2. Il modello americano come regolazione science-based

 

 

 

 

 

 

Se il problema della regolazione della scienza si sta diffondendo in tutti i paesi

insieme ai processi di globalizzazione, le risposte che ad esso si sono date e

si stanno dando appaiono profondamente diverse, in particolare, per quanto

riguarda il rapporto tra Europa e Stati Uniti.

L’elemento di diversità apparentemente più evidente ed immediato sembra

consistere nel carattere maggiormente science-based, più rigorosamente e

oggettivamente informato da fatti e conoscenze scientifici della regolazione

della scienza negli Stati Uniti. I protocolli procedurali e gli standard delle

agenzie federali statunitensi (come, per esempio, il FDA) ha rappresentato e in

parte ancora rappresenta un modello di rigore e serietà.

Ma se la concezione statunitense ancora dominante (sia a livello governativo

sia in gran parte della riflessione teorica e delle istituzioni universitarie) dei

rapporti tra scienza e diritto è ancora fortemente science-based,

complessivamente considerate, le relazioni tra scienza e diritto negli Stati Uniti

rappresentano un fenomeno molto più articolato.

I due studi condotti da Sheila Jasanoff su come gli esperti (nelle agenzie

federali, nelle commissioni tecnico-scientifiche e nelle testimonianze rese nei

processi) formulano i loro pareri (7) e sul ruolo svolto dalle corti statunitensi nella

regolazione della scienza ( rivelano come, dietro all’atteggiamento positivistico 

e tecnocratico secondo cui la scienza "speaks truth to the power", di fatto le conoscenze,

 le pratiche e i prodotti scientifici si stabilizzano nella vita sociale attraverso complesse attività

di mediazione e negoziazione. I pareri degli esperti, pur ufficialmente dichiarati

neutri, si rivelano a un’analisi attenta sempre intimamente legati all’assunzione

di particolari premesse e valutazioni, e peraltro inscindibili da queste.

 

(7) S. JASANOFF, The Fifth Branch. Science Advisers as Policymakers, Harvard

University Press, Cambridge Mass. 1990.

(8) S. JASANOFF, La scienza davanti ai giudici, Giuffrè, Milano 2001 (Cambridge Mass.1995).

 

Per parte loro, invece, i giudici hanno deliberatamente rivendicato il proprio

spazio di autonomia di fronte alle pretese di oggettività della scienza. Il

sistema giuridico americano, essenzialmente fondato sul diritto giudiziario,

tende naturalmente a considerare tutte le parti in causa nei processi (ivi

compresi gli esperti chiamati a testimoniare) come ‘portatori di interessi’

espliciti o impliciti (stakeholders). Questa situazione ha consentito ai giudici di

decostruire le diverse tesi avanzate dalle parti, anche laddove queste fossero

supportate da una validazione scientifica. Questa funzione delle corti è

divenuta palese nel caso Daubert v. Merrell Dow Pharmaceuticals (9), con cui

nel 1993 la Corte Suprema ha deciso che il consolidato criterio della generale

accettazione da parte della comunità scientifica (10) -essenzialmente espressa

attraverso il peer review (11)-, rappresentava solo uno dei possibili elementi al

fine di qualificare una tesi come scientifica. I giudici -così argomenta la Corte-sono

liberi di ammettere a testimoniare come esperto chiunque, pur non

godendo del riconoscimento ufficiale della comunità scientifica, dimostri di

sapersi avvalere di conoscenze e metodi scientifici (sostenga, cioè, ipotesi

falsificabili e suscettibili di essere testate).

La particolare tesi sostenuta in Daubert è stata da più parti criticata –anche da

Jasanoff-, sia perché non ben argomentata sia perché essa continua ad

accettare acriticamente il meccanismo del peer review, limitandosi ad

aggiungervi il libero convincimento dei giudici. Tuttavia, secondo l’Autrice il

ruolo rivendicato dalle corti è apprezzabile e mostra come i meccanismi

giudiziari americani abbiano un potenziale di autoriflessione e rappresentino

arene deliberative in cui tutti gli interessi hanno la possibilità di emergere.

