Il sito contiene oltre 1000 pagine. Usate il motore di ricerca!

                    III. LA SPIEGAZIONE (seconda parte)

 

 

 

Ritorna alla Home PageRitorna a Introduzione alla storia della chimicaRitorna a rubrica minibiografie

 

 

 

Hempel e Oppenheim mostrano un approccio tipico degli empiristi logici.  Sappiamo che quando Wittgenstein pubblicò la sua famosa opera “Ricerche Filosofiche” nel 1953 si accentuò molto la conflittualità tra i filosofi wittgensteiniani , rivolti all’analisi del linguaggio ordinario, e gli empiristi logici, sostenitori dei linguaggi artificiali. La natura del conflitto è facilmente identificabile. Qualunque studio del linguaggio è principalmente diviso in tre settori:

 -  la Sintassi, ciò il campo in cui sono studiate le relazioni tra i simboli;

 - la Semantica, ossia lo studio delle relazioni tra i simboli e gli oggetti cui si riferiscono (come il concetto di designazione, di verità, di significato);

 -  la Pragmatica che tiene invece conto delle persone che usano i simboli, delle relazione esistenti tra i simboli e delle relazioni tra simboli ed oggetti.

Gli empiristi logici, come è chiaro, propongono esplicazioni in termini sintattici e/o semantici; la pragmatica invece è l’aspetto più importante per chi si occupa di linguaggio ordinario. Ecco che questi ultimi accusavano i primi di insensibilità verso i bisogni umani, a cui veniva risposto di non apprezzare, al contrario, l’oggettiva caratterizzazione delle determinazioni proprie della spiegazione scientifiche.

Hanson e Scriven furono tra i più strenui sostenitori della pragmatica; alle obiezioni Hempel replicò ammettendo che le buone spiegazione devono tenere conto certamente anche delle persone sui sono rivolte.

Fu però Bromberger a dare inizio ad un altro e più profondo approccio: l’analisi linguistica. In “An approach to Explanation” (1962) egli considera enunciati del tipo:  “ A spiega a B perché una cosa sia avvenuta o accada”. La cosa da spiegare è la tesi della domanda (come la chiamerà Bas van Fraassen più tardi); la forma dell’enunciato è del tipo “A S a B W”, cioè “A spiega a B la cosa”. E, articolando il suo studio su un’analisi squisitamente linguistica, arriva ad evidenziare un’osservazione importantissima: nella spiegazione non è sufficiente mostrare che il verificarsi di eventi seguano determinate leggi, ma dobbiamo fornire informazioni rilevanti rispetto al verificarsi del fatto in questione, cioè che ci facciano veramente capire il perché del fenomeno. Questo è la nozione di rilevanza esplicativa, che tanta fortuna avrà in seguito.

 

Negli anni seguenti fiorirono gli studi di Friedman, Mellor e Coffa che portarono Salmon a classificare le varie tesi in tre concezioni, chiamate modale, epistemica e ontica.

La concezione modale nasce da tesi molto antiche: se un evento si verifica, vogliamo mostrare perché necessariamente  deve verificarsi. Certo sembra essere sottesa una visione deterministica della natura secondo cui tutto è necessariamente spiegabile. Se però non condividiamo una visione deterministica, alcuni eventi non sono spiegabili nemmeno in linea di principio, ma possiamo spiegare  solo quelli le cui condizioni precedenti necessariamente li implicano. Tuttavia in ambedue i casi non basta solo mostrare che l’evento deve necessariamente verificarsi, ma anche perché le circostanze e le leggi che precedono il fatto necessariamente lo implicano.

