2.2 Valori e valori-altri: un confronto

 

                                  Se si hanno i mezzi per migliorare gli uomini, perché non lo si dovrebbe fare?

James Watson, gennaio 1999[1]

 

 

Ogni discorso sui valori diventerebbe un futile predicozzo se non mettesse in risalto che esiste, fortunatamente, un pluralismo di valori, alcuni dei quali possono essere messi in opposizione fra di loro, almeno in una prima approssimazione non dialettica. Accenno a tre opposizioni fra le molte possibili. Esse schematicamente, possono essere indicate come nello schema seguente:

 

 

Schema 1

Il pluralismo dei valori

 

agibilità del mondo vs. dominio sulla natura

pluralismo epistemologico vs. riduzionismo

attitudine contemplativa vs. intenzione baconiana

 

I valori a destra del versus nello Schema 1 sono poi definiti in Tabella II come 'valori-altri'. In realtà, come si vede nella stessa Tabella II, l'alterità dipende esclusivamente dal punto di vista che si assume. Visto dalla sinistra dello schema il dominio della natura appare come un valore-altro; analogamente, considerata dalla destra dello schema è l'agibilità del mondo a diventare un valore-altro. Dovendo fare una scelta in questa palese simmetria, per coerenza con quanto affermato nella sezione precedente, leggo tutto da sinistra e mi permetto di definire (ma non in senso spregiativo) valori-altri quelli che sono in opposizione ai miei.

            Un aspetto rilevante della Tabella II è che in due casi su tre l'ambito su cui agiscono i valori contrapposti è il medesimo. Certo, è notevole il contrasto tra chi indaga il mondo come se fosse un colpevole a cui estorcere la verità,[2] e chi contempla il mondo per capire se c'è una qualche relazione fra lui/lei e il mondo stesso. Ma è pure notevole il fatto che ci si può avvicinare a valori comuni, di segno utilitaristico, etico e politico, con intenzioni assolutamente divergenti. Su queste intenzioni non posso qui offrire nemmeno un commento, anche perché sono contrapposizioni già studiate e discusse a fondo. Vale la pena, invece, di rendere più esplicito l'atteggiamento contemplativo, dato che il suo opposto, l'investigativo, è noto a tutti: si fa ricerca scientifica per trarne un vantaggio, umanitario, tecnologico o economico, per fruire del mondo. Non vorrei comunque che la mia analisi fosse ritenuta essere quella di un 'purista', che mentre trepesta sulla tastiera di un calcolatore, finge di ignorare quanta ricerca e quanto lavoro siano incorporati nel magnifico strumento tecnico che sta utilizzando. Tutt'altro, il contrasto nasce invece dall'eccesso. Le civiltà orientali hanno ecceduto nella contemplazione, le civiltà occidentali hanno estremizzato l'indagine.

 

Tabella II

Valori e valori-altri

 

Valore

Riferimenti descrittivi

Valore-altro

Riferimenti descrittivi

Utilitaristico

L' agibilità del mondo

Utilitaristico

Il dominio sulla natura

Etico & Politico

Il pluralismo epistemologico delle pratiche conoscitive

Etico & Politico

Il riduzionismo epistemologico e ontologico dei livelli di realtà

Contemplativo

La bellezza, complessità, unità della natura (che include l'umanità)

Investigativo

La fruibilità del mondo

 

Per quanto riguarda il valore contemplativo della scienza, citato in Tabella I e ripreso in Tabella II, andrebbe precisato che sarebbe meglio definirlo un valore meditativo, in quanto in un ambiente culturale cristiano, come quello in cui operiamo in Italia, il termine 'contemplazione' ha una forte connotazione finalistica e teologica. Nella tradizione patristica "la contemplazione è la più alta e più naturale attività della mente (nous), quando si libera dall'influenza perturbatrice delle passioni e dei desideri: è no stato di comunicazione diretta con Dio in cui la mente trascende l'attività discorsiva e conosce mediante presenza o unione".[3] D'altra parte, ben venga anche per un non-credente (come chi scrive) un atteggiamento spirituale che assuma la natura come creazione divina, e che consideri i contenuti scientifici un supporto indispensabile per una meditazione sulla bellezza, complessità, e unità della natura stessa. Personalmente ritengo che l'intera natura, e l'uomo che ne fa parte, non siano altro che fluttuazioni dell'energia/materia sullo sfondo della insondabile vacuità di un cosmo increato. Ho messo a confronto due diversi atteggiamenti, il cristiano e il laico, perché il valore contemplativo della scienza potrebbe diventare un tema di riferimento in ambito scolastico per le 'materie' più diverse, indipendentemente dal credo (o dall'assenza di credo) di ciascuno, allievo o docente che sia. Il valore contemplativo della scienza è strettamente connesso al valore (sommo) dell'inviolabilità della natura (che include l'uomo[4]), e come quest'ultimo può essere proposto come ambito di ricerca pluri-disciplinare.

