella discorsiva. Il primo modo di comunicare è assai meno esplorato del secondo, pur avendo una notevole, molteplice funzione conoscitiva ed una estensione assai vasta. Infatti appartiene alla comunicazione non discorsiva tutto l'immenso campo dell'iconografia. Faccio solo due esempi: negli erbari un esemplare della pianta è 'ricostruito' e adattato alla necessità di un successivo riconoscimento di altri esemplari; nelle nostre formule strutturali si fornisce la mappa dettagliata di un oggetto miscroscopico, con una scelta mutevole, di volta in volta, di ciò che più si vuole evidenziare (un gruppo funzionale, un centro di asimmetria).[8] Una classe a sé dei mezzi di comunicazione non discorsiva è data dalla strumentazione e dalla sua rappresentazione. Quando un collega mi porta a vedere un imponente strumento di sua costruzione, che domina l'ambiente di laboratorio, egli esibisce con un solo gesto la funzionalità scientifica dello strumento e la posizione accademica del suo costruttore, così come già faceva Lavoisier due secoli fa con i suoi ospiti all'Arsenale di Parigi.[9]

Un ulteriore approfondimento delle funzioni della comunicazione discorsiva porta ad utilizzare diversi tipi di analisi linguistica, con la possibilità di mettere in evidenza aspetti molteplici del discorso scientifico. Abbiamo così l'analisi testuale (gerarchie argomentative, mutamenti nella situazione conoscitiva, scelta dei fondamenti); l'analisi retorica (discorsi sul metodo, modi dell’argomentazione, uso della metafora); l' analisi semantica (questioni referenziali, impegno ontologico, polisemia, ambiguità); l' analisi lessicale (pratiche veridittive, appartenenza a scuole, usi idiosincratici).[10]

A questo ventaglio di possibilità di ricerca e di interpretazione del linguaggio scientifico vorrei aggiungere un commento, in riferimento alla questione della scienza come costrutto sociale. Data la situazione di contrasto su questo tema, risulta niente affatto banale ciò che invece dovrebbe essere assunto per scontato: anche se potesse esistere un linguaggio privato, nel momento stesso della comunicazione lo scienziato deve condividere con l'interlocutore una preponderante base linguistica comune, pena la totale incomprensibilità di quanto va affermando. Che il linguaggio scientifico sia un costrutto sociale potrebbe essere sostenuto anche con la semplice constatazione che è - appunto - un linguaggio, ma molti studi confermano in modo più dettagliato lo sforzo continuo degli scienziati per perfezionare i loro strumenti di comunicazione; a volte l'impresa si svolge sul piano cooperativo, a volte vi sono polemiche asprissime: in entrambe le modalità l'esito rimane una costruzione sociale.[11]

3.3 Analisi filosofica

 

Con 'analisi filosofica' mi riferisco ad un approccio storiografico che utilizza strumenti di indagine e punti di vista tratti dalla filosofia e dalla filosofia della scienza. A mio parere l'indagine storico-filosofica va tenuta distinta dall'indagine storico-epistemologica, e la distinzione dovrebbe risaltare evidente dai risultati che ci si attende dalle due metodologie, ovvero dalle stesse domande che vengono poste. Di per se l’approccio filosofico è sicuramente fra quelli che impongono un’analisi storiografica ‘fredda’ - si ha quindi un vantaggio tecnico ed uno svantaggio didattico. Elenco alcune aree di interesse.

Lo studio del rapporto fra scienza e filosofia indaga la filosofia dei singoli scienziati, il discorso sul metodo (Galileo, Darwin), l'influenza dei singoli pensatori (Kant, Newton), l'influenza delle correnti filosofiche (Romanticismo, Positivismo).[12]

La ricerca sul rapporto fra le scienze della natura, la  logica e la matematica studia, ad esempio, i processi di assiomatizzazione (la medicina dell’800); il rapporto delle scienze sperimentali con la matematica, sia a livello di leggi, sia a livello di teorie; l'impatto del pensiero statistico (Maxwell).

