4. Verità e potere

 

 

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Se tematizziamo il riduzionismo dal punto di vista della verità dei nostri asserti si incontrano subito nuove e gravissime difficoltà. Esse sono dovute non solo alle incertezze sul contenuto di verità delle singole proposizioni, ma anche dalla pretesa di voler connettere, anzi ridurre verità già acquisite (le leggi del mondo macroscopico) ad altre verità (le proprietà del mondo microscopico). Si capisce subito che nel tentativo riduzionista le esitazioni sulla verità vengono ingigantite, esse sono per così dire 'al quadrato'. Tuttavia il riduzionismo militante, quello di molti scienziati, sembra ignorare tutto questo, ed è sempre pronto ad agitare le nuove verità come argomenti polemici nei confronti di altri scienziati. In sede filosofica il riduzionismo viene attualmente ritenuto irrilevante, quasi fosse un problema superato su cui non varrebbe la pena di soffermarsi, ma vi sono almeno due ragioni importanti per cui conviene ancora prenderlo sul serio. La prima ragione è che il riduzionismo è comunque un modo legittimo di (ri)vedere le procedure conoscitive tipiche della ricerca scientifica. La seconda ragione è che il riduzionismo è spesso utilizzato in modo illegittimo per (ri)costituire gerarchie e strutture di dominio.

Quest'ultima sezione della relazione, prima delle conclusioni, 'ruota' intorno ad un punto centrale, il rapporto fra verità e potere, laddove per 'potere' si intende ora essenzialmente quello politico, teso al dominio interno ed esterno alla scienza,[1] avendo già abbozzato nelle pagine precedenti una valutazione dell'incerto 'potere' epistemologico del riduzionismo. Forse non è superfluo precisare che la 'politica' a cui mi riferisco è quella definita dal punto di vista sociologico, come "la sfera dei rapporti sociali, delle azioni, delle associazioni e delle istituzioni che si strutturano e si destrutturano incessantemente [...] sia per dinamica propria sia per la spinta di movimenti sociali e ideologie, avendo come riferimento ultimo, anche se in certi casi non esplicito, la struttura del controllo sulle risorse".[2] Secondo la definizione sociologica la politica non è altro che un'arena pubblica su cui ci si batte per il controllo delle risorse, e sull'arena del sostegno economico e culturale alla ricerca il riduzionismo agisce in funzione ideologica.

         La posizione che intendo sostenere a proposito del rapporto fra verità e potere è stata espressa in modo sintetico e radicale da Michel Foucault una ventina di anni fa:

“ ‘Verità’ deve essere intesa come una procedura ordinata per produrre, regolare, distribuire, far circolare e far funzionare delle proposizioni.

‘Verità’ è collegata con una relazione circolare ai sistemi di potere che la producono e la sostengono, e agli effetti di potere che essa induce e che la estendono. Un ‘regime’ di verità”.[3]

La sintesi proposta dalle frasi di Foucault è veramente estrema, dato che corrisponde in poche righe ad un intero programma di ricerca, a sua volta già allora svolto dal filosofo francese con evidente successo. Non c'è la possibilità in questa occasione di approfondire nei dettagli, parola per parola, quanto dice Foucault; posso solo annotare che la prima parte della citazione indica cinque fasi distinte del discorso scientifico, mentre la seconda parte sottolinea il feedback positivo degli effetti della 'verità' sui sistemi di potere che la producono. Quest'ultima parte risulta politicamente agghiacciante, e non a caso Foucault parla di un 'regime' di verità, ma la situazione reale (fra la 'gente') è spesso più grave di quanto lascino presagire i nostri timori di un 'regime' politico. Infatti il termine 'regime' non deve richiamare soltanto l'esistenza di gruppi di potere ben definiti, in quanto si possono stabilire a livello sociale 'regimi' diffusi e indipendenti da strutture formali di controllo. Studiando la questione della condanna sociale della 'devianza' il sociologo americano W.I. Thomas giunse a stabilire un particolarissimo teorema, che ha preso il suo nome, e che mette in evidenza un fatto inquietante:

"Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse sono reali nelle loro conseguenze".[4]

Il teorema di Thomas non si applica solo alle 'devianze', ma è di carattere generale. Può essere stato non vero che la filosofia fosse la serva della teologia, ma le conseguenze di questa opinione sull'impostazione degli studi nel medioevo ci sono ben state. Può essere non vero che la matematizzazione sia un indice preciso di scientificità, ma l'accettazione di questa 'realtà' porta a determinate conseguenze nelle gerarchie disciplinari e nello stesso ordinamento attuale degli studi universitari.

Con la duplice consegna di fare attenzione ad eventuali 'verità di regime' e a possibili 'realtà situazionali' riprendiamo la nostra ricerca.

 



[1] P. Galison, D.J. Stump, The Disunity of Science. Boundaries, Contexts, and Power, Stanford: Stanford UP, 1996.

[2] L. Gallino, "Politica, sociologia della", Dizionario di sociologia, Milano: TEA, 1993, ad vocem.

[3] Citato da: A.I. Davidson, "Syles of Reasoning, Conceptual History, and the Emergence of Psychiatry", in: Rif. 31, pp. 75-100, citazione alle pp. 77-78.

[4] Rif. 32, p. 219.