 

3. Fra pragmatica ed ermeneutica. Un tentativo di analisi esistenziale

 

A questo punto dell'argomentazione devo sottolineare lo stretto rapporto che esiste fra i valori della scienza e i contenuti disciplinari. Potrebbe infatti nascere un pericoloso equivoco, che una didattica mirata a rendere espliciti i valori (e i valori-altri) della scienza non abbia bisogno di insistere sugli aspetti 'duri' delle discipline scientifiche. È vero invece il contrario: senza una base pluri-disciplinare non solo ogni discorso sui valori sarebbe meramente ottativo, ma se si operasse in questo modo verrebbe ad aver ragione Lolli, quando afferma che "si intende trasmettere una personale concezione della scienza". Non si tratta di realizzare (noi, gli insegnanti) una 'trasmissione' di valori, come se fossimo gli anziani di una piccola etnia del Mato Grosso. Viviamo in una società ricca di opportunità e che ancora permette percorsi esistenziali non omologati, dovremmo quindi essere in grado di favorire la costituzione negli allievi di un atteggiamento meta-scientifico innervato di valori importanti per loro. Parallelamente, nel lavoro comune in classe, e pur consapevoli dell'inevitabile asimmetria del rapporto didattico, gli stessi insegnanti potrebbero ricevere dagli studenti lezioni informali sul vivere nel 1999, a 18 anni.

E' possibile articolare il rapporto fra valori e contenuti nella forma di un circuito ermeneutico e pragmatico, il cui andamento è rappresentato nello Schema 2 dalle frecce in nero.[5]

 

 

Schema 2

Valori e contenuti

Un circuito ermeneutico e pragmatico

 

 

Contenuti

 

Valori

Il tutto

Significato esistenziale

Ü

Accettazione

 

¯­

ß

 

Ý

¯­

Le parti

Conoscenza

Þ

Pratica

 

 

In effetti il circuito dello Schema 2 risulta composto di due circoli distinti, indicati dalle frecce in grigio; uno è propriamente ermeneutico, e connette significato e conoscenza (dei contenuti), ed uno è propriamente pragmatico, e connette accettazione e pratica (dei valori). Prima di considerare i due circoli separatamente, e nel loro accoppiamento funzionale, ricordiamo che il circolo ermeneutico classico, quello dell'interpretazione di un testo scritto, opera con un continuo movimento: da un tutto, inteso all'inizio come il luogo di una comprensione provvisoria del testo nel suo complesso, va alle singole parti del testo, che collocate in quel contesto preliminare forniscono i loro significati, parziali, ma intensi e dettagliati. Il ritorno dalla parte al tutto avviene con un nuovo bagaglio di conoscenze, che stabilisce una nuova interpretazione nella ripetuta considerazione del testo come un tutto. La ripetizione del ciclo tende nel tempo ad una qualche autoconsistenza.

            Il significato dei due circoli separati dello Schema 2 è immediato, ed emerge chiaramente dal gioco fra le parti e il tutto. La conoscenza di ogni singolo contenuto disciplinare contribuisce/modifica il significato che la disciplina ha per chi la studia; questo significato arricchito e complessivo si riverbera sulle conoscenze specifiche, connettendole fra di loro (e facendo così affiorare nuove conoscenze). La pratica di ogni singolo valore agevola/rafforza la sua accettazione, accettazione che avvenendo in un sistema già pre-costituito riassesta questo 'tutto' ad un diverso livello; di qui riparte una conduzione diversa della pratica in cui si esprime il nuovo sistema di valori, con una 'messa alla prova' che può nuovamente modificare l'accettazione.

