NEL NOME DELLA MADRE
La saggezza della terra come educazione

Complessità, criterio per capire cosa sta succedendo
Dott. Marianella Sclavi

È difficile intervenire dopo una introduzione come questa. L’elenco dei disastri ecologici del mondo, anche se proposto con una verve satirica molto efficace (per cui abbiamo anche riso) non può che lasciare un senso di sgomento e di disperazione. Dobbiamo essere grati a chi ci rende accorti di queste catastrofiche informazioni, ma al tempo stesso è necessario chiedergli che la prossima volta, almeno nell’incipit, sottolinei che è solo metà del quadro, che la globalizzazione ha anche una serie di risvolti estremamente positivi sui quali far forza per affrontare i pericoli e i limiti denunciati. L’ottimismo della ragione appare del tutto insufficiente, ci vuol ben altro e - per nostra fortuna - c’è ben altro.
    Io mi occupo di gestione creativa dei conflitti e ascolto attivo, usando l’antropologia (in particolare la "nuova etnografia") come un modello particolarmente adatto per capire quali sono le dinamiche di una buona comunicazione in situazioni complesse e di tensione. Ho scritto un libro che si intitola Arte di ascoltare e mondi possibili e un altro che si chiama La signora va nel Bronx, sui nuovi pionieri urbani e le ragioni dei loro successi e fallimenti, ai quali rimando chi voglia andare al di là delle provocazioni necessariamente schematiche che sto per buttarvi.
    Noi parliamo molto di globalizzazione oggigiorno; secondo me sarebbe molto più utile parlare di complessificazione, perché mentre il termine "globalizzazione" è fondamentalmente spaziale, geografico, la "complessità" ha un significato tecnico molto più preciso e utile, cioè indica un sistema, un ambiente nel quale stanno aumentando contemporaneamente la diversificazione e l’interdipendenza. Quello che sta avvenendo è che ad un ritmo rapidissimo, in tutte le situazioni della nostra vita quotidiana, stanno aumentando contemporaneamente sia la diversificazione che l’interdipendenza. Vi faccio due esempi. Se uno negli anni ’50 si proponeva di visitare un qualsiasi paese africano, prendiamo la Nigeria, prima di tutto ci metteva un sacco di tempo perché i trasporti erano estremamente rudimentali (un po’ in camion e in gran parte a piedi…) e poi trovava una serie di villaggi con pochissimi contatti tra di loro, tranne dei mercati periodici, i cui abitanti parlavano lingue diverse, avevano usi e costumi diversi, religioni diverse, ecc.. Quindi una serie di insediamenti largamente autosufficienti e molto diversi tra di loro, ovvero: un ambiente estremamente diversificato, ma poco interdipendente. Oggi, se uno torna nello stesso posto, ha l’impressione che sia intervenuto un gigantesco frullatore per cui queste popolazioni, pur mantenendo radici di lingua, di cultura e di religione diverse, hanno dovuto abbandonare i villaggi, sono andate nelle città che sono diventate delle megalopoli nelle quali tutte queste culture convivono in insediamenti in grandissima parte "illegali", abusivi dove le nuove generazioni formano ancora nuove culture, di adattamento alla realtà urbana in quello che è divenuto un enorme Bronx. Quindi, all’inizio avevamo la diversificazione, adesso abbiamo un fenomeno completamente diverso: un aumento di diversificazione in un rapidissimo aumento di interdipendenza.
    Un altro esempio, ma alla rovescia, è la famiglia italiana: la famiglia italiana negli anni ’50 era una famiglia allargata con i nonni, gli zii, i cugini, ecc., era una struttura interdipendente, ma con scarsa differenziazione nel senso che, pur avendo ognuno la propria personalità e carattere, valeva un principio di autorità unico, quello del capofamiglia. C’erano litigi e odi feroci, più di adesso, ma riferiti a questo principio di autorità unico. Noi oggi viviamo in famiglie al tempo stesso più piccole e più diversificate, in quanto qualsiasi membro della famiglia esige che gli altri lo trattino come una "persona" (un principio autonomo di autorità..), per cui i criteri della convivenza non sono dati, ma vanno continuamente negoziati e rinegoziati. Qui l’interdipendenza c’era e rimane, ma diventa qualcosa di completamente diverso, interviene la diversificazione e anche la famiglia diventa una struttura complessa.
    Quindi la complessità è il criterio principale che ci permette di capire che cosa sta succedendo nel mondo, dalla famiglia, alla scuola, alle città, ai rapporti internazionali. Gli esempi sono infiniti, pensate a cosa voleva dire immigrare in un altro Paese negli anni ’50, tagliavi i ponti, una lettera ci metteva un mese ad arrivare e attendevi due mesi per la risposta; oggi un taxista pakistano a New York ascolta attraverso le cassette registrate le ultime prediche dell’iman del suo villaggio di origine e con l’E-mail comunica in tempo reale con i suoi parenti i quali più facilmente e rapidamente vengono a trovarlo e viceversa. Quindi la complessità diventa la caratteristica dominante della vita sociale e anche della identità di ogni singola persona.
    Questa complessificazione non potrà che aumentare, non possiamo farci nulla, l’unica cosa che possiamo fare è usare questo processo per diventare più ricchi invece che più poveri. Prima di tutto più ricchi umanamente e poi anche economicamente. Non è scontato, ma è una possibilità reale; infatti è la prima volta che nell’orizzonte dell’umanità si affaccia concretamente questa possibilità.
    La parola chiave è "comunicazione", come aveva capito benissimo quel geniaccio di Marshall Mc Luhan (il teorico del "villaggio globale" e de "il mezzo comunicativo è il messaggio") già alla fine degli anni ’60.
    Quello che succede alla comunicazione in una situazione complessa è sintetizzato in modo efficace nell’aneddoto che fa da cardine al libro che prima vi ho citato "Arte di ascoltare e mondi possibili", l’aneddoto del giudice saggio. E’ il seguente. I due litiganti vengono portati di fronte al giudice saggio. Il giudice saggio ascolta con estrema attenzione il primo litigante e gli dice alla fine: "Hai ragione, hai perfettamente ragione". Dopodiché ascolta il secondo litigante, gli rivolge delle domande, si fa spiegare tutte le sue vicende, ecc.; e alla fine gli dice: "Hai ragione, hai perfettamente ragione". A questo punto uno fra il pubblico trova il coraggio di alzare la mano ed esclama: "Ma eccellenza, non possono aver ragione tutti e due!". Il giudice ci pensa sopra un attimo e poi replica, serafico :"Hai ragione anche tu!".
    Questa situazione ci fa ridere naturalmente, perché si crea un paradosso circolare autoriflessivo, non solo due persone che sostengono posizioni opposte hanno entrambe ragione, ma ha ragione anche chi dice che non possono aver ragione entrambe. Ma - come adesso vi mostrerò con alcuni esempi - è esattamente quello che dobbiamo imparare a fare se vogliamo comunicare in modo efficace in situazioni complesse.

