NEL NOME DELLA MADRE
La saggezza della terra come educazione

Tavola rotonda: Interventi conclusivi

 

Gianni Caligaris (secondo round)

Penso si sia capito sin dall’inizio di questa mattina, sin dalle mie sgrammaticature iniziali, che probabilmente questa tavola rotonda non ci avrebbe rimandati a casa con risposte particolari, e non dico solamente sui grandi temi che questa tavola rotonda affronta. Forse non riusciremo neanche a dare risposta a tutte le domande precise che sono state poste da molti di voi, anche per le solite questioni tiranniche di tempo.
    Del resto è sempre stato un po’ il nostro modo di lavorare: non saremmo qui se non privilegiassimo la cultura del dubbio rispetto all’incultura della certezza. Quindi, per mettere carne al fuoco, vorrei fare anch’io una domanda ad ognuno dei nostri tre amici, poi lascerò a loro decidere se mantenere la loro scaletta iniziale o se stravolgerla completamente per poter, negli ultimi quindici minuti, rispondere ad alcune delle domande che sono state poste.
    A Marianella vorrei chiedere questo. Lei ci ha fatto due esempi molto interessanti di possibile conflitto, che nasce o che si può risolvere su una base comunicazionale. Io porto un terzo caso che è un conflitto di idee, a questo punto, che nell’ambito della comunicazione ha un ruolo forte, e visto che questo è il suo campo, la domanda la faccio a lei.
    Da alcuni interventi di oggi, da alcune domande, pare che si stia creando una polarizzazione in base alla quale o siamo all’interno di un sistema che è irreversibilmente malvagio, quindi non può essere migliorato, ma deve essere assolutamente destrutturato e poi ricostruito, o viceversa siamo in un sistema che sicuramente è colmo di responsabilità e di pecche, ma che potrebbe, non dico essere salvato, ma potrebbe comunque funzionare meno male se ci si impegnasse dall’interno per cambiarlo. La comunicazione così come tu l’hai studiata ed elaborata nella gestione dei conflitti, come può aiutare per cercare un punto di collaborazione tra queste due tesi che vengono dalla stessa analisi culturale di base?
    Vittorio: ci hai dato una visione molto suggestiva che sicuramente va oltre i miei confini anche di ragioniere, però una domandina te la faccio lo stesso. Tu hai narrato due storie: quella del pensiero scientifico è patrimonio comune, l’altra è patrimonio del cristianesimo: allora, questo bellissimo affresco è altrettanto comprensibile ed è altrettanto prefigurabile lo scenario suggestivo che ci hai fatto, anche per chi ha una storia religiosa diversa?
Francuccio: tu, senz’altro, dopo la tua analisi anche spietata avevi sicuramente intenzione di parlarci di tutte le scelte personali che ci coinvolgono come cittadini di questo mondo, di questa società. Ci sono solo queste o dobbiamo anche riflettere, non dico su delle mediazioni, ma su terreni molto meno radicali, perché comunque noi siamo coinvolti non solo come utenti finali, ma anche come protagonisti, come attori, a volte come iniziatori dei processi che non funzionano?
    Io non sono solo un consumatore, e vado sul consumo critico, sul consumo equo e solidale, non sono solo un risparmiatore, e vado alla Banca Etica, ma, maledizione al mondo, sono anche uno che lavora in una banca o in un’azienda o in un ente pubblico, sono uno quindi che fa parte come ingranaggio, come rotella, di questo sistema. Allora, mi schizofrenizzo e dico "Va be’, fino alle sette di sera faccio la rotella perché devo mangiare, dalle sette di sera alle sette di mattina faccio l’alternativo perché me lo posso permettere". Oppure cerco di conciliare e da un lato, sicuramente, faccio un lavoro molto personale, il più possibile radicale, di revisione del mio stile di vita, o forse ancora di più del mio progetto di vita e di futuro, ma dall’altro mi sporco le mani di fango fino al gomito, perché comunque sono in un sistema nel quale io posso essere un agente critico di cambiamento?
    Quindici minuti a testa, buona fortuna oltre che buon lavoro.

Francesco Gesualdi

Io parto da due presupposti: le risorse sono scarse e la terra ha delle capacità limitate di assorbire, di digerire la quantità di inquinanti che vi immettiamo. Riguardo ai gas che producono l’effetto serra, è stato fatto un incontro a Kyoto. Al di là di quello che dice Zichichi, il problema esiste: oramai lo riconoscono anche le multinazionali del petrolio, che in un primo tempo si opponevano a questa storia, dicendo che erano tutte invenzioni. Ora sia la Shell che la BP dicono che il problema esiste, hanno ammesso di aver creato delle false associazioni per sostenere tesi opposte, e stanno dicendo che l’energia del futuro sarà quella rinnovabile!
    Detto questo, si tratta di capire come garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente. E qui, o siamo disposti a fare una serie infinita di rivoluzioni, oppure "chiudiamo bottega".