            Anche il circuito che accoppia i due circoli, l'ermeneutico e il pragmatico, è di pronta interpretazione. L'accettazione di un valore dà significato ai contenuti scientifici pertinenti. Ho chiamato questo significato 'esistenziale' perché considero la scienza un modo fondamentale per comprendere in profondità il nostro mondo, corroborato in questo anche dalla lezione di Sein und Zeit. Quando Heidegger si pone il problema di definire "un concetto esistenziale della scienza" prende immediatamente le distanze "dal concetto «logico» che considera la scienza nei suoi risultati come un «complesso fondato di proposizioni vere, cioè valide»".[6] Per il filosofo tedesco "[i]l concetto esistenziale intende la scienza come una modalità dell'esistenza e quindi come un modo di essere-nel-mondo tale da scoprire, o aprire, l'ente o l'essere".[7] Il significato esistenziale[8] di un contenuto giustifica lo sforzo per acquisire una conoscenza reale, e non volatile, del contenuto, e così conduce alla conoscenza attiva del contenuto stesso. Un saldo possesso della conoscenza arricchisce la pratica del valore, perché ne permette uno sviluppo tanto più ampio ed efficace quanto più il possesso conoscitivo del contenuto è consistente ed articolato. Va da sé che un valore senza pratica è come un matrimonio senza sesso, ossia è - con un termine che dice tutto - platonico. E infine la pratica conferma l'accettazione del valore, la rende stabile e ben radicata. Il circuito si chiude su se stesso, e, come ogni circolo, è senza fine. Per quanto riguarda i due poli ermeneutici, il tutto e le parti, si può ancora osservare che un valore viene accettato nella sua interezza e che il significato esistenziale è un tutto per definizione. Per contrasto, anche il più informato degli scienziati conosce solo parte dello sterminato dominio della sua stessa disciplina, e che anche il più attivo dei praticanti (o il più praticante degli attivisti) possono compiere solo una parte delle azioni che testimoniano un particolare valore.

            Personalmente, credo che circuiti ermenutico-pragmatici simili a quello descritto nello Schema 2  siano costantemente all'opera nel nostro agire quotidiano, ad esempio nel lento divenire di quei tratti della personalità che chiamiamo abitudini, gusti, interessi. L'analisi di gran parte di questi tratti verificherebbe la scomparsa dal discorso di qualsiasi tonalità etica, un fatto importante perché confermerebbe (a) il carattere 'laico' dell'analisi esistenziale, (b) la complessità originaria di ogni routine, (c) il lato 'pubblico' dell'azione individuale. Tralascio ovviamente in questa sede ogni indagine specifica in direzione della quotidianità, per articolare una certa corrispondenza generale fra i termini descrittivi del circuito ermeneutico-pragmatico dello Schema 2 e termini rilevanti dell'analitica esistenziale di Heidegger. La corrispondenza è indicata nello Schema 3.

 

Schema 3

                  Un circuito ermeneutico e pragmatico

              Qualche riferimento a termini di Heidegger

 

 

Contenuti

 

Valori

Il tutto

Significato esistenziale

Verstehen

Ü

Accettazione

Entschloßenheit

 

¯­

ß

 

Ý

¯­

Le parti

Conoscenza

Erkennen

Þ

Pratica

Besorgen

 

Possiamo iniziare l'analisi dall'accettazione dei valori, che è possibile connettere con la Entschloßenheit di Heidegger. "La Entschloßenheit è «decisione» nei due significati che risuonano nel termine italiano: deliberazione e risolutezza".[9] Il verbo tedesco ent-schlißen rinvia a risolver(si), decider(si), è ha nelle sue due parti la negazione di una chiusura. Nella filosofia di Heidegger con la Entschloßenheit il nostro proprio Esserci[10] apre se stesso alla sua propria verità. Il suo significato esistenziale è connesso a sua volta con Verständniss e verstehen. Il verbo verstehen ha una tradizione secolare in ermeneutica e storiografia, ma qui siamo interessati alla definizione esistenziale che il filosofo tedesco dà del verstehen, ovvero del comprendere: "La comprensione (verstehen) è l'essere esistenziale del poter-essere proprio dell'Esserci stesso, ed è siffatta che questo essere rivela (erschlißt) a se stesso come stanno le cose a proposito dell'essere che gli è proprio."[11] In questo passo la traduzione di Chiodi mette un po' in ombra il carattere di apertura che ha anche il com-prendere, infatti più letteralmente erschlißen significa rendere accessibile, aprire. In Sein und Zeit il conoscere è indicato spesso con Erkennen,[12] ed è propriamente la "conoscenza del mondo" (Welterkennen).[13] Per Heidegger "il conoscere (Erkennen) è un modo di essere dell'Esserci in quanto essere-nel-mondo", e in forma più radicale: "il conoscere è un modo di essere dell'essere-nel-mondo".[14] Sottolineo anche che nel discorso di Heidegger il conoscere è così strettamente connesso con il comprendere, verstehen, che il suo traduttore italiano in passi importanti assimila i due termini: "Il «circolo» del conoscere (Verstehen) appartiene alla struttura del senso, che è un fenomeno radicato nella costituzione esistenziale dell'Esserci, nella comprensione (Verstehen) interpretante".[15]