Mellor5 aggiunge che anche gli eventi irriducibilmente probabilistici possono essere spiegati. Nei casi, infatti, in cui riusciamo a mostrare che un evento è molto probabile, siamo in grado di spiegare tali eventi. Il punto debole della sua teoria è certamente la definizione del grado di probabilità necessario all’accettazione, ciò che egli chiama l’implicitazione parziale. Ovviamente quanto più è alto il grado di implicitazione parziale, tanto più la spiegazione è una buona spiegazione. Tale teoria certamente ben si adatta a chi, sulla scia di Carnap, voglia costruire una logica induttiva basata sulla interpretazione logica della realtà proprio come la logica deduttiva si basa sulla implicitazione totale. Ma come stabilire il grado di implicitazione parziale, giacché una misura non può che essere posta a priori? Il quesito non è  mai stato risolto.

Per Hempel, lo abbiamo già visto, una spiegazione è un  argomento e le spiegazioni (sia induttive che deduttive) mostrano che l’evento-explicandum doveva essere atteso. Con il modello D-N siamo davanti alla concezione epistemica. Hempel si schiera a favore del concetto di spiegazione inferenziale a cui sia aggiunge quello causale (sostenuto da Scriven). Dal primo punta di vista gli esempi più significativi sono quelli in cui una o più regolarità sono spiegati per mezzo di derivazioni da leggi più generali, come la spiegazioni delle leggi di Keplero dalle leggi di Newton. Dal punto di vista causale, invece, gli esempi più persuasivi sono le spiegazioni di fatti particolari, spesso in ambiti di applicazioni pratiche. Ciò che viene criticato ai due concetti appena esposti e quindi alla concezione epistemica è la tesi che la spiegazione mostrano perché l’explicandum doveva necessariamente essere atteso. La relazione che passa, infatti, tra explanans e explanandum in una spiegazione I-S è una relazione di probabilità induttiva o epistemica. Ecco pertanto perché questa concezione fu nominata epistemica.

 

Pochi anni dopo, Coffa nella sua teoria disposizionale sulla spiegazione induttiva interpreta la probabilità come propensità ossia come probabilità oggettive ed  espone le sue osservazioni sulle differenze tra modello I-S e il modello S-R (di rilevanza specifica)6. Infatti, sia il modello S-R che la teoria di Coffa non attribuiscono valore alcuno al un evento altamente probabile: quello che loro importa è ottenere i giusti valori delle probabilità oggettive o frequenze relative. Di conseguenza, Coffa stesso chiamo ontica questa prospettiva. I sostenitori di tale tesi parlano della relazione  spiegazione-mondo in due modi: il primo consiste nel dire che le spiegazioni esistono nel mondo per cui un fatto-explanandum viene spiegato da fatti-explanans; quindi le spiegazioni non sono argomenti o non sono suscettibili di  radicali  approcci   linguistici.  Il  secondo  modo  sostiene  che  la spiegazione  è

composta da enunciati o proposizioni che esplicano certi fatti, cioè che gli enunciati-explanans spiegano il fatto-explanandum. Railton, che certamente con Coffa e Salmon può essere annoverato tra tali sostenitori, basano la loro concezione criticando la visione hempeliana dell’aspettabiltà nomica, cioè il fatto che l’explanandum deve essere nomicamente atteso. I termini aspettabiltà e nomicità possono infatti essere una contraddizione in termini. L’esempio classico viene mutuato dalla chimica-fisica delle radiazioni: un decadimento radioattivo spontaneo è abbastanza improbabile, eppure è governato da leggi invariabilmente statistiche. Per Hempel non potremmo mai spiegare un evento del genere. Per gli Railton, abbandonando la nozione di aspettabiltà a favore di quella di nomicità, tali spiegazioni sono accettabili se soddisfano requisiti di natura generale. Ossia, gli eventi che accadono in un mondo pieno di regolarità sia deterministiche che statistiche, vanno spiegati mostrando che l’explanandum fa parte di uno schema  che esiste nel mondo oggettivo. Più semplicemente, le spiegazioni devono rivelare i meccanismi che producono i fatti che si vogliono spiegare.

