12. Una nuova politica per alcuni Comuni d'Italia

 

 

In questi ultimi anni molti ambientalisti - attraverso diverse esperienze e itinerari- hanno iniziato ad impegnarsi direttamente nel governo delle città e più in generale nelle amministrazioni ed imprese pubbliche. Per l'Italia ciò ha rappresentato una novità positiva, un contributo significativo e rilevante che testimonia lo slancio al rinnovamento e all'impegno della politica e della classe dirigente attuale. Negli anni '80 sono sorte molte associazioni che hanno appoggiato con la loro attività questa tendenza, favorendo la diffusione di una cultura ambientale connessa ai temi della salute e della qualità della vita. Compaiono i primi Assessori all'ecologia e all'ambiente che pongono all'attenzione dell'opinione pubblica niovi temi e nuovi problemi da affrontare.

Con le elezioni del 1987 l'Ambiente ha un suo posto in Parlamento (nelle liste dei Verdi e del PCI vengono individuati alcuni suoi rappresentanti): l'episodio di Chernobyl aveva scosso gli animi e dato un forte impulso e interesse alla questione Ambiente (nel referendum del 18 Novembre 1987 l'Italia risponde no al nucleare. Si assegnano ingenti risorse finanziarie e si promuovono piani e programmi per recuperare ritardi e inadempienze. Si innescano meccanismi legislativi. Tuttavia la particolare e difficile situazione amministrativa e istituzionale del Paese provocherà, negli anni successivi, le delusioni e le aspettative inespresse che conosciamo. Oggi, alla fine degli anni Novanta, assistiamo ad un cambiamento di tendenza della fase di stagno in cui si è rimasti per diverso tempo: è stata avviata una riflessione e una attenta analisi politica e culturale al fine di individuare strategie e risorse, dentro e fuori le Istituzioni, operando sinergicamente.

Il proposito: rendere le politiche ambientali un visibile e concreto fattore di modernizzazione e riqualificazione del Paese, che dal patrimonio abitativo pubblico e privato conduca al rispetto e alla tutela dell'ambiente su scala mondiale. Un vero e proprio global challenge. Negli ultimi anni sono stati investiti 18.000 miliardi per riqualificare 58.000 alloggi dando lavoro a 20.000 unità: atto sottoscritto da Legambiente e CGIL, UIL e CISL).

Le Elezioni Amministrative di novembre 1997 sono state un chiaro e significativo esempio di come la cultura ambientale si stia affermando nella coscienza dei cittadini prima e traducendo nella politica istituzionale poi. Sindaci di importanti città italiane hanno posto particolare attenzione, durante la loro campagna elettorale, al problema dell'ambiente e nei loro programmi hanno dato ampio spazio alla pianificazione di una politica che tuteli l'ambiente e ripristini tanti errori del passato. L'ambiente è stato collocato tra le priorità di intervento: segno che anche le aspettative e le esigenze di molti italiani sono davvero cambiate. Poniamo qui di seguito alcuni esempi:

ROMA:(risultati Ecosistema Urbano 1997) Rutelli investe sul verde pubblico e sulla riprogettazione del trasporto pubblico.


1993 1997
Verde
(mq/ab)
9.7% 10,98%
Depurazione
% acque trattate
70% 89.5%
Raccolta differenziata
% Rsu raccolti
0% 79%
Trasporto pubblico
(viaggi/ab/anno)
(7.500 miliardi di investimento)
305 392

 

NAPOLI: Bassolino presenta il Piano Urbano del traffico per ridurre entro due anni il numero di auto che entrano ogni giorno in città (oggi 250.000). Entro il 2000 arriveranno 600 autobus (a sostituzione di veicoli obsoleti e altamente inquinanti sono già stati acquistati altri 600), 75 filobus e 40 tram. Creazione di 23 parcheggi di interscambio che porteranno da 2900 a 5800 i posti auto disponibili


1993 1996
Verde
(mq/ab)
5% 4.45%
Depurazione
% acque trattate
44% 62.1%
Raccolta differenziata
% Rsu raccolti
0% 0.9%
Trasporto pubblico
(viaggi/ab/anno)
(7.500 miliardi di investimento)
128 6

