3. Strategie di attacco al riduzionismo

 

 

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I molti volti del riduzionismo hanno suscitato numerose reazioni filosofiche ed epistemologiche. Le strategie di attacco sono state molto diverse, e - dal mio punto di vista - non sempre condivisibili. Infatti non tutti gli 'olismi' sono eguali, ad esempio tattiche interpretative 'organicistiche' possono portare a gerarchie non meno rigide di quelle strutturate da un qualche riduzionismo. Qui di seguito tratto brevemente tre linee di ragionamento dovute a filosofi contemporanei, ma ancora prima di iniziare mi sembra opportuna una sottolineatura sul rapporto fra conoscenza e verità.

        Nel contesto di ricerca epistemologica in cui si colloca questa relazione la verità è l'attributo possibile di una proposizione. Vanno quindi sempre tenute presenti alcune distinzioni ormai largamente accettate, anche se ogni tanto i termini più corretti sono confusi con altri, sia nelle traduzioni sia nell'esposizione originale (in italiano). Si giunge alla 'proposizione' solo dopo un breve percorso logico, dove al primo posto troviamo l'enunciato (sentence). Un enunciato-occorrenza (token-sentence) è "un insieme di segni fonici o grafici che ricorrono in un momento definito o che esistono per un periodo definito". Tutti gli enunciati-occorrenza sono ricorrenze diverse di uno stesso enunciato-tipo (type-sentence). Un asserto (statement) è un enunciato dichiarativo, da distinguere da altri enunciati che riferiscono promesse, comandi, etc.; un enunciato dichiarativo ha una certa forma grammaticale che gli è propria, tuttavia le persone che pronunciano lo stesso enunciato dichiarativo non necessariamente fanno lo stesso asserto. Se Carlo e Gino dicono entrambi: "Mi chiamo Carlo", abbiamo due occorrenze dello stesso enunciato-tipo, ma i due asserti sono palesemente diversi. Giungiamo così all'ultimo tratto del nostro percorso: Carlo e Gino hanno asserito cose diverse, perché hanno asserito un diverso contenuto proposizionale. La proposizione (proposition) "è ciò che è asserito nel fare un asserto [...], è fondamentalmente alle proposizioni che convengono i predicati 'vero' e 'falso'".[1] Così Carlo ha detto il vero, e Gino il falso.

         Ora, ciò che vorrei sottolineare è che il rapporto fra conoscenza e verità è molto più lasso di quanto lascerebbe supporre una frase del tipo: "la conoscenza nasce dalla ricerca della verità". Esistono interi campi della conoscenza in cui non è nemmeno possibile parlare di verità, e non solo perché si è affezionati a certe sottili distinzioni della logica. La conoscenza che un pianista ha di un 'pezzo' di Beethoven non è una conoscenza paragonabile a quella che si ha (si può avere) di una poesia di Montale. In Figura 1 è riportato il tema dell'adagio della sonata per pianoforte, in do minore op. 31, del compositore tedesco. Di questo tempo lento Massimo Mila ha scritto che presenta "un'espressione di calmo raccoglimento e di affettuosa bontà".[2] Mila scrisse questo indipendentemente dalla particolare interpretazione che dell'Adagio cantabile avrebbe potuto dare un particolare pianista, e le sue affermazioni si basavano su una impareggiabile conoscenza della musica e della sua storia, dell'autore della sonata e del suo spartito. In generale possiamo dire che la conoscenza di uno spartito non è una conoscenza proposizionale, anche se - non a caso - si parla di 'frasi musicali' come quelle di Figura 1. 

 

 

Figura 1

Adagio della Patetica di Beethoven, ripetizione del tema in chiave di violino[3]

 

Non insisto sul fatto che gran parte della conoscenza musicale non sia proposizionale, anche perché più oltre, nella sezione 4, tornerò a lungo su diverse questioni che riguardano la verità. 

3.1 Quine e i due dogmi dell'empirismo

Il logico americano Willard van Orman Quine (1908-2000) è stato uno dei filosofi più importanti del secolo scorso. Egli fu in grado di saldare criticamente due tradizioni filosofiche, quella statunitense del pragmatismo e quella britannica della filosofia analitica. Fra i molti temi da lui trattati qui ci interessano in particolare quelli trattati in un suo articolo del 1951, "Two Dogmas of Empiricism", un contributo che è stato ripreso e discusso innumerevoli volte nel mezzo secolo successivo.[4] Il primo dei due dogmi a cui si riferisce Quine è "la separazione fra le verità che sono analitiche, ossia fondate in significati indipendentemente da questioni di fatto, e verità che sono sintetiche, ossia fondate nei fatti". Il secondo dogma è "il riduzionismo: la credenza che ogni asserto (statement) significativo sia equivalente a qualche costrutto logico di termini che si riferiscono all'esperienza immediata".

