4.2 La verità della scienza e le altre verità

 

 

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Nel giugno 2001 sono stato invitato a portare un contributo ad un convegno originale e interessante, sul tema "Le fantasie della scienza. La comunicazione scientifica ha bisogno di narrazioni?". Gli amici della rivista di attualità libraria LN - Libri Nuovi avevano 'messo insieme' una compagnia piuttosto eterogenea che andava da storici della scienza come il sottoscritto, a scrittori di fantascienza, critici letterari, fisici etc. Diedi come titolo del contributo un motto latino, Frontis nulla fides, seguito da un sottotitolo esplicativo: apparenza e realtà della comunicazione scientifica. L'ambiente creato dall'iniziativa di Libri Nuovi fu molto stimolante, e mi diede la possibilità di riflettere proprio sulla questione della verità, che allora collocai - come richiesto - nel contesto della comunicazione scientifica. La connessione con quanto sviluppato nella presente relazione è stretta, e mi pare opportuno riprendere qualcuno dei risultati ottenuti in quel contributo. [1]

Nessun sistema sociale può essere ritenuto chiuso rispetto al resto della società, infatti il processo di scambio di informazioni, di beni e di uomini è continuo. Senza questo scambio il sistema giungerebbe all'equilibrio, ossia ad una situazione di invarianza delle proprietà che lo caratterizzano; ad esempio, nel caso dell'impresa scientifica, non nascerebbero più nuove discipline. Tuttavia gli scienziati tentano di accreditare la scienza come un sistema chiuso, e questo accreditamento viene 'promosso' (in senso pubblicitario) con una serie di asserti:

(a) La scienza è una e indivisibile.

(b) La scienza è retta da regole atemporali e impersonali (il metodo), che la differenziano    da qualsiasi altro sistema sociale.

(c) La scienza usa un linguaggio unico in quanto asettico, privo di ambiguità.

Il contenuto proposizionale di questi asserti è falso. Altrettanto si potrebbe dire di un quarto e ultimo[2] asserto:

(d) La scienza è la depositaria dei rituali di verità, garantiti dal principio di autorità e dal sistema dei referees.

In questo caso però la questione è più complessa, perché la pratica scientifica di fatto è fortemente rituale, e altrettanto di fatto molti dei rituali sono rituali di verità. Chi potrebbe dubitare della verità di quanto pubblicato da Nature? La situazione richiamata dall'asserto (d) ricade sotto il teorema di Thomas, perché l'impatto sociale dei rituali degli scienziati è sproporzionato, anche rispetto all'asserita cautela degli scienziati nel conclamare nuove verità. Sono infatti questi rituali ad aver nutrito l'orgoglio luciferino di molti scienziati, e di certi filosofi della scienza, che hanno osato agitare un pensiero insensato: che la verità sia solo della scienza. La visione ortodossa della scienza è che essa non abbia bisogno di nulla dalla società, oltre ad apprendisti di ingegno e molti, molti soldi. La realtà è molto più complessa, ma gli scienziati possono opporre ad ogni obbiezione che la scienza rivendica un duplice monopolio: della verità e del linguaggio con cui la verità può essere espressa. È qui che la scienza si pone come sistema chiuso, e che come tale e sotto questa particolare prospettiva essa potrebbe avviarsi ad una situazione di equilibrio - mortale.

È bensì difficile aver accesso alla moltitudine di linguaggi specialistici, veri e propri dialetti, che compongono il complesso mosaico del linguaggio scientifico. Altra cosa però è l'impedire con opportuni ordinamenti scolastici l'accesso ad una comprensione dei dialetti anche approssimata, per così dire commerciale, finalizzata allo scambio, sul modello di quanto è sempre avvenuto in passato con le lingue franche. Però la subalternità dell'educazione scientifica all'educazione umanistica non è casuale. Infatti si continua ad insegnare il latino e le vicende degli ittiti, piuttosto che la biologia o la chimica, perché il sistema di dominio della società è meglio perpetuato dalla formazione di cittadini dimezzati. (Non discuto qui l'altra metà della formazione.) Ma ciò che dalla presente relazione dovrebbe risultare chiaro è che la scienza non ha il monopolio della verità.

 

Tabella 2

Verità altre

 

Le verità incerte della ricerca religiosa

Le verità reversibili della politica

Le verità esistenziali dell'amicizia e dell'amore

Le verità viscerali della maternità e della paternità

Le verità angosciose del male

 

 

La Tabella 2 dovrebbe essere letta alla luce del pensiero di Martin Heidegger, così come si espresse tre quarti di secolo fa, in Sein und Zeit. Sono convinto che sia importante scrutare ciò che abbiamo appreso di persona come verità nel nostro diuturno prenderci Cura (Sorge) del mondo. Le aggettivazioni della Tabella 2  diventano così più comprensibili, anche se nel loro contenuto semantico rispondono in primo luogo alla specifica biografia di donne e di uomini particolari, piuttosto che ad una generica 'umanità'. La donna e l'uomo, in quanto Esserci (Dasein) si trovano gettati nel mondo, e la loro esistenza sarà tanto più ricca, intensa, precaria, quanto maggiore sarà la loro apertura (Erschlossenheit) rispetto al mondo. È mediante la Cura e attraverso l'apertura dell'esserci che avviene lo scoprimento (Entdecktheit) che porta alle verità del mondo:

"La struttura della Cura [...] porta in sé l'apertura dell'Esserci. È con (mit) questa e in virtù (durch) sua che c'è lo scoprimento; il che significa che, con l'apertura dell'Esserci, è raggiunto il fenomeno più rigorosamente originario della verità".[3]

A modo suo questa è una definizione operativa di verità, nel senso che indica che essa opera come apertura della nostra stessa esistenza: "Verità, nel senso più rigorosamente originario, è l'apertura dell'esserci, alla quale appartiene lo scoprimento dell'ente intramondano".[4] La verità è una nostra possibilità, non una proprietà intrinseca dell'ente che incontriamo. Quelle che ho elencato in Tabella 2 sono tutte verità sbilenche, zoppe, e locali. Meglio così, perché possiamo metterle in discussione, meditando e discutendo, tuttavia non ho evocato le verità esperienziali per mera retorica. Ritengo infatti che anche le verità della scienza - a meno delle tautologie - siano sempre locali, e che siano talvolta anche sbilenche o zoppe. Ciò che della scienza è vero ad un certo livello di realtà diventa inservibile ad un livello diverso. Il fascino della più celebre formula del mondo (E=mc2) ci avvince nella descrizione del cosmo, si dissolve quando ci si muove in automobile e ci coinvolge nuovamente quando studiamo lo spin degli elettroni.

 



[1] L. Cerruti, "Frontis nulla fides. Apparenza e realtà della comunicazione scientifica", in: M. Gatto, M. Schembri, S. Treves, Le fantasie della scienza. La comunicazione scientifica ha bisogno di narrazioni?, Torino: CS Libreria Editrice, 2001, pp. 11-28.

[2] Ultimo fra quelli discussi in Rif. 39.

[3] M. Heidegger, Sein und Zeit, (SZ), Tübingen: Niemeyer, 1979, pp. 220-221; tr. it. di P. Chiodi, Essere e tempo, Torino: UTET, 1978, p. 337.

[4] SZ, p. 223; tr. it., p. 340.