 

PALERMO: si punta al risanamento del centro storico, nuovo piano regolatore contro speculazioni edilizie, pertura di 50 di caffè-concerto per rivere la città. Il verde, finora ignorato, acquista attenzione con la istituzione della Riserva Naturale di Monte Pellegrino nel prossimo futuro. Più ostica la situazione sul traffico e la depurazione


1993 1996
Verde
(mq/ab)
1% 1%
Depurazione
% acque trattate
0% 11.45%
Raccolta differenziata
% Rsu raccolti
0% 0.75%
Trasporto pubblico
(viaggi/ab/anno)
(7.500 miliardi di investimento)
107 93

 

GENOVA: il passato: la città delle mille alluvioni, ma dove si continua a costruire su ogni metroq indebolita dal disboscamento e dalla sfrenata urbanizzazione; melma e fango non fanno assorbire acqua piovana, forte speculazione edilizia, forte inquinamento atmodferico e acustico. Piani di regolamentazione traffico e tagli ai trasporti nella stessa scelta politica. In futuro: tanto da fare.


1993 1996
Verde
(mq/ab)
2.4% 1,99%
Depurazione
% acque trattate
40.9% 79%
Raccolta differenziata
% Rsu raccolti
4.78% 4.92%
Trasporto pubblico
(viaggi/ab/anno)
(7.500 miliardi di investimento)
273 215

 

VENEZIA: questione dell'afflusso del turismo, ricchezza della Laguna ma anche fonte di traffico e inquinamento. Cacciari punta al riequilibrio delle strutture idriche e del suolo, della fauna acquatica perfetto equilibrio con l'ambiente.


1993 1996
Verde
(mq/ab)
-- 1,99%
Depurazione
% acque trattate
88.9% 93.8%
Raccolta differenziata
% Rsu raccolti
4.58% 9.1%
Trasporto pubblico
(viaggi/ab/anno)
(7.500 miliardi di investimento)
583 536

La regione LAZIO ha iniziato un nuovo programma d'intervento per la promozione di aree protette e parchi naturali.

(Oasis, Febbraio 1998)

13. Casi italiani: Seveso e Acna di Cengio

In Italia, non è semplice conoscere esattamente la dimensione del fenomeno sulle aree a rischio né la loro precisa collocazione geografica poiché spesso le discariche di rifiuti contaminati sono abusive. Da una indagine effettuata nel 1986 dalla protezione civile risulta che 4.526 discariche abusive di rifiuti urbani e 49 di rifiuti tossici. Nel 1988 in 3000 Comuni, 5.678 siti sono stati destinati all'abbadono dei rifiuti urbani (che poi risultano tossici).

La maggiore concentrazione risiede nel triangolo industriale Lombardia- Piemonte - Liguria e l'attivazione di processidi dismissione industriale ( e relativo problema di bonifica) si concentra negli anni '80 nei settori chimico, petrolifero, meccanico, siderurgico (Ambiente Italia 1991b, p. 30), soprattutto a seguito del caso Seveso (1976). Tuttavia, non esiste ancora un sistema normativo che regoli l'apporto dei rischi singoli alla contaminazione globale degli ambienti vicino alle discariche pericolose: poiché spesso le aree contaminate si trovano vicino zone fluviali, il probabile verificarsi di eventi catastrofici improvvisi (piene e tracimazioni) rende ancora più difficile il calcolo dei rischi nel tempo (discariche scoperte nello Scrivia, a Casale Monferrato, 1988).

Pur eliminando la fonte di inquinamenti, rimane spesso il problema della bonifica del sito contaminato e quello dei costi elevatissimi: il calcolo dei rischi è dunque difficile.

Le 11 aree a rischio convolgono al momento 718 Comuni: 19% della popolazione italiana, con non omogenea distribuzione. Solo in due Regioni, Lombardia e Campania, le popolazioni interessate hanno un forte peso sulla popolazione regionale (54 - 55%). L'area di Valle Bormida non fa registrare particolarità né a livello demografico né per i finanziamenti ambientali. La base degli interventi in questo settore resta la Regione (Valle Bormida ha una parte irrilevante).