Le rivoluzioni che valgono

Le prime rivoluzioni vanno fatte a livello internazionale: se è vero che il pianeta è uno e che le risorse della terra sono dell’umanità (…comprese le generazioni future) dobbiamo fare una programmazione seria, arrivando ad un'adeguata ripartizione delle risorse esistenti. Dobbiamo cominciare a dire, per esempio: abbiamo ancora a disposizione un tot di milioni di barili di petrolio, come li ripartiamo, in base alle popolazioni ed in base alle necessità? Bisogna creare un’organizzazione mondiale delle risorse con un governo che dica come devono essere utilizzate, ponendo dei limiti a chi vuole fare la parte del leone senza averne diritto.
    La seconda grande rivoluzione che dobbiamo fare a livello internazionale è invertire la concezione degli accordi commerciali. Oggi ci dicono che dobbiamo espandere il commercio. Ma l’espansione del commercio richiede di bruciare una quantità enorme di energie, senza considerare tutti gli effetti sociali che ho descritto prima. Il futuro del commercio dovrà andare verso una valorizzazione della produzione e del consumo locale.
    Veniamo ora invece al livello nazionale, che ci riguarda più da vicino. Come organizzarci in un tipo di società sobria? Questa è una grande sfida: riusciremo a garantirci un certo tipo di benessere pur disponendo di meno? Io dico di sì, purché abbiamo la capacità di fare tre grosse rivoluzioni, che poi a loro volta trascinano tante altre sotto rivoluzioni.
     Dobbiamo cominciare a pensare ad una rivoluzione rispetto al ruolo dell’economia: cosa deve fare, chi deve servire? Il sistema dà la sua risposta, ma non chiara perché nessuno la accetterebbe, quindi la fa filtrare nei fatti, mentre dice altre cose. L’economia del mercato è così, è pensata per garantire ai mercanti la possibilità di guadagnare sempre di più ed espandere i loro affari. E questo funziona non curandosi né degli effetti ambientali, né di quelli sociali. Noi dobbiamo invertire il ruolo dell’economia: esso deve garantire a tutti gli abitanti della terra, anche a quelli che verranno dopo di me, la possibilità di vivere dignitosamente. Quindi entra in ballo il concetto di sostenibilità ambientale e di equità. Mi rendo conto che sto facendo poesia, perché sto pensando ad un sistema che è di un altro pianeta. Ma, o avremo questa capacità, o se no non ne usciremo mai. È possibile costruire un’economia così? Io dico di sì, purché abbiamo la capacità di rivedere le cose su vari piani: sul piano personale, collettivo, e sul piano della produzione della tecnologia.
    Si tratta di riuscire ad immaginare dei modelli economici alternativi che coinvolgano tutti e tre questi livelli contemporaneamente. Vado di sfuggita sui due livelli del piano individuale e della produzione della tecnologia perché credo che siano gli aspetti che conosciamo meglio.
    A livello individuale sappiamo bene che dobbiamo porci una domanda di fondo: cos’è il benessere? Noi partiamo dal presupposto che il benessere sia il consumismo; questo, dice padre Zanotelli, non è il ben-essere, ma bene-avere. Quando misuriamo il benessere in base alle quantità di cose di cui disponiamo siamo lontani mille miglia dal vero benessere. Dobbiamo cominciare a considerare la persona umana in tutta la sua interezza, quindi essere sì consapevoli della materia che ha bisogno di soddisfare una serie di bisogni materiali, però siamo anche esseri che hanno bisogno di relazioni affettive, equilibrio psichico, spiritualità, relazioni sociali. Dobbiamo riuscire a costruire un livello di vita personale dove tutte queste dimensioni siano armonizzate tra di loro. Automaticamente ci renderemo conto che la dimensione materiale occuperà uno spazio molto più piccolo, non avremo più bisogno di riempirci la casa di ninnoli che il sistema ci offre come se avessero la capacità di assopire gli altri bisogni. Riusciremo a quel punto a dare uno spazio diverso all’avere e riusciremo anche a gestirlo in una maniera diversa: più spazio al riciclo, al riuso, al riutilizzo collettivo, all’utilizzare invece che al possedere; avremo la possibilità di soddisfare i nostri bisogni pur disponendo di meno. Qualcuno già ha cominciato a sperimentarlo.
    Il cambiamento che dobbiamo esercitare a livello della produzione della tecnologia, è sul concetto di efficienza. Diciamo no all’efficienza monetaria proposta dall'attuale sistema che parla solo il linguaggio dei costi e dei ricavi. Si sa che i costi riflettono i rapporti di forza, quindi una tecnologia conveniente sul piano monetario, non tien conto se porta distruzione sul piano ambientale e sociale (i cui effetti non sono monetizzabili). Passeremo dall'energia di combustibili fossili all'energia riciclabile, dal grande al piccolo, dal concentrato al diffuso, dalle produzioni concentrate alle produzioni locali.

