NEL NOME DELLA
MADRE La saggezza della terra come educazione
Tavola
rotonda: Interventi conclusivi
Gianni Caligaris (secondo
round)
Penso si sia capito sin dall’inizio di
questa mattina, sin dalle mie sgrammaticature iniziali, che probabilmente
questa tavola rotonda non ci avrebbe rimandati a casa con risposte
particolari, e non dico solamente sui grandi temi che questa tavola
rotonda affronta. Forse non riusciremo neanche a dare risposta a tutte le
domande precise che sono state poste da molti di voi, anche per le solite
questioni tiranniche di tempo. Del resto è sempre
stato un po’ il nostro modo di lavorare: non saremmo qui se non
privilegiassimo la cultura del dubbio rispetto all’incultura della
certezza. Quindi, per mettere carne al fuoco, vorrei fare anch’io una
domanda ad ognuno dei nostri tre amici, poi lascerò a loro decidere se
mantenere la loro scaletta iniziale o se stravolgerla completamente per
poter, negli ultimi quindici minuti, rispondere ad alcune delle domande
che sono state poste. A Marianella vorrei chiedere
questo. Lei ci ha fatto due esempi molto interessanti di possibile
conflitto, che nasce o che si può risolvere su una base comunicazionale.
Io porto un terzo caso che è un conflitto di idee, a questo punto, che
nell’ambito della comunicazione ha un ruolo forte, e visto che questo è il
suo campo, la domanda la faccio a lei. Da alcuni
interventi di oggi, da alcune domande, pare che si stia creando una
polarizzazione in base alla quale o siamo all’interno di un sistema che è
irreversibilmente malvagio, quindi non può essere migliorato, ma deve
essere assolutamente destrutturato e poi ricostruito, o viceversa siamo in
un sistema che sicuramente è colmo di responsabilità e di pecche, ma che
potrebbe, non dico essere salvato, ma potrebbe comunque funzionare meno
male se ci si impegnasse dall’interno per cambiarlo. La comunicazione così
come tu l’hai studiata ed elaborata nella gestione dei conflitti, come può
aiutare per cercare un punto di collaborazione tra queste due tesi che
vengono dalla stessa analisi culturale di base?
Vittorio: ci hai dato una visione molto suggestiva che sicuramente va
oltre i miei confini anche di ragioniere, però una domandina te la faccio
lo stesso. Tu hai narrato due storie: quella del pensiero scientifico è
patrimonio comune, l’altra è patrimonio del cristianesimo: allora, questo
bellissimo affresco è altrettanto comprensibile ed è altrettanto
prefigurabile lo scenario suggestivo che ci hai fatto, anche per chi ha
una storia religiosa diversa? Francuccio: tu, senz’altro, dopo la tua
analisi anche spietata avevi sicuramente intenzione di parlarci di tutte
le scelte personali che ci coinvolgono come cittadini di questo mondo, di
questa società. Ci sono solo queste o dobbiamo anche riflettere, non dico
su delle mediazioni, ma su terreni molto meno radicali, perché comunque
noi siamo coinvolti non solo come utenti finali, ma anche come
protagonisti, come attori, a volte come iniziatori dei processi che non
funzionano? Io non sono solo un consumatore, e vado
sul consumo critico, sul consumo equo e solidale, non sono solo un
risparmiatore, e vado alla Banca Etica, ma, maledizione al mondo, sono
anche uno che lavora in una banca o in un’azienda o in un ente pubblico,
sono uno quindi che fa parte come ingranaggio, come rotella, di questo
sistema. Allora, mi schizofrenizzo e dico "Va be’, fino alle sette di sera
faccio la rotella perché devo mangiare, dalle sette di sera alle sette di
mattina faccio l’alternativo perché me lo posso permettere". Oppure cerco
di conciliare e da un lato, sicuramente, faccio un lavoro molto personale,
il più possibile radicale, di revisione del mio stile di vita, o forse
ancora di più del mio progetto di vita e di futuro, ma dall’altro mi
sporco le mani di fango fino al gomito, perché comunque sono in un sistema
nel quale io posso essere un agente critico di
cambiamento? Quindici minuti a testa, buona fortuna
oltre che buon lavoro.
Francesco Gesualdi
Io parto da
due presupposti: le risorse sono scarse e la terra ha delle capacità
limitate di assorbire, di digerire la quantità di inquinanti che vi
immettiamo. Riguardo ai gas che producono l’effetto serra, è stato fatto
un incontro a Kyoto. Al di là di quello che dice Zichichi, il problema
esiste: oramai lo riconoscono anche le multinazionali del petrolio, che in
un primo tempo si opponevano a questa storia, dicendo che erano tutte
invenzioni. Ora sia la Shell che la BP dicono che il problema esiste,
hanno ammesso di aver creato delle false associazioni per sostenere tesi
opposte, e stanno dicendo che l’energia del futuro sarà quella
rinnovabile! Detto questo, si tratta di capire come
garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente. E qui, o siamo
disposti a fare una serie infinita di rivoluzioni, oppure "chiudiamo
bottega".
