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                    IV. LA COMPRENSIONE

 

 

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La conoscenza che comunemente viene detta razionale è quella discorsiva, che procede cioè da premesse a conclusioni e da queste a conclusioni ulteriori, secondo il modello che nell’antichità era stato realizzato con la sistemazione euclidea della geometria e il sillogismo apodittico di Aristotele. Ma già prima, Platone aveva contrapposto a questa conoscenza quella intuitiva, sostenendone la superiorità sulla prima. Da qui si dipanò per l’itero corso del pensiero occidentale il rapporto tra queste due forme di conoscenza, che qui non possiamo certo ripercorrere se  non ricordando che attraverso di esso si sviluppò l’autonomia della ragione dalla fede e il contrasto tra ragione ed intelletto. Però ciò che a noi serve ricordare è come dalla riflessione sulla conoscenza si possa partire per ragionare sulla comprensione.

Con le tesi antipositivistiche sorse per la prima volta la distinzione tra spiegazione (explanation o Erklaren), concernente la sfera delle scienze naturali, e comprensione (understanding o Verstehen), che riguarda la storia e più in generale le azioni degli uomini. Dilthey sviluppò in seguito tale distinzione indicando esso l’intero dominio della comprensione col termine Geisteswissenschaften, ossia scienze dello spirito. E da qui si sviluppò tutto l’idealismo con la propria tesi della superiorità della ragione che presiede alla spiegazione e che raggiunge il sapere assoluto.

Ma è corretto distinguere la comprensione dalla spiegazione, a quella assegnando la sfera delle azioni umane e a questa il dominio delle scienze? Non ritengo che questa divisione sia corretta, né tanto meno feconda.

 

 

 

 

 Il titolo che ho dato a questo lavoro, in cui dopo la parola “comprensione” compare tra parentesi l’aggettivo “scientifica”, sta ad indicare come , a differenza di dimostrazione  e spiegazione, la comprensione scientifica non viaggia su binari autonomi di metodo o di contenuto. Anzi, la comprensione tutta si inerpica solitaria sul suo cammino di scoperta di sé  potendo affidarsi solamente alla compatta unità in se stessa di ogni sapere, che siamo soliti invece distinguere per campi di indagine.  Ecco perché il discorso sulla comprensione scientifica coincide con  il discorso sulla comprensione in senso lato.

Partiamo anche in questo caso dall’etimologia: com-prendere significa afferrare, stringere insieme, dove la parola insieme rimanda a sua volta sia all’unione che alla compagnia. La comprensione, quindi, volge se stessa al compito di poter raggiungere un aspetto della verità unendo le forze della ragione e della intuizione al fine di farlo diventare parte di sé. Allora la conoscenza presuppone la com-prensione come compimento e anelito, ma la seconda non presuppone la prima. E la com-prensione, tramite la com-unicazione, tende verso la com-unione tra umani. In che modo? Se, come ho in precedenza affermato, la dimostrazione parla il linguaggio specifico e la spiegazione parla il linguaggio dell’altro, allora possiamo azzardare di dire che la comprensione parla un altro linguaggio o, meglio, parla un linguaggio altro che al limite può non essere più linguaggio (quantomeno verbalmente inteso).

La comprensione, per usare una frase di Hegel, è il prodotto de “lo spirito (alla fine) certo di se stesso…”; è “il sì della conciliazione, in cui i due Io dimettono il loro opposto esserci, è l’esserci dell’Io esteso fino alla dualità, Io che quivi resta eguale a sé e che nella sua completa alienazione e nel suo completo contrario ha la certezza di se stesso; - è il Dio apparente in mezzo a loro che si sanno come il puro sapere”.¹

Qualora ci si voglia inerpicare sulla strada solo in salita della comprensione, ognuno scopre che l’unico atteggiamento costruttivo sono le dimissioni dalla propria identità che si esplica primariamente nel linguaggio che esce dal proprio codice per parlare nel codice altrui. L’intesa con l’altro va di pari passo alla coscienza che l’altro è prioritario, che il volto dell’altro mi provoca più del mio.² Se in gioco c’è l’altro e l’intesa con l’altro, si cede per primi alla ricerca di nuove forme di comunicazione che possono arrivare anche alla negazione della stessa forma verbale per esprimersi con linguaggi differenti. L’esempio più lampante è nell’ambito della didattica, quando per meglio comprendere un concetto si ricorre a figure, illustrazioni, disegni, grafici o altro. Oppure all’uso di particolari linguaggi quando l’interlocutore non riesce a esprimersi nel medesimo linguaggio codificato di chi intende comunicare (può essere il caso di comunicazioni tra stranieri, con persone con impossibilità verbali, etc). Ecco perché il linguaggio si fa altro, non solo come diversità da sé ma anche come estraneità a se stesso.