Infine, un ulteriore elemento che in parte mitiga l’accentuata inclinazione

americana verso una regolamentazione science-based è rappresentato

dall’atteggiamento di apertura e visibilità delle procedure di regolamentazione;

atteggiamento che si realizza principalmente attraverso la pubblicazione dei

progetti di regolamenti e linee-guida al fine di rendere possibili i commenti del

pubblico.

Trasparenza e apertura ai commenti pubblici da un lato, decostruzione

giudiziaria dall’altro, sono le modalità con cui gli Stati Uniti cercano di

mantenere un vitale contatto tra scienza e società.

 

(9)Daubert v. Merrell Dow Pharmaceuticals, 509 U.S. 579 (1993).

(10)Tale regola era stata fissata nel 1923 nel caso Frye v. United States (Court of Appeals

of District of Columbia 54 App. D.C. 46; 293 F. 1013; 1923 U.S.), e in seguito a ciò

conosciuta come regola Frye. Si tratta del principio secondo cui l’ammissibilità in giudizio

di una prova basata su conoscenza scientifiche è data dal fatto che quelle conoscenza

"be sufficiently established to have gained general acceptance in the particular field in

which it belongs".

(11) Il processo di valutazione scientifica compiuta dagli esperti di un particolare ambito

disciplinare.

 

3. Il governo della scienza in Europa: la scienza policy-related

 

Negli ultimi anni molte questioni legate alla concezione del sapere scientifico

sono state oggetto di attenzione da parte delle istituzioni comunitarie (12).

Certamente le emergenze collegate proprio a inadeguate e inefficienti misure

regolative della scienza (come sta accadendo nel campo della sicurezza

alimentare) hanno profondamente scosso i Paesi europei.

 

(12) Si veda COMMISSION OF THE EUROPEAN COMMUNITIES, Governance and

Expertise, 2000, http://governance.jrc.it/. In particolare, le nuove linee-guida britanniche:

U.K.OFFICE OF SCIENCE AND TECHNOLOGY, Guidelines 2000, Scientific Advice

And Policy Making, July 2000, http://governance.jrc.it/dti/AboutOST.htm

 

Il fenomeno che l’Europa sta vivendo, e cui sta cercando di rimediare, è una

crisi tra cittadini e istituzioni, che è diventata particolarmente evidente nella

sfiducia nei confronti della capacità delle istituzioni di regolare la scienza e

nell’attendibilità della consulenza scientifica degli esperti che tale regolazione

dovrebbero ispirare.

Sul tema della scienza l’Europa si trova a dover superare una crisi di fiducia da

parte dei cittadini, che appaiono consapevoli –al di là dei tentativi di ridurre a

una semplice questione di ignoranza l’atteggiamento negativo nei confronti

degli esperti e della scienza- degli errori che in tema di salute e sicurezza sono

stati compiuti a livello sia nazionale sia comunitario (13).

 

(13) S. FUNTOWICZ, I. SHEPHERD, D. WILKINSON, J. RAVETZ, Science and

Governance in the European Union: a contribution to the debate,

http://governance.jrc.it/jrc-docs/spp.pdf (pubblicato anche in "Science and Public Policy"

2000, vol.27, 5, pp.327-336); le citazioni successive sono fatte dal documento I.

SHEPHERD (ed.), Science and Governance in the European Union. A Contribution to

the Debate, March 9, 2000, 2000 EUR 19554 EN, http://governance.jrc.it/scandg-eur.

pdf; O. DE SCHUTTER, N. LEBESSIS, J. PATERSON (eds.), Governance in the

European Union, Office for Official Publications of the European Communities,

Luxembourg 2001 http://europa.eu.int/comm/cdp/cahiers/resume/gouvernance_en.pdf

 

Il ripetersi di eventi in cui gli esperti sono apparsi incapaci di dominare

situazioni di incertezza scientifica e in cui, talora, sono emersi errori di

valutazione o interessi in contrasto con la sicurezza e la salute dei cittadini

hanno reso cruciale il problema della fiducia della società civile nei confronti

della scienza, laddove questa sia direttamente coinvolta in decisioni di

carattere pubblico.

