5. La disciplina dell'arcano quale autentica conoscenza storica

 

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Dal momento che il significato ultimo della storia sta nella sua finitezza che rimanda al trascendente, la conoscenza storica non può partire dalla prospettiva di un'idea che si dovrebbe realizzare nel corso del tempo.(69) Pertanto, non si può leggere la storia secondo la categoria del progresso,(70) tramite la quale si possono inquadrare in un ordine necessario tutti i molteplici eventi (poco importa se si tratta del progresso dei valori borghesi o delle masse). Ma rifiutare l'interpretazione della storia alla luce dell'idea di progresso, non significa per Bonhoeffer abbandonare lo svolgersi dei fatti al non-senso, bensì custodirne il significato nel mistero. Per questo l'arcani disciplina, il mantenere ignoto ciò che non può essere conosciuto dalla ragione umana, appare nell'opera del teologo tedesco come l'autentica conoscenza storica. Vi è, però, una diversa accezione di arcani disciplina nell'ultimo periodo della riflessione bonhoefferiana, in particolare in Resistenza e resa, rispetto al periodo precedente, soprattutto quello del Kirchenkampf.

Negli anni Trenta il mistero a cui Bonhoeffer fa riferimento è quello della Grazia. Tale mistero investe la storia nel senso che la nuova vita, la «vera» vita giustificata dalla grazia, rimane «nascosta con Cristo in Dio».(71) Essa è già una realtà per l'uomo, dal momento che è entrata nella storia con Cristo, ma non è ancora manifesta, proprio come la nuova vita di Cristo risorto non è ancora manifesta. Deve essere però rivelata alla fine dei tempi. Il "nascondimento", nel senso della non-attingibilità (ma allora anche della non-manipolabilità), è il tratto distintivo del periodo storico che va dall'ascensione alla fine dei tempi, cioè della storia della salvezza.(72)

Si tratta di un "nascondimento" ancora in qualche modo negativo, che non solo è destinato a scomparire nel tempo ultimo, ma che deve anche essere in qualche modo combattuto dai credenti, i quali devono lottare per annunciare i giudizi divini sulla storia, pur nell'umile consapevolezza che «questi rimangono nascosti e oscuri anche ai credenti».(73) Si tratta della lotta per la concretezza del comandamento di Dio, che ha tanto animato Bonhoeffer nel Kirchenkampf. La posizione sostenuta dal giovane teologo della Bekennende Kirche di fronte al mistero della grazia che entra nella storia è, dunque, quella di una tensione, di uno sforzo per esprimerlo attraverso la confessione o la proclamazione del comandamento concreto.

Nel periodo della resistenza politica, invece, Bonhoeffer presenta un diverso atteggiamento nei confronti del mistero, un atteggiamento riassumibile appunto nell'espressione Arkandisziplin (disciplina dell'arcano). Questa si trova alla base della distinzione ultimo-penultimo, come lo stesso Bonhoeffer fa notare nella lettera del 30 aprile 1944:

Acquista forse una nuova importanza a questo punto la disciplina dell'arcano, ovvero la mia distinzione (che tu già conosci) tra ultimo e penultimo? (RR, p. 350).

La «nuova importanza» si riferisce al ruolo di primo piano che l'Arkandisziplin viene a svolgere nell'interpretazione non-religiosa dei concetti biblici, che costituisce proprio il tema fondamentale di questa lettera. Infatti, per ritrovare il significato autentico dei concetti presenti nella Bibbia, sfrondandoli della loro sovrastruttura «religiosa»,(74) è necessario recuperare la "differenza qualitativa" che li separa dalle categorie umane, ovvero il loro valore di mistero. Solo dopo aver fatto questo sarà possibile all'uomo interpretare in modo non religioso i passi biblici, cioè cogliere autenticamente il dono della rivelazione. L'arcani disciplina, inoltre, permette di evitare il positivismo della rivelazione, a cui secondo Bonhoeffer approda Barth, e che «rende le cose troppo semplici, istituendo in conclusione una legge di fede e facendo a pezzi ciò che per noi è un dono».(75)

In cosa consista questo custodire il mistero Bonhoeffer lo dice nel discorso per il battesimo del figlio dell'amico Bethge, al quale egli avrebbe dovuto presenziare in qualità di padrino:

...le parole d'un tempo devono perdere forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nell'operare ciò che è giusto tra gli uomini. (...) Non è nostro compito predire il giorno...in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola di Dio in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non-religioso, ma capace di liberare e redimere (...) Fino ad allora la causa dei cristiani sarà silenziosa e nascosta; ma ci saranno uomini che pregheranno, opereranno ciò che è giusto e attenderanno il tempo di Dio (RR, p. 370).

