4. Responsabilità e memoria

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La dimensione storica del mondo umano si muta in storia grazie alla memoria, che raccoglie, lega e conserva i momenti dell'esistenza, i diversi kairós, conservandone la realtà, cosicché essi possano costituire l'orizzonte permanente ed influente di ogni scelta presente, nonché l'ambito della responsabilità.

Fondamento della responsabilità è allora la memoria. Senza memoria nessun legame può avere stabilità ed essere vincolante nelle scelte, e quindi non ci può essere responsabilità né nei confronti degli altri, né nei confronti di se stessi, perché la responsabilità verso se stessi esige la chiarezza riguardo al proprio io, cosa che si può acquistare solo nella chiarezza della propria storia. I legami «istituzionali», siano quelli familiari o quelli dei cittadini nei confronti della comunità civile, sono vuoti e non possono estrinsecarsi in azioni responsabili se non sono supportati da una memoria personale e collettiva, che leghi l'io di adesso con le sue esigenze contingenti ad un passato nel quale si trovano le radici dell'oggi. Solo nella consapevolezza di queste radici l'azione acquista il timbro della coerenza e si strappa alla fragilità dell'improvvisazione insensata. È ciò che Bonhoeffer mette in chiaro all'inizio del «Bilancio» scritto sul limitare del 1943 per gli aderenti alla congiura contro Hitler dieci anni dopo la sua ascesa al potere: «la memoria e la riconsiderazione della lezione appresa fanno parte di una vita responsabile».(58)

La mancanza di memoria è per Bonhoeffer il segno distintivo del suo tempo, degli anni bui della dittatura nazionalsocialista. Anzi, proprio questa paurosa mancanza di memoria costituisce per il teologo l'humus nichilistico in cui è potuta attecchire l'ideologia razzista del nazismo. La diagnosi si trova chiaramente espressa in «Eredità e decadenza», scritto dell'Etica che segue immediatamente «Etica come conformazione» e mostra il fallimento del processo di Gestaltung nel mondo occidentale e il suo sfociare nel nichilismo proprio in virtù della perdita dell'eredità storica. La perdita dell'eredità storica rappresenta non solo lo smarrimento del passato, ma anche la perdita della capacità di progettare il futuro e di fare scelte responsabili nel presente. Ciò significa nient'altro che l'annullamento della realtà storica dell'uomo, quindi la sua caduta nell'abisso del nulla. La fenomenologia di questa caduta descritta da Bonhoeffer ha un'inquietante attualità:

Di fronte all'abisso del nulla scompare la questione dell'eredità storica, ricevere la quale significa nel medesimo tempo elaborarla nel presente e trasmetterla al futuro. Non esiste né futuro né passato. Esiste solo più l'istante salvato dal nulla e la volontà di afferrare quello seguente. Già le cose di ieri cadono nell'oblio e quelle di domani sono troppo lontane per impegnare oggi. Ci si scrolla dalle spalle il peso delle cose di ieri glorificando un passato nebuloso e lontano, ci si sottrae al compito di domani parlando dei prossimi mille anni. Nulla lascia un'impronta, nulla crea un obbligo. Il film, che si dimentica appena finito, è il segno della profonda smemoratezza di questo tempo. Eventi d'importanza storica mondiale e crimini inauditi non lasciano traccia nell'anima dimentica. Si gioca con il futuro. Le lotterie e le scommesse, che inghiottono somme quasi inimmaginabili di denaro e spesso anche il pane quotidiano dell'operaio, cercano nel futuro solo una fortuna improbabile. La perdita del passato e del futuro fa oscillare la vita tra il più brutale godimento e l'avventato gioco d'azzardo. Qualsiasi processo di sviluppo interiore e di lenta maturazione nella sfera personale e professionale viene bruscamente interrotto. Non si sopportano le tensioni serie, né i tempi di attesa interiormente necessari. (...)