Certi filoni privilegiati dalla filosofia della scienza, quali il riduzionismo, possono essere studiati nella storia della scienza, per vedere il rilievo assunto dal riduzionismo in senso stretto, dalla classificazione delle scienze, dalle gerarchie disciplinari.[13]

La questione dei fondamenti ha portato a dei lavori (interesanti) in cui spesso l'elevato contenuto tecnico porta ad un 'genere misto' dove la ricerca sui fondamenti si fonde con quella storiografica e filosofica. Temi privilegiati sono il teorema H di Boltzman, l'entropia, il principio di indeterminazione, le equazioni di Maxwell etc.

Infine, appartengono all'approccio filosofico tutte quelle domande che riguardano i temi fondamentali del discorso sulla scienza, dalla questione del progresso scientifico, alla demarcazione scienza / non scienza, alla verificabilità contrapposta alla falsificabilità, ai programmi di ricerca, ai paradigmi, alla incommensurabilità, alla contrapposizione rivoluzione vs. evoluzione. Ho scritto 'temi fondamentali' perché tali sono ritenuti dai filosofi e - di conseguenza - anche dagli insegnanti, tuttavia ho qualche dubbio che vi sia alcunché di fondante in  tutto ciò. A mio parere non sono altro che temi storiografici tipici (il progresso, la rivoluzione), o categorie sociologiche (i paradigmi di Kuhn, i programmi di Lakatos), o ancora puri manufatti filosofici (verificabilità, falsificabilità, commensurabilità). Quanto alla distinzione fra scienza e non scienza è evidente che essa appartiene a quei criteri di demarcazione che strutturano la scienza verso l'esterno e al suo interno. Ne parlerò ancora nella prossima sezione.

3.4 Analisi epistemologica

 

Fra i molti approcci storiografici uno in particolare fornisce il maggior numero di elementi strutturali dell'impresa scientifica; è un approccio molto vicino all' epistemologia storica, e si fonda sull'analisi delle procedure conoscitive così come sono rintracciabli nei documenti scritti. Si possono anche avere punti di contatto con l'epistemologia formale, ma il carattere sospettoso e documentario dell'epistemologia storica fà sì che essa sia all'opposto dell'astratto ottimismo dell'epistemologia dei filosofi. Il contrasto diventa radicale quando il confronto avviene con l'epistemologia normativa, e i rapporti fra le due comunità, degli storici e degli epistemologi, non sono facili. Dopo venti anni di pratica storiografica mi sono convinto che l'insistenza sul 'vissuto' delle procedure conoscitive è piuttosto fastidioso per chi vorrebbe 'mettere in ordine' il mondo della ricerca. Larry Laudan, ad esempio, è veramente seccato del poco conto in cui gli storici tengono le "teorie generali su come la scienza si sviluppa", afferma che la diffidenza degli storici "verso i temi filosofici della dinamica della conoscenza scientifica poggia su un insieme di dubbie premesse e di argomenti mal considerati", e sostiene che "L'influenza politica della scienza, il suo prestigio, il suo livello di supporto finanziario e persino le sue dimensioni dipendono tutti dalle sue teorie".[14]

L'approccio epistemologico ha vissuto un momento di gloria quando ha indossato la camicia di forza dei programmi di ricerca di Lakatos. Nella mia relazione è inteso più modestamente come l'analisi documentaria delle procedure conoscitive seguite dagli scienziati nella loro ricerca. Di seguito elenco alcuni ambiti di ricerca storiografica basati principalmente sull'analisi delle procedure conoscitive, con qualche spiegazione o esempio di temi di indagine; come al solito ciascun ambito è connesso ad altri metodi di indagine storiografica.

In primo piano vanno messi i criteri di demarcazione. Essi definiscono l'ambito stesso della ricerca, e sono quindi cruciali. Talvolta sono difficili da osservare dall'interno delle procedure, perché occultati dalle comunità scientifiche; essi sono elementi storicamente mobili, che sorvegliano secondo le stipulazioni correnti i confini di opposizioni fondamentali: scienza / non scienza; scienza di base / scienza applicata; ricerca disciplinare / ricerca extra disciplinare. Gli approcci sociologico e filosofico aiutano a descrivere la formazione, e il senso di questi 'limiti invalicabili', che ricordano i cartelli posti sui muri perimetrali delle caserme.