Il silenzio e la preghiera sono dunque l'atteggiamento dell'ultimo Bonhoeffer di fronte al mistero della storia. Non si tratta, però, di un atteggiamento definitivo, ma di attesa. Ed è proprio la consapevole contingenza di questo silenzio che rappresenta in fondo la forma di rispetto più alta nei confronti del mistero della rivelazione. Infatti, se l'uomo non è padrone della parola di Dio, non è padrone né di possederla né di negarla. Egli può solo attenderla e vegliarla.

L'arcani disciplina, il rispetto del mistero, la consapevolezza che la verità nello status corruptionis, cioè nella storia, rimane nascosta,(76) indisponibile, ha tre conseguenze nel pensiero di Bonhoeffer.

La prima è che viene sospeso il giudizio sul successo storico, poiché non si può sapere con certezza se questo costituisca un successo di Cristo o dell'Anticristo.(77) Bonhoeffer non condanna il valore del successo in sé; anzi, legando il bene inscindibilmente alla vita e alla storia, deve ammettere che «non è...possibile considerare il successo come qualcosa di assolutamente neutrale dal punto di vista etico», dal momento che «il successo storico crea il solo terreno sul quale la vita può continuare».(78) Tuttavia sulla vita terrena pesa ancora la maledizione del peccato, il "no" di Dio,(79) e questo "no" viene superato solo nella croce, cioè là dove Cristo lo assume su di sé. Ma la croce è proprio il segno dell'insuccesso, dello scacco, dell'essere rigettato fuori dalla storia (ausgestossen). Pertanto, se da una parte il teologo tedesco riconosce «il valore etico del successo», poiché, «il successo fa la storia», dall'altra afferma che «al di sopra degli uomini che fanno la storia, colui che ne conduce il corso sa sempre trarre il bene dal male»,(80) cosicché una nuova fioritura della vita può venire anche dalla sconfitta della croce. Pertanto, a fronte della sostanziale valorizzazione del successo data nello scritto «Dieci anni dopo», si ha in Etica un giudizio generalmente negativo su questa categoria: in Ehik als Gestaltung viene condannata «l'idolatria del successo» in nome del Crocifisso;(81) in «La vita naturale», in relazione al discorso sul suicidio, il successo viene relativizzato come criterio per giustificare la vita;(82) anche nella «conformità alla realtà», di cui si parla in «La storia e il bene», Bonhoeffer si guarda dal giustificare «in linea di principio il successo»,(83) e tale è la sua posizione anche nello smascherare il «presunto realismo» di chi sostiene che «il discorso della montagna» sarebbe «un'utopia».(84)

Il problema etico del successo si pone in connessione con il problema della responsabilità; infatti, secondo Bonhoeffer, «ignorare semplicemente il valore etico del successo è un cortocircuito degno di un cavaliere dell'ideale che pensa in modo astorico, cioè non responsabile».(85) La valorizzazione del successo di cui parla Bonhoeffer non è «l'atteggiamento servile di fronte al fatto»,(86) non è «l'opportunismo, cioè l'arrendersi e il capitolare di fronte al successo», non riconoscendo che il successo non può giustificare «anche l'azione cattiva».(87) Il «valore etico del successo» è implicito nel farsi carico della realizzazione del bene nella storia, nell'assumersi la responsabilità del prender forma di Cristo nel mondo, abbandonando «l'atteggiamento di chi avanza critiche astratte e pretende di poter aver ragione come se fosse un semplice spettatore».(88)

Così, però, il dubbio che investe il successo si sposta sull'azione responsabile, tanto che elemento fondamentale della vita responsabile è l'accettazione del rischio,(89) cioè della possibilità di operare scelte contrarie al bene. Anzi, poiché «la domanda ultima» sulla bontà della scelta «rimane aperta e va mantenuta aperta», dal momento che si opera nel penultimo, poiché, insomma, «il giudizio rimane affidato a Dio», «la struttura dell'azione responsabile comporta la disponibilità a prendere su di sé la colpa».(90) L'assunzione di colpa propria della vita responsabile è, quindi, la seconda conseguenza della comprensione della storia sotto il segno del mistero.

