NEL NOME DELLA MADRE
La saggezza della terra come educazione

Tavola rotonda

(Nota redazionale: Il contesto di questa tavola rotonda è il 39° Convegno Nazionale CEM/Mondialità tenuto a Pracatinat, Torino, il 22-27.8.2000; informazioni sul Movimento CEM alla pagina: http://www.saveriani.bs.it/cem/Movimento/index.html )

 

Il Buon Giorno di p. Arnaldo De Vidi
    

Signore e signori, un buongiorno!
    Sono stato intervistato mezz'ora fa da Radio Vaticana per un programma in lingua portoghese e lì per lì, dovendo riassumere quello che noi stiamo facendo qui, mi sono espresso in questi termini: "Nel 39° Convegno Nazionale noi del Cem vogliamo renderci conto che la terra è malata e noi con lei. Anzi noi siamo responsabili della malattia della terra. Si tratta ora di trovare il rimedio. Ma che cosa capita quando una persone è malata? Oltre a fare la diagnosi e prendere delle medicine, deve "cambiare vita". Cioè se torna a vivere come viveva si ammalerà di nuovo. Noi dobbiamo sì accettare le denunce sulla situazione della terra e correre ai ripari, apportando dei correttivi a breve termine, ma dobbiamo anche rivedere tutto il nostro stile di vita. Quindi vivere un rapporto differente, e, noi diciamo, diventare alunni della terra. E dobbiamo studiare come tradurre tutto ciò pedagogicamente.
    Ora vi presento Gianni Caligaris che vi presenterà i signori della tavola rotonda. Gianni è collaboratore Cem, titolo che lo qualifica altamente. Ha studiato legge a Parma e sociologia a Urbino. È del comitato nazionale della Banca Etica. Unisce rigore scientifico, passione per l'economia solidale, doti di narratore e, oserei dire, di mistico. La "iena" di Gianni (cfr. il film di ieri sera Le cri du coeur) è una banca di Parma, che ad un certo momento ha pensato di dargli un incarico maggiore. I tempi ora sono più stretti e quindi per averlo dobbiamo sempre bisticciare un poco, ma sappiamo che possiamo contare su di lui.