Una nuova economia a livello collettivo

C’è un altro livello che invece mi preme approfondire meglio perché qui sta il cuore della rivoluzione, ed è il livello collettivo. Dobbiamo essere capaci di organizzare una società che disponga di meno, ma riesca a dare risposte soddisfacenti a due domande che ci angosciano subito quando diciamo che dobbiamo disporre di meno. La prima domanda che ci viene fatta è: come risolveremo il problema dell’occupazione? Noi siamo in un sistema dove ci viene detto continuamente che se vogliamo aumentare l’occupazione dobbiamo investire, dobbiamo produrre di più, dobbiamo quindi consumare di più. Ecco che il consumo è diventato un gesto virtuoso. Orbene noi dobbiamo rompere questo meccanismo, dobbiamo dimostrare che pur consumando di meno è possibile garantire piena occupazione, piena attività. La seconda sfida che noi abbiamo è: come garantire a tutti la possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali, pur disponendo di meno?
    Parto da questa seconda sfida per poi arrivare alla prima. Bisogna cominciare ad affermare che ci sono dei diritti: la possibilità di garantirsi una alimentazione adeguata, non può dipendere dalla disponibilità di denaro, non può essere lasciata al mercato, tutti abbiamo diritto ad avere un’alimentazione che sia sufficiente e sana. La possibilità inoltre di avere un vestiario minimo; un alloggio minimo; trasporti, sanità: sono diritti. Questo è "linguaggio d'altro mondo", perché il sistema neoliberista oggi dice che tutto questo deve essere disfatto, tutto è affidato al mercato, è come dire: chi ha soldi, se lo può permettere, chi non li ha, si arrangi. Il neoliberismo ha sostituito il termine "bisogni" al termine "diritti". Noi partiamo dal concetto fondamentale che certi bisogni sono dei diritti ed in quanto diritti devono essere garantiti dalla comunità. È comunismo questo? Io dico che è cristianesimo. Se non vado errato, i primi che hanno tentato di dare questa garanzia, sono state le comunità cristiane. Io credo che si debba cominciare a riscoprire i nostri valori cristiani e trasformarli in un’ottica politica, in un’ottica sociale, quindi questi diritti devono essere garantiti dalla comunità sociale dalla culla alla tomba. Gli esseri umani dal momento in cui nascono acquisiscono questi diritti inalienabili e la comunità li deve garantire. Le risorse sono scarse? dobbiamo fare la programmazione, ecco il primo passaggio. Ma non sto dicendo delle cose che sono fuori dal mondo: tutti noi in famiglia facciamo la programmazione. Forse solo chi guadagna decine di milioni può permettersi di lasciare il borsello lì ed il primo che arriva lo usa, indipendentemente che sia per andare al cinema o per comprarsi il gelato o per comprarsi l’antibiotico. Ma nelle famiglie normali si dice: ragazzi, c’è quel tanto, prima si pensa al mangiare, poi si pensa al vestito, poi si pensa ai libri. Invece a livello di sistema, chi dice che si deve programmare, viene subito tacciato come eretico. Io dico che non c'è altra strada: la prima esigenza è quella di mettere immediatamente da parte le risorse per i bisogni fondamentali. Può essere una programmazione partecipata, democratica, inventiamo i sistemi, tutto quello che volete, si può pensare tutto quello che si vuole, io sto solo indicando linee di marcia. Dovrà essere un sistema, però, che oltre ad avere la disponibilità di risorse perché sono state messe da parte in via prioritaria, dovrà avere una disponibilità di manodopera sufficiente ed abbondante. E questo mette in crisi il rapporto attuale tra economia pubblica ed economia privata. Come funziona oggi l’economia nazionale? Sul sistema delle tasse applicate dallo Stato. Quindi vuol dire che nella misura in cui l’economia privata va bene, l’economia pubblica ha le risorse sufficienti per poter garantire dei servizi alla popolazione, cioè paga della gente che garantisca i servizi pubblici necessari. Ebbene, bisogna riuscire a creare un sistema che disponga di tutta la manodopera di cui ha bisogno. Un sistema così va creato, si può creare cominciando a dire che non si tassa più soltanto il reddito, ma anche il tempo, perché non si può concepire un sistema sociale pubblico, che garantisce i bisogni per tutti, con la partecipazione di tutti, se non si può pensare di dedicare ognuno una parte della nostra settimana, una parte del nostro mese, una parte del nostro anno. Sono tutte cose che vanno sperimentate. Se noi ci orientiamo in questa direzione, automaticamente avviamo la soluzione del primo problema, quello dell’occupazione, perché garantiremo la fascia di occupazione esigita dalla gestione pubblica dei bisogni fondamentali. Io immagino un sistema dove con la collaborazione di tutti si garantiscono tutti i bisogni fondamentali in maniera gratuita. Immagino un sistema dove si salga sull’autobus senza pagare il biglietto.
     È ovvio che non potrò soddisfare tutti i miei bisogni in questo modo ma solo quelli fondamentali. Continueranno ad esistere anche i miei desideri, la necessità delle mie collanine, dei miei fronzoli: tutto quello che ci pare. A questo ci penserà l’economia privata, perché l’economia privata non si cancella, potrà funzionare benissimo con i meccanismi di mercato.
    Allora io immagino una società in cui queste due economie convivono, l’economia pubblica per i bisogni fondamentali, l’economia privata dove uno ci entra o non ci entra, a suo piacimento. E fra gli interstizi delle due economie, una che funziona secondo il sistema di mercato e l’altra in quest’altro modo, immagino poi la crescita di tutta un’altra economia che non è l’economia monetaria, ma l’economia del fai da te, l’economia degli scambi interpersonali. Ed anche qui è importante cominciare a dire che scolleghiamo l’occupazione dal denaro, che non andiamo più a lavorare per ottenere un salario, ma soprattutto per soddisfare un nostro bisogno. Ho voluto soltanto dare dei flash.

