La scienza fra etica e religione

Francesco D'Agostino

 

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1. Di quanta etica ha bisogno lo scienziato? Quanta etica dovremmo introdurre nel percorso formativo delle facoltà scientifiche? Ma del massimo possibile e immaginabile, risponderanno alcuni (soprattutto i bioeticisti!), giustamente consapevoli di quali e quanti siano i dilemmi sollevati dalla scienza nel suo progredire. Di nessuna etica, risponderanno invece altri (soprattutto gli scienziati): il miglior scienziato è quello più bravo, non quello più buono! E magari cercheranno di rinverdire il paradosso di Mandeville, sostenendo che più lo scienziato penserà esclusivamente a se stesso e a farsi strada nel mercato del sapere dimostrandosi più competente e quindi più meritevole di finanziamenti rispetto ai suoi colleghi più farà -anche contro la propria intenzione- l'interesse del genere umano, che è interesse a che il progresso del sapere non conosca soste. Tra questi due estremi -come ben si può comprendere- si colloca un articolatissimo ventaglio di ulteriori risposte, tutte tese a mediare eticità e competenza scientifica, tutte riducibili alla logica dell’et-et, ad evitare che l’etica sia espulsa dalle facoltà scientifiche e nello stesso tempo che alla scienza non venga riconosciuto il primato (almeno formativo) che in tutte le sedi preposte alla formazione scientifica essa pretende di avere sull’etica. E allora si dirà, moltiplicando gli intenti conciliatori, che senza etica non si può fare un’autentica scienza, perché il ruolo sociale proprio dello scienziato gli impone una probità che sia al di sopra di ogni sospetto; ma si aggiungerà subito che se è fuor di dubbio che uno scienziato cinico può essere eticamente spregevole e socialmente riprovevole, questo però non gli impedirà eventualmente di possedere un grande intuito euristico, grazie al quale molto gli verrà inevitabilmente perdonato (soprattutto se si tratti di uno scienziato che molto operi per il progresso della medicina e della farmacologia...).

 2. Siamo partiti da una domanda estremamente semplice, nel presupposto (evidentemente ingenuo) di poter subito giungere a una risposta altrettanto semplice, o almeno lineare, e facilmente condivisibile. Sembra proprio che così non possa essere; sembra che si debba invece scegliere tra una dura contrapposizione dialettica (probabilmente sterile) o da ancor più sterili mediazioni. La via della contrapposizione, infatti, sembra perdente, se non altro perché anti-intuitiva: pretendere, contro il senso comune, di negare che tra etica e scienza esista un forte nesso sembra davvero improponibile, almeno in un'epoca come la nostra che tanta legittimazione sta dando alle preoccupazioni bioetiche. Rispetto ad essa, alla via della mediazione proprio non può negarsi un maggior fascino, soprattutto per gli spiriti irenici, se non altro perché ogni buona mediazione possiede in genere un alto grado di ragionevolezza. Il fatto è che se bisogna dir di no alle mediazioni -del che sono profondamente convinto-, non è perché siano irragionevoli; ma perché lo sono fin troppo, e di quella ragionevolezza che tende inevitabilmente, sia pur con le migliori intenzioni, ad alterare l'autentico rilievo dei problemi in discussione e ce ne fa prima o poi addirittura perdere la corretta percezione concettuale.     Il  punto è che la vera questione che ci siamo posti va colta esattamente per la sua esatta portata, che è strettamente epistemologica. Infatti, per quanto possa sembrare strano, l'interrogarsi sulla morale nella e della scienza, se dischiude questioni specificamente morali, non dischiude questioni interne alla riflessione morale: l'etica dello scienziato (quell'etica che lo qualifica proprio in quanto scienziato, e non in quanto buon cittadino) non è propriamente problema da moralisti, non è un capitolo di quella disciplina che chiamiamo filosofia morale. Quando ci chiediamo di quanta etica avrà bisogno nel suo percorso formativo il futuro scienziato problematizziamo certamente questioni assiologiche, ma ci poniamo altresì una questione tutta interna a quello ambito del sapere che denominiamo come scienza.