Introduzione del moderatore Gianni Caligaris
   

Permettetemi di aprire con un saluto a tutti gli amici di vecchia data con i quali abbiamo incrociato i nostri percorsi qui al CEM e ai nuovi, quelli che saranno i nuovi amici da qui in avanti. Per me è sempre un grande piacere tornare in queste occasioni. Io qui devo fare il moderatore e teoricamente il moderatore fa parlare gli altri, però è uso consolidato almeno in Italia che il moderatore dica anche la sua, in apertura, altrimenti Arnaldo non avrebbe chiamato uno del mio calibro per fare il moderatore a questa tavola rotonda, bastava un buon vigile urbano…
    Ruberò qualche minuto per buttare sul tema di oggi, direi più genericamente sul tema del convegno, qualche sasso nello stagno, che da bravi sub vi divertirete nei giorni prossimi ad andare a cercare e a ripescare.
    Credo che il tema di quest’anno sia l’ennesima sfida che il CEM porta alla propria curiosità ed alla propria volontà di tentare percorsi forti e inusuali. È l’ennesimo crinale sul quale questa ricerca, che dura da anni, ha avviato i propri passi, e credo che sia forse uno dei crinali più ripidi, più scoscesi di quelli affrontati negli ultimi tempi.
    "Nel nome della madre" questo ri-ragionamento sul nostro rapporto nei confronti di questo sistema che ci dà la vita e che ci sostiene è sicuramente una terra di mezzo in cui più se ne parla, più ci si lavora, più ci si rende conto che ci sono pochissime certezze, non solo di idee, ma anche di percorsi e che forse l’unica cosa veramente costante, veramente coerente all’interno di tante situazioni che sono ancora apparentemente molto contraddittorie, è la coerenza della ricerca, la coerenza della coscienza del bisogno di continuare questa ricerca e questo percorso.
    Un giorno ci siamo svegliati e ci siamo resi conto che il Cantico delle Creature non era più solamente un bellissimo canto di lode, ma era anche la scaletta per un esame di coscienza. E che forse se San Francesco fosse vissuto adesso, accanto a sorella acqua casta et praetiosa, a sorella terra e a frate foco, avrebbe messo anche frate ozono, un altro degli elementi che ci permettono di vivere e che sono in pericolo come oggi è in pericolo l’acqua, sono in pericolo i sistemi viventi, come oggi è in pericolo tutto l’ecosistema.
    Questo risveglio, però, è stato un risveglio di grande disorientamento, almeno io lo colgo così, dopo tanti anni di lavoro. Ci siamo svegliati da secoli di pensiero occidentale, illuminista, positivo, positivista e ci siamo resi conto che tutto questo stava configurando una locomotiva lanciata verso il nulla, o forse verso un enorme baratro. E le coordinate si sfumano, anche all’interno dei mondi delle culture che stanno facendo ricerche e provocazioni riguardo a questo. Io ricordo che nel rapporto del World Watch Institute di due anni fa, c’era un capitolo interessante e per certi versi sconcertante. Era intitolato "Il pericolo di un’ecologia non umanista" e citava alcune correnti del pensiero ecologico che avevano perso di vista l’umanesimo, che invece percorre tuttora altre correnti, e citavano Jonas, che figura anche nel dossier della rivista del CEM, come esempio di un’ecologia che mantiene un suo umanesimo.
    Invece devo dire che questa "ecologia non umanista", improntata ad un certo egualitarismo dei sistemi biologici, quella di Leopold, Naess, Taylor e così via, mi preoccupa profondamente.
    Io, che pure mi sento teso su questa ricerca, che credo che debba essere inventato questo nuovo rapporto con gli ecosistemi, non posso non rimanere sconcertato davanti ad affermazioni del genere: "La scomparsa completa della razza umana", scrive Taylor, "non sarà una catastrofe morale, ma un evento che il resto della comunità dei viventi applaudirà senza riserve".
    Sarà un ecologista anche lui, però io mi sento su un’onda diversa. Io continuo a pensare che all’interno del creato l’uomo resti una creatura (se mi perdonate il giochetto grammaticale) non un participio passato, ma un infinito futuro, resti comunque il centro delle nostre preoccupazioni: l’uomo, tutto l’uomo, e il suo diritto alla serenità, il suo diritto alla felicità, oltre che alla sopravvivenza.
    Può essere sconcertante vedere che l’ecosofia è proposta da Panikkar, ma è proposta anche da Naess, sicuramente in termini e con obiettivi e scopi molto diversi.
    Ricordo negli anni ’80, fra gli studi del M.I.T., Forrester che portava tesi aberranti ma, alla luce delle ultime provocazioni, altrettanto inquietanti. Forrester diceva che il problema del cristianesimo e di altre religioni è che sono religioni a sviluppo esponenziale e che quindi teorizzano uno sviluppo illimitato. Diceva: "Questo non è possibile perché gli ecosistemi non lo sopportano, e quindi dobbiamo metterci in testa che, ad esempio, se in un paese accade una calamità, portare gli aiuti è un’irruzione che può essere dannosa, perché irrompe su un ecosistema che si sta autoregolando e probabilmente peggiora la condizione successiva di quelle popolazioni" e che "in un mondo a risorse finite, l’affermazione che ciascuno è responsabile del proprio fratello va in qualche modo circoscritta".