Le rivoluzioni che valgono
Le
prime rivoluzioni vanno fatte a livello internazionale: se è vero che il
pianeta è uno e che le risorse della terra sono dell’umanità (…comprese le
generazioni future) dobbiamo fare una programmazione seria, arrivando ad
un'adeguata ripartizione delle risorse esistenti. Dobbiamo cominciare a
dire, per esempio: abbiamo ancora a disposizione un tot di milioni di
barili di petrolio, come li ripartiamo, in base alle popolazioni ed in
base alle necessità? Bisogna creare un’organizzazione mondiale delle
risorse con un governo che dica come devono essere utilizzate, ponendo dei
limiti a chi vuole fare la parte del leone senza averne diritto.
La seconda grande rivoluzione che dobbiamo fare a
livello internazionale è invertire la concezione degli accordi
commerciali. Oggi ci dicono che dobbiamo espandere il commercio. Ma
l’espansione del commercio richiede di bruciare una quantità enorme di
energie, senza considerare tutti gli effetti sociali che ho descritto
prima. Il futuro del commercio dovrà andare verso una valorizzazione della
produzione e del consumo locale. Veniamo ora invece
al livello nazionale, che ci riguarda più da vicino. Come organizzarci in
un tipo di società sobria? Questa è una grande sfida: riusciremo a
garantirci un certo tipo di benessere pur disponendo di meno? Io dico di
sì, purché abbiamo la capacità di fare tre grosse rivoluzioni, che poi a
loro volta trascinano tante altre sotto rivoluzioni.
Dobbiamo cominciare a pensare ad una
rivoluzione rispetto al ruolo dell’economia: cosa deve fare, chi deve
servire? Il sistema dà la sua risposta, ma non chiara perché nessuno la
accetterebbe, quindi la fa filtrare nei fatti, mentre dice altre cose.
L’economia del mercato è così, è pensata per garantire ai mercanti la
possibilità di guadagnare sempre di più ed espandere i loro affari. E
questo funziona non curandosi né degli effetti ambientali, né di quelli
sociali. Noi dobbiamo invertire il ruolo dell’economia: esso deve
garantire a tutti gli abitanti della terra, anche a quelli che verranno
dopo di me, la possibilità di vivere dignitosamente. Quindi entra in ballo
il concetto di sostenibilità ambientale e di equità. Mi rendo conto che
sto facendo poesia, perché sto pensando ad un sistema che è di un altro
pianeta. Ma, o avremo questa capacità, o se no non ne usciremo mai. È
possibile costruire un’economia così? Io dico di sì, purché abbiamo la
capacità di rivedere le cose su vari piani: sul piano personale,
collettivo, e sul piano della produzione della tecnologia.
Si tratta di riuscire ad immaginare dei modelli
economici alternativi che coinvolgano tutti e tre questi livelli
contemporaneamente. Vado di sfuggita sui due livelli del piano individuale
e della produzione della tecnologia perché credo che siano gli aspetti che
conosciamo meglio. A livello individuale sappiamo
bene che dobbiamo porci una domanda di fondo: cos’è il benessere? Noi
partiamo dal presupposto che il benessere sia il consumismo; questo, dice
padre Zanotelli, non è il ben-essere, ma bene-avere. Quando misuriamo il
benessere in base alle quantità di cose di cui disponiamo siamo lontani
mille miglia dal vero benessere. Dobbiamo cominciare a considerare la
persona umana in tutta la sua interezza, quindi essere sì consapevoli
della materia che ha bisogno di soddisfare una serie di bisogni materiali,
però siamo anche esseri che hanno bisogno di relazioni affettive,
equilibrio psichico, spiritualità, relazioni sociali. Dobbiamo riuscire a
costruire un livello di vita personale dove tutte queste dimensioni siano
armonizzate tra di loro. Automaticamente ci renderemo conto che la
dimensione materiale occuperà uno spazio molto più piccolo, non avremo più
bisogno di riempirci la casa di ninnoli che il sistema ci offre come se
avessero la capacità di assopire gli altri bisogni. Riusciremo a quel
punto a dare uno spazio diverso all’avere e riusciremo anche a gestirlo in
una maniera diversa: più spazio al riciclo, al riuso, al riutilizzo
collettivo, all’utilizzare invece che al possedere; avremo la possibilità
di soddisfare i nostri bisogni pur disponendo di meno. Qualcuno già ha
cominciato a sperimentarlo. Il cambiamento che
dobbiamo esercitare a livello della produzione della tecnologia, è sul
concetto di efficienza. Diciamo no all’efficienza monetaria proposta
dall'attuale sistema che parla solo il linguaggio dei costi e dei ricavi.
Si sa che i costi riflettono i rapporti di forza, quindi una tecnologia
conveniente sul piano monetario, non tien conto se porta distruzione sul
piano ambientale e sociale (i cui effetti non sono monetizzabili).