Il traghetto verso un nuovo sistema

Questo è grosso modo lo scenario attorno al quale, secondo me, si potrebbe tentare di fare un ragionamento. È capitalismo? Pensaci te, a me non importa, a me quello che interessa è che alla fine i problemi siano risolti. Le etichette non sono importanti, quello che conta è sapere se risolviamo i problemi fondamentali. Detto questo, come riuscire a traghettare l'attuale sistema verso quest’altro, ammesso che le direttrici di marcia proposte vadano bene? Io mi rendo conto che non si sa, nessuno ha la bacchetta magica in mano. Innanzi tutto ci sono da fare dei cambiamenti culturali, e questo è il problema più serio. Per cominciare, purtroppo nessuno di noi, credo, accetta con tanta tranquillità che noi abbiamo delle responsabilità. A questo punto hanno importanza i comportamenti sia individuali che collettivi. Tutti i tentativi che si fanno per cambiare la propria vita già oggi sono importanti, per due ragioni fondamentali: intanto perché cominciando a creare una corrente che vada in un’altra direzione, togliamo terreno sotto al sistema; e poi perché svolgiamo un lavoro di testimonianza, quindi mettiamo la gente in discussione. Sappiamo che l'attuale sistema induce a centomila compromessi: in base alla propria coscienza, in base alla propria forza, ognuno stabilirà fin dove resistere e andare. Uno dirà: Io mi accontento solo di fare raccolta differenziata dei rifiuti, mi fermo lì, poi sono un consumista… Un altro invece dice: No, io questo lavoro non lo faccio, perché questa è ancora una collaborazione con un sistema che non condivido… Rispettiamo i diversi cammini.
    Dall’altra parte c’è tutto un impegno di carattere sociale, quindi l’importanza di riuscire a muoverci avendo anche un quadro di riferimento. Noi oggi quando facciamo le nostre lotte improvvisiamo, "starnazziamo". Qualcuno ha detto: Il debito! E via tutti per il debito. Qualcuno ha detto: No, comportamenti positivi!, commercio equo!, banca etica!.
    Io ho una mia teoria: per riuscire a mettere in piedi un cambiamento bisogna sapere dove ci troviamo e verso dove vogliamo andare. Quindi dobbiamo avere questo scenario in testa ed allo stesso tempo cominciare a costruire una linea, una traiettoria di cammino. Ma devo rendermi conto che ci sono interventi i quali si pongono come obiettivo la diminuzione dei danni immediati del sistema. Per esempio, quando io faccio una lotta per garantire ai lavoratori delle piantagioni di ananas un salario più alto, non sto facendo rivoluzione, ma semplicemente sto tentando di fare in modo che questa gente smetta di morire di fame. Quindi sto mettendo un cerotto piccino piccino e lo colloco nella parte iniziale della freccia, non lo colloco nella parte alta. Quando io faccio invece un’operazione sull’organizzazione mondiale del commercio, perché si passi dal principio di dimostrare i danni di un prodotto, al principio precauzionale, sono già ad un gradino più alto, sto lavorando al piano delle regole. Quando io faccio banca etica, intanto comincio a dire che le azioni contro questo sistema per traghettarlo verso la nuova deriva, possono essere di resistenza, ma possono anche essere di desistenza: la capacità di mettere in atto delle iniziative positive, e possono essere delle iniziative che mi anticipano i tempi. Cioè io posso cominciare già oggi, nonostante tutte le contraddizioni, a realizzare qualche cosa che dovrà valere anche per il domani. Qualora io possieda un'ottica più completa, farò in modo che, cammin facendo, nelle iniziative che realizzo io riesca gradualmente a districarmi nei compromessi, che sicuramente bisogna accettare se si vuole andare avanti. Oggi, purtroppo, nessuno si pone il problema dell’alternativa, sembra cosa inutile, troppo lontana. Io dico: cominciamo a lavorare nel quotidiano per tentare di far cambiare delle cose secondo i metodi della resistenza, delle desistenze, per tentare di diminuire i danni o per tentare di far cambiare le regole, con questa volontà di cercare un progetto alternativo. È un’utopia? Forse sì, ma ne vale la pena.