Le pratiche veridittive sostengono il giudizio di verità su ciò che afferma lo scienziato. Esse sono strettamente legate ai criteri di chiusura (v. oltre).

Le teorie scientifiche pur così esalatate dagli epistemologi sono state - non a caso - sterilizzate dai filosofi normativi, che hanno studiato la loro struttura logica o il loro impegno ontologico isolandole dai criteri d'uso adottati dagli scienziati. L'epistemologia storica dimostra che appartengono a questo ambito anche i frammenti di teoria di validità locale, impiegati spesso nelle scienze osservative e sperimentali. I criteri d'uso, trascurati dai filosofi, includono le gerarchie epistemologiche fra gli elementi delle singole teorie e fra le teorie stesse; i rapporti fra teorie e osservazioni/esperimenti; l'atteggiamento (cruciale!) verso eccezioni e anomalie.

I modi d'osservazione e le pratiche sperimentali sono perfettamente documentabili a livello storiografico, e dimostrano nella loro straordinaria varietà quanto sia intriso di ideologia il parlare di un metodo scientifico. Le prescrizioni per le pratiche osservative / sperimentali includono la demarcazione e la 'produzione' dell'oggetto di ricerca (ad esempio un 'comportamento' animale). La connessione con l'approccio sociologico è ovvia, e il rivio al 'programma forte' dei sociologi della scienza di Edimburgo può apparire scontato, ma per 'prendere le distanze' è sufficiente chiarire cosa intendo per 'produzione dell'oggetto di ricerca'. Mentre non nego affatto l'esistenza di una realtà oggettiva, non assumo nessun impegno ontologico specifico sui 'ritagli' che di volta in volta facciamo sul continuum di questa stessa realtà.

Per fortuna, per quanto riguarda strumenti, macchinari, impianti non vi sono questioni ontologiche rilevanti. Le questioni sorgono solo quando si chiede cosa misura uno strumento (un NMR), cosa produce un macchinario (un acceleratore), o cosa rende osservabile un impianto (una vasca navale). La fenomenologia di questi componenti essenziali della ricerca sperimentale è vastissima e differenziata. In vario modo essi connettono due comunità distinte: quella dei costruttori di strumenti e quella degli utenti degli strumenti.

La stabilità del sapere disciplinare non può essere studiata con i criteri dell'epistemologia normativa, perché essa varia in modo discontinuo nel tempo. La stabilità può essere 'garantita' da  una strumentazione adeguata, da una permanente domanda sociale, o da una decisiva offerta teorica (come nel caso del moto browniano e della teoria di Einstein e Smoluchowski).

I criteri di chiusura dell'osservazione, dell'esperimento, della ricerca o - addirittura - del settore disciplinare costituiscono un campo di ricerca storiografica poco esplorato e affascinante, mentre il loro ruolo nelle procedure conoscitive degli scienziati è decisivo in senso stretto (sono criteri di decisione).

Per quanto riguarda linguaggi e dialetti devo notare che mentre sono i mezzi di interpretazione e di comunicazione per eccellenza, essi possono diventare anche strumenti di conoscenza. Ovvero, è lo stesso meccanismo che trasmette il significato ad essere in grado di produrre nuovo significato, talvolta inaspettato. È nota la fertilità dei linguaggi logico-matematici e di quelli iconografici, come il nostro sistema di rappresentazione delle strutture molecolari. Ho già detto nella sezione 3.2 che esistono molte varietà di linguaggi: naturali, professionali, logico-matematici, formali, iconografici.

