5. Conclusioni e proposte (metafisiche)

 

 

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Siamo così giunti al termine di un'indagine che, pur essendo affrettata, dovrebbe aver chiarito almeno due aspetti del riduzionismo: la sua natura di strumento di dominio epistemologico ed ideologico, e i numerosi lati deboli che presenta. È evidente che si tratta di un argomento di grande ampiezza, e che l'indagine qui condotta è stata non solo affrettata, ma in alcuni punti addirittura frettolosa. Tuttavia, dato che l'intento principale della mia relazione è esplorativo, di indicare in una mappa provvisoria i luoghi principali del vasto territorio occupato dal riduzionismo, nelle conclusioni attuali della ricerca non mi va di 'chiudere' l'argomentazione in poche frasi, vorrei anzi continuare a rintracciare i sentieri che - eventualmente - ci potrebbero portare a pratiche educative più consapevoli e riflessive.

         Sono in effetti necessarie modificazioni profonde nel nostro stesso modo di 'pensare' il mondo delle scienze sperimentali, se non altro per mantenere il contatto con gli sviluppi degli ultimi due decenni in campi di nostra stretta (presunta) competenza. Fra questi campi fortemente innovativi ricordo la chimica dei sistemi complessi (ad esempio: chimica supramolecolare, sistemi autocatalitici, reazioni oscillanti, etc.), la 'realtà virtuale' (quasi un ossimoro), la filosofia della chimica e delle altre discipline non-fisiche, la stessa filosofia della fisica. Sono proprio i nuovi indirizzi sperimentali della chimica a metterci sull'avviso che anche gli 'oggetti' della ricerca possono mutare radicalmente. Nel saggio più volte citato sui due dogmi dell'empirismo Quine ha espresso una sua personale convinzione sull'esistenza degli 'oggetti fisici':

"As an empiricist I continue to think of the conceptual scheme of science as a tool, ultimately, for predicting future experience in the light of past experience. Physical objects are conceptually imported into the situation as convenient intermediaries -- not by definition in terms of experience, but simply as irreducible posits [postulati] comparable, epistemologically, to the gods of Homer. Let me interject that for my part I do, qua lay physicist, believe in physical objects and not in Homer's gods; and I consider it a scientific error to believe otherwise. But in point of epistemological footing the physical objects and the gods differ only in degree and not in kind. Both sorts of entities enter our conception only as cultural posits. The myth of physical objects is epistemologically superior to most in that it has proved more efficacious than other myths as a device for working a manageable structure into the flux of experience".[1]

La presa di posizione di Quine non è affatto paradossale. C'è sempre un senso di inquietudine quando in un laboratorio non siamo nemmeno in grado di riconoscere la funzione di uno strumento. È soltanto la consuetudine acquisita nel vivere in una certa cultura che ci permette di 'definire' come oggetti i diversi enti che incontriamo nel mondo-della-vita. Se questo è già vero con gli oggetti macroscopici, estremamente più sfuggente è la situazione per gli innumerevoli 'oggetti' che le scienze sperimentali hanno 'fissato' nei loro natural kinds. Eppure Quine sottolinea che gli oggetti fisici creati dalla scienza si sono dimostrati more efficacious di quelli creati da altri 'miti', in particolare per orientare il nostro comportamento pratico nel flusso continuo dell'esperienza. In ogni caso, enfatizza ancora Quine, a livello epistemologico è solo questione di gradi e non di qualità diversa. Una 'sana' dose di incertezza può quindi essere utile per 'guardarci intorno' con il minor  carico possibile di pregiudizi.

5.1 L'Uno

Il riduzionismo non ha soltanto le lontane radici filosofiche che abbiamo rintracciato in Platone,   ma ne ha altre, più recenti ed ancora più profonde nelle religioni monoteiste, che a partire dalla rinascenza scientifica del mondo arabo hanno costituito il retroterra esistenziale della stragrande maggioranza degli scienziati. Lo stesso termine 'universo', con cui usualmente indichiamo la totalità del mondo fisico, rinvia irresistibilmente all'Uno. L'Uno risulta da una scelta filosofica e religiosa che assume alla sua base una verità atemporale e assoluta. Questo tipo di verità porta inevitabilmente a strutture ideologiche di dominio, in teologia, in politica, nella filosofia della scienza, nelle scienze sperimentali e osservative, e via discendendo fino alle pratiche mediche e psichiatriche. Anche il marxismo ha subito il fascino esplicativo dell'Uno, giungendo nella versione di Stato a vere perversioni. È però possibile un diverso punto di vista, e qui di seguito cercherò di mettere di fronte all'Uno il Non-due.

5.2 Il Non-due

In una visione olistica, pluralistica e relativista le verità sono sempre provvisorie, rivisitate ad ogni cambiamento di stagione culturale, sociale, economica. All'inizio della sesta ed ultima parte del suo saggio sui due dogmi dell'empirismo Quine rappresenta la scienza nel suo complesso con due metafore, di cui la prima, del tessuto fatto dall'uomo, ha la funzione di indicare senza equivoci la natura costruttiva della conoscenza scientifica:

"The totality of our so-called knowledge or beliefs, from the most casual matters of geography and history to the profoundest laws of atomic physics or even of pure mathematics and logic, is a man-made fabric which impinges on experience only along the edges. Or, to change the figure, total science is like a field of force whose boundary conditions are experience".

