L'APPROCCIO SOCIALE

 

 

Nei paesi occidentali industrializzati si pensa comunemente che la società è ciò che la gente è. Tuttavia i continui sondaggi d'opinione mostrano che la gente vuole qualcos'altro rispetto a ciò che dà la realtà sociale: per esempio secondo uno studio condotto negli Stati Uniti del 1982 il 58% del campione avrebbe preferito vivere in una società che desse maggiore importanza alla protezione ambientale piuttosto che alla crescita economica. Solo il 21% scelse una società con dei valori opposti. Allo stesso modo la popolazione della Comunità Europea nel 1988 preferì la protezione dell'ambiente alla crescita economica e solamente il 7% pensò che la crescita economica dovesse avere la precedenza. Nonostante questi risultati, in questi paesi la crescita economica gode ancora oggi di una posizione assolutamente primaria. Queste contraddizioni si spiegano dicendo che, rispetto alle opinioni che esprimono, il reale comportamento degli uomini racconta meglio la loro natura.

D'altra parte, per una persona che pensa sociologicamente, è naturale che ci siano contraddizioni tra gli sforzi umani e gli scopi dello sviluppo sociale. Gli uomini sono considerati essenzialmente degli esseri sociali. La maggior parte delle persone è guidata per la maggior parte del tempo dalla società. E' essenziale domandarsi come fanno le attuali società a produrre e riprodurre le loro assurdità e come dovrebbe essere una buona società.

La devastazione ecologica è causata prevalentemente dagli enormi e sempre maggiori consumi oltre che dalla produzione per questi consumi. Ma qual è la logica che sta dietro ai consumi? Forse lo studioso canadese William Leis ha fornito una delle risposte più soddisfacenti: l'offerta dei beni non corrisponde ai bisogni umani in nessuna società industriale. Con i beni si cerca di soddisfare i bisogni sociali, simbolici e spirituali senza mai riuscirci. La nostra cultura ci fa credere che la soddisfazione dei bisogni sia nell'acquisizione dei beni, per questo motivo gli errori non ci aiutano ad imparare ma ci spingono a compiere uno sforzo ulteriore per acquisire altri beni.

Ma come è possibile questo continuo inganno? Si crede comunemente che, specialmente nelle società occidentali industrializzate, le persone siano libere di fare ciò che realmente vogliono.

Sia Kvaløy che il tedesco Detlef Hartmann spiegano l'illusione della libertà attraverso l'architettura delle nostre "prigioni": non si tratta di un edificio di camerette, è piuttosto una enorme rete di condutture. Possiamo muoverci liberamente lungo i tubi ma la vita reale (Hartmann) o l'attività complessa senza complicazioni industriali (Kvaløy) è possibile solo uscendo da questa rete di tubature, e se uno tenta di farlo sperimenta l'evidente costrizione.

Un altro aspetto importante dell'ecofilosofia sociale è la domanda sull'origine della nostra grave situazione. Come può essersi creato questo atroce sistema sociale, un sistema che minaccia di portare l'intera biosfera dentro la sua stessa tomba?

La teoria classica dello sviluppo della nostra civiltà crede che tutto ciò sia una conseguenza dalla volontà di migliorare il benessere umano. Tuttavia, per un osservatore ambientalmente consapevole risulta chiaro che il benessere umano non è aumentato - per lo meno non recentemente. Inoltre, secondo il sapere antropologico sembra chiaro che la vita in molte società di cacciatori-raccoglitori e di piccoli agricoltori sia stata migliore, e persino più civilizzata, della vita nelle società sorrette da un'agricoltura centralizzata o dall'industria.

Bookchin e molti ecofemministi pensano che lo sviluppo sia stato favorito - o meglio, in realtà, il declino è stato favorito - dalla logica della scala gerarchica sempre crescente. La vera origine della gerarchia è inevitabilmente oscura. Tuttavia, secondo Bookchin, il punto di partenza è stata la posizione poco chiara e irrilevante degli anziani nelle prime società organiche. Alleandosi con gli sciamani gli anziani riuscirono a fare in modo che i giovani cacciatori usassero la loro forza e le loro armi per soggiogare gli altri giovani e le altre donne. Questo fu l'inizio della marcia trionfale della crescita delle gerarchie: un popolo soggiogava altri popoli, una classe sociale altre classi, gli esseri uomini sottomettevano le altre creature.
E allora? Come possiamo cambiare questo sistema mondiale gerarchico industriale? Se consideriamo il fatto che gli uomini sono esseri sociali, non ne segue che il cambiamento consapevole della società è impossibile?