Non essendoci più nulla che duri, crolla la base della vita storica, cioè la fiducia, in ogni sua forma. Non essendoci più alcuna fiducia nella verità, il suo posto è preso dai sofismi della propaganda. Non essendoci più alcuna fiducia nella giustizia, si dichiara giusto quello che giova. Pure la tacita fiducia nell'altro, che poggia sulla coerenza, si trasforma in un perenne e sospettoso sorvegliarsi a vicenda. Alla domanda: che cosa rimane? Si può rispondere soltanto: l'angoscia di fronte al nulla. La più stupefacente constatazione, che oggi facciamo, è che di fronte al nulla si sacrifica tutto. Il proprio giudizio, la propria umanità, il prossimo. Ove si sfrutta senza scrupoli tale angoscia, lì non ci sono più limiti a ciò che si può raggiungere (ODB 6, p. 104 sgg.).

Quando si perde la facoltà della memoria, sia personale che collettiva, si è inevitabilmente esposti al decisionismo, perché la scelte non nascono sul terreno della responsabilità, che esige legami stabili, fondati storicamente, ma sulla capacità persuasiva di parole e immagini che fanno presa sulla sfera emotiva legata all'istante, sulla ipnosi degli spot. Dal decisionismo all'autoritarismo il passo è breve, e il contesto nel quale Bonhoeffer scrive dovrebbe insegnare qualcosa, se la memoria storica alzasse la sua voce.

4.1. Il tema della memoria nell'opera di Bonhoeffer

Il tema della memoria viene ripreso nelle lettere dal carcere, dove esso acquista una dimensione più esistenziale. In una lettera ai genitori del 4 giugno 1943 il teologo chiede al padre di fargli avere qualcosa sulla memoria, dal momento che questa «è una cosa che attualmente, in questo contesto, mi interessa molto».(59) E nella lettera del 1 febbraio 1944 all'amico Bethge affronta l'argomento esplicitamente:

Una cosa che resta enigmatica, per me come per altri, è la facilità con cui si dimenticano le impressioni provate durante una notte di bombardamenti. Già dopo pochi minuti che è finito, tutto quello che si era pensato prima è come sparito per incanto. A Lutero è bastato lo scoppio di un fulmine perché la sua vita intera ricevesse una svolta per gli anni successivi. Dov'è oggi questa «memoria»? La perdita di questa «memoria morale» -- orribile parola! -- non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell'amore, del matrimonio, dell'amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza, e in generale tutte la grandi prestazioni, richiedono tempo, stabilità, «memoria», altrimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma ad un futuro, costui è uno «smemorato», e io non so come si possa colpire, far riflettere una persona simile. Poiché qualsiasi parola, anche se al momento è capace di fare impressione, viene poi inghittita dalla smemoratezza (RR, p. 274 sg).

D'altra parte il tema della memoria non è estraneo neanche alle opere del periodo accademico. In Atto ed essere nel paragrafo «La questione della conoscenza e l'idea di Chiesa» Bonhoeffer distingue tra un «conoscere esistentivo», che coincide con un «conoscere della fede», e un «conoscere ecclesiale», che comprende il «conoscere della predicazione» e il «conoscere teologico».(60) Mentre il conoscere della fede si fonda su un actus directus, alla base del conoscere ecclesiale c'è la memoria, intesa come riflessione sulla «persona» e sulle «parole» di Cristo, che «si sono separate», sono cioè rimaste eventi del passato che abbisognano di un collegamento con la Chiesa di oggi. La memoria è il recupero dell'«evento salvifico» nel presente della comunità, in virtù del quale la Chiesa stessa trova la propria ragione di esistere.

Si tratta, quindi, di una memoria comunitaria, non individuale, e solo sulla base di questa memoria, che si manifesta esplicitamente nella predicazione, può svolgersi, secondo Bonhoeffer, la riflessione teologica:

...non c'è infatti chiesa senza predicazione, né predicazione senza memoria; ma la teologia è la memoria della chiesa (ODB 2, p. 118).

Per il giovane teologo berlinese, quindi, la memoria ecclesiale costituisce la garanzia dell'essere della Chiesa e la condizione di possibilità della sua autoconoscenza, ovvero della teologia.(61) In Etica, poi, e precisamente in «Eredità e decadenza», la memoria collettiva appare più in generale come garanzia della continuità dell'essere storico, così come in Resistenza e resa essa diviene la salvezza dell'esistenza condannata all'isolamento della reclusione, il filo capace di tenere insieme e di dare senso all'esserci.(62) Non per nulla la vita responsabile, che rappresenta per Bonhoeffer sostanzialmente il tipo di «esistenza autentica», per dirla in termini heideggeriani, cioè il tipo di esistenza che realizza il processo di Gestaltung, come si è visto, abbisogna della memoria per realizzarsi.

