Non insito oltre sulle vicende storiche che dimostrano come
il riduzionismo non sia un 'modo di vedere' fra tanti altri, ma come piuttosto
sia conforme ad una visione gerarchica dell'essere, della conoscenza e della
società. Questa sezione è dedicata ad una sintetica enumerazione dei diversi
tipi di riduzionismo, e a qualche considerazione che ci eviti di trascurare
alcuni possibili vantaggi di certe forme di riduzionismo.
Il filosofo americano John Searle ha sottolineato che
esistono pratiche diverse di riduzione, che riguardano oggetti, proprietà,
relazioni fra enti di varia natura. La sua analisi è interessante e la riprendo
qui come semplice inventario.
La riduzione ontologica è così
definita: “Oggetti di determinati tipi sono nient’altro che oggetti di altri
tipi: ad esempio, le seggiole non sono altro che collezioni di molecole”.[1]
È evidente che il punto cruciale della definizione sta in quel perentorio nient'altro. Così concepita la riduzione
ontologica o è una banalità o è falsa. Un branco di lupi non è nient'altro che
una 'collezione' di lupi, così come un branco di cervi non è nient'altro che
una 'collezione' di cervi, ma i due branchi hanno comportamenti cooperativi
assai diversi, comportamenti che emergono dal 'semplice' fatto che il lupo e il
cervo dimostrano di avere certe proprietà solo quando sono insieme ad altri
membri della loro specie. Un branco è qualcosa di più della somma di tanti
singoli lupi o cervi. Lo stesso dicasi per la 'sedia' (incidentalmente: una
sedia è tale solo se qualcuno la usa come tale), ma alla riduzione delle
proprietà Searle riserva una categoria a parte.
Per la riduzione
ontologica delle proprietà Searle fa questo esempio: “Il calore (di un gas)
è nient’altro che l’energia cinetica media del moto molecolare”. Se a livello
di fisica elementare la frase "il calore di un gas" è appena
accettabile, nel contesto di un'analisi filosofica delle proprietà risulta piuttosto strampalata in quanto il calore non è una proprietà di un sistema
termodinamico.[2] Tuttavia il
'senso' di quanto vuole dire il filosofo americano è abbastanza chiaro. Posso
tentare un altro esempio: "l'entalpia di reazione è nient'altro che la
differenza fra le energie molari dei legami che si formano e quelle dei legami
che si rompono". In questo caso l'esito di un processo macroscopico
(variazione entalpica) viene descritto - e calcolato - come il risultato di
processi microscopici (formazione e rottura di legami). La riduzione regge
perché essa connette 'rigidamente' (sperimentalmente) i sistemi di cui si sta
parlando, vi sono infatti procedure di misura indipendenti per i due termini
della riduzione, ed esse misurano la stessa grandezza fisica (energia). D'altra
parte l'esempio dato non implica affatto che l'entalpia di un sistema macroscopico
sia riducibile alle energie di legame dei sistemi microscopici che lo
costituiscono. Malgrado si dia per scontato che le proprietà macroscopiche
siano riducibili a proprietà microscopiche, vi sono casi evidenti e importanti
in cui la riduzione è palesemente (ontologicamente) impossibile. Si prenda una
tipica proprietà dei solidi, la durezza. È una proprietà che dipende in primo
luogo dalla direzione secondo cui si esercita una certa forza sul solido in
questione: non basterebbe 'collezionare' particelle atomico-molecolari, ma
occorrerebbe 'disporle' nello spazio, ed introdurre quindi una proprietà che di
certo non è a loro intrinseca. Ancora più essenziale è un altro aspetto: gli
atomi e le molecole non sono né 'duri' né 'molli', perciò non vi è alcuna
possibile corrispondenza referenziale fra la durezza di un solido ed una
qualsiasi proprietà atomico-molecolare.
Searle definisce poi la riduzione teorica: “Una relazione tra due teorie, una
delle quali viene ridotta ad un caso particolare dell’altra, dimostrando che le
leggi della prima possono essere (più o meno) dedotte dalle leggi della
seconda”. È questa una procedura molto generale, tanto più impegnativa quando
più vasto è il dominio empirico coperto dalla teoria che essere ridotta. La
faccenda mi sembra plausibile in casi limitati come la legge di Hess, che può
essere dedotta dal primo principio della termodinamica (più il concetto di
funzione di stato, etc.). Il caso che ci interessa più da vicino, la pretesa
della fisica di ridurre le regolarità della chimica alle proprie leggi, è stato
discusso a fondo da Giovanni Villani in una sua recentissima opera, e ad essa
rinvio.[3]
Vi sono fondamenti filosofici precisi che rendono la riduzione impraticabile,
ed essi richiamano proprio le proprietà dei livelli ontologici in discussione.
La chimica ha sempre a che fare con particolari individui (quel certo chetone
steroideo); inoltre l'evento privilegiato della chimica (la reazione!) riguarda
quasi sempre l'incontro tra individui diversi, così che qualsivoglia teoria
generale si frammenta e si sminuzza, fino a perdere ogni capacità predittiva.
