Nel giugno 2001 sono stato invitato a portare un contributo
ad un convegno originale e interessante, sul tema "Le fantasie della
scienza. La comunicazione scientifica ha bisogno di narrazioni?". Gli
amici della rivista di attualità libraria LN
- Libri Nuovi avevano 'messo insieme' una compagnia piuttosto eterogenea
che andava da storici della scienza come il sottoscritto, a scrittori di
fantascienza, critici letterari, fisici etc. Diedi come titolo del contributo
un motto latino, Frontis nulla fides,
seguito da un sottotitolo esplicativo: apparenza e realtà della comunicazione
scientifica. L'ambiente creato dall'iniziativa di Libri Nuovi fu molto stimolante, e mi diede la possibilità di
riflettere proprio sulla questione della verità, che allora collocai - come
richiesto - nel contesto della comunicazione scientifica. La connessione con
quanto sviluppato nella presente relazione è stretta, e mi pare opportuno
riprendere qualcuno dei risultati ottenuti in quel contributo. [1]
Nessun sistema sociale può essere
ritenuto chiuso rispetto al resto della società, infatti il processo di scambio
di informazioni, di beni e di uomini è continuo. Senza questo scambio il
sistema giungerebbe all'equilibrio, ossia ad una situazione di invarianza delle
proprietà che lo caratterizzano; ad esempio, nel caso dell'impresa scientifica,
non nascerebbero più nuove discipline. Tuttavia gli scienziati tentano di
accreditare la scienza come un sistema chiuso, e questo accreditamento viene
'promosso' (in senso pubblicitario) con una serie di asserti:
(a) La
scienza è una e indivisibile.
(b) La
scienza è retta da regole atemporali e impersonali (il metodo), che la
differenziano da qualsiasi altro
sistema sociale.
(c) La scienza usa un linguaggio unico in quanto asettico,
privo di ambiguità.
Il
contenuto proposizionale di questi asserti è falso.
Altrettanto si potrebbe dire di un quarto e ultimo[2]
asserto:
(d) La scienza è la depositaria dei rituali di verità,
garantiti dal principio di autorità e dal sistema dei referees.
In questo caso però la questione è più complessa, perché la
pratica scientifica di fatto è
fortemente rituale, e altrettanto di
fatto molti dei rituali sono rituali di verità. Chi potrebbe dubitare della
verità di quanto pubblicato da Nature?
La situazione richiamata dall'asserto (d) ricade sotto il teorema di Thomas,
perché l'impatto sociale dei rituali degli scienziati è sproporzionato, anche
rispetto all'asserita cautela degli scienziati nel conclamare nuove verità.
Sono infatti questi rituali ad aver nutrito l'orgoglio luciferino di molti
scienziati, e di certi filosofi della scienza, che hanno osato agitare un pensiero insensato: che la verità sia
solo della scienza. La visione ortodossa della scienza è che essa non abbia
bisogno di nulla dalla società, oltre ad apprendisti di ingegno e molti, molti
soldi. La realtà è molto più complessa, ma gli scienziati possono opporre ad
ogni obbiezione che la scienza rivendica
un duplice monopolio: della verità e del
linguaggio con cui la verità può essere espressa. È qui che la scienza si
pone come sistema chiuso, e che come tale e sotto questa particolare
prospettiva essa potrebbe avviarsi ad una situazione di equilibrio - mortale.
È bensì difficile aver accesso
alla moltitudine di linguaggi specialistici, veri e propri dialetti, che
compongono il complesso mosaico del linguaggio scientifico. Altra cosa però è
l'impedire con opportuni ordinamenti
scolastici l'accesso ad una comprensione dei dialetti anche approssimata, per
così dire commerciale, finalizzata allo scambio, sul modello di quanto è sempre
avvenuto in passato con le lingue franche. Però la subalternità dell'educazione
scientifica all'educazione umanistica non è casuale. Infatti si continua ad
insegnare il latino e le vicende degli ittiti, piuttosto che la biologia o la
chimica, perché il sistema di dominio della società è meglio perpetuato dalla
formazione di cittadini dimezzati. (Non discuto qui l'altra metà della
formazione.) Ma ciò che dalla presente relazione dovrebbe risultare chiaro è
che la scienza non ha il monopolio della
verità.
Verità altre
|
Le verità incerte della ricerca religiosa |
|
Le verità reversibili della politica |
|
Le verità esistenziali dell'amicizia e dell'amore |
|
Le verità viscerali della maternità e della paternità |
|
Le verità angosciose del male |
La Tabella
2 dovrebbe essere letta alla luce del pensiero di
Martin Heidegger, così come si espresse tre quarti di secolo fa, in Sein und Zeit. Sono convinto che sia
importante scrutare ciò che abbiamo appreso di
persona come verità nel nostro diuturno prenderci Cura (Sorge) del mondo. Le aggettivazioni
della Tabella
2 diventano
così più comprensibili, anche se nel loro contenuto semantico rispondono in
primo luogo alla specifica biografia di donne e di uomini particolari,
piuttosto che ad una generica 'umanità'. La donna e l'uomo, in quanto Esserci (Dasein) si trovano gettati nel mondo, e
la loro esistenza sarà tanto più ricca, intensa, precaria, quanto maggiore sarà
la loro apertura (Erschlossenheit)
rispetto al mondo. È mediante la Cura e attraverso l'apertura dell'esserci che
avviene lo scoprimento (Entdecktheit)
che porta alle verità del mondo:
"La struttura della Cura [...] porta in sé l'apertura
dell'Esserci. È con (mit) questa e in virtù (durch) sua che c'è lo scoprimento; il
che significa che, con l'apertura dell'Esserci, è
raggiunto il fenomeno più rigorosamente originario
della verità".[3]
A modo suo questa è una definizione operativa di verità, nel
senso che indica che essa opera come apertura della nostra stessa esistenza:
"Verità, nel senso più rigorosamente originario, è l'apertura
dell'esserci, alla quale appartiene lo scoprimento dell'ente
intramondano".[4] La verità è una nostra possibilità, non
una proprietà intrinseca dell'ente che incontriamo. Quelle che ho elencato in Tabella 2 sono tutte verità
sbilenche, zoppe, e locali. Meglio così, perché possiamo metterle in
discussione, meditando e discutendo, tuttavia non ho evocato le verità
esperienziali per mera retorica. Ritengo infatti che anche le verità della
scienza - a meno delle tautologie - siano sempre locali, e che siano talvolta
anche sbilenche o zoppe. Ciò che della scienza è vero ad un certo livello di
realtà diventa inservibile ad un
livello diverso. Il fascino della più celebre formula del mondo (E=mc2)
ci avvince nella descrizione del cosmo, si dissolve quando ci si muove in
automobile e ci coinvolge nuovamente quando studiamo lo spin degli elettroni.
[1] L. Cerruti, "Frontis nulla fides. Apparenza e realtà della comunicazione scientifica", in: M. Gatto, M. Schembri, S. Treves, Le fantasie della scienza. La comunicazione scientifica ha bisogno di narrazioni?, Torino: CS Libreria Editrice, 2001, pp. 11-28.
[2] Ultimo fra quelli discussi in Rif. 39.
[3] M. Heidegger, Sein und Zeit, (SZ), Tübingen: Niemeyer, 1979, pp. 220-221; tr. it. di P. Chiodi, Essere e tempo, Torino: UTET, 1978, p. 337.
[4] SZ, p. 223; tr. it., p. 340.