 

3.5 Ricerche sulla disunità della scienza

 

Per caratterizzare l'impresa scientifica la si può paragonare ai grandi viaggi di scoperta che fra il 1500 e il 1850 hanno rivoluzionato la concezione del mondo e la vita economica degli europei. Vi si potrebbe ritrovare la stessa ambiguità di motivazioni, un'analoga complessità tecnologica, un'identica (crescente) pratica di dominio. Ma qui ho evocato questa metafora un po' consunta per utilizzarne ancora due altri aspetti: nessun potere centrale poteva controllare tutti i governi, le compagnie, e gli esploratori impegnati nei viaggi di scoperta, e le regioni o i continenti esplorati presentavano un'infinita varietà di climi, di piante, di culture umane. Così l'impresa scientifica non è mai stata sottomessa ad un unico metodo di ricerca (quello fisico-matematico, ad esempio), e gli ambiti di indagine non sono riconducibili ad un singolo livello di realtà (quello sub-microscopico, ad esempio). In questa sezione richiamerò i risultati di due linee di ricerca che confermano la disunità della scienza, uno degli assunti di fondo dell'atteggiamento pluralistico nei confronti delle scienze fisiche e della natura.

Nel 1990 David Gooding pubblicò un volume estremamente interessante, in cui analizzava e confrontava in grande dettaglio i diari di laboratorio di Faraday con i resoconti di scoperta da lui stesso pubblicati.[15] Chiunque abbia lavorato in un laboratorio sa quale differenza enorme passi tra ciò che effettivamente si è fatto (noi, le nostre idee, gli strumenti, le sostanze) e ciò che in definitiva si pubblica, ma il lavoro di Gooding va ben oltre la 'tacita conoscenza' dello sperimentale. La sua tesi storiografica è semplice: "L'analizzare l'esperimento in una sequenza di azioni su concetti e su oggetti permette il confronto delle narrazioni succesive con le precedenti annotazioni".[16] Egli ha quindi 'mappato' ogni singola mossa compiuta nello spazio fisico del laboratorio, usando i diari, e le ulteriori mosse compiute nello spazio linguistico delle pubblicazioni. Gooding ha così dimostrato che il testo scritto "è il risultato di una ricostruzione cognitiva e dimostrativa: le singole mosse sono comprese alla luce dei loro esisti e di come esse contribuirono ad un risultato complessivo, così un numero minore di mosse è necessario per preparare (make up) un resoconto convincente".[17] Con il progressivo moltiplicarsi e articolarsi dell'esperienza comunicativa non avviene solo una semplificazione quantitativa, ma viene lasciato cadere un aspetto cruciale della pratica reale di ricerca: la sua non-linearità. 

 

Tabella II

David Gooding: sei tipi di ricostruzione

 

 

 

Ricostruzione

Attività

Genere di narrazione

Ciò che permette

1.

Cognitiva (in tempo reale, non-lineare)

costruttiva, creativa, ragionamento

diari di laboratorio, schizzi, lettere

rappresentazione, comunicazione, argomentazione

2.

Dimostrativa (in tempo reale, non-lineare)

ragionamento, argomentazione

bozze di articoli, lettere

ordinamento, descrizione, dimostrazione

3.

Metodologica (retrospettiva, lineare)

dimostrazione

articoli di ricerca, monografie

comunicazione, critica, persuasione, le ricostruzioni di tipo 4, 5, 6

4.

Retorica (prospettiva, lineare)

dimostrazione

articoli, trattati

persuasione, disseminazione

5.

Didattica (prospettiva, lineare)

esposizione

libri di testo, trattati

disseminazione di esemplari

6.

Normativa (lineare)

ricostruzione

 

idealizzazione logica

 

 

