La violabilità della natura

Parte 4 di 6

 

 

Una delle 'ricette' che funzionano meglio nel campo della ricerca filosofica è molto semplice:

In caso di difficoltà eseguire un'analisi semantica.

La inviolabilità della natura è, a parere della mia mente e delle mie viscere, un valore fondamentale. Tuttavia una cosa è un responso cognitivo ed emotivo personale, e altra cosa è il rendere 'effabile' questo responso, per argomentarlo e renderlo più comprensibile a me, e ai miei (pazienti) lettori. Vi è infatti un forte sospetto, quasi la certezza che non sia possibile violare la natura, specialmente quando l'umanità e le sue produzioni sono state incluse nella natura. Così, volendo comunque affrontare la questione, ho seguito la vecchia ricetta dell'analisi semantica, applicandola al verbo |violare|.

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Iniziamo con un elenco di usi possibili:

violare (A): la legge, un armistizio, un accordo internazionale

violare (B): la privacy

violare (C): una tomba

violare (D): un codice (segreto)

violare (E): un porto militare

violare (F): l'innocenza (di un fanciullo)

Questi pochi casi ci permettono già di acquisire indicazioni importanti. Già i casi (A) indicano che vi sono molte situazioni in cui la violazione può essere ritenuta legittima, e sono tutte quelle in cui la legge è ritenuta (da qualcuno) ingiusta, oppure l'armistizio o l'accordo sono stati imposti con la forza o in circostanze avverse ad uno dei contraenti. La violazione della privacy dipende decisamente da consuetudini estremamente variabili, a seconda delle epoche e dei luoghi. Il caso (C) è fra i più significativi, infatti sembra che a decidere se vi sia violazione o meno sia esclusivamente il tempo trascorso dall'inumazione. Le tombe recenti sono protette, ma quelle di qualche secolo fa sono obbiettivi legittimi di ricerca archeologica. Altrettanto si può dire dei corpi rinvenuti nelle tombe, che sono tranquillamente esposti nei musei. I casi (D) ed (E) ci portano ad un altro tipo di ambiguità, se infatti in (C) il trascorrere del tempo scoloriva inesorabilmente le tinte fosche della 'profanazione' delle tombe, in (D) ed (E) siamo di fronte ad un vero capovolgimento di valori a seconda della parte attiva o passiva della violazione. La violazione di un codice segreto può permettere di svelare le trame di una congiura (salvare la vita di un potente) o di decifrare gli ordini di uno Stato Maggiore (sancire la sconfitta una flotta); il giudizio dei congiurati o dei militari coinvolti non può essere positivo, mentre i violatori possono diventare dei benemeriti. Altrettanto dicasi per (E), dove ai violatori possono essere date delle medaglie al valore. Infine il caso (F) richiama fortemente la connotazione sessuale del verbo |violare|, e ci propone una situazione in cui il rapporto non è tra uomini e 'oggetti' (di tipo molto vario), ma tra uomini e uomini. Il caso è qui enunciato con parole che già di per sé implicano condanna, e la descrizione dell'evento corrispondente molto probabilmente coinvolgerebbe la narrazione di atti di seduzione o di violenza condannati nella nostra società. Tutti sappiamo però che le cose non stavano affatto in questi termini per chi apparteneva alla classe dominanti della Grecia classica. L'amore – ricambiato – con i propri allievi era perfettamente legittimo.

Malgrado la notevole dispersione dei contesti d'uso di |violare| possiamo raggruppare i vari significati dell'azione considerando il diverso rapporto fra quanti sono chiamati a partecipare alla situazione in cui si realizza la violazione. Possiamo individuare tre strutture fondamentali:

I. Due parti contraenti. Alcuni contraenti hanno pattuito il rispetto di certe regole, l'esecuzione di certi atti, etc. I rapporti di forza fra i contraenti, e la libertà di aderire o meno al patto non sono qui messi in discussione. Il contesto formale, per qualsiasi accordo (privato, pubblico, internazionale) è che, infrangendo un patto, la violazione ha un valore negativo.

III. Due parti avverse. I partecipanti umani alla situazione sono antagonisti, il re e i congiurati, le flotte nemiche. La violazione consiste nel forzare una barriera di qualche tipo (un codice segreto, un blocco navale), posta da alcuni partecipanti per proteggere se stessi o per danneggiare l'avversario. Risultando con valore positivo o negativo, a seconda che sia considerata dalla parte avvantaggiata o da quella danneggiata, la violazione ha un valore intrinsecamente ambivalente.

