Etica dell'ambiente

Una ricerca sulla violabilità della natura

Luigi Cerruti

luigi.cerruti@unito.it 

Parte 1 di 6

 

Introduzione

Una definizione operativa di |natura|

Qualche riflessione sull'etica

            Tavola di Mary Midgley: Possibili referenti di obblighi etici non contrattuali

La questione di Gaia

            Figura 1: Andamento della concentrazione atmosferica di CO2. Osservatorio di Mauna Loa, Hawaii

            Figura 2: Il metabolismo di Gaia. Cicli del fosforo e del calcio

La violabilità della natura

L'allegoria del patrimonio

Gaia e l'impegno civile dell'educazione. Conclusioni

Lavori precedenti

Testi utilizzati

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murao ndishe

la legge governa

 

Introduzione

Quando nel contesto dell'educazione scientifica si tematizza l'etica dell'ambiente si pongono due prospettive di indagine, diverse e connesse. La prima è relativa ad un tema conoscitivo la seconda è pertinente un ambito pragmatico. All'interno di queste prospettive occorre in primo luogo stabilire definizioni, riconoscere valori, elaborare modi di azione. L'organizzazione delle pratiche corrispondenti dipenderà dalle situazioni locali e dalle scelte degli insegnanti, e non sarà qui trattata.

Titolo e sottotitolo della relazione derivano in buona parte da una lettura tardiva e da una scelta personale. La lettura 'colpevole' del titolo è stata quella di Envinronmental Ethics, un reading pubblicato da Robert Elliot nel 1995; il sottotitolo, che indica il luogo più problematico della ricerca, è quanto avevo semplicemente enunciato in modo problematico in lavori precedenti, e che ora ritengo necessario affrontare più in profondità. La linea argomentativa qui seguita chiarirà perché la riflessione sull'etica dell'ambiente non sia separabile da una trattazione più generale dei nostri rapporti con e dentro la 'natura', e quindi il primo punto della relazione prende in considerazione l'uso corrente del termine |natura| e ne propone una definizione operativa, esplicitamente finalizzata alle nostre intenzioni didattiche ed educative. Seguiranno delle considerazioni sull'etica in generale e, più in particolare sui possibili referenti di obblighi etici non contrattuali. Di qui emergeranno gli obblighi di tutti noi nei confronti degli ecosistemi, e quindi nei confronti del 'nostro' pianeta, Gaia. In effetti Gaia può essere assunta come quadro teorico generale in cui inserire il discorso della violabilità della natura, e la relazione proseguirà seguendo questa traccia, non senza mettere in evidenza i forti contenuti scientifici, e chimici in particolare, che appoggiano la teoria di Gaia. Si entrerà poi nel merito della violabilità della natura, che sarà individuata essenzialmente nella perturbazione irreversibile di sistemi auto-regolati. Un atteggiamento etico pragmatico, lontano da ogni fondamentalismo ambientalista, sarà infine trovato in analogia con la tutela del patrimonio architettonico. Il presente lavoro si colloca in una linea di ricerca condotta da diversi anni sui valori della scienza; l'indagine è stata intrapresa anche per contribuire al nostro impegno civile come educatori.

Una definizione operativa di |natura|

Per quanto riguarda il termine |natura| il primo aspetto che si dovrebbe considerare è che a partire dalla scolastica esso ha influenzato fortemente il pensiero occidentale. Tuttavia l'uso tecnico- filosofico di |natura| rappresenta solo una parte minore della sua diffusione nel discorso corrente. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana fondato da Salvatore Battaglia elenca centinaia di contesti diversi in cui il termine |natura| esprime i più diversi tratti semantici, e un'analisi dettagliata – ma ancora non esaustiva – occuperebbe più tempo dell'intera relazione. Possiamo comunque apprezzare il carattere polisemico di |natura| riperdendo alcune espressioni indicative, ad esempio: 'madre natura'; anche scritto con una maiuscola, come personificazione: 'madre Natura'; 'il mondo della natura', ossia l'universo fisico ottimisticamente strutturato dalle 'leggi di natura'; 'segreti della natura', ma anche il 'risveglio della natura'; il filosofico 'stato di natura' o il lugubre 'scherzo di natura'; la 'natura sensibile', che possiamo percepire e le 'forze della natura' a noi avverse; 'gli spettacoli della natura' e 'le meraviglie della natura' risvegliano la nostra curiosità o il senso estetico; si può 'vivere secondo natura' e persino essere 'contro natura', specialmente a livello sessuale; richiamiamo i caratteri fondamentali di qualcuno o di qualcosa con espressioni del tipo 'un uomo di natura collerica', 'la natura delle cose', anche in riferimento ad enti matematici: 'la natura, le proprietà e le dimostrazioni dei logaritmi' (Torricelli), mentre generalizziamo all'estremo con espressioni quali 'la natura dell'uomo', presa a fondamento di molte teorie etiche; nelle malattie si può 'lasciar fare alla natura'; con riferimenti al sesso si dice 'pagare in natura', e in pittura si parla addirittura di 'natura morta'.