L’indebolimento della capacità di risultare affidabili e di rispondere

responsabilmente di eventi forse evitabili, da parte di scienziati e tecnici

coinvolti nelle strutture amministrative e di governo, è alla base di quanto è

accaduto in Europa in tempi recenti.

Tuttavia, il carattere innovativo della riflessione europea sull’epistemologia che

deve ispirare il governo della scienza non è solo una risposta pragmatica

all’esigenza politica di creare processi decisionali sufficientemente omogenei e

standardizzati in questioni scientifico-tecnologiche caratterizzate da elevata

incertezza. Oltre a questo si può intravedere anche lo sforzo teorico di

elaborare una posizione epistemologica in cui possano riconoscersi la politica

e la regolazione della scienza in Europa.

Al di là del carattere "emergenziale" della regolazione della scienza, infatti, sta

acquistando forma l’aspetto "fondativo" che l’interpretazione delle relazioni tra

scienza e diritto può acquisire nella costruzione dell’identità europea. Se

certamente molte disomogeneità nella regolazione internazionale della scienza

vanno colmate e se i processi di globalizzazione impongono l’armonizzazione

di standard e procedure, ciò non significa che una peculiare cifra

epistemologica europea nella riflessione sulle connessioni tra scienza, diritto e

democrazia non possa essere fruttuosamente coltivata.

Molti Paesi europei e le istituzioni comunitarie stanno elaborando

un’epistemologia, o più correttamente un modello di governo della scienza che

incorpora una concezione della scienza, delle istituzioni, della società, e del

diritto che ne regola i rapporti. Le decisioni adottate in tema di trasparenza e

pubblicità delle procedure istitutive e decisionali dei comitati che assistono le

istituzioni europee (in particolare la Commissione Europea) – il cosiddetto tema

della comitology (14) -, la problematizzazione e valorizzazione della percezione

pubblica della scienza, la necessità di rendere effettivo il diritto dei cittadini

all’informazione (right to know) e alla partecipazione nei processi decisionali

relativi a temi scientifici sono elementi di questo modello.

Attraverso quali proposte di riforma istituzionale si sta rivelando e sta

prendendo forma l’identità epistemologica dell’Europa?

Nell’ottobre del 2000 la Commissione Europea ha pubblicato il Libro Bianco

sul sistema di governo europeo (governance) (15), che affronta i problemi

connessi alla riforma dei metodi di governo in Europa in direzione di un

approfondimento della democrazia. Il termine centrale del documento è quello

di governance, solo parzialmente reso dalla traduzione in lingua italiana, priva

di un vocabolo specifico, come pure –si deve osservare- della tradizione

politica ad esso collegato. Governance (16) , infatti, allude a un sistema di

governo che ricerchi attivamente, tra l’altro, il concreto coinvolgimento dei

cittadini, così da superare quel deficit di democrazia di cui le istituzioni

comunitarie sono state accusate –problema che, tuttavia, riguarda le

democrazie anche a livello nazionale.

 

(14) 1999/468/CE: Decisione del Consiglio del 28 giugno 1999 recante modalità per

l'esercizio delle competenze di esecuzione conferite alla Commissione, Gazzetta

ufficiale n. L 184 del 17/07/1999, pp.23-26; Accordo fra Parlamento europeo e

Commissione relativo alle modalità di applicazione della decisione 1999/468/CE del

Consiglio, del 28 giugno 1999, recante modalità per l'esercizio delle competenze di

esecuzione conferite alla Commissione, Gazzetta ufficiale n. L 256 del 10/10/2000,

pp.19-20. 

