Politica della scienza e diritto: epistemologia dell’identità europea*

 

 

Mariachiara Tallacchini

 

(Riproduzione parziale dell'introduzione al numero monografico della rivista notizie di POLITEIA (Anno

XVII - N. 62 – 2001) intitolato Politica della scienza e diritto. Il rapporto tra istituzioni, esperti e pubblico, a cura di Mariachiara Tallacchini e Robert Doubleday)

 

 

1. La regolazione giuridica della scienza

2. Il modello americano come regolazione science-based

3. Il governo della scienza in Europa: la scienza policy-related

 

 

 

 

 

1. La regolazione giuridica della scienza

 

Dal secondo dopoguerra in poi, filosofia e sociologia della scienza hanno

progressivamente insistito sul carattere non neutrale della conoscenza

scientifica e sulla connotazione sociale della comunità scientifica, e hanno

messo in discussione il fatto che il sapere scientifico, così come

concretamente si articola nei laboratori, nelle industrie e nelle istituzioni possa

essere validamente considerato un sapere radicalmente diverso da altre

imprese umane di conoscenza (1)

Stranamente, una visione della scienza più tradizionalmente ‘positivista’ ha

continuato a essere sostenuta da giuristi e filosofi del diritto e della politica. Fin

dalle origini del pensiero moderno, infatti le discipline filosofico-politiche e

giuridiche hanno individuato nello statuto della scienza le basi di neutralità e

oggettività che sembravano perlopiù irrimediabilmente assenti nei sistemi

politici e giuridici. Dalle costruzioni logiche dei giuristi all’uso politico che le

concezioni di matrice liberale hanno fatto dell’ideale della ‘repubblica della

scienza’ (2) -la democraticità intrinseca della comunità scientifica-, la possibilità

privilegiata che il metodo della scienza ha offerto ai saperi e alle discipline

sociali per emanciparsi dai giudizi di valori e dalle opinioni soggettive è stato

esplorato in ogni direzione.

Tale concezione è stata accompagnata anche da una sostanziale astoricità e

astrattezza nel modo di guardare sia alla scienza che al diritto. In questa

prospettiva la scienza è considerata sia un referente metodologico non

eguagliabile sia un’entità separata all’interno della società, per cui ogni

parallelo tra sistema scientifico e sistema giuridico può essere pensato solo

come lo scambio a distanza tra forme di ‘conoscenza’ contraddistinte da

metodologie e finalità sostanzialmente incommensurabili e non comunicanti.

 

(1) Mi riferisco alle diverse direzioni intraprese, che a partire dal lavoro di Thomas Kuhn,

dai programmi di sociologia ed etnografia della scienza, tra cui si ricorda: D. BLOOR, La

dimensione sociale della scienza, Raffaello Cortina, Milano 1994 (London 1976); B.

LATOUR, La scienza in azione, Ed. di Comunità, Torino 1998 (Cambridge Mass. 1987)

 

(2) Cfr. M. POLANYI, The Republic of Science, "Minerva" 1962, I, pp.54-73; R.K.

MERTON, Science and Democratic Social Structure, in Social Theory and Social

Structure, Free Press, New York 1968, pp.604-615. Cfr. anche Y. EZRAHI, The Descent

of Icarus, Harvard University Press, Cambridge Mass. 1990.

 

Le contestazioni che, in sede di teoria politico-giuridica (3), sono state mosse ai

riflessi che questa visione avalutativa della scienza produceva su politica e

diritto non hanno però toccato l’ipotesi di separatezza della scienza, che

persiste nell’apparire anche in tali prospettive un sapere a se stante.

L’attenzione di queste pensiero critico è stata piuttosto rivolta a giustificare gli

elementi valutativi nell’interpretazione e applicazione delle norme giuridiche -in

quanto non evitabili nemmeno nell’attività degli scienziati.

 

(3) Come, per esempio, S. TOULMIN, Gli usi dell’argomentazione, Rosenberg e Sellier,

Torino 1975 (Cambridge 1958) e C. PERELMAN, Il dominio retorico, Einaudi, Torino

1981 (Paris 1977)..

 

Complessivamente, questo atteggiamento ha condizionato anche la

regolazione giuridica delle attività e dei prodotti scientifici. Poiché la scienza è

considerata come un’istituzione sociale indipendente, che determina con criteri

oggettivi le conoscenze da ritenersi valide in una data situazione, il diritto che

interagisce con la scienza per regolamentarla è pensato essenzialmente come

norma tecnica, destinata a recepire acriticamente conoscenze accertate e

valutate altrove.

La qualificazione giuridica delle proposizioni scientifiche è pensata come

un’attività scevra da effettivi interventi valutativi, o perché si risolve in

un’operazione meccanica –cioè consistente nell’assunzione dei fatti forniti

dalla scienza a contenuto delle norme- o perché lascia di fatto intatti nella loro

eterogeneità i due sistemi coinvolti –in tal caso la qualificazione giuridica è sì

considerata valutativa, ma in relazione ai propri significati interni, che non

incidono sul, né sono toccati dal, sapere scientifico come tale.