La sospensione di un giudizio definitivo sul successo(91) e la consapevolezza di essere sempre esposto alla colpa nel momento in cui si agisce responsabilmente, inducono Bonhoeffer a riflettere sul rapporto tra la resistenza al male e la resa alla volontà di Dio, ovvero sull'ambiguità del destino (Schicksal), inteso come la forma in cui l'uomo è interpellato dalla storia. D'altra parte la dialettica di resistere (widerstehen) e arrendersi (nel senso di "darsi", "consegnarsi", "affidarsi": sich ergeben) rappresenta l'autentica chiave interpretativa dell'ultima fase dell'esistenza di Bonhoeffer, come ha messo in luce l'amico e confidente Bethge, scegliendo appunto il titolo «Resistenza e resa» per la raccolta delle lettere dal carcere,(92) a conferma dello stretto legame che intercorre tra la vita e il pensiero del teologo tedesco.

La resistenza (Widerstand) al destino è «necessaria», anzi, nella concreta situazione storica della Germania nazista rappresenta, secondo Bonhoeffer, l'azione responsabile che egli stesso è chiamato a compiere nei confronti del suo popolo e dell'umanità futura. Tuttavia la resistenza non è l'ultima parola del credente Bonhoeffer. Al di là del destino, a cui l'uomo deve opporsi, c'è sempre la nascosta «guida» di Dio: proprio in quel «es» rappresentato dal destino (das Schicksal) si trova il «Du» della trascendenza, di fronte al quale l'uomo non può che affidarsi. Così la resistenza lascia il posto alla resa, che è, in fondo, resa di fronte al mistero che interseca e costituisce il senso profondo della storia.

Mi sono chiesto spesse volte dove passi il confine tra la necessaria resistenza e l'altrettanto necessaria resa davanti al «destino». Don Chisciotte è il simbolo della resistenza portata avanti fino al non-senso, anzi alla follia... Sancho Panza è il rappresentante di quanti si adattano, paghi e con furbizia, a ciò che è dato. Credo che...dobbiamo affrontare decisamente il «destino» -- trovo rilevante che questo concetto sia neutro -- e sottometterci ad esso al momento opportuno. Possiamo parlare di «guida» solo al di là di questo duplice processo; Dio non ci incontra solo nel «tu», ma si «maschera» (vermummt) anche nell'«esso», ed il mio problema è in sostanza come in questo «esso» («destino») possiamo trovare il «tu» o, in altre parole, come dal «destino» nasca effettivamente la «guida» (Führung) (RR, p. 289; 21 febbraio 1944).

A ben vedere si tratta ancora della riproposizione, questa volta in chiave esistenziale, della tensione ultimo-penultimo, la quale può essere sostenuta solo grazie ad un'arcani disciplina.(93) Allo stesso tempo la domanda sui confini tra la necessità della resistenza e della resa sta a significare che «la resistenza», a cui pensa Bonhoeffer, non è intesa «come mera contrapposizione ad un mondo caduto in preda alla stupidità del male», ma come «perseveranza nel confrontarsi con la realtà delle cose, assumendo come guida la prevalenza del bene escatologico sul male momentaneo», ovvero la strutturazione della realtà in Cristo, della quale, però, «non si potrà dare certo alcuna garanzia anticipata». Tuttavia, «la garanzia sta nei fatti medesimi, nel tessuto connettivo della relazione e nel suo offrirsi come tale».(94) In altre parole, la struttura cristologica del reale appare là dove l'«Es» del destino viene letto come «Du» che interpella e pone l'uomo in una relazione dialogica. In tal modo la fondazione della storia in Cristo si realizza all'interno di una dimensione dialogica, che considera la trascendenza come condizione necessaria del dialogo.

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