 

(15) COMMISSIONE DELLE COMUNITA’ EUROPEE, Un Libro Bianco sul sistema di

governo europeo, Bruxelles, 11 ottobre 2000, SEC(2000) 1547/7 def.

http://europa.eu.int/comm/governance/work/it.pdf .

 

(16) M. DE OLIVEIRA BARATA, Etymology of the word governance in the different

languages, http://europa.eu.int/comm/governance/docs/index_en.htm: "Le mot anglais

governance a été remis à l'honneur dans les années 1990 par des économistes et

politologues anglo-saxons et par certaines institutions internationales (ONU, Banque

mondiale et FMI, notamment), de nouveau pour désigner "l'art ou la manière de

gouverner", mais avec deux préoccupations supplémentaires; d'une part,

bien marquer la distinction avec le gouvernement en tant qu'institution; d'autre part,

sous un vocable peu usité et donc peu connoté, promouvoir un nouveau mode de

gestion des affaires publiques fondé sur la participation de la société civile à tous les

niveaux (national, mais aussi local, régional et international)..

 

Per quanto riguarda il governo della scienza, il documento sottolinea

l’importanza del ruolo che il diritto svolge nei confronti della scienza nel quadro

dell’Europa comunitaria. Il diritto appare particolarmente rilevante perché

l’Unione Europea "comparativamente ai sistemi politici nazionali, agisce molto

più in sede di definizione di un quadro normativo che mediante interventi

economici" (17).

Il Libro Bianco sulla governance ha istituito dodici gruppi di lavoro, due dei

quali interessano da vicino l’argomento qui trattato. Si tratta del Gruppo 2,

incaricato di formulare proposte nel campo della democratizzazione del sapere

scientifico, particolarmente nei settori della salute e della sicurezza (18) e del

Gruppo 3, responsabile per le iniziative connesse alla partecipazione della

società civile (19). Le attività del Gruppo 2 si collegano a due necessità,

espresse in un passaggio del documento: "Da un lato occorre dare a questo

sapere una maggiore accessibilità, che non si limiti a una mera trasparenza

tecnica. Dall’altro occorre definire un sistema di parametri scientifici di

riferimento, che abbiano un’incidenza e un’autorevolezza sufficienti su scala

europea, e che possano essere applicati nei vari contesti nazionali" (20). Il

Gruppo 3 è invece impegnato a studiare e realizzare il "diritto partecipativo" dei

cittadini, cercando di estendere ad altri settori ciò che la Convenzione

UN/ECE, firmata ad Aarhus nel 1998, ha elaborato in tema di accesso del

pubblico all’informazione, al processo decisionale e alle vie giudiziarie in

materia di ambiente (21).

La nuova epistemologia che le istituzioni europee, anche grazie alla riflessione

di singoli Paesi europei (22) - sia per propria tradizione democratica sia sotto la

spinta di emergenze che hanno messo in evidenza meccanismi decisionali

deficitari - stanno cercando di costruire e attuare concretamente, collega in

modo sostanziale le due esigenze di una scienza più democratica e di una

democrazia maggiormente partecipativa.

 

(17) COMMISSIONE DELLE COMUNITA’ EUROPEE, Un Libro Bianco sul sistema di

governo europeo, cit., p.8.

(18) Working Group I.b: Democratising expertise and establishing European scientific

references (chair: Rainer Gerold),

http://europa.eu.int/comm/governance/areas/group2/index_en.htm.

 

(19) WORKING GROUP II.a: Formalising the rights of civil society to be involved and early

consultation of the territorial actors (chaired by Luisella Pavan-Woolfe),

http://europa.eu.int/comm/governance/areas/group3/index_en.htm.

 

(20) COMMISSIONE DELLE COMUNITA’ EUROPEE, Un Libro Bianco sul sistema di

governo europeo, cit., p.7.

 

(21) UN/ECE, Convention on Access to Information, Public Participation in Decision-making

and Access to Justice in Environmental Matters, Aarhus, Danimarca, 25 giugno

1998, art.1: " In order to contribute to the protection of the right of every person of

present and future generations to live in an environment adequate to his or her health

and well-being, each Party shall guarantee the rights of access to information, public

participation in decision-making, and access to justice in environmental matters in

accordance with the provisions of this Convention". 