Con la legge 349/86 si è affermato: il criterio di singolarità di ogni caso di alterazione ecologica, indipendentemente dall'estensione dell'area e dalla collocazione centrale o marginale nella Regione; la ripartizione dei finanziamenti (2/3 statali) non più basata sul numero degli abitanti ma in base ai deficit di ordinario controllo ambientale; maggiore interagibilità tra problema ambientale e pianificazione territoriale.

Casi specifici:

A) Valle Bormida e Acna di Cengio

Ritenuta tra le aree contaminate più conosciute d'Italia (delibera del Consiglio dei Ministri 1987), a causa dell'alto tasso di degrado, viene oggi denominata "valle dei veleni".Risulta tra le aree italiane più contaminate. Una fabbrica, molto grande rispetto ad una zona di basso sviluppo industriale, ha inquinato, con i suoi scarichi, l'ambiente idrico, atmosferico e del suolo circostante. Rifiuti tossici venivano smaltite all'interno, sotterrandoli in zone marginali. Come è stato per decenni in molte aziende, la presenza di contaminazione veniva avvertita anni dopo, se e quando le aree industriali dismesse venivano destinate ad altro uso.

Solo nel 1980 entra in vigore la legislazione sullo smaltimento dei rifiuti. La dismissione delle aree industriali è attiva oggi in Italia per i settori della siderurgia, industria chimica e fibre sintetiche, la microelettrica. Talvolta tale area viene riconvertita a nuovi fini industriali o destinata a insediamenti terziari e residenziali quando esperienze internazionali hanno dimostratoche aree contaminate non sono riutilizzabili senza una attenta analisi di misure di risanamento (oltre il 50% secondo esperienze in Germania a fronte di un 10 - 30% di vecchie discariche). Processi di dismissione in Italia: nel settore della siderurgia e metallurgia.

Nel 1987 la questione ha assunto valore di negoziato ambientale tra i diversi attori sociali Ministeri, Regioni, EE.LL. associazioni industriali e agricole, sindacati, università...: l'effetto NIMBY (not in my back yard: difesa del proprio spazio, bene e salute a prescindere da una progettualità globale) è stato superato.

Sono nate nuove normative per la salute, la sicurezza, l'ambiente; vincoli più restrittivi d'Europa (scarico reflui); è stato prodotto il Piano di Risanamento della Valle.

Il Fatto: dopo la importante decisione di risanare l'area, sono emerse due posizioni diverse: a) chiusura della fabbrica e bonifica area; b) risanabilità dello stabilimento con le moderne tecnologie e compatibilità ambientale, e salvaguardare lo sviluppo economico. L'analisi che segue mostrerà come la pericolosità della fabbrica è stata percepita in momenti e da soggetti diversi, sin dall'inizio del secolo, ma interventi mirati non si sono mai realizzati: solo denunce alla Magistratura, presto inespresse. La poco diffusa coscienza ambientalista e strumenti di rilievo inappropriati hanno lasciato impronte forti.

Nell'impianto Acna sono presenti 20 milioni di metri cubi di terre miscelate a fanghi e rifiuti chimici nocivi (Ambiente Italia 1991b, p. 16): la sopravvivenza di forme di vita acquatiche è stata fortemente minacciata. Si intrecciano diversi fattori a rischio:

Nel 1991-93 è stata svolta una attenta indagine empirica per valutare la percezione dei rischi ecologici. I due versanti della vallata - più industrializzata la parte ligure, più agricola e artigianale quella piemontese - presentano analogie per il comune processo di inurbamento e trasformazione economica, che hanno portato a perdita di produttività del setteore agricolo; crisi demografica; mancanza di solida imprenditorialità locale; percezione della popolazione del rischio inquinante sulla valle per la presenza dallo stabilimento Acna: alterazione componenti naturali: aria, acque del Bormida, flora.

Da uno studio condotto sugli abitanti del luogo, risulta distinto il fenomeno del danno ambientale da quello del rischio. Il primo è visto come elemento visibile e determinato nell'asse spazio- tempo; il 2° è più sfumato: si lega a elementi di contingenza o provvisorietà ( rischio incidentale), alla lunga durata (rischio di mutazioni, contaminazioni,...), o alla permanenza (rischio connaturato alla società industriale).

