L'APPROCCIO ONTOLOGICO

 

 

Molti filosofi non sono molto interessati all'etica e pensano agli uomini come esseri coscienti le cui azioni sono determinate dall'opinione che hanno del mondo. La causa fondamentale della crisi ecologica sarebbe quindi una interpretazione sbagliata del mondo.

Molti pensatori ritengono che questa cattiva interpretazione derivi principalmente dal processo di acquisizione della conoscenza: sono più interessati alla epistemologia che non all'ontologia vera e propria. Particolarmente importante sotto questo aspetto è la critica dell'imperialismo della conoscenza scientifica.

Il principio per il quale la scienza è l'unica fonte di vera conoscenza si basa sull'assunto che solo le proprietà quantitative sono oggettive. D'altro canto l'oggettività è ciò che non dipende dall'osservatore. Con questo tipo di epistemologia è facile, per esempio, minimizzare la nostra esperienza nella natura. Molti eco-filosofi, per esempio Næss e Hegge, hanno criticato completamente l'epistemologia scientifica e hanno dichiarato che le nostre esperienze in natura sono tanto oggettive quanto lo sono, per esempio, il volume degli alberi in una foresta.

Inoltre, alcuni pensatori ecologici, per esempio Skolimowski e Morris Berman, sviluppano ulteriormente questa critica: essi negano l'esistenza di una realtà indipendente dall'osservatore. Noi vivremmo in un "universo partecipatorio".
Ad ogni modo l'epistemologia ci dice poco riguardo la realtà stessa, giusto qualcosa sulla nostra capacità di conoscerla o di costruirla. Per l'ecofilosofia sembra più fruttuoso spostarsi dall'epistemologia all'ontologia. Bookchin ha perfino sostenuto che l'estraniazione dei filosofi dalla natura è dimostrato dal fatto che "l'amore per la saggezza" si è fermata, dall'epoca di Kant, alla nostra capacità di conoscere.

Quasi tutti gli eco-filosofi negano il concetto che fondamentalmente esistono due tipi completamente diversi di essere (dualismo ontologico): mente e materia oppure anima e corpo. Mentre altri si spingono oltre: è falsa la concezione secondo cui il mondo è costituito da esseri separati. Per esempio, sostiene Næss, il cosmo è una rete di relazioni e non un insieme di esseri separati. Gli esseri sono i nodi di questa rete.

Questa ontologia "olistica" può giustificare facilmente l'etica ambientale. Se il sé non finisce con la propria pelle è abbastanza naturale sentirsi responsabili nei confronti delle altre creature.

Allo stesso modo sono stati criticati molti altri principi del pensiero occidentale. Kvaloy crede che sia un errore fondamentale considerare il tempo come una dimensione simile alla lunghezza e all'altezza. Il pensiero ci porta erroneamente a credere che il futuro esista già. E questo è un esempio della tendenza occidentale di provare a "fermare il tempo" e rifiutare un modo creativo di stare al mondo.

Ma cosa significano, in pratica, la nuova epistemologia e l'ontologia eco-filosofiche? E' difficile credere che nel prossimo futuro ci siano molte persone che abbiano voglia di fare della ecofilosofia teoretica, persino di leggerla. Molti meno la faranno propria. Inoltre, per quale ragione ci sono così poche persone che hanno sentito parlare di questo argomento, persino nei dipartimenti di filosofia delle università, nonostante l'ecofilosofia esista da almeno 20 anni? Perché viene fatta propria l'ontologia dominante e perché vive in modo così radicato nella mente umana?

Queste difficili questioni ci portano direttamente alla prossima branca principale dell'ecofilosofia.

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