Ho ripreso integralmente da Gooding[18] la Tabella II perché argomenta molto bene la lontananza dalla pratica di ricerca in cui si collocano sia le esposizioni didattiche dei manuali, sia le ricostruzioni normative di molti filosofi. Nelle mie ricerche sui grandi manuali di chimica della seconda metà dell'Ottocento (Tilden, Lothar Meyer, Nernst) ho potuto dimostrare la fragilità estrema delle ricostruzioni che Gooding definisce retoriche e didattiche (livelli 4 e 5). Particolarmente indicativa è stata l'analisi delle 10 edizioni della Chemical Philosophy di Tilden, pubblicate fra il 1876 e il 1901, in quanto ho potuto (anch'io!) ricostruire graficamente la volatilità della retorica argomentativa in un periodo di grande evoluzione della scienza. Di edizione in edizione interi blocchi di capitoli cambiavano di posizione nel libro di Tilden, giungendo nell'ultima edizione ad un vero testa-coda.[19] Data la natura non lineare della conoscenza ogni ordine lineare è arbitrario, è il risultato di una scelta personale o consuetudinaria; questo avviene tanto negli articoli di ricerca, quanto nei manuali didattici e nelle ricostruzioni filosofiche. In molte interpretazioni filosofiche della scienza si è pensato di operare in termini di astrazione e di generalità, mentre invece - più banalmente - si era solo lontani dalla ricerca in laboratorio o sul campo. L'unità della scienza viene in effetti 'fondata' su una mera 'idealizzazione logica', come direbbe Gooding; d'altra parte, se questa unità esistesse, potrebbe basarsi solo sui comuni interessi degli scienziati, e sarebbe quindi un puro fatto sociologico.

            Una seconda linea di ricerca cui voglio accennare è quella di John Dupré sui fondamenti metafisici della disunità della scienza. Al di là dei risultati rilevanti, ad essere interessanti sono le intenzioni stesse dell'Autore e in particolare la sua scelta pluralista:

"La dottrina positiva più generale che sostengo è il pluralismo: in primo luogo, opponendosi ad una dottrina essenzialista dei generi (kinds) naturali, il pluralismo sostiene che vi sono molti modi, egualmente legittimi, di dividere il mondo in generi; in secondo luogo, opponendosi al riduzionismo, il pluralismo insiste sull'eguale realtà ed efficacia causale di oggetti grandi e piccoli. [...] nell'universo pluralista che assumo essere il nostro la causalità è una caratteristica molto più diffusa e variabile [della causalità microscopica]".[20]

Anche se personalmente diffido molto degli 'ispirati afflati' della metafisica, il mio stesso mestiere di storico mi ha richiesto di studiare l'impegno ontologico degli scienziati, e mi ha convinto che la questione ontologica è ineludibile. Ancora personalmente, ritengo utile un ancoraggio alla posizione di Husserl: "Ogni scienza teoretica connette insieme una totalità idealmente conclusa grazie al riferimento ad un territorio conoscitivo [...] Ad ogni regione corrisponde un'ontologia regionale con una serie di scienze regionali (indipendenti e chiuse, o eventualmente riposanti l'una sull'altra)".[21] Ho citato la mia posizione (che risale a una trentina di anni fa), e la sua fonte (che risale al 1913), sia per sottolineare che la collocazione metafisica di Dupré, al contrario della sua argomentazione, non è affatto nuova ,sia perché un' ontologia regionale non può trovare corrispondenza che in una epistemologia regionale, e quindi pluralista. Condivido quindi completamente lo scopo della ricerca di Dupré:

"la disunità della scienza non è semplicemente una sfortunata conseguenza delle nostre limitate capacità computazionali o comunque cognitive, ma piuttosto riflette accuratamente la sottostante complessità ontologica del mondo, il disordine delle cose"[22]

Debbo concludere questa sezione con un richiamo al valore meditativo della scienza, citato in Tabella 1, valore che considera i contenuti scientifici come supporto indispensabile per una meditazione sulla bellezza, complessità, e unità della natura. Il richiamo mi pare opportuno perché mette in contrasto la disunità della scienza con la palese unità della natura. Il carattere olistico del mondo in cui viviamo risalta ogni qualvolta consideriamo tranquillamente e in profondità (conoscitiva) un oggetto/evento, come il germogliare di un seme in grembo alla terra.

 



[1] Mi riferisco anche ai temi trattati in: F.Capra, D. Steindl-Rast, L'Universo come dimora. Conversazioni fra scienza e spiritualità, Milano: Feltrinelli, 1993.

[2] Sul tema della libertà individuale rinvio a J. Stuart Mill, Saggio sulla libertà, Milano: Il Saggiatore, 1993; il saggio risale al 1859, ma in molti passi rimane 'fresco di giornata'; sul tema della responsabilità per chi vive sotto il dominio della tecnica è importante: H.Jonas, Il principio responsabilità, Torino: Einaudi, 1990.