Passeremo dall'energia di combustibili fossili all'energia riciclabile,
dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dalle produzioni
concentrate alle produzioni locali.
Una nuova economia a livello
collettivo
C’è un altro livello che invece mi
preme approfondire meglio perché qui sta il cuore della rivoluzione, ed è
il livello collettivo. Dobbiamo essere capaci di organizzare una società
che disponga di meno, ma riesca a dare risposte soddisfacenti a due
domande che ci angosciano subito quando diciamo che dobbiamo disporre di
meno. La prima domanda che ci viene fatta è: come risolveremo il problema
dell’occupazione? Noi siamo in un sistema dove ci viene detto
continuamente che se vogliamo aumentare l’occupazione dobbiamo investire,
dobbiamo produrre di più, dobbiamo quindi consumare di più. Ecco che il
consumo è diventato un gesto virtuoso. Orbene noi dobbiamo rompere questo
meccanismo, dobbiamo dimostrare che pur consumando di meno è possibile
garantire piena occupazione, piena attività. La seconda sfida che noi
abbiamo è: come garantire a tutti la possibilità di soddisfare i bisogni
fondamentali, pur disponendo di meno? Parto da
questa seconda sfida per poi arrivare alla prima. Bisogna cominciare ad
affermare che ci sono dei diritti: la possibilità di garantirsi una
alimentazione adeguata, non può dipendere dalla disponibilità di denaro,
non può essere lasciata al mercato, tutti abbiamo diritto ad avere
un’alimentazione che sia sufficiente e sana. La possibilità inoltre di
avere un vestiario minimo; un alloggio minimo; trasporti, sanità: sono
diritti. Questo è "linguaggio d'altro mondo", perché il sistema
neoliberista oggi dice che tutto questo deve essere disfatto, tutto è
affidato al mercato, è come dire: chi ha soldi, se lo può permettere, chi
non li ha, si arrangi. Il neoliberismo ha sostituito il termine "bisogni"
al termine "diritti". Noi partiamo dal concetto fondamentale che certi
bisogni sono dei diritti ed in quanto diritti devono essere garantiti
dalla comunità. È comunismo questo? Io dico che è cristianesimo. Se non
vado errato, i primi che hanno tentato di dare questa garanzia, sono state
le comunità cristiane. Io credo che si debba cominciare a riscoprire i
nostri valori cristiani e trasformarli in un’ottica politica, in un’ottica
sociale, quindi questi diritti devono essere garantiti dalla comunità
sociale dalla culla alla tomba. Gli esseri umani dal momento in cui
nascono acquisiscono questi diritti inalienabili e la comunità li deve
garantire. Le risorse sono scarse? dobbiamo fare la programmazione, ecco
il primo passaggio. Ma non sto dicendo delle cose che sono fuori dal
mondo: tutti noi in famiglia facciamo la programmazione. Forse solo chi
guadagna decine di milioni può permettersi di lasciare il borsello lì ed
il primo che arriva lo usa, indipendentemente che sia per andare al cinema
o per comprarsi il gelato o per comprarsi l’antibiotico. Ma nelle famiglie
normali si dice: ragazzi, c’è quel tanto, prima si pensa al mangiare, poi
si pensa al vestito, poi si pensa ai libri. Invece a livello di sistema,
chi dice che si deve programmare, viene subito tacciato come eretico. Io
dico che non c'è altra strada: la prima esigenza è quella di mettere
immediatamente da parte le risorse per i bisogni fondamentali. Può essere
una programmazione partecipata, democratica, inventiamo i sistemi, tutto
quello che volete, si può pensare tutto quello che si vuole, io sto solo
indicando linee di marcia. Dovrà essere un sistema, però, che oltre ad
avere la disponibilità di risorse perché sono state messe da parte in via
prioritaria, dovrà avere una disponibilità di manodopera sufficiente ed
abbondante. E questo mette in crisi il rapporto attuale tra economia
pubblica ed economia privata. Come funziona oggi l’economia nazionale? Sul
sistema delle tasse applicate dallo Stato. Quindi vuol dire che nella
misura in cui l’economia privata va bene, l’economia pubblica ha le
risorse sufficienti per poter garantire dei servizi alla popolazione, cioè
paga della gente che garantisca i servizi pubblici necessari. Ebbene,
bisogna riuscire a creare un sistema che disponga di tutta la manodopera
di cui ha bisogno. Un sistema così va creato, si può creare cominciando a
dire che non si tassa più soltanto il reddito, ma anche il tempo, perché
non si può concepire un sistema sociale pubblico, che garantisce i bisogni
per tutti, con la partecipazione di tutti, se non si può pensare di
dedicare ognuno una parte della nostra settimana, una parte del nostro
mese, una parte del nostro anno. Sono tutte cose che vanno sperimentate.