 

(22) HOUSE OF LORDS, Science and Technology, the 3rd Report,cit.; Colloque

international "Science et Société", Intervention de Roger-Gérard Schwartzenberg, 30

novembre 2000 – Paris – La Sorbonne, http://www.recherche.gouv.fr/discours/2000/dsciesic.htm

 

Gli elementi teorici e pratici di questo progetto possono essere così

sintetizzati.

Se, come si è detto, è un esercizio intellettualistico cercare di separare e

trattare come entità distinte scienza e società –in particolare quando non si

tratta di analizzare l’astratto statuto metodologico delle proposizioni

scientifiche, ma di studiare come il sapere scientifico si sedimenta in istituzioni

reali-, un punto ulteriore consiste nell’osservare che la scienza connessa a, e

implicata in, scelte pubbliche (policy-related science) deve essere

concettualmente distinta e deve avere finalità diverse sia dalla scienza pura

che da quella applicata (23). La scienza pura è prevalentemente guidata dalla

curiosità del ricercatore, la scienza applicata è orientata da un progetto e si

propone particolari ricadute pratiche. Diversamente da queste, la scienza

destinata a scelte pubbliche deve contribuire alla definizione di questioni che,

dovendo trovare applicazione sociale, sono legate a valutazioni ampie ed

esigono in ultima istanza una scelta politica, anche laddove si presentino come

problemi scientifico-tecnici.

Come ha sottolineato un recente rapporto francese, la scienza destinata a

scelte pubbliche (24) attende ancora di trovare un adeguato statuto

epistemologico. La definizione di tale statuto comporta certamente una

‘ibridazione’ tra sapere scientifico e scelte politico-giuridiche che, nelle parole

del rapporto francese, deve dare vita a una scienza pubblica, civica e

legittimamente governata.

Le modalità di questa ibridazione rimangono ancora largamente da esplorare.

Un caso interessante è rappresentato in tal senso dal principio di precauzione,

che è oggetto di opinioni in forte contrasto e che è un esempio della distanza

tra Stati Uniti ed Europa nel modo di concepire la regolazione della scienza.

Nel febbraio 2000 la Commissione Europea ha prodotto un documento (25) che

cerca di chiarificare e rendere operativo tale principio. Emerso come criterio

regolativo del diritto ambientale, e divenuto poi principio generale sulla salute

degli esseri umani, degli animali, delle piante e dell’ambiente, il principio di

precauzione fornisce indicazioni per il trattamento politico-giuridico

dell’incertezza scientifica, stabilendo che gli spazi di incertezza della scienza

vengano colmati con misure di tutela dei cittadini. L’esigenza che il diritto

intervenga con misure di protezione dei cittadini, anche qualora il possibile

verificarsi di un danno non sia stato avallato dalla piena certezza scientifica,

costituisce il sintomo di un importante cambiamento nell’epistemologia sottesa

alla regolazione giuridica della scienza. Si tratta del passaggio da una visione

acritica del sapere scientifico, assunto come oggettivo e scevro da incertezze,

a una posizione consapevole della non neutralità delle proposizioni

scientifiche. 

 

(23) I. SHEPHERD (ed.), Science and Governance in the European Union. A Contribution

to the Debate, cit., p.15.

 

(24) Colloque international "Science et Société", cit.: "désanctuariser la science, pour

rendre la science publique, repolitiser la science, pour développer une science

citoyenne, détechnocratiser la science, pour avoir une science légitimement gouvernée". 25

COMMISSION OF THE EUROPEAN COMMUNITIES, Communication from the

Commission on the precautionary principle, Brussels 2.2.2000, COM(2000)1.

 

Questa è la posizione adottata negli Stati Uniti, dove le "misure

precauzionali" in caso di incertezza consistono nell’adozione di norme di

sicurezza particolari, che accompagnano il comportamento rischioso o

incerto, ma non abbandonano mai il riferimento all’oggettiva determinazione

dei fatti e all’assenza di valutazioni più generali.