         Ci si dimette per comunicare; in quale modo, lo si stabilisce senza una regolarità generale. Che la comunicazione sia funzione della comunione mi sembra sia un asserto veritiero. Ora l’intuizione ci viene in soccorso, congiuntamente alle esperienze che la vita può aver dato a ciascuno, perché si scopre che questa dimissione e questa estraneità a sé non è annichilamento del proprio essere e del proprio esser-ci. È invero scoperta della propria essenza che non è esistenza singola o separata, ma essenza che tende alla dualità e che proprio quivi, proprio per questo si scopre come verità e come certezza di se stesso. A questo stadio , procedendo per sentieri interrotti, Hegel sostiene si riveli Dio; in verità questa è la rivelazione cristiana, in cui il deus absconditus non è mai stato così vicino.

Ho preso a prestito la citazione di Hegel dal paragrafo sul male e sul perdono perché è nel cammino del male che la comprensione è messa a sì dura prova, tanto che la sfida³ ingaggiata con esso dalla filosofia e dalla teologia rimane fallimentare per il pensiero e mette in scacco persino la capacità stessa dell’uomo di sopravvivere. Il male è un unicum nella storia dell’uomo e nella sua capacità di comprendere ciò che gli sta attorno e, ancora di più, ciò che avviene nel mondo, a dispetto della sua volontà ed intenzionalità.

La Bibbia probabilmente testimonia il più alto stadio della comprensione cui l’uomo può tendere, partendo proprio dal significato originale di conoscenza e di comprensione biblica. Non è solo atto intellettivo, è ricerca di vita piena, di tensione costante e assoluta, ab-soluta, sciolta da qualunque altra cosa. Per riprendere anche in questo ambito una locuzione linguistica, più volte viene domandato all’uomo: ‘‘comprendi tu questo?”. È ricerca non solo di conoscenza, ma di progetto di vita.

Quando, dopo l’episodio del vitello d’oro, Mosè chiede a Dio di poter vedere il suo volto, Egli risponde: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo…Vedrai il mio dietro, ma il mio volto non si può vedere”.

“Il volto di Dio è tutto ciò di cui abbiamo sete e fame, è gioia, riposo, gusto, ritrovamenti innumerevoli. La schiena, il dietro, le spalle: ma la parola ebraica si potrebbe anche leggere ‘il mio dopo’: quello che resta dopo il passaggio di Dio. E anche questo si può intendere in due modi: la sua presenza nella storia o la assenza dalla storia.” 

La comprensione è proprio questo: sete e fame di perché, di senso e tentativo di risposta. Forse lo spirito insufflato al primo Adamo non è altro che spirito di domanda e ricerca di senso. E la saggezza forse non consiste in nient’altro che  nel riconoscere il carattere aporetico del pensiero sulla comprensione in genere, e del male nello specifico. E se per l’ambito della spiegazione ho osservato quanto la pragmatica sia decisiva per l’esplicazione in un processo duale o a più parti, nello stadio della comprensione è cruciale affrontare l’aspetto pedagogico che ad essa è strettamente legato e ragionare su un cammino di crescita che renda fruttuosa la fatica del comprendere.

Riporto, per concludere, un itinerario proposto da Ricoeur (6. cfr., vedi sopra in nota), che illumina molto bene il senso della comprensione e la direzione di tale ricerca. Per questo grande filosofo personalista, il problema della comprensione non è solo speculativo. È anzitutto convergenza di pensiero, azione e sentire. Il piano del  pensiero ci spinge e pensare di più e altrimenti, riconoscendo il carattere aporetico della comprensione quando si avvicina al senso della vita. Ma a questa aporia l’azione e il sentire sono chiamati a dare una risposta feconda. L’azione ci porta a realizzare ciò che dovrebbe essere o a combattere ciò che non dovrebbe essere. È proprio nell’azione della vita che la comprensione si scontra con la sofferenza e la difficoltà. Da ciò nasce lo sprone ad agire  eticamente e politicamente. In questo stadio la questione “perché?” diventa “perché io?”. E le risposte pratiche dell’azione non sono sempre sufficienti. Con la risposta emozionale, però, la sofferenza e le difficoltà passano sotto gli effetti della saggezza arricchiti dalla meditazione filosofica e teologica. Qui, però, inizia il cammino solitario attraverso cui si avanza senza sosta. C’è anche chi ravvisa in questa posizione un valore educativo e pedagogico. Ma questo senso, ci avverte Ricoeur,  non può essere insegnato, ma solo imparato, trovato o ritrovato.           

Hillel diceva:

“Non dire che una cosa non si può comprendere, perché infine sarà compresa”.

Ma, ki-vjakhol (‘se così si può dire’), resisteremo fino a quell’infine”?

 

 

 

 

 

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1.   G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, tr. It. di De Negri, La nuova Italia, Firenze 1976, pp 196. Per la precisione, Hegel afferma ciò nel cap. III intitolato Il male e il perdono di esso. Ma come dirò dopo appartiene a pieno titolo alla sfera della comprensione, dicendone anche il perché.

2.    E. Lévinas.

3.   A tale proposito si veda P. Ricoeur, Il male – Una sfida alla filosofia e alla teologia, tr. it. P. De Benedetti, Morcelliana, Brescia 1993

4.   Es 33, 20.23

5.   Paolo De Benedetti, In margine a Ricoeur, Morcelliana

6.   vedi sopra 

 7. Paolo De Benedetti, cfr.