Marianella Sclavi

Se uno si fa prendere dal taglio del discorso di Gesualdi, non ha molte possibilità di scampo, c’è un elemento di allarmismo terroristico nel suo tono che è assolutamente consapevole ed è anche efficace. Corrisponde a una situazione drammatica della quale non ci possiamo permettere di dimenticarci. Però come si affrontano questi problemi? Allora vi racconto un paio di storie. Tenete conto che il tipo di ricerca che faccio è basata sul principio che tutti noi già - chi più chi meno - abbiamo praticato l’arte dell’ascolto attivo e della gestione dei conflitti nella nostra vita, però non sappiamo descrivere quello che facciamo perché l’epistemologia della civiltà occidentale di cui siamo parte non ci offre gli strumenti adatti. Quindi in pratica quello che faccio è andare in giro non tanto a spiegare alla gente "come deve comportarsi", ma a raccogliere episodi in cui si comporta già bene per capire meglio insieme di cosa si tratta, cosicché possa decidere di farlo in modo più consapevole e sistematico. Per esempio a Torino ho fatto una serie di incontri sulla gestione creativa dei conflitti con degli abitanti e dei capi-scala di un quartiere di case popolari. Ho iniziato raccontando loro la storia del giudice saggio ed un paio di esempi che già conoscevo relativi a delle dispute gestite e risolte in modo creativo fra vicini di casa, poi ho detto: "Adesso tocca a voi. Vi viene in mente qualche episodio della vostra vita o nel vostro ruolo di rappresentanti di scala, che assomiglia a queste storie ?".

Come un rappresentante di scala ha provocato lo spiazzamento

Vi racconto una storia molto divertente e istruttiva, raccolta con questo approccio.
Il narratore è un rappresentante di scala che abita al piano terra di un edificio di dieci piani; la sua camera da letto dà su una rientranza dell’edificio di tre metri per uno; quindi chi passa sul marciapiede, specie se è un ragazzino, è tentato di entrare in quello spazio per sbirciare dalla finestra. In un certo senso quella rientranza non sembra avere altri usi, non serve per ripararsi dalla pioggia, non serve per sedersi all’ombra. Questo ovviamente dà molto fastidio a lui, a sua moglie e anche a tutte le altre famiglie che abitano in appartamenti analoghi nelle altre torri costruite allo stesso modo. Si è rivolto a più riprese agli architetti dell’ATC (gestore delle case popolari di Torino) per ottenere il permesso di costruire un muretto che impedisca l’accesso in questo spazio. La risposta era sempre stata: "Assolutamente no, è uno spazio pubblico, non sognatevi di appropriarvene, non è assolutamente possibile". Passa un po’ di tempo e un giorno, quando l’architetto delle case popolari capita da quelle parti per altre ragioni, questo rappresentante di scala gli dice: "Senta architetto, mi faccia un piacere. Venga un attimo a casa mia. Non voglio niente. Desidero solo che Lei veda anche dall’interno che cosa vuol dire avere quello spazio fuori". Questo architetto accetta, entra in casa, va nella camera e fa per andare verso la finestra a guardare lo spazio dalla finestra. In quel momento il rappresentante di scala gli dice: "Adesso per favore si tolga i pantaloni. Se nel farlo si sentirà a suo agio, ha ragione lei; se invece si sentirà a disagio, ho ragione io". L’architetto è rimasto un po’ interdetto, ma poi si è messo a ridere. "Ci penso su", ha replicato. Ebbene, adesso tutti gli appartamenti che hanno quella struttura hanno il loro bravo muretto e quegli spazi sono usati dagli inquilini per metterci delle piante, per far prendere una boccata d’aria al gatto o al cane o altro.
    Vedete, l’intelligenza di questo capo-scala è stata quella di capire che era inutile insistere sulle posizioni, continuare a ragionare su dei principi incompatibili e che bisognava provocare uno spiazzamento, uno spostamento; bisognava dare alla controparte una possibilità di vedere le cose in un modo diverso. Il caso è analogo ai consigli che avevo dato io agli urbanisti di cui ho raccontato in precedenza. "Andate a casa loro, guardate dalla finestra, spostatevi e spostandovi cambiate anche il rapporto".