La Commissione europea propone invece, laddove la comunità scientifica

risulti incerta o divisa, di non coprire tale incertezza con la presunta certezza di

misure tecniche che tendano a nascondere l’impasse della scienza: l’impasse

deve essere portata alla luce e deve divenire oggetto di una decisione politica.

Quando si constati l’impossibilità di decidere in base a conoscenze

scientificamente determinate, il contesto valutativo deve essere esteso a

competenze e a soggetti diversi dagli esperti del settore.

Il principio di precauzione è un esempio applicativo in fieri di un modo policy-related

di interpretare il sapere scientifico. L’intreccio concreto tra valutazione

scientifica di un problema, peso che alle zone di incertezza deve essere

attribuito, contributo di una molteplicità di soggetti sul versante sia della

scienza sia della valutazione sociale, e infine la traduzione di tutti questi

elementi in decisioni e norme giuridico-politiche, è la sfida ma anche il fascino

intellettuale nella costruzione di nuovi ‘ibridi epistemologico-normativi’.

Per quanto riguarda la determinazione del senso e della portata del contributo

scientifico nella scienza policy-related, vi è la necessità di disporre di

valutazioni e pareri scientifici pluralistici e, nel caso di valutazioni di rischio,

allargati a tutti gli esperti del settore. L’esigenza di disporre di expertises

pluralistici è ricollegabile a svariate ragioni. In primo luogo, come hanno

osservato Lebessis e Paterson, si tratta di rendere il processo decisionale in

tema di scienza più rispondente ai bisogni della società e pertanto più

sensibile e collegato alle richieste della società. Inoltre bisogna ristabilire la

connessione tra discipline diverse e così frammentate da non essere più in

grado di dialogare tra loro. Infine, per quanto riguarda la distanza sia tra le

scienze sia tra scienza e società, bisogna fare in modo di rendere esplicite

tutte le assunzioni e le incertezze tacite che si nascondono nei giudizi tanto

degli esperti come dei cittadini (26)

 

(26) N. LEBESSIS, J. PATERSON, Recent developments in institutional and administrative

reform, in O. DE SCHUTTER, N. LEBESSIS, J. PATERSON (eds.), Governance in the

European Union, cit., pp.259-305, "Pluralistic scientific expertise is, therefore, needed

essentially for three reasons. First of all, it is required in order to make scientific decision-making

more responsive. To be clear, it is not a question of holding scientific rationality

hostage to irrational fears and unfounded concerns. Rather, it is a matter of reconnecting

science and society as a means of coping with such fears and concerns. Secondly, such

a pluralistic approach is needed in order to help transcend the boundaries of segmented

scientific expertise. (…) The aim, therefore, is to improve communication between

disciplines. Whether between such disciplines or between science and society, the third

reason that pluralistic scientific expertise is needed is precisely to encourage the

systematic exposure of unspoken or even unexamined assumptions and uncertainties

underlying both expert and lay opinion. The aim is thus to render political those choices

which have traditionally been regarded as a matter purely for experts, irrespective of the

extent of their ramifications and the scale of their error costs" (p.287).

 

Accanto alla revisione del concetto di parere specialistico, appare opportuno

anche il ripensamento della nozione di ‘esperto’ che, da una ristretta

concezione che ricomprendeva solo gli addetti ai lavori in discipline

scientificamente definite, è stata ormai estesa a forme di conoscenza ed

esperienza molteplici e differenziate (27). Inoltre, è necessario che gli esperti

riconoscano apertamente le situazioni di incertezza scientifica, anche laddove

esse possano generare una situazione di inconclusività nel giudizio che la

scienza è chiamata a fornire.