    Questo per dire che, anche all’interno di questi sistemi di pensiero, vi sono modi di approcciare le cose e soprattutto linee di tendenza che non solo perché si occupano di ecologia sono per forza buone e sane.
    Del resto un hardware che ci dà un po’ di questo disagio è nei materiali stessi di questo convegno: nella bancarella dei libri troviamo dei testi i cui soli titoli farebbero rizzare i capelli ad alcuni degli autori che abbiamo portato nel dossier. Penso che Latouche o Panikkar di fronte ad un libro intitolato "La contabilità ambientale" andrebbero giù di testa. Con tutto, sappiamo benissimo che coloro che hanno scritto quel libro hanno tutte le migliori intenzioni del mondo ed è il risultato di un lavoro duro e forte. Questo però, torno a dire, credo che sia una testimonianza, una prova di un disorientamento, un bisogno di creare delle coordinate un pochino più precise e, soprattutto, di creare dei percorsi di lavoro, e quindi fare anche delle chiarezze terminologiche, delle chiarezze lessicali.
    Alla fine, la domanda in questi casi è sempre la solita: "Rischiamo di perderci in battaglie linguistiche o rischiamo di perdere le battaglie perché la linguistica ci permette di chiamare le cose vecchie con nomi nuovi e quindi far finta che ciò che ieri faceva male oggi non lo fa più?". Pensate a tutto il dibattito intorno al concetto di sviluppo sostenibile, a queste due parole che pochi anni fa sembravano il paradigma di tutto ciò che si doveva fare per uscire da una certa situazione e che oggi invece vengono messe in crisi perché sono accusate di essere il paravento linguistico, il belletto, il fard messo su una situazione che comunque non è sopportabile.
    Stiamo seguendo dei pensatori eccellenti, (come li chiama Nanni, dei "maestri del sospetto") come Latouche, che però proprio per questo essere andati troppo in profondità, troppo in fretta e troppo duri saranno sempre degli isolati, o stiamo veramente lavorando ad un progetto culturale di cambiamento che darà a noi ed alle future generazioni una diversa prospettiva di vita?
    Non lo so. Io credo di sapere solo una cosa: qualche anno fa girava molto quel testo di un capo Lakota che aveva scritto al presidente degli Stati Uniti e chiudeva dicendo: "Dov’è l’orso? Non c’è più. Dov’è l’aquila? Non c’è più. È finita la vita, è cominciata la sopravvivenza". Noi forse siamo dei sopravvissuti (pensiamo al rischio, scongiurato ma non eliminato, dell’ecatombe nucleare), ma credo che nessuno di noi pensando ai propri figli, ai propri bambini, o anche solamente ai propri sogni bambini, accetta che tutto ciò sia un sistema di sopravvissuti. Quindi penso che tutti noi vogliamo veramente lavorare perché il futuro, se noi siamo dei sopravvissuti, torni ad essere un futuro di viventi.
    E questa credo che sia la grande sfida della ricerca che anche questo convegno porta avanti, che dobbiamo fare e in questo credo stia anche un coraggio, quello di portare nella nostra vita quotidiana questi grandi interrogativi che sicuramente sono molto vasti.
    Chi ci aiuterà oggi ad entrare su questi temi?
    Marianella Sclavi, che è alla mia destra. È docente di Antropologia Culturale e Sociologia Urbana al Politecnico di Milano ed ultimamente ha coltivato soprattutto il tema della comunicazione in situazione di conflitti e di tensione sociale, tema ricorrente tutte le volte che un sistema affronta il problema del proprio rapporto con l’ambiente.
    Poi abbiamo Vittorio Falsina che avete già conosciuto ieri. Vittorio ha un elenco di titolazioni lungo e complesso. Ricordo che è dottore in Etica Sociale e Relazioni Internazionali all’Università di Chicago, è ricercatore alla Mc Arthur Foundation, quindi mi prenderà subito in castagna sul mio inglese, ed alla Rockfeller Foundation. È Visiting Professor alla Divinity School della Harvard University ed ha integrato l’équipe della Earth Charter Draft, cioè la bozza della Carta della Terra.
    Alla mia sinistra Francesco/Francuccio Gesualdi, che sicuramente la maggior parte di voi conosce, già "ragazzo di don Milani", fondatore e animatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, Pisa; da anni punta di lancia della coscienza critica italiana sui temi del consumo solidale, del consumo critico, della revisione dei propri stili di vita all’interno degli scenari che disegnavamo prima.
    Come lavoreremo? Un giro di un quarto d’ora a testa per i nostri tre amici, poi una mezz’oretta per una serie di domande, che non forzatamente avranno una risposta immediata, ma che probabilmente l’avranno nel secondo giro che faranno i nostri amici dopo un piccolo break.