4.2. La memoria «donata» e la relazione della storia con il Trascendente

Fondare sulla memoria la possibilità della vita responsabile o, in altri termini, di un'esistenza che non sia condannata all'improvvisazione priva di senso, non comporta per Bonhoeffer il ripiegamento in una visione intimistica o psicologistica. Anzi, «questo addossare la ricerca del passato alla vicenda ontologico-gnoseologico-morale della continuità personale, della salvezza esistenziale, della coerenza nel dinamismo dell'azione evita a Bonhoeffer lo scoglio del sentimentalismo e della surrogazione fantastica, che deve necessariamente intervenire quando la memoria si disintegra per il lungo disinnesco con la realtà; allora la sete delle sensazioni e delle emozioni dev'essere estinta attraverso una proiezione fantastica che ci offra surrettiziamente gli oggetti».(63) Il rischio di intendere la memoria come una proiezione surrogante della psiche umana e quindi di ridurre la continuità dell'esistenza ad uno psicologismo, è scongiurato da Bonhoeffer ancorando la facoltà della memoria al rapporto con Dio.

Nella poesia «Passato» raccolta in Resistenza e resa Bonhoeffer asserisce che il recupero del passato nella memoria avviene tramite «gratitudine e pentimento».(64) L'espressione non è il residuo di una sensibilità pietista, ma indica una precisa valutazione della facoltà della memoria, che in questo modo viene agganciata saldamente alla relazione dell'uomo con Dio. La gratitudine e il pentimento, infatti, non sono per il teologo tedesco due sentimenti, ma due modi fondamentali in cui l'esserci riconosce e si apre alla signoria del Totalmente Altro, nella consapevolezza di non essere il soggetto, ma piuttosto l'oggetto del rapporto. Agganciare la memoria al riconoscimento di questo rapporto significa considerarla non più in modo idealistico come una funzione del soggetto, ma come un dono: «solo la relazione con Dio restituisce il passato; una relazione fatta di ringraziamento e pentimento».(65)

La memoria, come dono di Dio, che passa attraverso la gratitudine e il pentimento, può essere veramente vista come la «re-capitulatio cristiana», nella quale «l'uomo è restituito nella sua integralità, anche nel suo passato e in ciò che sembra perduto».(66) Il ritorno del vissuto nella condizione della prigionia, pertanto, non è presentato da Bonhoeffer alla stregua di «quei processi di snervante sublimazione», che, in sostanza, presuppongono una concezione spiritualistica dell'uomo; piuttosto esso rappresenta «un recupero dell'uomo totale, considerato nella sua integralità, non traversato dalla dualità di anima e corpo».(67) Il finale, assolutamente privo di esaltazione mistica, di «Passato», mostra che veramente «non si tratta di spiritualizzare o operare attraverso sentimenti profondi, si tratta di riprendere dalle mani di Cristo, la figura umanisticamente integrale dell'uomo».(68) Lo stesso Bonhoeffer asserisce perentoriamente nella lettera della quarta domenica d'Avvento:

...la "restaurazione" non deve essere assolutamente confusa con la "sublimazione". "Sublimazione" è sarx (e pietisticamente?!), "restaurazione" è spirito, ma certo non nel senso di "spiritualizzazione" (che pure è sarx)... (RR, p. 239; IV domenica d'Avvento).

E questo è reso possibile principalmente dal fatto che la memoria non è facoltà di autoriflessione, ma dono. In quanto tale essa rappresenta il luogo nel quale si coglie il rapporto tra l'essere storico e il trascendente, la metafora e la prova di come la storia, sia essa considerata nella dimensione individuale o collettiva, non possa sussistere se non in relazione ad un principio trascendente, come si è visto nella dialettica ultimo-penultimo. Ciò significa d'altra parte che al centro della comprensione storica non ci può essere la certezza dell'idea, ma la disciplina dell'arcano.

Segue