L'allegoria del patrimonio

Parte 5 di 6

 

 

 

Uno dei pericoli ricorrenti del pensiero 'verde' è di cadere in una specie di fondamentalismo conservazionista. Già lo studio dei processi co-evolutivi 'naturali' e l'inclusione nella natura dell'umanità e dei suoi manufatti tolgono ogni dubbio sulla possibilità stessa di fermare (!) il mutamento continuo di Gaia e delle sue parti costituenti. Qualche orientamento pratico può venire da una attività che prende in considerazione proprio una classe di quei manufatti che abbiamo incluso – dopo qualche discussione – nella natura. Si tratta della tutela del patrimonio architettonico, a cui Françoise Choay ha dedicato una ricerca storica ed epistemologica di grande interesse, ricerca che assumiamo come traccia portante per la nostra argomentazione. Choay chiarisce subito che il patrimonio architettonico è solo una parte di un molto più ampio patrimonio storico, di cui dà questa bellissima definizione:

"Patrimonio storico. L'espressione designa un fondo destinato al godimento d'una comunità allargata di dimensioni planetarie e costituito attraverso l'accumulazione continua di una molteplicità d'oggetti riuniti dalla comune appartenenza al passato: opere e capolavori delle belle arti e delle arti applicate, lavori e prodotti di tutti i saperi e di tutte le capacità di fare umane".

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Il termine 'godimento' non è scelto a caso, perché orienta subito il lettore verso una possibile (necessaria) fruizione del patrimonio storico, affinché esso si realizzi come tale. Nella stessa pagina iniziale l'Autrice accenna al fatto che "il patrimonio storico e le condotte che a lui di associano si trovano presi entro strati di significato [ricchi di] ambiguità e contraddizioni". Ho sottolineato le condotte associate al patrimonio storico perché esse costituiscono le variabili più importanti della questione in quanto la definizione, la conservazione e la fruizione del patrimonio storico dipenderanno – nell'ordine – dagli atteggiamenti culturali e dalla ricerca scientifica, dall'intervento politico e pratico delle comunità, dall'atteggiamento del pubblico, colto e non.

Il testo di Choay è dedicato in gran parte alla storia degli atteggiamenti nei confronti del patrimonio architettonico, a partire dalla interminabile presa di coscienza della sua stessa esistenza, che inizia con il Rinascimento italiano e sfocia con enormi contraddizioni nell'attività pubblica e legislativa con la Rivoluzione francese. L'affioramento della nozione stessa di patrimonio architettonico non è stato un evento sincronico che ha coinvolto le diverse comunità/civiltà presenti sul pianeta, per cui si è avuto una progressiva ma lenta estensione tipologica, cronologica e geografica delle condotte culturali e politiche che si associano alla nozione stessa di patrimonio storico. L'estensione tipologica è partita dai beni inventariati dall'archeologia e dalla storia dell'architettura colta. Dall'Italia è poi venuta la proposta di includere l'architettura minore, e cioè le costruzioni private non monumentali, l'Inghilterra ha invece avviato l'estensione all'architettura industriale, dalle fabbriche alle stazioni ferroviarie. L'estensione cronologica ha fatto sì che a partire dalla più remota antichità si giunge ora al secolo appena trascorso, e infine l'estensione geografica è partita da un nocciolo di Paesi europei, nel 1931, a cui si sono aggiunti nel 1964 Tunisia, Messico e Perù; nel 1979 ottanta Paesi dei cinque continenti firmavano la Convenzione del patrimonio mondiale. Choay sottolinea che l'opera in favore della protezione del patrimonio non è priva di difficoltà, anche culturali (in senso antropologico). Infatti può avvenire che i beni da proteggere siano proprietà di privati, e "i proprietari rivendicano il diritto di disporre liberamente dei loro beni per trarne gusto o profitto a piacere". Negli Stati Uniti, in particolare, "la limitazione nell'uso del patrimonio storico è considerato un attentato alla libertà dei cittadini. Siamo qui di fronte ad una di quelle contraddizioni a cui si accennava prima perché in realtà vi è ovunque un largo consenso a favore della conservazione del patrimonio storico, "in nome dei valori scientifici, estetici, commemorativi, sociali, urbani dei quali tale patrimonio è portatore entro le società avanzate".