La seconda metafora, del campo di forze, viene amplificata con una descrizione minuta di cosa avviene all'interno dell'intero campo quando si verifica un conflitto sui confini della scienza, là dove essa si 'aggancia' con gli eventi della realtà fisica:

"A conflict with experience at the periphery occasions readjustments in the interior of the field. Truth values have to be redistributed over some of our statements. Re-evaluation of some statements entails re-evaluation of others, because of their logical interconnections -- the logical laws being in turn simply certain further statements of the system, certain further elements of the field. Having re-evaluated one statement we must re-evaluate some others, whether they be statements logically connected with the first or whether they be the statements of logical connections themselves".

Tuttavia, qualunque sia l'entità del conflitto 'periferico', le condizioni al contorno del campo sono così lasse che è impossibile determinare quale sia l'asserto specifico da cassare. Prevalgono così delle considerazioni di equilibrio del campo come un tutto: 

"But the total field is so undetermined by its boundary conditions, experience, that there is much latitude of choice as to what statements to re-evaluate in the light of any single contrary experience. No particular experiences are linked with any particular statements in the interior of the field, except indirectly through considerations of equilibrium affecting the field as a whole".

Questa complessa reattività della scienza, e in modo specifico il richiamo all'equilibrio, caratterizzano la metafora di Quine come intrinsecamente olistica. Riflettendo su di essa si ricava un'immagine simile a quella evocata da Mach per il singolo esperimento. Non conosco il testo originale di Mach, ma riprendo l'osservazione del filosofo austriaco attraverso le parole di Otto Neurath:

“Mach ha fatto un’osservazione importante: si dovrebbero almeno menzionare tutti i momenti che non possono essere rimossi durante un esperimento. Questo consiglio preso seriamente implica che noi dobbiamo formulare tutte le leggi della meccanica, della biologia, della sociologia come leggi di una rispettiva ‘aggregazione cosmica’, come propongo di chiamare una mistura piuttosto indefinita di sole, luna, terra, piante, animali, uomini, strade, case, telescopi, orologi, ecc.”.[2]                                          

Data l'autorità e l'indipendenza di pensiero di Neurath, siamo in un caso in cui la fonte secondaria rafforza il valore della fonte originale. Otto Neurath era un fisicalista convinto, e tuttavia riteneva futile il riduzionismo ontologico;[3] la posizione di Quine ci è ormai ben nota. In entrambi i casi la critica al riduzionismo si accompagna ad un senso addirittura olistico dell'impresa scientifica, e a me pare che quanto sostenuto da questi due autori, e da diversi altri citati nel corso della relazione, possa essere interpretato con grande facilità all'interno di una visione metafisica diversa da quella incentrata sull'Uno. Si tratta di impegnarsi in un atteggiamento filosofico che ha lontane origini. Nel buddhismo questa visione del mondo è fiorita in particolare nella trazione cinese Hua Yen, e nel vedanta indiano è rappresentata da sei scuole nondualiste o advaita. Non è questa la sede per innoltrarci in questa direzione, e d'altra parte fra non molto dovrebbe essere disponibile un testo abbastanza ampio, in cui ho provato a fare una 'applicazione' del pensiero Hua Yen su alcuni punti fondamentali delle attuali conoscenze scientifiche.[4] In sintesi: il Non-due considera ogni ente/ogni livello di realtà come irriducibile ad un altro, per cui essi, enti e livelli, sono 'due'; nello stesso tempo il Non-due afferma che due enti o due livelli di realtà non sono mai completamente indipendenti, ed anzi interagiscono fra di loro e con tutti gli altri. Da questa interazione deriva il 'non', che nega ogni 'assoluto'. È chiaro che nel Non-due rientra l'Uno, come una delle sue possibili manifestazioni.

         Concludo con un'ultima riflessione e un'ultima citazione, dovuta questa a Peter Galison, uno dei massimi storici della scienza del nostro tempo:

“Il mio lavoro sulla disunità [della scienza] comincia [dalla] straordinaria varietà di linguaggi scientifici, pratiche, scopi, e forme di argomentazione. […] La tesi suona all’inizio come piuttosto paradossale: che l’assemblaggio disunito, eterogeneo, delle subculture della scienza è precisamente ciò che struttura la sua forza e coerenza”.[5]

Ed ecco la riflessione. Quanto afferma con decisione Galison è emerso in modo incontrovertibile negli ultimi decenni, frutto del lavoro di storici, filosofi e sociologi della scienza. Il valore educativo e politico di tutto questo lavoro è notevolissimo, ma rimane - per ora - allo stato latente. Sarebbe opportuno muoversi, prima che si passi da uno stato di latenza ad uno di latitanza, ovvero di colpevolezza nei confronti dei nostri compiti di educatori.

 



[1] Tutte le citazioni di Quine di questa sezione sono tratte dal Rif. 15.

[2] Citato da: J. Cat, N. Cartwright, H. Chang, "Otto Neurath: Politics and the Unity of Science", in: Rif. 31,  pp. 347-369, cit. alla p. 351.

[3] Loc. cit.

[4] L. Cerruti, "Il corpo di Gaia. Visione scientifica e contemplazione buddhista", seminario tenuto a Ravenna il 13 ottobre 2001, nel contesto del Progetto poliennale di ricerca-azione "Il valore della pluralità delle culture". Il testo è in corso di stampa a cura dell'Assessorato Politiche Educative della Provincia di Ravenna.

[5] P. Galison, "Introduction", in: Rif. 31,  pp. 1-33, cit. alla p. 13.