Se noi ci orientiamo in questa direzione, automaticamente avviamo la
soluzione del primo problema, quello dell’occupazione, perché garantiremo
la fascia di occupazione esigita dalla gestione pubblica dei bisogni
fondamentali. Io immagino un sistema dove con la collaborazione di tutti
si garantiscono tutti i bisogni fondamentali in maniera gratuita. Immagino
un sistema dove si salga sull’autobus senza pagare il biglietto.
È ovvio che non potrò soddisfare tutti i miei
bisogni in questo modo ma solo quelli fondamentali. Continueranno ad
esistere anche i miei desideri, la necessità delle mie collanine, dei miei
fronzoli: tutto quello che ci pare. A questo ci penserà l’economia
privata, perché l’economia privata non si cancella, potrà funzionare
benissimo con i meccanismi di mercato. Allora io
immagino una società in cui queste due economie convivono, l’economia
pubblica per i bisogni fondamentali, l’economia privata dove uno ci entra
o non ci entra, a suo piacimento. E fra gli interstizi delle due economie,
una che funziona secondo il sistema di mercato e l’altra in quest’altro
modo, immagino poi la crescita di tutta un’altra economia che non è
l’economia monetaria, ma l’economia del fai da te, l’economia degli scambi
interpersonali. Ed anche qui è importante cominciare a dire che
scolleghiamo l’occupazione dal denaro, che non andiamo più a lavorare per
ottenere un salario, ma soprattutto per soddisfare un nostro bisogno. Ho
voluto soltanto dare dei flash.
Il traghetto verso un nuovo
sistema
Questo è grosso modo lo scenario attorno
al quale, secondo me, si potrebbe tentare di fare un ragionamento. È
capitalismo? Pensaci te, a me non importa, a me quello che interessa è che
alla fine i problemi siano risolti. Le etichette non sono importanti,
quello che conta è sapere se risolviamo i problemi fondamentali. Detto
questo, come riuscire a traghettare l'attuale sistema verso quest’altro,
ammesso che le direttrici di marcia proposte vadano bene? Io mi rendo
conto che non si sa, nessuno ha la bacchetta magica in mano. Innanzi tutto
ci sono da fare dei cambiamenti culturali, e questo è il problema più
serio. Per cominciare, purtroppo nessuno di noi, credo, accetta con tanta
tranquillità che noi abbiamo delle responsabilità. A questo punto hanno
importanza i comportamenti sia individuali che collettivi. Tutti i
tentativi che si fanno per cambiare la propria vita già oggi sono
importanti, per due ragioni fondamentali: intanto perché cominciando a
creare una corrente che vada in un’altra direzione, togliamo terreno sotto
al sistema; e poi perché svolgiamo un lavoro di testimonianza, quindi
mettiamo la gente in discussione. Sappiamo che l'attuale sistema induce a
centomila compromessi: in base alla propria coscienza, in base alla
propria forza, ognuno stabilirà fin dove resistere e andare. Uno dirà: Io
mi accontento solo di fare raccolta differenziata dei rifiuti, mi fermo
lì, poi sono un consumista… Un altro invece dice: No, io questo lavoro non
lo faccio, perché questa è ancora una collaborazione con un sistema che
non condivido… Rispettiamo i diversi cammini.
Dall’altra parte c’è tutto un impegno di carattere sociale, quindi
l’importanza di riuscire a muoverci avendo anche un quadro di riferimento.
Noi oggi quando facciamo le nostre lotte improvvisiamo, "starnazziamo".
Qualcuno ha detto: Il debito! E via tutti per il debito. Qualcuno ha
detto: No, comportamenti positivi!, commercio equo!, banca etica!.
Io ho una mia teoria: per riuscire a mettere in
piedi un cambiamento bisogna sapere dove ci troviamo e verso dove vogliamo
andare. Quindi dobbiamo avere questo scenario in testa ed allo stesso
tempo cominciare a costruire una linea, una traiettoria di cammino. Ma
devo rendermi conto che ci sono interventi i quali si pongono come
obiettivo la diminuzione dei danni immediati del sistema. Per esempio,
quando io faccio una lotta per garantire ai lavoratori delle piantagioni
di ananas un salario più alto, non sto facendo rivoluzione, ma
semplicemente sto tentando di fare in modo che questa gente smetta di
morire di fame. Quindi sto mettendo un cerotto piccino piccino e lo
colloco nella parte iniziale della freccia, non lo colloco nella parte
alta. Quando io faccio invece un’operazione sull’organizzazione mondiale
del commercio, perché si passi dal principio di dimostrare i danni di un
prodotto, al principio precauzionale, sono già ad un gradino più alto, sto
lavorando al piano delle regole. Quando io faccio banca etica, intanto
comincio a dire che le azioni contro questo sistema per traghettarlo verso
la nuova deriva, possono essere di resistenza, ma possono anche essere di
desistenza: la capacità di mettere in atto delle iniziative positive, e
possono essere delle iniziative che mi anticipano i tempi. Cioè io posso
cominciare già oggi, nonostante tutte le contraddizioni, a realizzare
qualche cosa che dovrà valere anche per il domani. Qualora io possieda
un'ottica più completa, farò in modo che, cammin facendo, nelle iniziative
che realizzo io riesca gradualmente a districarmi nei compromessi, che
sicuramente bisogna accettare se si vuole andare avanti. Oggi, purtroppo,
nessuno si pone il problema dell’alternativa, sembra cosa inutile, troppo
lontana. Io dico: cominciamo a lavorare nel quotidiano per tentare di far
cambiare delle cose secondo i metodi della resistenza, delle desistenze,
per tentare di diminuire i danni o per tentare di far cambiare le regole,
con questa volontà di cercare un progetto alternativo. È un’utopia? Forse
sì, ma ne vale la pena.