Yunus, Gandhi e le danze


Se prendete il libro Il banchiere dei poveri di Mohammed Yunus (se non l’avete fatto, dovete assolutamente leggerlo, Feltrinelli, Milano 2000), vedrete che Yunus, che è un economista del Bangladesh con tanto di Master negli Usa, quando era a capo di un dipartimento di economia in una cittadina del suo Paese ha incominciato a chiedersi che rapporto c’era fra quella disciplina meravigliosamente formale che insegnava in classe e la vita degli abitanti del vicino villaggio che morivano di fame. Gli viene un dubbio: "Forse dobbiamo studiare economia a partire da questo villaggio". Ha fatto fare ai suoi allievi e allieve delle inchieste ed ha scoperto che con pochi dollari si sarebbe riusciti a sottrarre dal capestro degli usurai l’intero villaggio. Incomincia a girare per le Banche esistenti per proporre loro di dare credito a queste persone e famiglie al posto degli usurai, senza nessun esito. Non lo ascoltano. Ma quando gli chiedono come ha fatto a inventarsi la Grameen Bank che adesso in Bangladesh ha quarantamila centri ed è la banca col maggior ritorno dei prestiti (98%) del mondo, Yunus risponde: "Li ho ascoltati e ho fatto tutto l’opposto di quello che ritenevano l’unico modo possibile di operare". In realtà Yunus in questo modo è riuscito a trovare anche aiuti da dirigenti particolarmente "aperti" e intelligenti che operano dentro il sistema bancario "normale" che non se la sarebbero sentita di dare direttamente credito a chi non possiede alcuna garanzia economica , ma erano disponibili ad aiutare chi ci provava autonomamente. Quindi vedete che bisogna impratichirsi in questa capacità di gestione creativa dei conflitti che già in qualche misura esercitiamo.
    Secondo me il problema non è tanto il capitalismo, ma è il riduzionismo. Cioè una abitudine di pensiero che nega la complessità e non promuove le capacità di base, autoconsapevolezza emozionale, ascolto attivo, gestione creativa dei conflitti, che ci permettono di accoglierla e di sfruttarla per aumentare il ventaglio di possibilità di ognuno.
    Non è casuale che una delle chiavi per cominciare a capire come si opera adeguatamente nella complessità, accanto al buon dialogo interculturale, è la teoria e pratica della nonviolenza. L’esempio è questo: se una persona mi dà un pugno e io restituisco il pugno, a livello dell’azione io mi sto opponendo a quella persona, ma a livello della relazione, sto cooperando con lei . Uno che mi dà un pugno mi sta proponendo uno scenario di lotta e quando lo restituisco, collaboro a tenere vivo quello scenario. Tutta la filosofia della nonviolenza è meditazione su questo. Però se io, quando la persona mi dà un pugno mi limito a subirlo, cosa faccio? collaboro o no, a livello di scenario, di relazione (di cornice)? In questo caso c’è stata una lotta e lui ha vinto; quindi il suo scenario rimane quello vincente e la mia azione passiva è ugualmente collaborazione. Se mi concentro solo sui comportamenti, non c’è via di uscita. O attaccare o subire. Quello che invece si deve cambiare è lo scenario relazionale. Come si cambia lo scenario? Con lo spiazzamento, come ha fatto quel rappresentante di scala, ha spiazzato l’interlocutore, ha smesso di discutere sulla posizione e lo ha messo in una situazione in cui doveva vedere le cose in un modo diverso.
    Gandhi è un pensatore dell’arte dello spiazzamento non fine a se stesso, ma per cambiare le danze.

Vittorio Falsina

Thomas Berry, un geologo e filosofo Americano erede di Teilhard de Chardin, insieme al centro di ricerche di San Francisco, ha scritto ormai parecchi libri sulla storia dell’universo : The Dream of the Earth, The Universe Story, The Great Work, per citare solo gli ultimi usciti.