Comunicare in situazioni complesse: primo esempio

Immaginiamo un dialogo fra un congressista italiano (che cerca di parla inglese) e uno americano.
Italiano:" I am going to a committee"
Americano: " ???"
Italiano ( in corsivo la sua pronuncia ) : " I am going to a..coomiitiii "
Americano: "???"
Italiano: "Cooomiiitiii!"
Americano: " ? What??"
Italiano: "Neever maaind!"
E se ne va.
    Si tratta di un incidente molto comune. L'italiano, accorgendosi di non essere compreso, cerca di essere più chiaro, ma ogni volta si sente più frustrato, a disagio, spazientito. Al terzo tentativo, pensa: "O io sono un fallimento o lui è un cretino".
    In realtà quel che è successo è proprio questo.

Mappa bisociativa: "Essere più chiaro" Italiano / Inglese.

L'italiano nelle successive correzioni si è attenuto a una premessa implicita (una "cornice") che vale nella sua lingua di origine e cioè che "essere più chiari" implica sottolineare maggiormente le vocali. Invece per gli inglesi "essere chiari" comporta sottolineare le consonanti. Sforzandosi di correggere la propria pronuncia l'italiano ha continuato a peggiorarla.
    Questa è una situazione in cui si applica perfettamente l’aneddoto del giudice: ha ragione l’italiano perché nella sua cultura di origine la regola che lui applica è data per scontata, funziona sempre. Ha ragione l’americano per lo stesso motivo, anche se la regola è diversa. E allo stesso tempo "non possono aver ragione entrambi" perché quando cercano di comunicare fra loro non si capiscono.
    Solo se capiamo tutto questo, che ha ragione l’uno, che ha ragione l’altro e che nello stesso tempo non possono avere ragione entrambi, poniamo le condizioni perché si arrivi a meta: comunicare e cioè a chiarire le ragioni reali del conflitto nel rispetto reciproco. Solo così il conflitto, la tensione, invece che bloccarsi sulla irritazione, sull’imbarazzo, riesce a trasformare queste emozioni in un atteggiamento di tipo esplorativo e di comprensione e accoglienza reciproca. In altre parole, l’imbarazzo e l’irritazione, l’ansia, in un rapporto interculturale sono inevitabili; il problema è se le associamo con un atteggiamento difensivo-offensivo oppure se ce le giochiamo con umorismo (che è un requisito per l’autoconsapevolezza emozionale), trasformandole nel ponte per l’esplorazione di mondi possibili.