Si deve sottolineare che l'elenco dei valori citati da Choay non è nato tutto di un colpo ma è il risultato della ricerca, della riflessione di molti studiosi. Seguendo ancora le indicazioni di Choay possiamo citare il contributo di Alois Riegl (1858-1905), un uomo dalla triplice formazione di giurista, filosofo e storico, che nelle sue opere "definisce il monumento storico secondo i valori di cui questo è stato investito nel corso della storia, ne redige l'inventario e ne stabilisce la nomenclatura". Riegl distinse due categorie di valori fra loro contrapposte. Da una parte vi sono i "valori di rimemorazione" (Erinnerungswerte) che sono legati al passato e fanno intervenire la storia; abbiamo ad esempio un "valore storico" che rimanda ad un sapere colto, ed un "valore d'antichità" percepibile da chiunque. Su un versante diverso abbiamo i "valori del presente" (Gegenwartswerte); qui troviamo il valore d'uso, che stabilisce le "condizioni materiali di utilizzazione pratica dei monumenti", e il "valore d'arte", a sua volta suddiviso in "relativo", che si riferisce a quella parte della creazione del passato che è ancora accessibile alla sensibilità contemporanea, ed un "valore di novità" (Neuheitswert) che riguarda l'apparenza fresca e non intaccata delle opere. Con le parole di Riegl, quest'ultimo valore, alquanto contraddittorio con gli altri, "risulta da un atteggiamento millenario che attribuisce al nuovo un'incontestabile superiorità sul vecchio".

Le lezioni che possiamo trarre dalla ricerca di Choay sono molteplici. Innanzi tutto anche nel nostro caso dobbiamo giungere ad un inventario dei valori di cui la natura è (stata) investita, e proporre alla discussione e nei processi educativi una costellazione di valori degna di un citoyen, come si cercò di fare durante la Rivoluzione francese, quando dei monumenti si misero in evidenza il valore nazionale e il valore conoscitivo (intesi come valori educativi), il valore economico, e il valore artistico – quest'ultimo posto al fondo della gerarchia.

Infine, mentre ci avviamo alle conclusioni della presente ricerca, riprendo ancora una definizione di |patrimonio| citata da Choay: "Bene ereditario che passa secondo le leggi dai padri e dalle madri ai figli". La definizione copre una parte ridotta del campo semantico di |patrimonio|, che, come dice la stessa Choay, è diventato un concetto 'nomade' attraverso le aggettivazioni più disparate: patrimonio genetico, patrimonio artistico, patrimonio naturale ... In effetti questa definizione di patrimonio, pur nella sua parzialità, è perfettamente adeguata al nostro tema. Secondo la proposta avanzata fin dall'inizio della relazione per un'ampia definizione di |natura| il patrimonio naturale diventa proprio ciò che una generazione dell'umanità riesce a trasmettere alla generazione successiva, il patrimonio naturale è quindi il bene ereditario per eccellenza. Indubbiamente il considerare la natura come patrimonio naturale mette in primo piano un atteggiamento che potrebbe sembrare 'economicista', ma quanto abbiamo visto in riferimento ai valori legati al patrimonio architettonico ci ha dimostrato che questi valori possono essere ricchi e interessanti. Così tutti i valori che abbiamo esplorato nella sezione dedicata alle riflessioni sull'etica possono essere recuperati all'interno di questa concezione della natura come patrimonio comune da trasmettere ai nostri figli. Vi è infine un vantaggio indubbio, che emerge dalla definizione citata da Choay quando si fa riferimento alle leggi che regolano il passaggio dei beni dai genitori ai figli. Gli accordi internazionali come la Convenzione sulla biodiversità rientrano nel 'patrimonio di leggi' che dovrebbe regolare la trasmissione del patrimonio naturale da una generazione all'altra. Tuttavia abbiamo anche visto che l'analisi linguistica del verbo |violare| chiarisce che, essendo il 'resto della natura' parte passiva rispetto all'umanità, fra umanità e 'resto della natura' non è possibile né accordo né antagonismo, e che la protezione della parte passiva, oggetto della violazione, è affidata ai variabili costumi del tempo, là dove ethos ed etica si congiungono e si confondono. Questa asimmetria fra il potere d'intervento dell'umanità e la pura risposta omeostatica del 'resto della natura' è radicale, forse immutabile.

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