Marianella Sclavi
Se uno si fa
prendere dal taglio del discorso di Gesualdi, non ha molte possibilità di
scampo, c’è un elemento di allarmismo terroristico nel suo tono che è
assolutamente consapevole ed è anche efficace. Corrisponde a una
situazione drammatica della quale non ci possiamo permettere di
dimenticarci. Però come si affrontano questi problemi? Allora vi racconto
un paio di storie. Tenete conto che il tipo di ricerca che faccio è basata
sul principio che tutti noi già - chi più chi meno - abbiamo praticato
l’arte dell’ascolto attivo e della gestione dei conflitti nella nostra
vita, però non sappiamo descrivere quello che facciamo perché
l’epistemologia della civiltà occidentale di cui siamo parte non ci offre
gli strumenti adatti. Quindi in pratica quello che faccio è andare in giro
non tanto a spiegare alla gente "come deve comportarsi", ma a raccogliere
episodi in cui si comporta già bene per capire meglio insieme di cosa si
tratta, cosicché possa decidere di farlo in modo più consapevole e
sistematico. Per esempio a Torino ho fatto una serie di incontri sulla
gestione creativa dei conflitti con degli abitanti e dei capi-scala di un
quartiere di case popolari. Ho iniziato raccontando loro la storia del
giudice saggio ed un paio di esempi che già conoscevo relativi a delle
dispute gestite e risolte in modo creativo fra vicini di casa, poi ho
detto: "Adesso tocca a voi. Vi viene in mente qualche episodio della
vostra vita o nel vostro ruolo di rappresentanti di scala, che assomiglia
a queste storie ?".
Come un rappresentante di scala ha provocato lo
spiazzamento
Vi racconto una storia molto
divertente e istruttiva, raccolta con questo approccio. Il narratore è
un rappresentante di scala che abita al piano terra di un edificio di
dieci piani; la sua camera da letto dà su una rientranza dell’edificio di
tre metri per uno; quindi chi passa sul marciapiede, specie se è un
ragazzino, è tentato di entrare in quello spazio per sbirciare dalla
finestra. In un certo senso quella rientranza non sembra avere altri usi,
non serve per ripararsi dalla pioggia, non serve per sedersi all’ombra.
Questo ovviamente dà molto fastidio a lui, a sua moglie e anche a tutte le
altre famiglie che abitano in appartamenti analoghi nelle altre torri
costruite allo stesso modo. Si è rivolto a più riprese agli architetti
dell’ATC (gestore delle case popolari di Torino) per ottenere il permesso
di costruire un muretto che impedisca l’accesso in questo spazio. La
risposta era sempre stata: "Assolutamente no, è uno spazio pubblico, non
sognatevi di appropriarvene, non è assolutamente possibile". Passa un po’
di tempo e un giorno, quando l’architetto delle case popolari capita da
quelle parti per altre ragioni, questo rappresentante di scala gli dice:
"Senta architetto, mi faccia un piacere. Venga un attimo a casa mia. Non
voglio niente. Desidero solo che Lei veda anche dall’interno che cosa vuol
dire avere quello spazio fuori". Questo architetto accetta, entra in casa,
va nella camera e fa per andare verso la finestra a guardare lo spazio
dalla finestra. In quel momento il rappresentante di scala gli dice:
"Adesso per favore si tolga i pantaloni. Se nel farlo si sentirà a suo
agio, ha ragione lei; se invece si sentirà a disagio, ho ragione io".
L’architetto è rimasto un po’ interdetto, ma poi si è messo a ridere. "Ci
penso su", ha replicato. Ebbene, adesso tutti gli appartamenti che hanno
quella struttura hanno il loro bravo muretto e quegli spazi sono usati
dagli inquilini per metterci delle piante, per far prendere una boccata
d’aria al gatto o al cane o altro. Vedete,
l’intelligenza di questo capo-scala è stata quella di capire che era
inutile insistere sulle posizioni, continuare a ragionare su dei principi
incompatibili e che bisognava provocare uno spiazzamento, uno spostamento;
bisognava dare alla controparte una possibilità di vedere le cose in un
modo diverso. Il caso è analogo ai consigli che avevo dato io agli
urbanisti di cui ho raccontato in precedenza. "Andate a casa loro,
guardate dalla finestra, spostatevi e spostandovi cambiate anche il
rapporto".