Le quattro fasi dell'evoluzione dell'universo

La storia dell’universo è la storia dell’emergenza del sistema galattico in cui ogni nuovo livello di espressione emerge come da una spinta urgente e necessaria di autotrascendenza. Alle origini di questa evoluzione, l’idrogeno compresso dal calore di milioni di gradi si trasforma emergendo in un entità diversa, l’Elio. Dopo la formazione delle stelle come oceani di fuoco roteanti nella volta celeste, ecco altre trasformazioni sorprendenti. Alcune stelle esplodono spargendo nell’universo frammenti di polvere stellare che, attratti dalla forza di gravità, danno poi origine al sistema solare e ai pianeti come il nostro. Se guardiamo poi all’evoluzione della biosfera propria del nostro pianeta terra, vedremo l’emergere di strutture rocciose e cristalline, il divenire di diverse forme vitali, da quelle vegetali più semplici come i licheni all’evolvere delle varie specie, i pesci, gli uccelli e i mammiferi. Alla fine, ecco apparire la specie umana non solo come una creatura terrena, ma anche universale, nel senso che è espressione dell’universo stesso. Quali esseri umani noi portiamo l’universo dentro di noi, e l’universo ci porta nel suo essere. Per dirla con Thomas Berry, "L’uomo è quell’essere in cui l’universo diviene presente a se stesso in modo unico tramite l’auto-coscienza del suo divenire. L’uomo, l’unico animale capace di auto-riflessione, è la coscienza dell’universo nel suo divenire. Brian Swimme, un astrofisico discepolo di Berry, comunica lo stesso concetto in modo ancor più poetico quando scrive: "L’universo trema di stupore nelle profondità della coscienza umana". Noi sperimentiamo un identità e intimità con l’intero ordine cosmico nelle fibre del nostro essere. In virtù di questa relazione primordiale, l’uomo e l’universo vivono in una simbiosi e comunione che li rende totalmente presenti l’uno all’altro e, insieme, presenti a quel mistero da cui ambedue sono emersi. Se comprendiamo questa verità dobbiamo sapere che nulla può essere completamente se stesso indipendentemente da tutti gli altri esseri. L’universo è insieme una comunione e una comunità.
    Riassumendo questa storia dell’evoluzione dell’universo si possono distinguere quattro fasi: La prima è l’evoluzione delle galassie e degli elementi primari, la seconda fase è la formazione del sistema solare e del pianeta terra con la sua struttura molecolare e geologica; la terza fase corrisponde all’evoluzione della vita nella varietà delle specie, e la quarta fase culmina con l’evoluzione della coscienza e lo sviluppo culturale dell’umanità. Quando spiegate ai vostri alunni le quattro componenti del pianeta terra: la stratosfera, la idrosfera, la eliosfera e la biosfera, dovreste aggiungere un’altra sfera, la noosfera, ossia la sfera della mente che corrisponde allo sviluppo della coscienza.
    In questo momento storico abbiamo la possibilità di assumerci la responsabilità per la nostra relazione con la terra. Allo stesso tempo, dobbiamo renderci conto che l’evoluzione di questa sfera ha alterato una volta e per tutte l’equilibrio naturale delle altre sfere, dandoci la capacità di cambiare il funzionamento dell’ecosistema. Questo è il motivo per cui, come dice bene il preambolo della Carta della Terra, "ci troviamo in un momento cruciale della storia della terra: un momento in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro". Ci sono voluti 14 bilioni di anni perché l’universo, la terra e tutti gli esseri viventi evolvessero attraverso la conoscenza empirica. Questo raggiungimento è dovuto soprattutto alla conoscenza scientifica dell’universo. Gli ultimi trecento anni di ricerca scientifica possono essere considerati come la meditazione più prolungata sull’universo che sia mai stata fatta nella storia, lo yoga dell’Occidente, come l’ha definito Berry. La scienza ci ha aperto la via ad una nuova esperienza di rivelazione. Ora ci offre la possibilità di un’intimità con la terra veramente nuova. Questo è il contesto in cui si colloca la Carta della Terra. È il tentativo di narrare questa nuova storia sulla base di indicazioni etiche, religiose e scientifiche universali.