Noi cittadini del Nord, interpellati dalla situazione
Francesco Gesualdi
   

Buongiorno. Partirò da una notizia che è arrivata in questi giorni. Una missione scientifica si è recata al Polo Nord ed hanno scoperto che là non esistono più i ghiacciai. C'erano chilometri quadrati di mare tradizionalmente di ghiaccio, per cui le navi non ci potevano andare. Ebbene oggi c’è soltanto uno strato sottile di ghiaccio. Il capitano che accompagnava questa delegazione era esterrefatto perché sentiva lo sciabordare delle onde sullo scafo marino. Questa è veramente una cosa drammatica che ci sta dimostrando come noi stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti. Aggiungete i buchi nello strato di ozono che si stanno allargando sempre di più, le piogge acide, l’inquinamento marino.... Dobbiamo subito dire che gli effetti di questi cambiamenti ambientali si vanno sentendo a livello mondiale: l’effetto serra, che sta cambiando il clima, è qualcosa che si ripercuote su tutto il pianeta, con conseguenze che nessuno è ancora in grado di prevedere. Si presume che le zone temperate diventeranno delle zone tropicali; le zone tropicali diventeranno dei deserti, con effetti nefasti sul piano della produzione agricola. Ebbene, i cambiamenti a livello planetario dell’ambiente sotto vari profili stanno interessando tutto il pianeta, ma la responsabilità è essenzialmente di una minoranza, la responsabilità parte da casa nostra, la responsabilità è di un sistema economico che da almeno due secoli sta concentrando una produzione industriale senza tenere assolutamente conto degli effetti che può avere sul pianeta. Noi questo lo possiamo vedere attraverso vari tipi di realtà industriali. Pensiamo all’industria dei trasporti, all’industria chimica, all’industria degli armamenti, pensiamo alla stessa agricoltura, che potremmo definire essa stessa un’industria, tant’è che oramai il suolo è diventato un substrato che viene contaminato, che viene riempito di sostanze chimiche a non finire, non soltanto fertilizzanti, ma pesticidi che alla fine sterilizzano il terreno, fanno perdere la fertilità del suolo. Si va incontro a dei processi di erosione spaventosi, non si sa quante migliaia di chilometri quadrati di terre coltivabili perdiamo ogni anno. Pensiamo agli O.G.M. (organismi geneticamente modificati), quest’ultimo ritrovato, con il quale si tenta di cambiare i meccanismi intimi della vita, non tanto per dare da mangiare di più alla gente (queste sono storie che raccontano le imprese), ma al fine di consentire all’agricoltura chimica di continuare il suo cammino. La prima impresa che ha cominciato a manipolare il DNA delle sementi è stata la Monsanto con la soia affinché potesse resistere al suo stesso erbicida.
    Siccome poi noi, cittadini del Nord, stiamo diventando piuttosto sensibili al tema ambientale, un sacco di industrie inquinanti ora cominciano a trasferirsi altrove: questa è l’ultima trovata. Gli abitanti del Nord non tollerano un’industria particolarmente inquinante, la si prende e la si porta in Africa, la si porta in Asia; tanto lì il valore della vita è di serie B, per cui non c’è problema. A quel punto siamo tutti contenti: sono contente le imprese perché finalmente possono continuare ad inquinare a loro piacere, siamo contenti noi perché non abbiamo più le imprese inquinanti nel giardino di casa, sono contenti i governi del Sud perché ci ricavano qualche lira per ospitare questo tipo di industrie.

Rivoluzione copernicana cercasi
    Ma la terra è un sistema unico, per cui è solo un’illusione pensare che esportando un’industria inquinante in un’altra parte del mondo si sia risolto il problema. Lo abbiamo semplicemente allontanato dai nostri occhi, e siccome noi siamo degli ipocriti, sostanzialmente, ci accontentiamo e continuiamo a viaggiare con la nostra opulenza inquinante. E allora tanto per fare un altro esempio di come la forte responsabilità della manomissione ambientale sia soprattutto dalla nostra parte, ci sono due numeri: noi siamo responsabili del 65% della produzione di tutti i gas serra del mondo, noi siamo responsabili del 95% di tutta la produzione di gas tossici del mondo. Ogni americano produce in un anno 20 tonnellate di anidride carbonica, a fronte di un indiano che non ne produce neanche una tonnellata. Questa disparità nella produzione di inquinanti naturalmente si riflette anche sul piano della produzione. Mediamente un abitante del Nord dispone di una quantità di produzione, di ricchezza 21 volte più alta di ogni abitante del Sud del mondo. C’è proprio questo parallelismo concreto. E se volessimo scendere sugli aspetti più concreti ed entrare nel dettaglio di come la disparità si avveri sul piano dei prodotti singoli, vi voglio dare altri due dati a questo riguardo. Gli abitanti del Nord consumano 19 volte più alluminio degli abitanti del Sud, noi consumiamo 14 volte più carta degli abitanti del Sud, 10 volte più legno, 10 volte più energia, 6 volte più carne, 5 volte più fertilizzanti, 3 volte più acqua ed altro. Dunque c’è una profonda ingiustizia sul piano dell’immissione degli inquinanti, sul piano della produzione, ma attenzione: i benpensanti tagliano corto, dicono che noi siamo la parte di mondo che tutto sommato riesce a produrre di più, per cui abbiamo anche il diritto di consumare di più. Noi diciamo che consumiamo del nostro, in realtà questo non è vero: noi consumiamo le risorse che vengono da tutta la terra, noi siamo diventati una minoranza che da secoli rastrella risorse da tutta la terra. Tanto per dire, il Nord del mondo produce il 49% del petrolio che si consuma annualmente, però in realtà noi consumiamo il 71% del petrolio che si consuma a livello mondiale. E lo stesso discorso si potrebbe fare rispetto a tantissimi altri prodotti, rispetto ai minerali, rispetto al cibo… Tanto per parlare di cibo, vi sarà giunto all’orecchio che il pesce è una risorsa che sta diminuendo sensibilmente: noi rischiamo da qui a pochi decenni, di non avere più pesce, i mari stanno diventando dei luoghi che non hanno più vita. Noi consumiamo il grosso delle foreste tropicali e delle foreste boreali. Tutti gli anni si sterminano qualcosa come 160mila chilometri quadrati di foreste tropicali. Noi naturalmente importiamo da tutto il mondo anche una quantità enorme di prodotti industriali finiti perché siamo nell’epoca della globalizzazione. Questo processo di rapina, che dura da un paio di secoli almeno, sta avendo degli effetti ambientali e sociali disastrosi sul Sud del mondo.