            Siamo così giunti al punto più importante di tutta la mia argomentazione, il rapporto fra conoscenza e pratica. La 'pratica' si può collocare propriamente nella prospettiva Heideggeriana nella forma del besorgen, del prendersi cura. In tedesco besorgen rinvia a 'procurare', 'eseguire', 'occuparsi di', 'aver cura di'; nel linguaggio di Heidegger Besorgen è intimamente connesso con Sorge, la Cura, il nome dato dal filosofo all'essere dell'Esserci: "Poiché all'Esserci appartiene, in linea essenziale, l'essere-nel-mondo, il suo modo di essere in rapporto col mondo è essenzialmente prendersi cura (Besorgen)", e "Il termine [prendersi cura (Besorgen)] vuol significare [...] che l'essere dell'Esserci dev'essere chiarito come Cura (Sorge)."[16] Erkennen, il conoscere e Besorgen, il prendersi cura, sono formazioni costitutive dell'essere-nel-mondo, e quindi non possono essere disgiunte. Dal nostro attuale punto di vista la connessione è resa totalmente esplicita da Heidegger stesso in questo passo: "«Teoria» e «prassi» sono possibilità dell'essere di un ente il cui essere deve essere determinato come Cura (Sorge)".[17]

Così si conclude l'analisi esistenziale del circuito ermeneutico-pragmatico che permette l'interazione fra i valori della scienza e i suoi contenuti disciplinari, ma si vede subito che l'aspetto pragmatico mette seriamente in difficoltà l'andamento routinario della scuola, infatti esso impone al duo insegnante/studente un porsi-fuori dalla consueta pratica auto-referenziale, in cui tutto si chiude nel liso psicodramma della spiegazione/interrogazione. Per molti versi si tratta di un porsi-fuori anche dalla scuola stessa. Quando la pratica diventa cura di sé e del mondo allora essa si apre ad una effettiva socializzazione, e questa, nell'ambito scolastico, significa politicizzazione del curricolo.[18]

4. La politicizzazione del curricolo e il condizionamento socio-culturale

 

Ho discusso estesamente a Trieste il problema del condizionamento socio-culturale e della sua possibile rottura attraverso la 'politicizzazione' del curricolo, e non mi pare opportuno diffondermi qui su questo tema. Per non dare adito ad equivoci è comunque essenziale sottolineare che nella proposta di Hodson della politicizzazione del curricolo non vi è nulla di eversivo. Essa infatti si articola nella successione di quattro momenti: (I) Valutare l'impatto sociale del cambiamento scientifico e tecnologico, e riconoscere che scienza e tecnologia sono, in una certa misura, culturalmente determinate. (II) Riconoscere che le decisioni sullo sviluppo scientifico e tecnologico sono prese per soddisfare a interessi particolari, e che i benefici ottenuti da alcuni possono esserlo a spese di altri. Riconoscere che lo sviluppo scientifico e tecnologico è inestricabilmente legato alla distribuzione della ricchezza  e del potere. (III) Sviluppare i propri punti di vista e stabilire la propria posizione nei confronti dei valori ad essi sottostanti. (IV) Prepararsi all'azione e intraprenderla.[19] Anche in questo caso si potrebbe articolare un circuito interessante, di reciproco rafforzamento, fra azione personale diretta e consenso pubblico all'azione, così come è indicato nello Schema 4.

 

                                                     Schema 4

                                     Efficacia dell'azione diretta

 

                                                 necessita, impone

                                    ¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾®

       pratica personale                                                        abilitazione a fare & accettazione sociale

                                   ¬¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾

                                                 permette, alimenta

 

 