Inoltre, fino a tempi non troppo lontani –la fine degli anni Sessanta, se è lecito

considerare i problemi ambientali come l’inizio di un sostanziale cambiamento

nei rapporti tra scienza e diritto- il contenuto scientifico delle norme giuridiche

risultava piuttosto modesto e non si erano determinate situazioni tali da

mettere in discussione la neutralità e certezza della scienza che informava

settori marginali degli ordinamenti giuridici.

Adottando questa ipotesi di separatezza tra scienza e diritto, la dottrina

giuridico-positiva e la riflessione filosofico-giuridica hanno trascurato di

considerare che tale concezione risulta poco plausibile quando si guardi ai

concreti procedimenti istituzionali e alle pratiche sociali con cui i due sistemi

producono e attuano le rispettive conoscenze. Analizzati nel loro concreto

operare, infatti, non solo i metodi applicati sono diversi da quelli teorizzati, ma

soprattutto i confini tra epistemologia scientifica ed epistemologia giuridica,

come pure tra i ‘fatti’ della scienza e le ‘valutazioni’ del diritto, diventano

singolarmente confusi.

Gli anni più recenti hanno visto il radicale sovvertimento delle condizioni che

rendevano possibile il rispettoso rapporto a distanza tra scienza e diritto. Le

attività e i prodotti scientifici sottoposti all’attenzione del diritto sono cresciuti in

modo esponenziale, e sono emersi ambiti in cui la scienza al tempo stesso ha

creato rischi e si è rivelata largamente incapace di controllarli. La componente

tecnico-scientifica costituisce sempre più il contenuto cognitivo delle norme,

ma aumentano anche le situazioni in cui il diritto deve colmare le lacune

conoscitive, risultando i dati scientifici incerti, insufficienti o suscettibili di

interpretazioni fortemente divergenti.

Da un lato la consistente presenza di sapere scientifico all'interno di materie di

competenza normativa rende necessario esplorare i rapporti tra scienza e

diritto – ben oltre la riflessione sulle norme tecniche - come intersezione tra

categorie e qualificazioni scientifiche e giuridiche; dall’altro, il carattere

indeterminato o incerto di molte conoscenze scientifiche pone il problema di

quali specifiche valutazioni normative debbano integrare gli spazi lasciati vuoti

dalla scienza.

Il palesarsi di rischi e incertezze collegati all’implementazione sociale della

scienza ha portato alla luce una duplice esigenza. In primo luogo la necessità

di estendere la consultazione con gli scienziati, laddove emergano divisioni di

opinione circa il possibile verificarsi di eventi potenzialmente dannosi; in

secondo luogo, l’opportunità di coinvolgere maggiormente i cittadini in

decisioni a base scientifica, ma che toccano direttamente la società civile.

Infatti, pur essendo in generale migliorata la possibilità di accedere a una

molteplicità di fonti informative anche di carattere specialistico, la maggior

parte dei dati scientifici su cui gli esperti basano i propri giudizi non risultano

accessibili ai cittadini, o semplicemente in quanto non disponibili, o perché di

difficile comprensibilità nella forma in cui sono espressi. Ciò che di fatto viene

chiesto ai cittadini è di sottoscrivere un tacito rapporto fiduciario nei confronti

dei depositari ufficiali del sapere scientifico. Peraltro, il versante direttamente

sperimentabile per la società civile di quanto gli scienziati asseriscono non

consiste tanto nella validità o validazione degli asserti scientifici, bensì nella

loro credibilità sociale. Tuttavia questa attendibilità della ‘voce della scienza’,

che determina concretamente le scelte e l’evoluzione della società, è finora

coincisa essenzialmente con l’autorità indiscussa della scienza stessa.

Il termine fiducia (trust, confidence (4)) è diventato il concetto di riferimento di

numerose inchieste svolte circa l’atteggiamento o la percezione dei cittadini

nei confronti del sapere scientifico che informa le politiche pubbliche. Le

numerose ricerche dedicate alla comprensione della scienza da parte del

pubblico hanno rivelato che le crescenti resistenze dei cittadini nel fidarsi del

parere degli esperti e nell’affidarsi alle loro scelte non possano essere

semplicemente etichettate come irrazionali, ma che esse sono connesse a

considerazioni molteplici, ragionevoli e concrete (5).

 

(4) Cfr. The TRUSTNET Framework, A New Perspective on Risk Governance, September

1999, http://www.trustnetgovernance.com/library/pdf/Eframework.PDF, in cui i due termini

confidence e trust vengono distinti: "Confidence is the everyday relation between a

person and an organisation or a system. It is the usual attitude that we adopt for instance

when we take a plane or when we put a letter in the post, or when we go to a restaurant.