Assumere che l'altro ha ragione
   

Vi faccio un altro esempio rapidissimo per illustrare come questo non sia utile soltanto quando si parla un’altra lingua, ma in generale nella gestione creativa dei conflitti. Mi occupo, fra l’altro, di progettazione partecipata, cioè del coinvolgimento della popolazione nelle decisioni su come progettare gli spazi pubblici. Un gruppo di giovani urbanisti avevano avuto dal Comune di Torino l’incarico di fare la progettazione partecipata in un quartiere periferico della città di un nuovo centro commerciale, non molto grande, e di altre piccole aree da attrezzare a verde o giochi o altro. Questi architetti erano andati a parlare con la gente, avevano usato dei piccoli questionari per capire quali erano le opinioni, avevano costruito un plastico che riproduceva gli edifici già presenti e sul quale si potevano proporre delle modifiche ai nuovi progetti. (Si chiama "planning for real", questo metodo di consultazione con i plastici). Alla fine di tutto questo, la stragrande maggioranza degli abitanti intervenuti avevano trovato un accordo su un progetto, tranne un gruppo che si era costituito fin dall’inizio in un "Comitato del no al centro commerciale" e con il quale non erano mai riusciti a ragionare, nemmeno a parlare, perché si passava subito alle urla e alle accuse. Guarda caso questo comitato era formato da abitanti delle case intorno all’area dove doveva sorgere il centro commerciale. Quando questi architetti sono venuti a chiedermi un consiglio di "gestione creativa dei conflitti" non erano neppure in grado di spiegarmi quali erano le obiezioni specifiche di questo comitato al centro commerciale, perché si era attestato sul "No" senza voler entrare nel merito. Ho detto loro :"Dovete mettervi nelle condizioni di ascoltarli. Voi finora avete usato le orecchie, li avete solo 'sentiti', adesso dovete ascoltarli. Dovete applicare quella regola dell’arte di ascoltare, che dice: Se vuoi capire quello che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a capire come e perché ha ragione. Ora è evidente che la stanza di consultazione nella quale finora vi siete trovati non è il luogo adatto per questo e bisognerebbe anche cercare di capire il perché. Probabilmente il tipo di comunicazione consentito da quella sede, fondamentalmente verbale, non è quella più adatta. Perché, per esempio, non provate a chiedere se potete recarvi a casa loro, per guardare dalle loro finestre l’area del centro commerciale e confrontare come la vedete voi e come la vedono loro. Cioè: muovetevi, spostatevi; spostandosi cambiano molte cose, non solo le coordinate spaziali, andate lì, bevete un caffè assieme…: siate un po’ meno urbanisti e un po’ più persone".
    Quando questo è avvenuto, gli urbanisti si sono resi conto che questa gente immaginava il centro commerciale in modo abbastanza diverso da com’era nel plastico, come un edificio molto più alto e molto più ingombrante e un magnete del traffico cittadino, per cui l’area sarebbe diventata invivibile per l’eccesso di automobili. Vedevano bambini in pericolo, scippi…, insomma erano dotati di una immaginazione sociologica notevole e ricca di particolari.
    Allora questi urbanisti sono andati a prendere qualche decina di palloncini arancione, li hanno gonfiati e fissati a terra con dei fili in modo da rappresentare il profilo, sia in termini di altezza che di perimetro dell’edificio previsto dal progetto. Hanno cioè costruito una "realtà virtuale" e assieme agli abitanti sono scesi in strada a camminarci attorno e dentro. Camminando in questa realtà virtuale è diventato più facile per tutti comunicare; sono venute fuori delle proposte di modifiche anche consistenti che sono state accolte e di cui gli urbanisti prima non erano stati consapevoli. È stata cambiata leggermente la posizione sia del centro che del parcheggio, la disposizione delle piante e aiuole fra le case e il centro commerciale. Insomma, alla fine questo progetto è passato senza opposizioni. (Sulla "realtà virtuale" ho trovato affascinante un libro di Carlo Infante, Imparare giocando. Interattività fra teatro e ipermedia, Bollati Boringhieri, Torino 2000 )
    Questo è un esempio che faccio spesso ben sapendo che si presta anche a molte critiche che probabilmente mi farete anche voi, però illustra bene come funziona la gestione creativa dei conflitti, la quale deve diventare parte di una abitudine di pensiero condivisa da tutti, e non una materia di competenza unicamente di specialisti.

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