Yunus, Gandhi e le danze
Se
prendete il libro Il banchiere dei poveri di Mohammed Yunus (se non
l’avete fatto, dovete assolutamente leggerlo, Feltrinelli, Milano 2000),
vedrete che Yunus, che è un economista del Bangladesh con tanto di Master
negli Usa, quando era a capo di un dipartimento di economia in una
cittadina del suo Paese ha incominciato a chiedersi che rapporto c’era fra
quella disciplina meravigliosamente formale che insegnava in classe e la
vita degli abitanti del vicino villaggio che morivano di fame. Gli viene
un dubbio: "Forse dobbiamo studiare economia a partire da questo
villaggio". Ha fatto fare ai suoi allievi e allieve delle inchieste ed ha
scoperto che con pochi dollari si sarebbe riusciti a sottrarre dal
capestro degli usurai l’intero villaggio. Incomincia a girare per le
Banche esistenti per proporre loro di dare credito a queste persone e
famiglie al posto degli usurai, senza nessun esito. Non lo ascoltano. Ma
quando gli chiedono come ha fatto a inventarsi la Grameen Bank che adesso
in Bangladesh ha quarantamila centri ed è la banca col maggior ritorno dei
prestiti (98%) del mondo, Yunus risponde: "Li ho ascoltati e ho fatto
tutto l’opposto di quello che ritenevano l’unico modo possibile di
operare". In realtà Yunus in questo modo è riuscito a trovare anche aiuti
da dirigenti particolarmente "aperti" e intelligenti che operano dentro il
sistema bancario "normale" che non se la sarebbero sentita di dare
direttamente credito a chi non possiede alcuna garanzia economica , ma
erano disponibili ad aiutare chi ci provava autonomamente. Quindi vedete
che bisogna impratichirsi in questa capacità di gestione creativa dei
conflitti che già in qualche misura esercitiamo.
Secondo me il problema non è tanto il capitalismo, ma è il riduzionismo.
Cioè una abitudine di pensiero che nega la complessità e non promuove le
capacità di base, autoconsapevolezza emozionale, ascolto attivo, gestione
creativa dei conflitti, che ci permettono di accoglierla e di sfruttarla
per aumentare il ventaglio di possibilità di ognuno.
Non è casuale che una delle chiavi per cominciare a
capire come si opera adeguatamente nella complessità, accanto al buon
dialogo interculturale, è la teoria e pratica della nonviolenza.
L’esempio è questo: se una persona mi dà un pugno e io restituisco il
pugno, a livello dell’azione io mi sto opponendo a quella persona, ma a
livello della relazione, sto cooperando con lei . Uno che mi dà un pugno
mi sta proponendo uno scenario di lotta e quando lo restituisco, collaboro
a tenere vivo quello scenario. Tutta la filosofia della nonviolenza è
meditazione su questo. Però se io, quando la persona mi dà un pugno mi
limito a subirlo, cosa faccio? collaboro o no, a livello di scenario, di
relazione (di cornice)? In questo caso c’è stata una lotta e lui ha vinto;
quindi il suo scenario rimane quello vincente e la mia azione passiva è
ugualmente collaborazione. Se mi concentro solo sui comportamenti, non c’è
via di uscita. O attaccare o subire. Quello che invece si deve cambiare è
lo scenario relazionale. Come si cambia lo scenario? Con lo spiazzamento,
come ha fatto quel rappresentante di scala, ha spiazzato l’interlocutore,
ha smesso di discutere sulla posizione e lo ha messo in una situazione in
cui doveva vedere le cose in un modo diverso.
Gandhi è un pensatore dell’arte dello spiazzamento non fine a se stesso,
ma per cambiare le danze.
Vittorio Falsina
Thomas Berry,
un geologo e filosofo Americano erede di Teilhard de Chardin, insieme al
centro di ricerche di San Francisco, ha scritto ormai parecchi libri sulla
storia dell’universo : The Dream of the Earth, The Universe Story, The
Great Work, per citare solo gli ultimi usciti.
Le quattro fasi dell'evoluzione
dell'universo
La storia dell’universo è la
storia dell’emergenza del sistema galattico in cui ogni nuovo livello di
espressione emerge come da una spinta urgente e necessaria di
autotrascendenza. Alle origini di questa evoluzione, l’idrogeno compresso
dal calore di milioni di gradi si trasforma emergendo in un entità
diversa, l’Elio. Dopo la formazione delle stelle come oceani di fuoco
roteanti nella volta celeste, ecco altre trasformazioni sorprendenti.
