3.2 Dupré e il riduzionismo ontologico

 

 

 

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Nel 1993 John Dupré ha pubblicato un ampio saggio sui fondamenti metafisici della disunità della scienza. Per evitare equivoci vale la pena di precisare che un epistemologo deve interessarsi di metafisica, per il semplice fatto che i riferimenti all'essere (compresi i riferimenti linguistici) mettono in gioco un'ontologia, e quest'ultima è parte integrante della metafisica. In questo senso nessuna posizione filosofica, comprese quelle dei materialisti e dei fisicalisti, non può non ammettere che ogni qual volta fa proprio, o anche solo discute un impegno ontologico entra nel campo della metafisica. Ciò premesso, seguiamo il ragionamento di Dupré a partire da un esempio di riduzionismo 'classico' che lui stesso fa, prendendolo (un po' malignamente[1]) da un lavoro di Paul Oppenheim e Hilary Putnam, del 1958. I due autori proposero una specifica classificazione gerarchica di 'oggetti':

gruppi sociali

­

organismi pluricellulari

­

cellule viventi

­

molecole

­

atomi

­

particelle elementari

 

La gerarchia proposta da Oppenheim e Putnam è solo una delle tante possibili. Ad esempio, essi distinguono due livelli (atomi e molecole), laddove i nostri strumenti di accesso a quei (presunti due) livelli di realtà possono essere gli stessi. In ogni modo la gerarchia è significativa, e serve a Dupré per esemplificare come la riduzione consista nel derivare dalle leggi che governano gli oggetti del livello ‘inferiore’ le leggi del livello ‘superiore’ (da ridurre). Credo che già a questo punto dovrebbe essere evidente la necessità - per noi - di una frammentazione ontologica ed epistemologica, in quanto lo schema su riportato implicherebbe che il comportamento dei gruppi sociali (ad esempio, i cittadini dell'Arabia Saudita che lapidano le adultere) sia governato da leggi 'naturali', e che queste siano riducibili, gradino dopo gradino, a quelle delle particelle elementari. È quanto implica il riduzionismo 'duro' posto alla base di una unità (politica) della scienza. Tuttavia la riduzione richiede non solo la conoscenza delle leggi che governano i due livelli, ma necessita anche di ‘principi ponte’ o ‘leggi ponte’ che identifichino le specie di oggetti al livello (‘macro’) da ridurre con particolari strutture degli oggetti al livello (‘micro’) a cui si riduce. Giustamente afferma Dupré:

“Il fallimento generale del riduzionismo può essere attribuito al seguente fatto: gli individui che dovrebbero essere assunti per la derivazione della macroteoria non possono essere identificati con quelli che sono i soggetti dei resoconti descrittivi al livello inferiore contiguo, sebbene la loro relazione possa essere stretta abbastanza da far sì che simili derivazioni servano importanti scopi esplicativi”.[2] 

Se la riduzione fra due livelli fosse possibile si avrebbero le conseguenze anticipate da Searle sotto la voce 'riduzionismo causale'. Infatti gli "eventi al macrolivello, fintanto che sono intesi come aggregati di eventi al microlivello [...] sono causalmente inerti". Questo sarebbe il tipico quadro di riferimento del determinismo Laplaciano, e - aggiunge Dupré - "metafisicamente, anche se forse non epistemologicamente, questo quadro implica l'impotenza causale degli eventi al macrolivello". La prospettiva filosofica ed etica che si aprirebbe con l'accettazione di questa impotenza causale assomiglierebbe decisamente ad un baratro, un abisso in cui - per accennare ad un tema cruciale - gli economisti matematici hanno già fatto precipitare il lavoro concreto, la volontà politica, i diritti civili dei cittadini, 'ridotti' a consumatori sottomessi ad improbabili 'leggi' di mercato. Ovviamente Dupré è avvertito di questo pericolo, ed anzi afferma a tutte lettere:

"uno scopo centrale del pluralismo ontologico che vado difendendo è di implicare che vi siano entità genuinamente causali a molti, diversi livelli di organizzazione".[3]

 Per argomentare meglio la sua presa di posizione Dupré rivendica l'autonomia - rispetto ai processi di riduzione - dei 'tipi naturali' (natural kinds) scelti dalle diverse scienze come oggetti di indagine disciplinare, connette la selezione di questi tipi al "sistema di classificazione [che] è propriamente una parte inestricabile della scienza a cui si applica", e porta come esempio di classificazione di 'tipi naturali' la tavola periodica degli elementi.[4] L'esempio è appropriato, e possiamo provare ad approfondirlo.

         Siamo così abituati a considerare il sistema periodico come un apparato teorico in grado di unificare molte parti anche lontane delle teorie chimiche, da dimenticare che ogni elemento che vi compare è ad ogni effetto un 'individuo chimico', il rappresentante di un tipo naturale causalmente irriducibile al livello dei costituenti di ogni singolo atomo. Esiste, ad esempio, tutta una chimica dello zirconio, chimica che si è sviluppata impetuosamente dopo la scoperta delle particolari attività catalitiche degli atomi di questo elemento. Che avesse certe proprietà era intuibile dal fatto che lo zirconio è il 'fratello maggiore' del titanio, ma quali fossero quelle proprietà ci è stato insegnato solo dalla pratica di laboratorio. La posizione di Dupré è nitida, ed utile per comprendere i limiti del riduzionismo:

"una spiegazione riduttiva è richiesta per rendere conto di come le cose di un certo tipo fanno ciò che fanno; ma esse, tipicamente, non ci aiutano a comprendere o a prevedere cosa (what) farà un oggetto (thing) complesso, fra i comportamenti di cui è capace".[5] 

Veniamo ora alla terza ed ultima linea di attacco al riduzionismo, piuttosto interessante perché mette in gioco direttamente la nozione di verità.

 



[1] In realtà Putnam è tutt'altro che un 'riduzionista classico'. Il saggio a cui si riferisce Dupré è intitolato "The Unity of science as a working Hypothesis".

[2] J. Dupré. The Disorder of Things. Metaphysical Foundations of the Disunity of Science, Cambridge: Harward UP, 1996, p. 116.

[3] Ib., p. 101; enfasi aggiunta.

[4] Ib., p. 103.

[5] Ib., p. 106.