Non si devono avere illusioni sulla 'facilità' con cui si potrebbero realizzare nella scuola e fuori della scuola le azioni/condizioni dello Schema 4. Come ha ricordato Luciano Gallino: "tutte le formazioni economico-sociali, comprese quelle socialiste o comuniste del nostro tempo, usano con la massima decisione e consapevolezza il proprio sistema educativo per eliminare i residui delle formazioni precedenti, e porre le basi per una riproduzione priva di devianza della propria".[20] Le condizioni per un'abilitazione sociale alla pratica dei valori vanno perciò ricercate con accorta prudenza, tenendo conto di tutti i vincoli al contorno. Con un ultimo rinvio, socializzazione e politicizzazione rimandano la nostra attenzione, e la nostra pratica come insegnanti, all'attesa di successo invocata da Vroom, e discussa all'inizio di questa comunicazione (sezione 1.2). Mi pare indispensabile - in ogni caso - una didattica rinnovata, anche nelle minute tecniche di presentazione e di valutazione, altrimenti i nostri allievi non saranno mai in grado non solo di conseguire ciò che noi chiamiamo 'successo scolastico', ma nemmeno di aspirarvi - di avere quella 'attesa' che è pur necessaria per giustificare qualsiasi sforzo.

 

 

 



[1] Citato in: Osservazioni sull'agricoltura geneticamente modificata e sulla degradazione della specie, Torino: Bollati Boringhieri, 1999, p. 88.

[2] Si ricordi che Bacone parlava esplicitamete di torturare la natura per costringerla a rilevare i suoi segreti. Come se la natura fosse una 'persona', e a noi fosse stato 'nascosto' qualcosa.

[3] "Contemplation", in: J.Bowker, The Oxford Dictionary of World Religions, Oxford: Oxford Press, 1999, ad vocem.

[4] Insisto pesantemente su questa 'inclusione' perché essa vorrebbe collocare la specie umana 'accanto' alle altre specie che, per adesso, popolano la Terra. Il Lettore mi concederà che non confondo le responsabiltà della specie umana con quelle inesistenti dei pangolini o del granturco.

[5] Durante gli studi preparatori della comunicazione che presentai alla Conferenza internazionale di Como (Rif.) ho elaborato una connessione assai stretta fra questo circolo ermeneutico-pragmatico e alcuni aspetti dell'esistenzialismo Heideggeriano. La continuazione di questa linea di ricerca mi ha portato a riconsiderare i termini che stanno ad indicare le varie tappe del circolo; rispetto a quanto presentai a Trieste (Rif.) ho sostituito il termine generico 'possesso' con 'conoscenza', più specifico.

[6] Fu esattamente il 'valore di verità' della scienza l'unico valore riconosciuto da Vittorio De Alfaro nella discussione seguita alla mia 'presentazione' dei valori della scienza ai colleghi dell'Università di Torino (vide supra, sezione 1.1). De Alfaro è un noto fisico teorico.

[7] (a) M.Heidegger, Sein und Zeit,  Tübingen: Niemeyer, 1979, p. 357; cito dalla tr. it. di Pietro Chiodi: (b) M.Heidegger, Essere e tempo, Torino: Utet, 1978,  p. 516.

[8] Per correttezza filologica (può interessare a qualcuno?) faccio notare che con 'esistenziale' intendo "la comprensione che ogni singolo uomo ha della sua propria esistenza in quanto decide sulle possibilità che la costituiscono o sceglie fra esse"; in un contesto Heideggeriano questa comprensione dovrebbe essere chiamata 'esistentiva' (existentiell) e non 'esistenziale' (existential), termine con cui Heidegger indica "una determinazione costitutiva dell'esistenza, un tratto o un carattere essenziale di essa"; cfr. "Esistenziale, esistentivo", in: N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino: Utet, 1987, ad vocem.

[9] P.Chiodi, in Rif. 7 (b), p. 681.

[10] P.Chiodi: "Esserci (Dasein). È il termine scelto da Heidegger per designare la realtà umana. L'essere dell'Esserci è l'esistenza"; Rif. 7 (b), p. 683.

[11] Rif. 7 (a), p. 144; (b), pp. 238-239; enfasi nel testo originale.

[12] L'iniziale maiuscola indica l'uso di erkennen come sostantivo.

[13] Rif. 7 (a), § 13.

[14] Rif. 7 (a), p. 61; (b), p. 131.

[15] Rif. 7 (a), p. 153; (b), pp. 250.

[16] Rif. 7 (a), p. 57; (b), p. 127 e 126; enfasi nel testo originale.

[17] Rif. 7 (a), p. 193; (b), p. 303.

[18] D.Hodson, Teaching and learning science. Towards a personalized approach, Buckingham: Open UP, 1998, p. 21.

[19] Loc. cit.

[20] L.Gallino, "Educazione, sociologia della", in: Dizionario di Sociologia, Milano: TEA, 1993, ad vocem.