Ma proprio la determinazione della concezione ontica produsse un’ulteriore distinzione nella concezione epistemica, che accennerò per sommi capi.

1. La visione inferenziale, cioè quella proposta da Hempel e di cui non aggiungo       nulla.

2. La visione teorico-informativa7. Le spiegazioni sono basate sulla teoria dell’informazione, ossia l’informazione trasmessa è il criterio per valutare la bontà della spiegazione statistica. La differenza con la visione di Hempel è che l’informazione trasmessa è una relazione di rilevanza. Inoltre viene valutato il potere esplicativo dell’informazione ma nulla viene detto per valutare le spiegazioni dei fatti particolari.

3. La visione erotetica. Sulla scia di Braithwaite, che aveva sostenuto che una spiegazione è una risposta a una domanda perché, Bromberge8 escogita una teoria elaborata sulla relazione tra le domande-perché e la spiegazione scientifica. E siccome la logica delle domande viene tradizionalmente chiamata logica erotetica, erotetica è l’aggettivazione usata per questa impostazione della concezione epistemica.

 

Oggi, la sfida della filosofia della scienza risiede soprattutto nella ricerca di spiegazioni soddisfacenti per le microstrutture, soprattutto da quando l’articolo di Einstein, Podolsky e Rosen9 ha trovato risultati e esperimenti da spiegare.

 

 

Da questa panoramica sull’evoluzione della teoria della spiegazione, è mia opinione che, come la dimostrazione parla il linguaggio specifico, così la spiegazione parla il linguaggio dell’altro. Ogni spiegazione è data ex post facto, e per sua natura deve essere rivolta certamente a un processo esplicativo, ma soprattutto deve essere adattata all’interlocutore della spiegazione.

 Considerando le molte teorie escogitate, viene da chiedersi se questo criterio sia stato tenuto abbastanza in considerazione. Personalmente non lo credo. E per questo che secondo me la pragmatica della spiegazione ha svolto un ruolo decisivo nell’ambito della spiegazione e continua certamente a svolgerlo. Può, infatti, una teoria essere rigorosamente valida e organicamente autosussistente se non incontra l’interlocutore, cioè l’altro? Il rischio di escogitare teorie che non abbiamo relazione diretta con l’altro è quello di non ricorrere ad esse nella pratica, sprecando l’immenso lavoro di elaborazione che ha sempre pregnato tale sforzo del pensiero. Non sto affermando che non si debba ricercare  un modello teorico di spiegazione, bensì che non ci si deve  limitare solo a tale ricerca. Una spiegazione è, infatti, tanto migliore quanto più la prospettiva si focalizzi sulla posizione altrui. Come non riconoscere che alcuni modelli escogitati potrebbero essere adatti per alcune categorie di persone e per altre no? La stessa etimologia indica come la spiegazione porta con se l’idea di “sciogliere, trarre d’impaccio” (Badellino-Calonghi). Ed è possibile trarre d’impaccio se non si considera la situazione in cui si trova l’altro? Solo quando la spiegazione cerca di parlare il linguaggio dell’altro si può stabilire un contatto iniziale in cui il conclusivo apprendimento certamente non è presupposto o scontato, ma neppure ostacolato per motivi culturali, cognitivi o di riferimento, se così posso dire, nomico.  

 

Segue

________________________________________________________________

 

5.    D. H. Mellor, Probable Explanation, in Australian Journal of Philosophy 54

6.   Coffa espose la sua teoria secondo cui ogni legge deve esprimere una sua clausola sulle condizioni limite. Ogni spiegazione deve contenere una premessa che asserisca che la clausola è vera nel contesto della spiegazione

7.    G. Greeno, “Evaluation of Statistical Hypotheses using Information Transmitted”, 1970

8.    Bromberger, 1966

9.    Albert Einstein et al. :“Can Quantum Mechanical Description of Physical Description Be Considered Complete?”, Physical  Review  47 (1935), pp. 777