3.3 Stich e la teoria Tarskiana della verità

 

  

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Quando abbiamo seguito il ragionamento di Quine a proposito dei dogmi dell'empirismo abbiamo anche visto che la teoria verificazionista del significato svolgeva un ruolo cruciale, tra l'altro connettendo fra di loro i due dogmi. Questa teoria è strettamente connessa alla concezione della verità come corrispondenza, di cui l'esponente più importante nella nostra epoca è stato il polacco Alfred Tarski. Data la sua relazione stretta con il significato, la teoria di Tarski è propriamente definita come teoria semantica della verità, e come tale viene ampiamente discussa nell'ambito della filosofia della logica.[1] Vedremo che la 'semantica' di cui si parla non sarebbe (probabilmente) quella dei linguaggi naturali, il che renderebbe abbastanza ironica l'intera espressione 'teoria semantica'.

La teoria della verità Tarskiana prevede che, ogni volta che asseriamo o rifiutiamo un enunciato - come

(a) “la neve è bianca”

dobbiamo essere pronti ad asserire o a rifiutare il corrispondente enunciato:

(b) “l’enunciato ‘la neve è bianca’ è vero”.[2]

Per quanto chiara possa sembrare questa posizione essa copre (o addirittura nasconde) una difficoltà immensa, messa ben in evidenza da Stich: “Quello che Tarski non ha fornito è una qualsiasi spiegazione generale di cosa voglia dire che un nome denoti un oggetto o che un predicato abbia una certa estensione”.[3] Se queste difficoltà sono già evidenti nell'analisi di asserti dichiarativi, esse diventano insormontabili nel caso che si abbiano costruzioni modali, avverbiali o controfattuali - e d'altra parte lo stesso Tarski ne era ben consapevole. A dire il vero, mentre enunciava la sua (poi) famosa teoria non gli sarebbe dispiaciuto una seria riforma del linguaggio naturale, troppo infestato di ambiguità:

"Chiunque desideri, malgrado tutte le difficoltà, di inseguire la semantica del linguaggio colloquiale con l'aiuto di metodi esatti sarà indotto per prima cosa ad intraprendere l'ingrato compito di una riforma di questo linguaggio".[4]

Qualunque possa essere la simpatia nutrita per la teoria di Tarski, non dovrebbe sfuggire l'assurda presunzione della 'riforma' di un linguaggio naturale, ma il logico polacco era anche un po' dandy, così, per questioni di stile, arrivò a negare di aver mai aspirato a fornire un criterio di verità.[5]

         Il confronto di Stich con la teoria di Tarski è per noi interessante perché sfocia nella descrizione di una teoria causale della verità che - tra l'altro - ha implicazioni di grande rilievo per 'valutare' il patrimonio conoscitivo di chiunque. Scrive Stich:

“L’idea di fondo della teoria causale è che un token di un nome denota un individuo se e solo se un tipo appropriato di catena causale si estende da un uso originario, o conferimento, fino all’attuale produzione del token del nome in questione”.[6]

L'occorrenza (token) in un discorso di un certo termine richiede, per la comprensione del termine (e del discorso), che sia soddisfatta anche la condizione che vi sia la possibilità per l'interlocutore di rintracciare un riferimento - in qualche livello di realtà - per il termine in questione. Protagonista di questa teoria è la catena causale che collega l'uso attuale del termine al suo uso originario, e Stich spiega benissimo cosa offre la teoria:

“Il mio punto è semplicemente che qualsiasi elaborazione plausibile della storia causale specificherà moltissimi modelli causali ammissibili. Le catene causali che collegano i tokens mentali dei nomi dei miei figli ai bambini appropriati sono molto diverse dalla catena causale che collega il mio token mentale di ‘Socrate’ a Socrate. E ciascuna catena è notevolmente diversa da quella che collega il mio token di ‘acqua’ all’acqua, e da quella che collega il mio token di ‘quark’ ai quarks”.[7]

Alla luce di questa teoria scopriamo tutta l'insicurezza delle nostre innumerevoli 'certezze', o meglio l'enorme fiducia che nutriamo nel 'sentito dire'. D'altra parte, se si assume rigidamente questo punto di vista, l'intero mestiere di storico diventa un lavoro adatto per creduloni.[8]

Pure la teoria causale della verità ha le sue difficoltà. Prendiamo il caso avvenuto nella mia famiglia a proposito della ricetta del risotto alla milanese (RAM), o, più semplicemente, della lista degli ingredienti del RAM. Una recente discussione tra mia moglie e mia figlia Anna verteva su questa proposizione: "Il gorgonzola è un ingrediente del RAM"; questa proposizione era vera per mia figlia, e falsa per mia moglie. Non c'è dubbio che il contenuto conoscitivo della ricetta fosse comunque molto ricco, e penso che non fosse inficiato in nessun modo dal 'torto' o dalla 'ragione' di una delle due contendenti. È probabile che la 'verità' sul RAM si possa appurare solo nelle trattorie milanesi, ma è altrettanto probabile che verrebbero espresse opinioni diverse, comparendo a seconda dei cuochi questo o quel ingrediente, ritenuto per altro improprio o ignorato dagli altri cuochi. Personalmente ho idee piuttosto precise su cosa mi attendo ordinando un RAM in un ristorante, ma questo dipende dalla catena causale che, anello dopo anello, ha connesso per me il termine RAM con un certo primo piatto.

 



[1] S. Haack, Philosophy of Logics, Cambridge: Cambridge UP, 1978, pp. 99-122.

[2] Ho ripreso l'esempio classico della teoria Tarskiana con le stesse parole del Rif. 16,  p. 152.

[3] S.P. Stich, La frammentazione della ragione, Bologna: Mulino, 1996, pp. 179-180.

[4] Citato da Rif. 23, p. 121.

[5] Ib., p. 115.

[6] Rif. 25, p. 174.

[7] Ib., p. 184.

[8] Nelle ricerche storiche si ottengono spesso risultati interessanti semplicemente perché si dubita che quanto si legge abbia un riscontro effetivo nei documenti.