Alcune stelle esplodono spargendo nell’universo frammenti di polvere
stellare che, attratti dalla forza di gravità, danno poi origine al
sistema solare e ai pianeti come il nostro. Se guardiamo poi
all’evoluzione della biosfera propria del nostro pianeta terra, vedremo
l’emergere di strutture rocciose e cristalline, il divenire di diverse
forme vitali, da quelle vegetali più semplici come i licheni all’evolvere
delle varie specie, i pesci, gli uccelli e i mammiferi. Alla fine, ecco
apparire la specie umana non solo come una creatura terrena, ma anche
universale, nel senso che è espressione dell’universo stesso. Quali esseri
umani noi portiamo l’universo dentro di noi, e l’universo ci porta nel suo
essere. Per dirla con Thomas Berry, "L’uomo è quell’essere in cui
l’universo diviene presente a se stesso in modo unico tramite
l’auto-coscienza del suo divenire. L’uomo, l’unico animale capace di
auto-riflessione, è la coscienza dell’universo nel suo divenire. Brian
Swimme, un astrofisico discepolo di Berry, comunica lo stesso concetto in
modo ancor più poetico quando scrive: "L’universo trema di stupore nelle
profondità della coscienza umana". Noi sperimentiamo un identità e
intimità con l’intero ordine cosmico nelle fibre del nostro essere. In
virtù di questa relazione primordiale, l’uomo e l’universo vivono in una
simbiosi e comunione che li rende totalmente presenti l’uno all’altro e,
insieme, presenti a quel mistero da cui ambedue sono emersi. Se
comprendiamo questa verità dobbiamo sapere che nulla può essere
completamente se stesso indipendentemente da tutti gli altri esseri.
L’universo è insieme una comunione e una comunità.
Riassumendo questa storia dell’evoluzione dell’universo si possono
distinguere quattro fasi: La prima è l’evoluzione delle galassie e degli
elementi primari, la seconda fase è la formazione del sistema solare e del
pianeta terra con la sua struttura molecolare e geologica; la terza fase
corrisponde all’evoluzione della vita nella varietà delle specie, e la
quarta fase culmina con l’evoluzione della coscienza e lo sviluppo
culturale dell’umanità. Quando spiegate ai vostri alunni le quattro
componenti del pianeta terra: la stratosfera, la idrosfera, la eliosfera e
la biosfera, dovreste aggiungere un’altra sfera, la noosfera, ossia la
sfera della mente che corrisponde allo sviluppo della coscienza.
In questo momento storico abbiamo la possibilità di
assumerci la responsabilità per la nostra relazione con la terra. Allo
stesso tempo, dobbiamo renderci conto che l’evoluzione di questa sfera ha
alterato una volta e per tutte l’equilibrio naturale delle altre sfere,
dandoci la capacità di cambiare il funzionamento dell’ecosistema. Questo è
il motivo per cui, come dice bene il preambolo della Carta della Terra,
"ci troviamo in un momento cruciale della storia della terra: un momento
in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro". Ci sono voluti 14 bilioni
di anni perché l’universo, la terra e tutti gli esseri viventi evolvessero
attraverso la conoscenza empirica. Questo raggiungimento è dovuto
soprattutto alla conoscenza scientifica dell’universo. Gli ultimi trecento
anni di ricerca scientifica possono essere considerati come la meditazione
più prolungata sull’universo che sia mai stata fatta nella storia, lo yoga
dell’Occidente, come l’ha definito Berry. La scienza ci ha aperto la via
ad una nuova esperienza di rivelazione. Ora ci offre la possibilità di
un’intimità con la terra veramente nuova. Questo è il contesto in cui si
colloca la Carta della Terra. È il tentativo di narrare questa nuova
storia sulla base di indicazioni etiche, religiose e scientifiche
universali.
Ecosofia: la sapienza della
Terra
Ecco allora che la Carta della Terra
diventa la struttura portante di una nuova storia dell’universo.