 3. Nella scienza, infatti, come peraltro in ogni altra dimensione del sapere, la conoscenza dipende non solo da dinamiche strettamente cognitive e da successive elaborazioni intellettuali, ma da un orientamento assiologico fondamentale, in assenza del quale la conoscenza stessa della realtà si altera, si perde o addirittura non riesce a decollare. Questo orientamento lo si può condensare nell’espressione rispetto per la realtà (per quella specifica dimensione della realtà, che costituisce lo specifico oggetto di ogni singola disciplina). In altre parole, per conoscere la realtà bisogna rispettarla, ma ciò che ci induce a rispettare la realtà non è altro che il desiderio autentico di conoscerla. 

      Come formula riassuntiva, quella del rispetto per la realtà ha naturalmente la valenza che possiedono tutte le formule che vogliono esprimere in modo icastico problematiche complesse. Ma non è una formula vuota o generica. Essa si struttura almeno in tre specifiche dimensioni.

      In primo luogo rispetto per la realtà implica rispetto per i dati empirici, sui quali si costruisce ogni scienza della natura e per la correttezza dei relativi calcoli che a partire da essi si pongono in essere. Se i dati contraddicono le aspettative di chi interroga la realtà o se i calcoli non le confermano, nel nome del rispetto per la realtà si dovranno abbandonare le ipotesi di lavoro di partenza o riformularle radicalmente. Comportarsi diversamente implica la violazione di un principio fondamentale, che è nello stesso tempo etico e metodologico.

      In secondo luogo rispetto per la realtà implica rispetto per il carattere necessariamente molteplice dei diversi usi linguistici che è possibile adottare per denominare il reale. Non si tratta solo di prendere atto che la formalizzazione del linguaggio, se potenzia la comunicazione scientifica, impoverisce per altro verso altre dimensioni di comunicazione (ad es. quella amicale, quella poetica o quella esperienziale); si tratta di riconoscere che nessuna dimensione del linguaggio è assoluta e che il rispetto per la realtà implica saper riconoscere il limite intrinseco di ogni strumento denominativo (come peraltro emerge dall''antica sapienza del Salmista: Una parola ha detto Dio, due ne ho udite –Ps. 61 (62).12). Rispetto ad ogni altro scienziato, il medico dovrà avere una sensibilità particolare per questo problema; il suo corretto rapportarsi ad un fenomeno epistemologicamente multidimensionale come quello della malattia non può non tradursi in una vigile attenzione nei confronti di ogni tentazione di assolutizzare in modo linguisticamente univoco la comunicazione con il malato. Quello che viene comunemente qualificato e stigmatizzato come paternalismo medico non implica solo la pretesa del medico di essere il solo interprete del miglior interesse del paziente, ma anche e soprattutto la pretesa del medico di imporre al paziente di soggiacere al linguaggio della medicina, come linguaggio di cui il medico soltanto è gestore qualificato e riconosciuto e di rinunciare ad altre dimensioni di linguaggio, attraverso le quali il paziente meglio potrebbe (o riuscirebbe) ad esprimere il senso autentico della sua sofferenza e quindi a meglio formulare la richiesta di aiuto che rivolge al terapeuta. Non è in questione, in ciò che stiamo dicendo, la legittimità del ricorso al linguaggio scientifico, ma la sua capacità di descrivere sempre e comunque nel modo adeguato alla sua complessità la realtà.

      In terzo luogo, infine, rispetto per la realtà implica rispetto per le dinamiche relazionali attraverso le quali percepisco il reale e i suoi vincoli. Questo è forse il punto più delicato, perché la propensione tipicamente moderna alla formalizzazione del sapere sembra che tenda ad espungere da esso la dimensione della relazionalità, come cognitivamente irrilevante. Eppure è lo stesso sapere scientifico moderno a veicolare, almeno sotto un profilo essenziale, questa istanza. Alludo a quella dinamica, tipica della scienza moderna, secondo la quale ogni ipotesi, ogni proposizione, ogni pretesa "legge" scientifica, per essere qualificata come tale, deve poter essere non solo ulteriormente verificabile, ma più propriamente falsificabile: deve cioè poter essere offerta al controllo non solo della comunità scientifica, ma ancor più in generale di tutti gli uomini, nel presupposto che nel sapere scientifico non esistono verità esoteriche, degne solo di alcuni (e pochi) iniziati, ma solo verità a disposizione di tutti, perché offerte a tutti e rilevanti per tutti. Ciò implica che ciò che è vero scientificamente per me, qui ed ora, deve essere analogamente vero per chiunque si trovasse al mio posto, qui ed ora, perché la verità non ha e non fa preferenze; in altre parole che -per quel che concerne la cognizione del reale- in linea di principio l'altro è esattamente come me. E questo, che è evidentemente un limpido principio epistemologico, è nello stesso tempo un principio etico, altrettanto limpido.