II. Una parte attiva e una parte passiva. La violazione viene esercitata su un 'oggetto' (la privacy, la tomba, l'innocenza) che è protetto solo dalle consuetudini locali. Dipendendo dai costumi, la violazione ha un valore etico.

Abbiamo così ottenuto un risultato rilevante, perché se nell'insieme della natura globale 'ritagliamo' due sotto-insiemi, costituti da noi e dal resto della natura, vediamo che i rapporti fra questi sotto-insiemi non si collocano né nella prima struttura (due parti contraenti), né nella seconda (due parti avverse), ma decisamente nella terza, con una parte attiva (noi) ed una parte passiva (il resto della natura). Se l'analisi è corretta il 'resto della natura' risulta protetta solo dalle consuetudini vigenti, e la sua violazione ha valore etico.

C'è ancora altro da dire. L'analisi semantica del verbo |violare| indica che esso può esprimere connotazioni che vanno da estremamente negative ad altamente positive, così che le conseguenze della violazione per chi compie l'azione possono esigere una punizione o, all'opposto comportare un premio. Questa ambiguità del campo semantico è resa più evidente dal fatto che in certi casi risulta una dipendenza da specifiche circostanze storiche o temporali del senso di |violare| e della sua stessa applicabilità. La barriera semantica è quindi penetrabile, come per altro viene già fatto in espressioni del tipo 'violare i segreti della natura'. Una diversa salvaguardia potrebbe essere trovata nella pretesa filosofica che le leggi di natura siano 'inviolabili', ma anche in questa direzione non andiamo molto lontano perché il comportamento di gran parte della natura non si basa solo su 'leggi' fisico-matematiche (si pensi ad es. all'evoluzione biologica e alla reattività chimica).

In realtà la natura è violabile ovunque si abbia a che fare con enti, processi e relazioni connessi fra di loro in sistemi auto-regolati. Da questo punto di vista la vicenda dell'SBE è paricolarmente significativa. I contadini piemontesi che hanno visto in televisione, e letto sulla stampa, i terribili sintomi di questa patologia, riferiscono che vi sono sempre stati casi sporadici della malattia: la loro esperienza conferma che sono stati i mangimi di origine animale – che hanno costretto i bovini ad un inconsapevole 'cannibalismo' – a far dilagare la malattia. Si può discutere fino a che punto l'uso di questi mangimi con gli erbivori sia 'contro natura', ma non c'è dubbio che questa palese alterazione nell'alimentazione animale ha avuto effetti economici devastanti, e ha persino mutato le abitudini alimentari di un certo numero di umani. Il sistema auto-regolato, turbato dall'introduzione dei nuovi mangimi, era un sistema 'misto', come ormai succede quasi sempre, costituito dalle singole popolazioni bovine e dai loro allevatori umani. L'uso di foraggi 'naturali', o almeno 'locali', avrebbe evitato o limitato il danno, mentre invece il 'mercato' ha cambiato l'alimentazione dei bovini, una funzione cruciale del sistema, e ha fatto sì che il commercio universale di mangimi (equamente guasti) trasformasse le popolazioni bovine in un'unica grande mandria, costretta a ingurgitare le stesse porcherie. L'unificazione dei sottosistemi (le popolazioni bovine e i loro allevatori) voluta dal mercato si è dimostrata dannosissima.

Più in generale, sia la scienza, sia la legislazione internazionale ci ammoniscono sulla possibilità di violare la natura, di 'ferirla' gravemente, lacerando il tessuto di processi e relazioni che lega gli enti che popolano gli ecosistemi. In questi casi i danni prodotti dall'attività umana possono essere severi e irreversibili, specialmente se si tiene conto che la tecnologia in possesso degli Stati e delle multinazionali ha raggiunto un livello di potenza planetaria. È perciò necessario estendere il discorso, passando dalla scienza, come pratica conoscitiva del mondo, alla tecnologia, come pratica di intervento nel mondo.