Aspetti ambientali e sociali
    Per quanto riguarda gli aspetti ambientali, vorrei introdurre qui un concetto che di solito ci sfugge e che è presentato dall’Istituto tedesco di Wuppertal: il concetto di zaino ecologico. Noi siamo abituati, quando vediamo un oggetto, a non pensare alla sua storia ambientale, ma se noi la esaminassimo ci renderemmo conto che dietro c’è una spaventosa storia di rifiuti e detriti abbandonati. Prendiamo la banale lattina di alluminio che si utilizza per bere la nostra Coca Cola. Tutti i giorni si consumano 1 milione di lattine di Coca Cola nel mondo. Ogni lattina pesa, grosso modo, 15 grammi: questo vuol dire che tutti i giorni si consumano 15 tonnellate di alluminio soltanto per bere Coca Cola. Ma l’alluminio non è un prodotto che si trova già pronto in natura: l’alluminio proviene dalla bauxite, la quale si trova disseminata nel terreno. È stato calcolato che per ottenere 15 tonnellate di alluminio, bisogna estrarre 60 milioni di tonnellate di bauxite. Allora che succede? Succede che nel luogo in cui si estrae la bauxite, rimane sul terreno una quantità enorme di detriti che rappresentano lo zaino ecologico della lattina specifica di alluminio.
    Ma mi preme sottolineare gli aspetti sociali che sono strettamente collegati ai meccanismi economici attraverso i quali noi riusciamo a rapinare, ad accumulare, a rastrellare le risorse del Sud nella nostra parte di mondo: essi sono sostanzialmente tre:

  • la via commerciale

  • la via dello sfruttamento del lavoro

  • la via del debito.

    Quando si parla di sfruttamento commerciale, in fin dei conti, si vuole dire che si applicano dei prezzi da fame ai prodotti che provengono dal Sud del mondo. Questo non provoca dei problemi soltanto ai produttori, ai piccoli contadini, agli artigiani, che naturalmente non possono campare adeguatamente, ma provoca dei problemi anche a tutta la struttura economica di quel paese, perché noi abbiamo imbastito i rapporti di scambio tra il Nord e il Sud in base al cosiddetto scambio ineguale. Tanto per dare un numero, mentre 20 anni fa bastavano 13000 sacchi di caffè per riuscire a comprare una turbina, oggi ce ne vogliono tre volte di più. Si riesce a fare in modo che costino sempre di meno i prodotti che vengono dal Sud, e sempre di più i prodotti che vengono dal Nord, prodotti con la tecnologia avanzata, come si dice per giustificazione.
    Il secondo meccanismo è quello dello sfruttamento del lavoro che tradotto in concreto significa che si danno dei salari miserevoli ai lavoratori del Sud, per avere a buon mercato prodotti del Sud del pianeta, a partire dalle banane per finire agli ananas ed a tutti i prodotti industriali, visto che siamo nell’epoca della globalizzazione. Perciò noi consumiamo anche scarpe, prodotti tessili, giocattoli, prodotti elettronici e via dicendo. Noi riusciamo a consumare così tanto perché di fatto sfruttiamo i lavoratori del Sud. Spesso ci sono dentro anche i bimbi e questo è un fenomeno vergognoso.
    L’ultimo meccanismo è quello del debito. Se voi volete riuscire ad estrarre della ricchezza da un poveraccio, indebitatelo e quello sarà costretto a produrre non per sé, ma per voi. Il Nord ogni anno rastrella prodotti per 300 miliardi di dollari senza pagare una lira, semplicemente perché sono restituiti per pagare gli interessi del debito che si è accumulato negli anni.