      L'insistenza sull'esigenza di rispettare la realtà non toglie evidentemente che in concreto questa esigenza possa essere tradita e che il nostro approccio alla realtà possa ben rivelarsi come irrispettoso. Quali però le conseguenze? Evidentemente negative, sia sotto il profilo etico che sotto il profilo scientifico. C'è un termine che riassume, nel modo migliore, questa duplice negatività: ideologia. L' ideologia è intrinsecamente non etica e contraddice nello stesso tempo e nel suo principio la logica del sapere scientifico: essa non solo è falsa conoscenza, ma è anche falsa coscienza. L'ideologo falsifica il reale, perché non lo rispetta e questo suo mancato rispetto per il reale riattiva continuamente e dà nuova lena alle sue falsificazioni. Alla lunga la stessa percezione della realtà diviene per lui evanescente e quando viene posto di fronte alle sue responsabilità, difficilmente egli sarà in grado di ammetterle, perché avrà da tempo perduto la capacità di conoscere il reale nella sua obiettività. Poche esperienze sono più tragiche -e non solo sul piano politico, dove peraltro sono sotto gli occhi di tutti- di quelle riconducibili alla logica dell'ideologia, per la capacità di questa di accecare colui che ne è divenuto preda. Ecco il perché delle dure parole che Gesù, nel celebre episodio del cieco nato, da lui guarito, rivolge ai Farisei, che invece di prendere atto di ciò che è successo -un miracolo e sotto i loro occhi!- si ostinano ideologicamente a negarlo: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv, 9.41).

4. Nelle considerazioni precedenti ci siamo limitati a portare l'attenzione sul rilievo che la precomprensione etica possiede per l'acquisizione di cognizioni epistemologicamente corrette. Le osservazioni fatte, però, ci consentono di ampliare ulteriormente il discorso e di mettere a fuoco un più adeguato concetto della morale in generale, da cui potremo trarre qualche considerazione utile per il tema che ci sta a cuore.

      Dalle nostre precedenti riflessioni ben emerge, infatti, un’immagine dell’etica che è ben diversa da quella estremamente semplice -e a volte infantile- che è ancora condivisa da tanti. Si continua a pensare la morale come ad un sistema, o ad una costellazione che dir si voglia, di comandi, di imperativi, di norme o di precetti (possiamo chiamarli come vogliamo), insomma come ad un insieme di proposizioni precettive, come ad un vero e proprio codice che attende solo l'intervento di uomini di buona volontà per essere tradotto nella prassi. Un' etica pensata in siffatta maniera dà soddisfazione alle ansie logicistiche e giuridicistiche di tanti spiriti e di altrettanti eticisti, ma non coincide con l'etica che vive nei cuori, che crea drammatiche conflittualità, che attiva dubbi angosciosi e casi di coscienza. Il fatto è che prima ancora che codice o sistema di norme, l'etica è piuttosto piena esperienza di vita; è la nostra casa, il luogo in cui abitiamo, il compito che ci sentiamo chiamati a svolgere, lo spazio che ci costruisce nella nostra identità e che noi dobbiamo difendere se vogliamo difendere il nostro io, se non vogliamo smarrire noi stessi. Possiamo anche (e a volte addirittura dobbiamo) tradurre questo spazio nelle forme di un discorso strutturato normativamente, dargli la veste delle tavole di una legge e riconoscerci vincolati da dieci comandamenti (o anche naturalmente da cento, da mille, da uno soltanto: ama et fac quod vis..., o da un intero codice, come quello deontologico): la realtà è che quando riduciamo l'etica a norma ipostatizziamo e cristallizziamo noi stessi, la complessità irriducibile delle nostre esperienze e quelle esigenze profonde di identità alle quali non possiamo rinunciare senza rinunciare al nostro io.