Altra cosa è il vigore esplicativo di una visione quantistica dell'evento
chimico, ma spiegare non è ridurre.
Al quarto posto nella
classificazione di Searle troviamo la riduzione logica o definitoria: “Una relazione fra parole ed enunciati in cui le parole e gli
enunciati che si riferiscono a un certo tipo di entità possono essere tradotti
senza residui in altre parole o enunciati riferentisi a entità di altro tipo”.
Di questo parlerò a lungo - per bocca d'altri - nelle prossime sezioni. Infine
Searle tratta la riduzione causale: “Una relazione tra due tipi di entità
dotate di poteri causali in cui si mostra che l’esistenza, e a fortiori i poteri causali, dell’entità
soggetta a riduzione possono essere interamente spiegati in base ai poteri
causali dei fenomeni a cui viene ridotta”. Anche questo è un aspetto
fondamentale del riduzionismo, e sarà al centro di ulteriori riflessioni. Qui
sottolineo il carattere di assoluto
de-potenziamento evocato da questo tipo di riduzionismo, sono infatti i
'poteri causali' dei vari enti che ce li fanno conoscere o riconoscere, ad
esempio attraverso la loro azione sui nostri sensi, ma i 'poteri causali' più
rilevanti degli enti sono forse quelli che li rendono 'autonomi' rispetto
all'ambiente. Questa autonomia si può palesare in molti modi, una 'forma' (la
sedia di Searle) ad esempio, o un 'comportamento' (le fusa di Lion [liòn], il gatto di casa). La riduzione
causale avrebbe effetti diversi sulla mia comprensione di cosa sia una sedia o
un gatto. La forma e la solidità della sedia manterrebbero il loro valore
d'uso, mentre Lion sarebbe ridotto alla 'macchina' ipotizzata dai
comportamentisti.
La raccolta filosofica dei differenti tipi di riduzionismo
proposta da Searle non è certo completa, e probabilmente dovrebbero esservi
incluse diverse altre tipologie. Qui ne aggiungo ancora una, per il suo grande
significato nell'evoluzione delle scienze sperimentali. Mi riferisco al riduzionismo metodologico, che si
realizza quando una pratica di indagine mirata ad ottenere certi risultati è
sostituita da un’altra, che intende ottenere gli ‘stessi’ risultati, ma è
basata sulla raccolta di dati provenienti da un ambito sperimentale diverso, o
addirittura da un diverso livello di realtà. Un caso tipico può essere il
riconoscimento dei gruppi funzionali utilizzando reattivi o mediante
spettroscopia. Come nell'esempio della riduzione dell'entalpia di reazione alle
energie di legame, anche in questo caso la procedura riduzionista è rigida,
ossia garantita dall'intero apparato teorico che descrive i gruppi funzionali
all'interno della teoria strutturale. Si noti che il parlare di diversi livelli
di realtà non è esagerato. Il lavoro al bancone necessita di manipolazioni, e
si muove nell'ambito della gestualità e della percezione (umane), invece il
lavoro con uno spettroscopio infrarosso affida la determinazione della presenza
o meno di un certo gruppo di atomi all'interazione fra una certa radiazione
elettromagnetica ed un modo normale di vibrazione delle molecole in esame.
Interazioni nel mondo atomico-molecolare sono opportunamente amplificate e
'lette' nel nostro mondo.
Se la rigidità
di una riduzione metodologica può servire da garanzia epistemologica che i due
metodi in gioco non stiano parlando d'altro, se quindi l'epistemologia è salva,
non così le procedure conoscitive e la stessa professione che le utilizzava.
Collocata nella prospettiva storica degli ultimi cinquanta anni, la riduzione
metodologica risulta essere la causa principale della trasformazione del
laboratorio chimico, e con questo processo essa ha letteralmente sconvolto la
professione del chimico.[4]
Dal punto di vista dell'analisi delle procedure conoscitive questo tipo di
riduzione implica in generale lo spostamento di una attività, prima delicata e
difficile, dal ricercatore agli strumenti, che rendono accessibile (quasi) a
chiunque una mansione fino ad allora qualificata. Si verifica così intra muros quello stesso spostamento di
lavoro qualificato dall'operaio alle macchine che ha caratterizzato tutta la
storia dello sviluppo capitalistico.
[1] Le citazioni di Searle di questa sezione sono citate da: G. Fornero, "Riduzione", in Rif. 1, pp. 934-935.
[2] C.E. Reid, Chemical Thermodynamics, New York:
McGraw-Hill, 1990, p. 16.
[3] G. Villani, La chiave del mondo. Dalla filosofia alla scienza: l'onnipotenza delle molecole, Napoli, CUEN, 2001
[4] L. Cerruti, "Scienza, produzione e immagine pubblica. Lo sviluppo ineguale della chimica del '900", in: P. Riani, E. Niccoli, Esperienze di orientamento, orientamento delle esperienze, Pisa: STAR, 2001, pp. 27-67.