L’attacco di Quine al primo dogma si concentra sul passaggio dalla classe delle verità logiche, le tautologie [‘nessun uomo non sposato è sposato’ (No unmarried man is married)], alla classe degli enunciati analitici ottenuti mediante la sostituzione di un sinonimo [‘nessun scapolo è sposato’ (No bachelor is married)]. La sinonimia va infatti precisata come sinonimia conoscitiva (cognitive synonymy), ma questa sposta il problema del significato in quello del riferimento, annullando così l’intento di precisare l’analiticità. “Ma, per tutta la sua ragionevolezza a priori, non si è affatto tracciata una distinzione fra proposizioni analitiche e sintetiche. Credere che si debba tracciare una tale distinzione è un non empirico (unempirical) dogma degli empiristi, un metafisico articolo di fede”.

         Quine definisce “riduzionismo radicale” quello secondo cui “ogni asserto (statement) significativo è traducibile in un asserto (vero o falso) sull’esperienza immediata”. Questa posizione si basa su una teoria verificazionista del significato: traducendo ogni asserto in un asserto sull’esperienza immediata, noi mostriamo il suo vero significato indicando quali esperienze sarebbero richieste per verificarlo. L'atteggiamento riduzionista porta a supporre che "ogni asserto, preso isolatamente da quelli che lo accompagnano, può ben ammettere di essere confermato o sconfessato". In realtà, afferma Quine: “i nostri asserti sul mondo esterno si sottopongono al tribunale dell’esperienza sensibile non individualmente, ma solo come un insieme solidale”. A questo punto Quine cita il fisico e filosofo francese Pierre Duhem, e il suo volume La Theorie physique del 1906. Al termine della parte destruens del saggio il filosofo americano esplicita la radice comune dei due dogmi: "Il dogma del riduzionismo [...] è intimamente connesso con l'altro dogma: che vi sia una frattura fra l'analitico e il sintetico. Infatti ci siamo ritrovati portati dal secondo problema al primo attraverso la teoria verificazionista del significato".

Fin qui il Quine del famoso saggio del 1951, ma per i nostri interessi è utile riprendere un confronto più ravvicinato fra Quine e Duhem. In un saggio del 1981, intitolato "la teoria naturale della conoscenza", il filosofo americano ha scritto:

“L’enunciato teorico consueto non ha un contenuto empirico separato e identificabile, si connette piuttosto con altri enunciati formando una massa di teoria che è sostenuta dalle osservazioni solamente come un tutto. Se si trova che la teoria è in conflitto con l’osservazione, ciò mostra solo che non tutti gli enunciati sono veri e non mostra quali sono da rivedere”.[5]

Qui l’attacco di Quine richiama quasi verbatim quello di Duhem nel 1906:

“Il fisico non può mai sottoporre al controllo della esperienza un’ipotesi isolata, ma soltanto un insieme di ipotesi. Quando l’esperienza è in disaccordo con le sue previsioni, essa gli insegna che almeno una delle ipotesi costituenti l’insieme è inaccettabile e deve essere modificata, ma non gli indica quale dovrà essere cambiata”.[6]

Riprenderò ancora più volte il saggio di Quine del 1951 sui dogmi dell'empirismo logico, ora rivolgerò la nostra attenzione a strategie di attacco al riduzionismo, più recenti ed analogamente efficaci.

 



[1] W.C. Kneale, M. Kneale, Storia della logica, Torino: Einaudi, 1972, pp. 62-64. Tutte le definizioni qui esposte sono tratte da questo testo, i cui autori per altro introducono altre distinzioni, importanti ma forse non essenziali per la correttezza del mio discorso. 

[2] Dizionario Letterario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, Milano: Bompiani, ad vocem.

[3] O. Károlyi, La grammatica della musica, Torino: Einaudi, 1969, p. 138.

[4] W.V.O. Quine, The Philosophical Review, 60, pp. 20-43 (1951); nella mia esposizione farò riferimento all'edizione critica che si può leggere in rete all'indirizzo: http://www.ditext.com/quine/quine.html.

[5] Citato da: G. Boniolo, P. Vidali, Filosofia della scienza, Milano: Bruno Mondadori, 1999, p. 143. Il volume di Boniolo e Vidali è molto interessante e utile; fra l'altro dedicano - giustamente - molta attenzione alle tesi di Quine, mentre il grande filosofo statunitense è stranamente ignorato da Oldroyd (Rif. 17).

[6] Citato da: D. Oldroyd, Storia della filosofia della scienza, Milano: Saggiatore, 1989, pp. 262-263.