La scienza deve fare, come ha osservato Shepherd, "il meglio che può" (28),

dando rilievo agli spazi di incertezza –e non occultarli o trascurarli-, che

devono essere colmati da valutazioni di genere diverso. Si tratta quindi di una

forma di conoscenza che si apre riflessivamente sui propri limiti, che incorpora

l’esigenza di qualità delle proprie modalità di produzione, come pure tutti gli

altri aspetti sociali ed etici che ne determinano il contesto (29).

(27) Cfr. S. JASANOFF, The Fifth Branch. Science Advisers as Policymakers, cit.

(28) I. SHEPHERD (ed.), Science and Governance in the European Union. A Contribution

to the Debate, cit., p.16-17: "But in the provision of information for the policy purposes,

science must simply do its best, even if its products are inadequate, by the criteria both

of its field and of its clients' needs. Policymaking cannot wait for conclusive facts, in

science-related fields any more than in others; and part of the art of policy is to make do

with inadequate, confused and contradictory information. (…) Instead of providing

"scientific facts", the objective of the extended peer review process is to deliver

uncertainties, error-costs, and also the social and ethical dimensions". 

( 29) Ibidem, p. 15: "By ‘knowledge assessment’ we understand the complex processes of

quality assurance, operating on the equally complex processes of the production of that

knowledge. The two processes, while distinct conceptually, are inseparable in practice.

This is a change from previous practice where quality assurance was principally a matter

of evaluating research reports through journal refereeing, and of research proposals

through peer review. Now we must appreciate how all the aspects of science in the

policy context, technical, social and ethical, are involved in its assessment as well as in

its practice".

Il modo in cui le conoscenze scientifiche, così predisposte, devono poi trovare

una traduzione e una scelta giuridico-politica è ciò che collega il lavoro

sull’expertise alla necessità di elaborare nuovi processi decisionali per le

scelte basate su conoscenze scientifiche. Le proposte avanzate nel quadro

delle riforme europee indicano una via di sostanziale cambiamento nel

coinvolgimento e nella partecipazione del pubblico alle scelte scientifico-tecnologiche.

I sistemi di tradizione continentale, o comunque fondati sull’elaborazione di

quadri normativi codificati –come è anche il caso dell’Europa comunitaria- non

dispongono dei meccanismi di esplicitazione giudiziale dei conflitti dei paesi di

common law, o comunque non in misura paragonabile. Il diritto continentale è

per propria natura maggiormente ispirato alla ricerca di un consenso

preventivo. Tuttavia, questo spesso non è raggiunto, per la difficoltà di dare

spazio e talora anche di riconoscere anticipatamente tutti i possibili elementi di

conflitto, specialmente rispetto a situazioni così nuove come quelle

continuamente elicitate dallo sviluppo scientifico-tecnologico. Anche le forme

di legislazione contrattata, in cui rappresentanti di interessi diversi (come le

ONG o le organizzazioni di tutela dei consumatori) siano ammessi a

partecipare, riescono a dare voce solo a settori già ben strutturati della società

civile, ma non raggiungono il pubblico meno connotato e interessato al

processo normativo in modo più generale.

Se dunque la revisione nella formazione dei giudizi scientifici destinati a

informare scelte pubbliche può offrire al processo decisionale una scienza più

facilmente fruibile dalla società, il passo successivo consiste nel trovare i modi

per raggiungere il pubblico e per renderlo parte della formazione del quadro

regolativo.

Questo tentativo di raggiungere la società civile in modo più capillare

comporta, per esempio, che si cerchi di andare oltre la rigida e ormai limitante

individuazione degli stakeholders quali ufficiali rappresentanti degli interessi

del pubblico. Se infatti la voce dei portatori di interessi specifici ed dai contorni

ben definiti nella società è rilevante a certi fini e ha costituito il primo passo di

accesso dei cittadini al governo, limitare la definizione del pubblico a tali

soggetti significa sia allocare un potere eccessivo in tali componenti,

distorcendo o opacizzando talune istanze, sia prevenire l’espressione di

esigenze e interessi non ancora esplicitati o consapevoli o più trasversalmente

connotati nelle dinamiche sociali.