      Ecco perché chi si dedica al sapere, e in particolare al sapere scientifico (e la nobiltà della medicina sta nell'essere parte essenziale di questo sapere) deve essere consapevole che tale sapere possiede un’irriducibile dimensione etica, perché per l'uomo il sapere deve diventare parte integrante di lui stesso. Un sapere autentico, infatti, non è un insieme astratto di cognizioni, ma sempre e comunque capacità individuale e originale di assorbirle e di personalizzarle. Il che è come dire che non c'è sapere che non sia saputo, che non appartenga cioè intrinsecamente a quel singolo uomo che sa. Non esiste la sapienza, esistono i sapienti; e l'uomo che è sapiente perché sa, sa perché vuole sapere, perché ama il sapere, perché rispetta il sapere; sa perché, in quanto sapiente, non rinuncerebbe mai al proprio sapere, delegandone pigramente la gestione, l'approfondimento e la trasmissione ad altri. La coincidenza tra etica e scienza, sotto questo profilo, è totale.

      Ma che cosa propriamente uno scienziato è chiamato a sapere, particolarmente negli anni della sua formazione? Deve naturalmente apprendere le nozioni che gli vengono insegnate o che riesce ad acquisire con la sua personale volontà di aggiornamento. Ma ciò che così acquisisce, per quanto prezioso e imprescindibile, non è un sapere propriamente scientifico: è un sapere astratto, che potrebbe essere acquisito anche da un dilettante di genio, che però non intendesse affatto operare, per qualunque ragione, da scienziato. Certamente si tratta comunque di un sapere che nel giovane in formazione opera come un presupposto necessario, per quando poi voglia agire come operatore scientifico. Ma per consentirgli di agire in questa veste, il sapere astratto da lui acquisito deve sapersi focalizzare sul caso concreto sottoposto alla sua attenzione. Il discorso dottrinale astratto -che ha il suo luogo nei libri- diviene quindi e inevitabilmente presa di posizione esistenziale e concreta, attraverso una mediazione che spetta esclusivamente all'ethos (e che può essere più o meno calibrata, ma che non può mai mancare). E' per questa ragione -secondo un'antica intuizione. che già troviamo in Aristotele- che nessuna abilità tecnica è totalmente priva di una qualche virtù; è per questo che nei confronti degli scienziati (e dei medici in particolare) spontaneamente si tende ad assumere un atteggiamento di gratitudine.

            Questa parola, gratitudine, può essere utile come cifra conclusiva di questo breve discorso. Sappiamo bene quanto sia logoro oggi questo termine: molti lo confondono col ringraziamento formale e quasi sempre meccanico che è imposto dall'etichetta, altri lo demitizzano ricorrendo a vuoti psicologismi di vario tipo. Ma, presa in se stessa, la gratitudine ha una valenza rivelativa: chi è in grado di nutrire un’autentica gratitudine, fornisce -al di là di ogni sua intenzione soggettiva- un’autentica testimonianza ontologica, rivela l'unità intrinseca nella realtà del vero e del bene. Chi sente in cuor suo il dovere di ringraziare gli scienziati, per quanto costoro hanno fatto per il bene dell’umanità, si riferisce insieme alla loro scienza e alla loro coscienza, ringrazia contestualmente gli scienziati e gli uomini. E colui che viene ringraziato, e che percepisce l'autenticità del ringraziamento, avvertirà che non solo per il suo sapere dottrinale viene lodato, ma per il modo personale con cui ha saputo dargli vita nel caso concreto. Anche sotto questo profilo dunque, l’etica sembra entrare di necessità nella logica del sapere scientifico, non come dimensione esterna o integrativa di questo, ma come sua esigenza interna.


Testo dell contributo del Prof. Francesco D'Agostino, Ordinario di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell'università “Tor Vergata” di Roma, ai lavori dell’incontro “Religione, scienza e la prova della ragione” organizzato  nei giorni 13 e 14 Ottobre 2007 dalla fondazione “Magna Carta”.