Il termine |natura| può quindi essere invocato/evocato nei contesti più disparati, e se si immagina un asse semantico che misuri la 'distanza' del referente di |natura| da chi ne parla, si va dalle lontananze cerebrali delle leggi della fisica matematica all'intimità esistenziale degli organi e delle pratiche sessuali. In effetti, ancor più della sua estensione, è l'esistenza stessa di questo asse semantico ad indicare che per lunga tradizione la nostra cultura ha inteso porre gli 'umani' in qualche luogo protetto, separato dalla 'natura selvaggia', anche se poi il carattere fascinoso, basale del termine lo porta a svolgere un ruolo importante nel discorso filosofico sull'uomo. Nella presente relazione si adotterà una definizione operativa, piuttosto 'fredda', che sia in grado di tracciare i confini (vastissimi) della natura e che ci permetta di adottare di volta in volta le più diverse pratiche conoscitive:

La natura è l'insieme di enti, processi, relazioni costituito attraverso le attività percettive e le pratiche osservative dell'umanità.

Quasi ogni parola della definizione richiede un commento:

... dell'umanità

Il riferimento al patrimonio conoscitivo dell'umanità chiarisce il carattere incerto e dai margini sfumati della definizione. Infatti nessuno può affermare di conoscere – e nemmeno di aver archiviato – le conoscenze dell'intera umanità. Di qui si può ricavare una prima lezione di modestia, perché se si accetta questa definizione tutti gli 'umani' possono dare un contributo a:

l'insieme ... costituito

La natura non è data una volta per tutte ma è costituita in ogni tempo e per ogni cultura dall'umanità 'locale'. Forse è solo nella nostra epoca che si può sperare di arrivare ad una costituzione 'globale' della natura, che integri in essa i contributi dell'umanità nel suo complesso. Da questo punto di vista anche la più rigorosa wissenschaftlische Weltanschauung appare mutila e provinciale. Ma proprio la visione scientifica del mondo che ho appena citato raddoppia, per così dire, il carattere provvisorio di quanto chiamiamo natura. Da una parte le diverse 'umanità' locali possono dare il loro contributo, dall'altra la scienza fornisce un corpo affidabile e potente di

pratiche osservative

pratiche che negli ultimi tre secoli hanno ininterrottamente ampliato/modificato la nostra conoscenza della natura. Ma i risultati delle pratiche osservative vanno considerati insieme agli esiti delle

attività percettive

attività guidate, orientate, suscitate, esaltate dalla situazione locale di questa o quella frazione dell'umanità. Chiunque sia uomo/donna di città può verificare quanto siano resi ottusi i suoi sensi vivendo per qualche giorno sotto una tenda in alta montagna, per poi tornare 'a casa'. Linguistica comparata ed etnografia anno portato un materiale imponente sulla diversa percezione del mondo da parte di quelle parti dell'umanità che vive (ancora) di raccolta, caccia e pesca. Infine richiamo l'attenzione sul fatto che la natura non consiste solo di 'oggetti', ma comprende

enti, processi, relazioni

come risulta evidente se si pensa ad enti come le specie animali e vegetali, a processi come le maree e le stagioni, a relazioni come quelle fra preda e predatore, o fra parassita ed ospite.