Se le nostre società fossero degli insiemi totalmente integrati quest'affermazione potrebbe essere vera. Ma in effetti molte parti, gruppi ed individui, di una società smettono, per una ragione o per un'altra, di funzionare come buoni "ingranaggi". Tra queste parti "difettose" si sviluppano delle sottoculture le cui argomentazioni non sono in sintonia con i modi di parlare e pensare dominanti.

Ma se la maggior parte delle popolazioni sono integrate, queste argomentazioni alternative possono aver una certa influenza? Sarebbe veramente triste se le persone fossero solo esseri sociali. Per fortuna gli uomini sono anche esseri giudicanti e coscienti. Quando le minoranze riescono ad elaborare dei pensieri convincenti e riescono a fare appello a valori ampiamente sentiti e a bisogni insoddisfatti, allora le loro argomentazioni e i loro punti di vista possono trasmettersi alla maggioranza delle persone. In alcune situazioni questo andamento ha certamente una profonda efficacia nel cambiamento sociale. L'ideologia che ha legittimato lo status quo (per esempio l'idea che la gente nelle società occidentali se la passi generalmente bene) può crollare così che può diventare impossibile continuare ad andare avanti secondo la prassi sociale imperante.

D'altra parte gli uomini sono capaci di "pensare-doppiamente": possono sostenere punti di vista alternativi nel loro tempo libero mentre nell'ambito del lavoro parlano e pensano come i migliori campioni dell'establishment. Conosciamo bene questo fenomeno grazie all'ex blocco dell'est, ma in pratica i sondaggi d'opinione menzionati sopra dicono la stessa cosa: i sostenitori della protezione ambientale sono spesso le stesse persone che, sul posto di lavoro, sostengono la crescita economica ambientalmente distruttiva.

Se le attività quotidiane di un "doppio-pensatore" danno sostegno solamente al suo pensiero distruttivo, come può conservare, se non addirittura sviluppare, il suo pensiero ecologico? In realtà gli schemi alternativi di pensiero vengono normalmente persi. Così, per fare in modo che si mantengano e si consolidino bisogna altresì compiere delle azioni alternative. Anche se la società nel suo complesso limita la nostra possibilità di azione, è possibile fare molte cose che rendano concreti i pensieri alternativi, cambino la vita quotidiana di alcuni gruppi e perfino influenzino l'intera società. Quando un piccolo numero di persone prendono parte a queste attività parliamo di un gruppo d'azione, quando il numero diventa più grande abbiamo un movimento sociale.

I movimenti sociali rafforzano le argomentazioni alternative e queste, a loro volta, rinforzano i movimenti. Questo processo di mutuo sostegno è stato, e probabilmente sarà, la chiave nel cambiamento sociale.

La partecipazione a un movimento è la sfida che richiede tutte le capacità umane. Al suo meglio la filosofia e l'attività del movimento formano un insieme senza soluzione di continuità. Sotto questo aspetto molti pensatori ecologici sono ispirati da Mohandas Gandhi e il movimento di indipendenza indiano.

Ma come possono i movimenti e i discorsi alternativi diventare abbastanza forti in paesi dove ci sono comunicazioni di massa e meccanismi di integrazione efficaci? Come possono realmente cambiare le strutture di potere e la logica operativa di una società?

Penso che la risposta sia la crisi. Possiamo imparare dalla storia che le crisi in uno stato imperiale sono state decisive per molti movimenti di indipendenza. Per esempio le recenti sommosse nell'Europa dell'Est sono state rese possibili dalla profonda crisi economica dell'Unione Sovietica. Allo stesso modo una crisi in un paese o in un intero sistema industriale può offrire una occasione unica per la consapevolezza ecologica e per i movimenti ecologici. E le irrazionalità e le contraddizioni del sistema assicureranno che faremo certamente esperienza della crisi, così come sono serviti in passato: le crisi economiche e di materia prima, le catastrofi ambientali, i grandi incidenti industriali, gli avvelenamenti da cibo e così via.

L'interpretazione peggiore di questo discorso sarebbe quello di pensare che sia sufficiente aspettare o sperare nella crisi. L'occasione di un disastro può essere colta solo se prima della crisi ci sono stati pensieri dissidenti e azioni sufficienti.

<precedente|

 

Ritorna alla Home Page

Ritorna a Introduzione alla storia della chimica

 

Il sito contiene oltre 1000 pagine. Usate il motore di ricerca!