La volontà di potenza è ideologicamente strutturata nella scienza moderna a partire dagli scritti di Sir Francis Bacon, e ha trovato un nuovo profeta alla vigilia della seconda rivoluzione industriale nell'opera di Auguste Comte, di cui è qui pertinente una famosa definizione di progresso: Savoir pour prévoir, prévoir pour pouvoir. Quindi è il pouvoir il fine supremo, un potere senza senza ulteriore finalità, un potere che, come si dice con una frase terribile, è fine a se stesso. In un certo senso qualsiasi sistema omeostatico è fine a se stesso, ma per la sua stessa definizione esso non può tollerare che diverga qualche processo interno, o di relazione con l'esterno, pena il collasso del sistema stesso. Queste 'soluzioni finali' sono evitate dai meccanismi di retro-azione che propriamente definiscono il sistema come omeostatico. Un potere fine a se stesso è altra cosa, e storicamente se ne è conosciuto un solo tipo, quello esercitato dall'uomo sull'uomo. Esso non tollera i meccanismi di retro-azione che potrebbero diminuire la sua potenza, e dato che nella realtà del nostro mondo non possono aversi processi divergenti all'infinito, un potere di questo tipo sarebbe comunque destinato ad un tracollo catastrofico se non intervenisse un altro fattore. Le risorse su cui si esercita il potere sono sempre limitate, così talvolta esse semplicemente si esauriscono e il potere connesso si illanguidisce, per poi terminare definitivamente (qui aiuta il trascorrere del tempo). Il caso della tecnologia, fine a se stessa, è però più inquietante di quello di un despota.

L'analisi filosofica della tecnologia, così come lo studio della sua realizzazione nella storia dell'ultimo paio di secoli, hanno posto l'accento su due aspetti importanti per il problema della violabilità della natura. Il primo aspetto è già stato citato: "Al cuore della rivoluzione moderna è la liberazione dei mezzi dai fini (ora presentati come costrizioni)". I mezzi devono 'eccedere' i fini per potersi liberare dalla servitù verso di loro. Questa 'eccedenza' sovrabbondante è straripata, rompendo gli argini della tradizione, e portando ad uno stravolgimento ripetuto, quasi continuo dei modi di vivere. Bauman è icastico su questo punto:

"La messa a punto tecnologica è la prima dichiarazione di indipendenza dei mezzi dai fini e poi definitivamente, l'annuncio della sovranità dei mezzi sui fini: «Ecco la macchina, viaggiate». La meta non è importante; importante è avere la macchina".

Nel momento in cui scrivo questa relazione i creativi delle agenzie pubblicitarie, che si intendono a fondo del rapporto fra mezzi e fini, hanno organizzato due campagne di spot televisivi su marche diverse di automobili basate sul 'puro' piacere di guidare, senza scopo e in situazioni talvolta demenziali. Un discorso analogo, non pubblicitario ma esistenziale, potrebbe essere fatto sull'uso dei telefonini e delle chat-lines. Ciò che conta è comunicare, non ciò che si comunica.

Questo aspetto della tecnologia ci interessa anche perché i suoi effetti vanno oltre il rimbambimento dei cittadini, ridotti al ruolo di consumatori, e allo spreco inaudito di risorse. Così infatti si insegna – con didattica impeccabile – che ogni consuetudine è instabile, ogni situazione è volatile. La vocazione fascista/futurista al mutamento continuo e veloce è coronata da successo totale. "È questa eccedenza [dei mezzi sui fini] a condannare il passato e ciò che ne resta – la tradizione – all'infamia e, in ultima analisi, alla 'pattumiera della storia'".

Se gli utenti dei mezzi forniti dalla tecnologia sono ben preparati ad accettare qualsiasi innovazione, rimane da esaminare come la tecnologia concepisce questi mezzi. Ed è proprio qui, nell'ambito della qualità delle procedure conoscitive e costruttive impiegate nella tecnologia, che scopriamo la sua incompatibilità epistemologica con quanto conosciamo della natura.

"un 'problema', per diventare un 'compito', viene prima liberato dall'intrico delle sue molteplici connessioni con le altre realtà, mentre le realtà con cui è connesso vengono ignorate e confuse nello 'sfondo' indistinto contro cui si svolge l'azione. È grazie al voler concentrare gli sforzi in un punto e ignorare tutto il resto che l'azione tecnologica si rivela così straordinariamente efficace ogni volta che viene intrapresa".

Detto in sintesi, l'azione focalizzata della tecnologia è intrinsecamente anti-olistica. Come scrive Bauman nella pagina appena citata: "Una tecnica che punti alla 'totalità' è una contraddizione in termini". Per altro, senza mezzi tecnologici non sarebbe gestibile una civiltà quale è diventata la nostra, in cui gran parte dell'umanità non produce più cibo, e vive ammassata in vasti agglomerati urbani. È anche evidente che questa situazione globale è stata creata dalla stessa disponibilità dei mezzi tecnologici, esaltata a sua volta da una globale politica di rapina. Epistemologia e storia ci dicono che il problema di una tecnologia che viola costantemente la natura (vìola 'noi' e il 'resto della natura) non è risolubile all'interno della tecnologia.

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