Opportunisti maggiori e minori, sfruttati, emarginati
    Lo scenario sociale che abbiamo in questo tipo di contesto è costituito da quattro figure.
    La prima è quella degli opportunisti: sono le imprese, sono i grandi vincenti, quelli che travasando le risorse dal Sud verso il Nord, facendo questo lavoro di commercializzazione, riescono ad arricchire se stessi.
    Il secondo gruppo è quello dei grandi sfruttati, i quali stanno dentro la grande macchina produttiva perché servono per essere strizzati, per riuscire a produrre dei prodotti a basso costo, che consentono poi alle imprese di poter guadagnare.
    Poi ci siamo noi, guardiamoci allo specchio: siamo opportunisti, quelli che tutto sommato sono stati eletti dal sistema per essere i consumatori della situazione. Il sistema ha bisogno che noi esistiamo, quindi è disposto a farci guadagnare molto, anche se la situazione non è stata pensata per noi.
    Nella quarta categoria ci sono i grandi emarginati, gente che in tutti questi anni è stata semplicemente presa e buttata fuori dal sistema, gente che oramai non serve più, da nessun punto di vista, né come consumatori, né come produttori. Sono tutti quelli che un tempo riuscivano a vivere senza chiedere niente a nessuno, e mi riferisco agli abitanti delle foreste, ai piccoli pescatori, ai piccoli contadini, tutta gente che ha perso la propria base di sopravvivenza. Sono quasi due miliardi: il mondo non sa cosa farsene. La soluzione sarebbe quella di prenderli, di metterli in uno sputnik, in un satellite e buttarli in un’altra galassia. E tutti saremmo soddisfatti, perché non sappiamo proprio come recuperarli; sono soltanto una zavorra. È una cosa enorme!

Tre aspetti su cui incidere
   

Qui si pone il problema di cosa fare rispetto a questa situazione. I più impegnati si prodigano per incidere sui tre aspetti che ho rammentato prima. Un’iniziativa tenta di fare pressione rispetto all’Organizzazione Mondiale del Commercio per tentare di far cambiare le regole. Un’altra attività è quella che si sta tentando di fare con le multinazionali per far cambiare i rapporti di lavoro, per fare in modo che siano rispettati di più i lavoratori del Sud. Un’altra iniziativa è quella sul debito, per fare in modo che venga data una soluzione a questo problema dal volto umano. Però alla fine dei conti tutti noi abbiamo l’idea che riusciremo a fare giustizia portando tutti gli abitanti della terra al nostro stesso tenore di vita. Ma è effettivamente un mito, perché non facciamo i conti con i limiti ambientali e delle risorse che pone la terra. È stato calcolato che se portassimo tutti gli abitanti della terra al nostro stesso tenore di vita, ci vorrebbero altri 5 pianeti, come miniere e come discariche; bisogna entrare nell’ordine di idee che noi, gli opulenti, noi i grassoni di 120 chili, dovremo dimagrire alla grande e lasciare agli altri le risorse e gli spazi ambientali di cui hanno bisogno.
    Questa è la grande sfida che abbiamo davanti. Il rapporto di Wuppertal ci ha detto che se noi davvero vogliamo riuscire a costruire lo sviluppo sostenibile nei prossimi 25 anni dobbiamo ridurre del 90% l’uso dei combustibili fossili. Per sviluppo sostenibile si intende la possibilità di lasciare ai nostri figli ed ai nostri nipoti una terra che sia vivibile, quindi anche dare la possibilità di soddisfare tutti i loro bisogni, e nel contempo tentare di fare giustizia a livello planetario oggi. Il petrolio, per esempio, dovrà essere tagliato del 90%: si tratta di una rivoluzione, perché la nostra economia è costruita sul petrolio. Quando si parla di riduzione, siamo subito presi dal panico. Facciamo i ganzi, ci diciamo bravi e moderni, all’avanguardia, scegliamo la sobrietà come parola d’ordine, però ne abbiamo una paura fottuta, perché cambia tutto il nostro modo di organizzare.

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