Confidence is a rather passive situation where one individual is familiar enough with a

system not to have to worry about it. Confidence characterises a situation where we are

not involved in the problem of risk. The system represents a comforting environment that

does not necessitate our awareness. In every day life, confidence is the usual relation

we have with big organisations we rely on. Confidence does not encourage awareness

but is very useful as a non-demanding relationship. (…) Social Trust is a relationship

between individuals within an existing or emerging group. It takes place in situations

where individuals depend on people they trust to achieve important projects entailing

significant risks for them. When we undergo a risky operation for instance, we need to

trust the medical team. Social trust entails the risk of the other person. We trust

someone because we feel that he is in some way similar to us. We can trust him for

many reasons: because we share common concerns or political views, because we are

from the same community, because we share cultural values, religion, etc. Social trust

implies a personal choice and entails a risk resulting from the freedom of the trusted"

(pp.30-31). La distinzione è interessante per quanto riguarda il rapporto dinamico tra le

due forme di fiducia nel rapporto tra società e istituzioni: " Risk governance cannot aim

at everlasting state of confidence. (…) Change and disruptive events affecting

confidence should be considered as a normal process. Although risk governance must

preserve as much as possible of the existing capital of confidence, it must also

incorporate a capacity to repair and rebuild social trust to regenerate affected

confidence" (p.33)

 

(5)A. IRWIN, B. WYNNE (eds.), Misunderstanding science? The public reconstruction of

science and technology, Cambridge University Press, Cambridge 1996; HOUSE OF

LORDS, Science and Technology, the 3rd Report, February 2000; P. JENSEN, Public

Trust in Scientific Information, IPTS, 14.9.2000,http://governance.jrc.it/publicperception/ipts.pdf.

 

Parte della sfiducia che il pubblico dimostra nei confronti degli esperti si

ricollega alla limitata possibilità di accedere alle informazioni, di trovare

visibilità e trasparenza nelle procedure di scelta degli esperti, di operare un

controllo sulle credenziali e sui possibili conflitti di interessi degli esperti

coinvolti, di conoscere e confrontare opinioni diverse, di controllare le decisioni

tescnico-scientifiche nel contenuto e nella forma.

I cambiamenti intervenuti nel rapporto tra scienza e società sta incidendo

profondamente anche sugli assetti istituzionali e sull’insieme di diritti che si

ricollegano alla nozione di contratto sociale, e in particolare all’idea di Stato di

diritto. I poteri riconosciuti ai cittadini nei governi lato sensu liberal-democratici

è stato prevalentemente quello di concorrere a determinare l’orientamento

politico con l’indicazione di voto. L’esigenza di rendere più visibili e trasparenti

i meccanismi e le procedure decisionali all’interno delle istituzioni ha costituito

in tempi più recenti un’ulteriore forma di (almeno potenziale) partecipazione

all’azione di governo, attraverso ciò che è sempre più riconosciuto come un

‘diritto di conoscere’ (right to know) da parte dei cittadini.

Il corredo di garanzie che entra nella definizione di Stato di diritto non ha finora

toccato le specifiche garanzie nei confronti del sapere-potere della scienza,

che pure è diventata tanta parte delle scelte giuridiche e di governo. La

nomina degli esperti, l’istituzione e il funzionamento dei comitati scientifici e

tecnici, e il sapere scientifico stesso, essendo considerati espressione di un

metodo oggettivo e certo, non sono stati ritenuti materia rilevante e

problematica dal punto di vista della tutela che lo Stato offre ai cittadini.

La necessità di introdurre specifiche garanzie e diritti, come anche di

promuovere una maggiore partecipazione democratica della società civile,

riguarda oggi specificamente la regolazione della scienza, ambito in cui finora

l’estraneità dei cittadini è stata pressoché totale.

 

La complessità degli effetti che derivano dal mescolarsi del dispiegamento

sociale della scienza con le regole poste alla base della convivenza civile, nel

gioco dinamico di un reciproco prodursi e modificarsi, sta dando origine a forme 

inedite di conoscenza scientifico-giuridica, rispetto alle quali la nozione stessa di epistemologia

appare limitante (6).

 

(6) S. JASANOFF, Beyond Epistemology: Relativism and Engagement in the Politics of

Science, "Social Studies of Science" 1996, Vol. 26, No. 2, pp. 393-418.

 

Da quanto si è detto risulta evidente che la descrizione del processo in corso

come un contrasto fra posizioni a favore o contro la scienza non coglie affatto

il significato e la direzione di esso. Il significato e la direzione di tale processo,

infatti, non consistono in, e non muovono verso, una limitazione della scienza

e della libertà degli scienziati – se tale libertà è eticamente qualificata e non è

intesa come semplice esplicazione di arbitrio. Si tratta invece di favorire una

comprensione più approfondita dei complessi legami tra scienza e società,

individuando modalità e procedure più adeguate nella determinazione delle

scelte scientifico-tecnologiche alla base delle trasformazioni sociali e civili.

 

|seguente>

 

 

Ritorna alla Home Page

Ritorna a Introduzione alla storia della chimica

Il sito contiene oltre 1000 pagine. Usate il motore di ricerca!