Tutto sommato non mi pare che quanto ho detto finora possa suscitare forti obbiezioni, tuttavia è necessario che siano rese esplicite un paio di conseguenze che derivano – a mio parere – dalla definizione. La prima conseguenza è di grande rilievo e peserà notevolmente sull'andamento complessivo della nostra ricerca sull'etica dell'ambiente. Infatti occorre accettare senza esitazione l'inclusione nella natura dell'umanità e delle sue produzioni. Nella storia del pensiero, nella stessa cultura europea, si possono trovare conferme a questa posizione, in certi casi con qualche sorpresa. Nel 1844 il giovane Marx scriveva:

"L'uomo è immediatamente ente naturale. Come ente naturale, e ente naturale vivente, è da una parte fornito di forze naturali, di forze vitali, è un attivo ente naturale [...]; e d'altra parte, in quanto ente naturale, corporeo, sensibile, oggettivo è un ente passivo condizionato e limitato, come è anche l'animale e la pianta. [...] Esser oggettivi, naturali, sensibili, e avere altresì un oggetto,una natura, un interesse fuori di sé, oppure essere noi stessi oggetto, natura, interesse di terzi, è l'identica cosa".

Vi sono diverse forme di ripulsa ad una simile inclusione, ne cito due fra le più forti e diffuse. La prima è di origine religiosa, metafisica o politica, e considera l'uomo/donna qualitativamente diverso da ogni altra forma vivente, in quanto dotato di qualcosa di diverso e unico (l'anima, la ragione, il libero arbitrio, la storia). In questa prospettiva la separazione fra umanità e natura è insuperabile, anche se si accetta la caritatevole condizione di 'creatura', in quanto si tratta di una condizione che accomuna l'umanità e il resto del mondo 'solo' nell'essere il risultato di qualche potenza (detta, appunto) soprannaturale. Il confine fra umanità e natura è pericoloso, non tanto perché risulti difficile esplorarlo, quanto piuttosto perché si sollevano questioni molto delicate rispetto al nostro compito di educatori. Non andrò quindi oltre, suggerendo soltanto un'accettazione con riserva da parte di chi abbia un pensiero religioso o politico che attribuisce agli esseri umani una 'natura' diversa dal resto della natura. Se nel nostro pensiero l'umanità può trovare qualche difficoltà a rientrare nella natura, peggio ancora vanno le cose per ciò che l'umanità produce: campi di grano, città, petroliere, famiglie, classi sociali, guerre, linguaggi, opere d'arte, etc. L'elenco è veramente sterminato, e qui la separazione fra i prodotti dell'umanità e la natura è puntellata da termini linguistici forse più 'sentiti' di quelli su citati quali l'anima o la ragione. Infatti l'includere un impianto di cracking fra i prodotti della natura urta non solo la sensibilità di un ambientalista doc, ma cozza anche contro l'uso corrente, che impiega costantemente l'opposizione

naturale vs. manufatto

Su questo punto però mi pare che l'argomentazione possa essere stringente, perché le produzioni degli animali sociali, dagli alveari alle dighe dei castori, le tane e i nidi non sono meno 'artificiali' di una capanna o di San Pietro. Vedremo più oltre che vi è qualche vantaggio pragmatico nel superare l'opposizione fra naturale e artefatto (si veda la sezione sull'allegoria del patrimonio).

Per ultima cosa sottolineo che fra le produzioni dell'umanità vanno considerate anche quelle di carattere culturale che non sono supportate da una base materiale, ma hanno un'indole 'mentale'. Mi riferisco qui essenzialmente ad idee/immagini robuste come 'io', 'bellezza', 'patria', 'giustizia', 'corpo (femminile)', 'dovere', 'ricchezza', 'onore'. Per quanto riguarda la loro potente realtà è sufficiente tener presente il comportamento pubblico e privato di ciascuno di noi, ma qui mi permetto un rinvio all'epistemologia buddhista che considera su un medesimo livello percettivo ciò che 'afferriamo' con i cinque sensi usuali – gusto, odorato, tatto, udito, vista – e con la mente. In effetti questo aspetto della filosofia buddhista è meno esotico di quanto possa sembrare a prima vista, dato che ciò-che-abbiamo-in-testa condiziona, forse addirittura regola, ciò che selezioniamo dai troppo vasti campi sensoriali per far giungere un input accettabile alla nostra attenzione consapevole.

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