[3] Sul carattere agiografico delle storie disciplinari, e su altri temi trattati in questa sezione si può consultare: L.Cerruti, "Procedure conoscitive e culture disciplinari. Un'analisi storiografica", in: G.Battimelli, E.Gagliasso (a cura di), Le comunità scientifiche fra storia e sociologia della scienza, Quaderni della Rivista di Storia della Scienza, n. 2, 1992, pp. 83-122.

[4] È il caso di molti 'popperiani' italiani, a partire da Dario Antiseri e Marcello Pera..

[5] I materiali storici e filosofici necessari per la preparazione di opportune unità didattiche richiedono quasi sempre una ricerca preliminare, tuttavia ciò che è già stato pubblicato è spesso sufficiente per un primo esperimento didattico. È nei programmi della Divisione di Didattica rendere disponibili su Internet i supporti didattici necessari per un utilizzo didattico della storia e dell'epistemologia della chimica.

[6] Faccio un esempio immediato: là dove noi diciamo quantità di sostanza i francesi recitano: quantité de matière; v. L.Cerruti, "Analisi linguistica e didattica della chimica, proposte di ricerca. Parte II: la relatività linguistica", Boll. Div. Didattica Chim., maggio 1984, pp. 35-37.

[7] Questa area di indagine si connette bene con l'approccio filosofico e con quello epistemologico. Si potrebbe leggere: L.Cerruti, "U l'è cin de cose ciàie u mundu. Osservazioni sui dialetti scientifici", Epsilon (Paravia), n.8, 7-14 (1990).

[8] Si noti che le formule di struttura non pretendono quasi mai di rappresentare precise proprietà metriche.

[9] L'indagine linguistica si connette qui con quella socio-economica e con quella sociologica.

[10] Qui il rinvio è all'indagine sociologica, epistemogica, biografiica.

[11] Un certo numero di tecniche di analisi con il relativo riscontro storiografico sono trattate in: L.Cerruti, "Storiografia, epistemologia, linguistica. Un'analisi delle Modernen Theorien di L.Meyer", in: A.Ballio e L.Paoloni (a cura di), Scritti di storia della scienza in onore di G.B. Marini- Bettòlo, Roma: Accademia dei XL, 1990, pp.281-301.

[12] Questa area, come tutte quelle indagate ponendo domande filosofiche, si raccorda con l'approccio epistemologico; qui ci si avvicina anche a quello biografico.

[13] In questa indagine sono rilevanti gli aspetti sociologici.

[14] L.Laudan, "The History of Science and the Philosophy of Science", in: R.C.Olby, G.N.Cantor, J.R.R.Christie, M.J.S. Hodge, Companion to the History of Modern Science, London: Routledge, 1990, pp. 47-59, cit. alle pp. 50-51.

[15] D.Gooding, Experiment and the Making of Meaning, Dordrecht: Kluwer, 1990.

[16] D.Gooding, "The procedural Turn; or, Why Do Thought Experiments Work?", in: R.Giere (a cura di), Cognitive Models of Science, Minneapolis: University of Minnesota Press, 1992, pp. 45-76; cit. alla p. 65. Ho aggiunto il corsivo per sottolineare il carattere attivo e congiunto del lavoro su concetti e su oggetti.

[17] Loc.cit.

[18] Ib., p. 50.

[19] L.Cerruti, "Situazione conoscitiva e insegnamento della chimica. La Chemical Philosophy di W.A.Tilden", Rend. Acc. Naz. Sci. (5) 17 311-327 (1994). I lettori possono chiedermi i testi dei lavori citati all'indirizzo: lcerruti@ch.unito.it.

[20] J.Dupré, The Disorder of Things. Metaphysical Foundations of the Disunity of Science, Cambridge: Harvard UP,  1996, p. 7.

[21] E.Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Torino: Einaudi, 1965, pp. 152-153.

[22] Rif. 20, p. 7.