I rischi in valle Bormida si sono tramutati in danni reali per la presenza dell'impianto: forme di inquinamento visibile; malattie; incidenti. Anche sulla percezione del rischio, la valutazione cambia sui due versanti Regionali: per i liguri esiste, pur precario, un equilibrio tra ambiente e attività inquinante; per i piemontesi i pericoli maggiori sono dovuti a rischi non controllabili per una precisa volontà dei responsabili delle attività industriali, che celano i dati sulle azioni di scarico. Allarme per i rischi sanitari e sociali (abbandono, isolamento, degrado edilizio e umano della valle).

Si conferma ancora che il tema del rischio ambientale è più legato a interpretazioni soggettive e contingenti (Perussia, 1989) che non a fonti oggettive di conoscenze (Sartori 1991).

Dall'analisi risulta infatti:

  1. il concetto di rischio ambientale si forma prima all'interno di un gruppo sociale che nel singolo: non si osservano cioè mutamenti fisici ma si partecipa ad eventi collettivi;
  2. poco sviluppata la costruzione sociale del rischio (interazione tra fatti, valori, informazioni)
  3. contraddizione tra i bisogni di informazioni emerse e la difesa di informazioni già possedute.

Tuttavia, quando da locale la questione ha assunto respiro nazionale, le cose son cambiate. Documenti ufficiali hanno valutato 4 questioni su cui sono stati emessi decreti, leggi e piani di risanamento specifici:

La vicenda Acna è stata inserita in una azione politica centrata sul futuro delle aziende chimiche e non in un piano di risoluzione di problemi ambientali, come quelli tipici delle aree a rischio. L'emergenza ambientale ha favorito più il ripristino dell'azienda che il rilancio dell'area. La questione è sorta per l'irrilevanza dei dati tecnici in mancanza di un accordo di base sui sistemi di rilevazione e sui significati da dare alla informazioni.

La vicenda Acna ha rappresentato un passaggio significativo per la questione ambientale in Italia (emanazione Legge quadro 349/1986).

B) Seveso: uno dei più famosi casi di bonifica di cui è protagonista l'Italia

Nel 1976, l'esplosione di una industria, l'Icmesa, porta con violenza alla luce il concetto di rischio ambientale e l'esigenza immediate direttive di legge. Nasce la Direttiva Seveso (DPR 175/88). Per la prima volta, in linea con il quadro normativo europeo:

Sul piano del rischio il Regno Unito (UK) tra i primi ha promosso un programma sistematico di comunicazione sui grandi rischi. Seguono Germania e Olanda. Anche in Francia si stanno attivando campagne educative.

(M. Colombo, I rischi ambientali, Francangeli)

Il ruolo dei mass media

L'informazione offerta dalla stampa è soprattutto centrata sull'evento e non sul problema, sullo studio di causa e effetto: spesso diventa strumento di spettacolarizzazione en mezzo di prevenzione, informazione, partecipazione.

Su eventi quali la frana di Valtellina, la nube di Chernobyl, l'inquinamento a Seveso, la nube tossica di Sandoz sul Reno hanno evidenziato una tendenza al catastrofismo: un evento è spesso amplificato dalle immagini televisive o enfatizzato dai commenti della stampa.

La qualità e la quantità di informazioni attorno ad un evento definisce l'attenzione o il disinteresse, l'enfasi o la minimalizzazione del pubblico rispetto al fenomeno. La maggior parte della gente è coinvolta o non è coinvolta in determinate situazioni in base al ruolo e all'attenzione che i media hanno avuto.

Una corretta, continua e capillare campagna di informazione e comunicazione rappresenta il nodo centrale nella società contemporanea per il coinvolgimento e la partecipazione di tutti verso i problemi ambientali. Tre le fasi:

Si considerano allora tre aspetti:

Per una corretta impostazione culturale del problema Ambiente occorre superare il diffuso concetto del NYMBY (not in my backyard: letteralmente, non nel mio cortile): la difesa del proprio spazio, salute e bene, a prescindere da una progettualità globale

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