L’educazione ecologica fatta in questa chiave diventa ecosofia, ossia
sapere e sapore della terra stessa. Alla luce di questa storia, la scuola
potrebbe essere considerata come una continuazione del processo di
auto-educazione intrapreso dalla terra stessa. Ecosofia non significa
educazione sulla terra o sull’ambiente, come se fosse un oggetto da cui
noi possiamo allontanarci per studiarlo oggettivamente. La terra è qui
intesa come quella comunità che educa tutti gli esseri viventi che la
abitano. La terra può essere infatti considerata l’ente educativo
primordiale con un successo pedagogico che include migliaia di esseri
viventi e si estende in un curriculum lungo bilioni di anni. La scuola
dovrebbe diventare un centro che educa i soggetti ad un ampia visione in
cui la storia dell’universo è vista in sintonia con il processo evolutivo
della storia umana e del proprio sviluppo personale. L’uomo e l’universo
sono un tutt’uno nel respiro del cosmo. I bambini di
oggi hanno bisogno di una storia che li aiuti ad integrare il significato
della loro esistenza personale con la maestà dell’universo che li circonda
in modo armonico e globalmente spirituale. Insegnare ai bambini la storia
della natura dovrebbe essere uno degli eventi più importanti della loro
vita in cui fanno esperienza di una realtà numinosa e trascendente a
partire da loro stessi, dal proprio corpo, e dalla coscienza di essere
parte di questo universo. Se l’educazione non li porterà a fare questa
esperienza di intimità con la terra, probabilmente non scopriranno mai il
loro posto nel mondo più vasto, nello spazio e nel tempo. La scuola
secolare non provvede quella mistica che dovrebbe essere associata alla
storia dell’evoluzione. La scuola religiosa, che ha adottato la storia
scientifica solo superficialmente, non può guidare gli alunni ad
un’esperienza religiosa vera della natura e di se stessi perché staccata
dal mistero della redenzione. La tragedia è che oggi la scuola svolge un
ruolo simile ai riti di iniziazione nelle società tribali o nei tempi
antichi in cui veniva comunicata una storia tramite l’esperienza corporea
come un patrimonio per attraversare la vita. In
questo escursus abbiamo osservato i limiti della storia religiosa
improntata esclusivamente sulla redenzione e della scienza distaccata
dalla mistica dell’essere. Abbiamo indicato la necessità di creare nuova
storia dell’universo dalla quale possa emergere una nuova visione
dell’essere e dei valori. Non abbiamo altra alternativa per guidare il
corso del futuro se non quella di scoprire il nostro ruolo in questo
processo evolutivo di cui siamo parte. Se nel passato la civiltà e le
religioni occidentali hanno guidato la storia sulla via dell’elezione,
della distinzione dagli altri popoli e dell’alienazione dalla natura, la
via che ci apre al futuro è quella dell’intimità con la terra nella
comunione con ogni creatura nel mistero della vita che è Dio.
La fine? Piuttosto un nuovo
inizio
Concludo con un'invocazione alla
speranza. Se il dinamismo dell’universo sin dall’inizio ha formato il
corso delle stelle, ha acceso il sole e formato la terra; se questo stesso
dinamismo ha fatto emergere i continenti, i mari e l’atmosfera, ha
svegliato la vita nella cellula primordiale e chiamato all’essere la
straordinaria varietà di esseri viventi, e infine ci ha guidato con
sicurezza attraverso secoli turbolenti, ci sono ragioni per credere che lo
stesso processo sta guidandoci alla comprensione di noi stessi in
relazione a questa epica dell’evoluzione. Educati da questa pedagogia che
ci si rivela nella struttura dell’universo possiamo avere fiducia nel
futuro che attende la manifestazione dell’avventura umana. La Carta della
Terra è solo l’inizio, forse una mappa rudimentale di questa presa di
coscienza. "A new beginning", come dice la conclusione, ossia, un nuovo
inizio.
I relatori del 39° Convegno Nazionale
CEM
Marianella Pirzio Biroli Sclavi è docente di
Antropologia Culturale e Sociologia Urbana al Politecnico di Milano,
Dipartimento di Scienze del territorio. È esperta di tecniche comunicative
(Shadowing) in situazioni conflittuali e complesse. Partecipa a programmi
di progettazione partecipata del territorio. È membro del programma di
microcredito "Grameen Foundation" in Kosovo… Tra le sue pubblicazioni
segnaliamo: Il senso di imparare, in collaborazione con Paolo Perticari,
per l'Ed. Anabasi, Mi '94; Una spanna di terra, Feltrinelli, Mi '94; Arte
di ascoltare e mondi possibili, Le Vespe Ed., Mi 2000.
Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, è fondatore e
coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, con sede a Vecchiano
(PI), che ha introdotto in Italia il tema del consumo critico e ha
promosso campagne di pressione nei confronti di Nike, Chicco/Artsana,
Chiquita. Ha inoltrato al Parlamento Italiano la proposta di legge sulla
qualità sociale dei prodotti. È Direttore della rivista Equonomia. Tra
le pubblicazioni segnaliamo: Manuale per un consumo responsabile,
Feltrinelli, Mi 2000. Per CEM Mondialità ha curato il Dossier Oltre
l'economia del mercante (Gennaio 2000).
Vittorio Falsina, dottore in etica sociale ed in relazioni
internazionali presso l'Università di Chicago (USA). Ricercatore alla Mc
Arthur Foundation e alla Rockfeller Foundation è. attualmente Visiting
Professor alla Divinity School della Harvard University. Ha partecipato ai
lavori dell'équipe che ha curato la stesura del Earth Charter Draft ed, in
seguito, ha guidato gruppi di ricerca ed esperienze della Earth Chart in
vari paesi, dall'America Latina all'Australia.
Gianni Caligaris, ha studiato legge a Parma e sociologia ad Urbino.
E' appassionato sostenitore di economia solidale ed è membro del comitato
etico di Banca Etica. Autore di diverse pubblicazioni e di numerosi
articoli per "Missione Oggi", "Nigrizia",
"Alfazeta" da vari anni è prezioso collaboratore del Cem.
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