Ecosofia: la sapienza della Terra

Ecco allora che la Carta della Terra diventa la struttura portante di una nuova storia dell’universo. L’educazione ecologica fatta in questa chiave diventa ecosofia, ossia sapere e sapore della terra stessa. Alla luce di questa storia, la scuola potrebbe essere considerata come una continuazione del processo di auto-educazione intrapreso dalla terra stessa. Ecosofia non significa educazione sulla terra o sull’ambiente, come se fosse un oggetto da cui noi possiamo allontanarci per studiarlo oggettivamente. La terra è qui intesa come quella comunità che educa tutti gli esseri viventi che la abitano. La terra può essere infatti considerata l’ente educativo primordiale con un successo pedagogico che include migliaia di esseri viventi e si estende in un curriculum lungo bilioni di anni. La scuola dovrebbe diventare un centro che educa i soggetti ad un ampia visione in cui la storia dell’universo è vista in sintonia con il processo evolutivo della storia umana e del proprio sviluppo personale. L’uomo e l’universo sono un tutt’uno nel respiro del cosmo.
    I bambini di oggi hanno bisogno di una storia che li aiuti ad integrare il significato della loro esistenza personale con la maestà dell’universo che li circonda in modo armonico e globalmente spirituale. Insegnare ai bambini la storia della natura dovrebbe essere uno degli eventi più importanti della loro vita in cui fanno esperienza di una realtà numinosa e trascendente a partire da loro stessi, dal proprio corpo, e dalla coscienza di essere parte di questo universo. Se l’educazione non li porterà a fare questa esperienza di intimità con la terra, probabilmente non scopriranno mai il loro posto nel mondo più vasto, nello spazio e nel tempo. La scuola secolare non provvede quella mistica che dovrebbe essere associata alla storia dell’evoluzione. La scuola religiosa, che ha adottato la storia scientifica solo superficialmente, non può guidare gli alunni ad un’esperienza religiosa vera della natura e di se stessi perché staccata dal mistero della redenzione. La tragedia è che oggi la scuola svolge un ruolo simile ai riti di iniziazione nelle società tribali o nei tempi antichi in cui veniva comunicata una storia tramite l’esperienza corporea come un patrimonio per attraversare la vita.
    In questo escursus abbiamo osservato i limiti della storia religiosa improntata esclusivamente sulla redenzione e della scienza distaccata dalla mistica dell’essere. Abbiamo indicato la necessità di creare nuova storia dell’universo dalla quale possa emergere una nuova visione dell’essere e dei valori. Non abbiamo altra alternativa per guidare il corso del futuro se non quella di scoprire il nostro ruolo in questo processo evolutivo di cui siamo parte. Se nel passato la civiltà e le religioni occidentali hanno guidato la storia sulla via dell’elezione, della distinzione dagli altri popoli e dell’alienazione dalla natura, la via che ci apre al futuro è quella dell’intimità con la terra nella comunione con ogni creatura nel mistero della vita che è Dio.

La fine? Piuttosto un nuovo inizio

Concludo con un'invocazione alla speranza. Se il dinamismo dell’universo sin dall’inizio ha formato il corso delle stelle, ha acceso il sole e formato la terra; se questo stesso dinamismo ha fatto emergere i continenti, i mari e l’atmosfera, ha svegliato la vita nella cellula primordiale e chiamato all’essere la straordinaria varietà di esseri viventi, e infine ci ha guidato con sicurezza attraverso secoli turbolenti, ci sono ragioni per credere che lo stesso processo sta guidandoci alla comprensione di noi stessi in relazione a questa epica dell’evoluzione. Educati da questa pedagogia che ci si rivela nella struttura dell’universo possiamo avere fiducia nel futuro che attende la manifestazione dell’avventura umana. La Carta della Terra è solo l’inizio, forse una mappa rudimentale di questa presa di coscienza. "A new beginning", come dice la conclusione, ossia, un nuovo inizio.

I relatori del 39° Convegno Nazionale CEM

 Marianella Pirzio Biroli Sclavi è docente di Antropologia Culturale e Sociologia Urbana al Politecnico di Milano, Dipartimento di Scienze del territorio. È esperta di tecniche comunicative (Shadowing) in situazioni conflittuali e complesse. Partecipa a programmi di progettazione partecipata del territorio. È membro del programma di microcredito "Grameen Foundation" in Kosovo…
Tra le sue pubblicazioni segnaliamo: Il senso di imparare, in collaborazione con Paolo Perticari, per l'Ed. Anabasi, Mi '94; Una spanna di terra, Feltrinelli, Mi '94; Arte di ascoltare e mondi possibili, Le Vespe Ed., Mi 2000.

Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, è fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, con sede a Vecchiano (PI), che ha introdotto in Italia il tema del consumo critico e ha promosso campagne di pressione nei confronti di Nike, Chicco/Artsana, Chiquita. Ha inoltrato al Parlamento Italiano la proposta di legge sulla qualità sociale dei prodotti. È Direttore della rivista Equonomia.
Tra le pubblicazioni segnaliamo: Manuale per un consumo responsabile, Feltrinelli, Mi 2000. Per CEM Mondialità ha curato il Dossier Oltre l'economia del mercante (Gennaio 2000).

Vittorio Falsina, dottore in etica sociale ed in relazioni internazionali presso l'Università di Chicago (USA). Ricercatore alla Mc Arthur Foundation e alla Rockfeller Foundation è. attualmente Visiting Professor alla Divinity School della Harvard University. Ha partecipato ai lavori dell'équipe che ha curato la stesura del Earth Charter Draft ed, in seguito, ha guidato gruppi di ricerca ed esperienze della Earth Chart in vari paesi, dall'America Latina all'Australia.

Gianni Caligaris, ha studiato legge a Parma e sociologia ad Urbino. E' appassionato sostenitore di economia solidale ed è membro del comitato etico di Banca Etica. Autore di diverse pubblicazioni e di numerosi articoli per "Missione Oggi", "Nigrizia", "Alfazeta" da vari anni è prezioso collaboratore del Cem.

<precedente|

Ritorna alla Home PageRitorna a Introduzione alla storia della chimica