Un altro interessante punto che sta emergendo consiste nella consapevolezza

che la ricerca forzata del consenso del pubblico può rappresentare un

elemento di distorsione del dibattito e del processo di regolazione (30), vale a

dire un tentativo di trasformare l’esigenza partecipativa in una manovra di

marketing tesa all’acquisto del consenso.

Queste proposte di riforma della regolazione giuridica della scienza sono state

definite da alcuni autori come una ‘proceduralizzazione cognitiva’ del diritto (31),

vale a dire la trasformazione del diritto in un processo di apprendimento

collettivo. Il senso di questa proceduralizzazione della formazione del quadro

regolativo non sarebbe da intendersi in termini formalistici o di relativismo

procedurale, ma come un concreto, contestualizzato e riflessivo processo di

conoscenza, arricchito dal contributo cognitivo interattivo delle molteplici

componenti che concorrono al suo dispiegarsi. Analogamente, se questa

proceduralizzazione non deve essere considerata come una forma di

razionalità in sé e per sé, essa rifugge anche dalla pretesa di poter approdare,

solo in virtù del suo pluralismo, a una stabile verità. Questo processo sia

giuridico sia conoscitivo tende piuttosto ad aprire e ad istituire uno spazio

istituzionale di discussione, nel quale il sapere scientifico possa trovare forme 

di stabilizzazione sociale più criticamente e democraticamente vagliate,

sempre disposte alla revisione (32).

Questa disseminazione della conoscenza, non più isolata in un’unica

componente sociale –la comunità scientifica- ma ascritta a molti attori diversi,

e non più univocamente concepita come l’unica forma di sapere –la scienza-ma

disaggregata e riaggregata in culture epistemiche diverse e diversamente

rilevanti, ridistribuisce in capo a tutte le parti coinvolte, e nelle loro reciproche

relazioni, le esigenze di credibilità e di accreditamento (accountability).

Ciò significa, per esempio, che il problema della credibilità non riguarda più

solo gli esperti, ma anche coloro –tradizionalmente le ONG- che ne contestano

le affermazioni; o anche che i criteri di accreditamento devono specificarsi in

relazione ai soggetti accreditati e accreditanti e al contenuto specifico

dell’accreditamento.

Il risultato complessivo della messa a punto teorica di una ‘filosofia della

scienza’ e di una ‘filosofia della politica della scienza’ diretta a scelte pubbliche

mostra un cambiamento non solo del contratto tra scienza e società, ma delle

basi stesse del ‘contratto sociale’ (33).

(30) Cfr. in tal senso, i punti programmatici della Food Standard Agency britannica, istituita

nell’aprile del 2000 in risposta ai problemi di sicurezza alimentare:

http://www.foodstandards.gov.uk/about_agency.htm

(31) J. DE MUNCK, J. LENOBLE, Transformations in the art of governance. A genealogical

and historical examination of changes in the governance of democratic societies, in O.

DE SCHUTTER, N. LEBESSIS, J. PATERSON (eds.), Governance in the European

Union, cit., pp.29-51: "(…) it is a cognitive proceduralisation: the putting in place of

mechanisms which enable learning processes to be generated at collective level to

manage the uncertainty linked to contexts of bounded rationality".(p.46)

(32) Cfr. P. ROQUEPLO, Entre savoir et décision, l’expertise scientifique, (Sciences en

Question) INRA Editions, Paris 1997.

(33) I. SHEPHERD (ed.), Science and Governance in the European Union. A Contribution

to the Debate, cit., p.24: "This reflects changes in the "social contract" of science.

Formerly it was seen as performing a service to government, providing the technical

information on which policy decisions in the relevant areas could be based. Now it is

coming to be seen as assisting in the processes of governance, a much more diffused

activity whereby a whole society manages its affairs. Expertise is no longer exclusively

possessed or controlled by official organisations. Citizens are becoming engaged in the

deliberative processes of science-related governance issues. By incorporating them at

the outset of any negotiation they will be more likely to accept its outcome".

 

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