La fondazione etica dell'epistemologia
in Max Weber Paolo Volontè
Cito da Giddens: "Dal momento che non esiste alcun
ideale o sistema di ideali che l'analisi scientifica può dimostrare
'giusto' o 'sbagliato', non può esservi alcuna etica universale". Questa
affermazione è il modo in cui Anthony Giddens ritiene di poter
sintetizzare le conseguenze pratiche dell'epistemologia di Max Weber:
poiché non è lecito ammettere giudizi di valore nel processo di
spiegazione scientifica - questo il suo ragionamento -, diviene
impossibile dare a qualsiasi sistema morale una legittimazione universale.
L'affermazione è di Giddens, ma la logica a cui essa si ispira si trova in
molti interpreti di Weber (cfr. per es. anche Parsons, Dal Lago
ecc.). L'obiettivo del mio intervento è mostrare che questa
interpretazione non coglie il senso ultimo dell'epistemologia weberiana,
che va invece nella direzione esattamente opposta. Non è vero che, dal
momento che la scienza è incompleta, non può darsi un'etica universale; ma
è vero il contrario: solo se non si dà un'etica universale, e alle
condizioni in cui essa non si dà, le questioni di valore debbono
necessariamente esulare dalla ricerca scientifica, posto che questa debba
essere (come deve) oggettiva. La rilevanza della questione non è solo
storiografica, ma anche teorica ed esistenziale, in quanto coinvolge il
senso che diamo al nostro quotidiano "fare scienza". Non esiste una
scienza in tutto e per tutto avalutativa, poiché lo stesso criterio
ispiratore dell'avalutatività non è che il frutto di una valutazione
originaria, dell'opzione per un determinato atteggiamento etico e non per
un altro.
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L'epistemologia weberiana è troppo nota
perché sia necessario tornare ad analizzarla nel dettaglio. Ricordo solo,
della sua struttura generale, il fatto fondamentale che si tratta non di
una metodologia della ricerca sociale, e tanto meno di una sociologia
della scienza, ma di una vera e propria epistemologia. Il principio
dell'oggettività quale criterio di scientificità è un vero e proprio
principio "logico" (secondo la terminologia di Weber), una condizione di
possibilità perché il sapere, acquisendo validità intersoggettiva di
principio, si elevi al di sopra del carattere contingente delle nostre
quotidiane conoscenze soggettive.
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All'interno
dell'epistemologia di Weber vorrei ora isolare un aspetto più particolare,
quello della avalutatività. Il principio dell'avalutatività dice in
estrema sintesi questo: vi è una "differenza insormontabile" tra le
proposizioni descrittive e quelle valutative, tra le argomentazioni che
mirano a ordinare concettualmente la realtà e quelle che mirano a
valutarla; mentre le prime hanno il carattere dell'oggettività, poiché
pretendono di valere universalmente per ogni individuo dotato di ragione
(incluso il "cinese"), le seconde sono puramente soggettive, valgono solo
per chi le esprime e per chi, soggettivamente, si trova d'accordo con lui,
non possono pretendere di avere una validità intersoggettiva di
diritto.
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Intendo sostenere anzitutto la tesi che il
principio di avalutatività, un principio che sembra "in sé perfino
banale", come dice Weber, cioè ovvio, come tutte le ovvietà è tutt'altro
che evidente, tutt'altro che incondizionato. La validità
epistemologica del principio dell'avalutatività si basa su questo
presupposto: che i giudizi di valore siano soggettivi, nel senso di
potenzialmente non condivisibili dal cinese (a differenza dei giudizi di
fatto). Quel presupposto implica a sua volta la convinzione che non
sia possibile determinare una gerarchia oggettiva tra i valori in campo.
Questo è, notoriamente, il punto su cui Weber si discosta da Rickert,
ritenendo che i valori della cultura formino una molteplicità magmatica e
disordinata, senza un ordine gerarchico definito, in maniera che egli
descrive in analogia al variegato e a volte contraddittorio culto degli
déi nell'antica Grecia. Per Weber è un fatto indiscutibile e indiscusso
che i valori coesistano e siano in eterna lotta tra loro, senza
possibilità di conciliazione e di sottomissione a un ordinamento
oggettivo, che essi formano cioè un sistema politeistico. Ma questa
sua convinzione soggiace a quella che qui chiamerò l'obiezione del
fondamentalista: qualsiasi fondamentalista può avanzare l'obiezione che la
sua propria scala di valori, il dio che lui serve, sia oggettivamente
valida, e che solo la debolezza della mente umana non abbia permesso,
finora, di dimostrarlo. Il politeismo sarebbe allora una situazione di
fatto, non di diritto. L'obiezione del fondamentalista, che pure non
può valere come dimostrazione, vale però come spunto di decostruzione del
politeismo weberiano: non è detto che le cose debbano stare
necessariamente così. Per noi ciò comporta però una revisione anche
della validità attribuita al principio di avalutatività: se si dà un'etica
universale (qual è quella ipotizzata dal fondamentalista) non ha senso
porre il criterio di avalutatività quale principio di legittimazione
epistemica, perché allora i giudizi di valore giustificabili all'interno
di quell'etica godrebbero di quel carattere di oggettività che definisce
il sapere scientifico.
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Ora sorge però la domanda
centrale: che senso ha invocare ancora un'etica universale nel mondo
razionalizzato e disincantato, in cui non sembra esservi più posto per un
dio soprannaturale capace di garantire, legittimare una gerarchia di
valori universalmente valida? Per poter rispondere devo discutere
brevemente il concetto weberiano di razionalizzazione. Farò riferimento
prioritariamente all'analisi condotta da Weber nella Considerazione
intermedia (oltre che a qualche pagina di Economia e saocietà), che è di
fatto interamente dedicata alla descrizione del processo di
razionalizzazione del mondo. Il punto nodale di tale descrizione sta -
mi sembra - in questo: che il processo di razionalizzazione è duplice, e
porta a due risultati, a due forme di razionalità fra loro inconciliabili.
In entrambi i casi il punto di partenza è dato dalla religiosità
ritualistica, ovvero dall'"etica magica". L'etica magica è "funzionale",
non ha cioè pretese universalistiche, di valere per tutti in ogni tempo e
in ogni luogo. Essa si basa su una religiosità fatta di divinità
funzionali che, come il dio della guerra, non dovevano giustificarsi in
via di principio, astrattamente per ogni uomo e per ogni essere razionale,
ma solo difendere e proteggere i loro fedeli, "gli interessi dei gruppi da
cui" erano venerati. L'agire etico era di conseguenza irrazionale, nel
senso di non giustificato ma semplicemente comandato. La
razionalizzazione avviene quando gli uomini cominciano a sentire
l'esigenza di giustificare la propria condotta, di darne ragione, cioè di
trovarne la legittimità, e in particolare una legittimità di valore
universale. Ciò avviene, come accennato, in due modi. Anzitutto,
l'etica si razionalizza contestualmente alla nascita di forme di
religiosità profetica, ossia forme di religiosità dirette non più alla
coercizione di entità divine presenti ovunque nella natura, ma alla
salvezza o alla redenzione dell'essere umano dall'insensatezza di una vita
che finisca nel nulla. In quanto tali, le religioni profetiche hanno
implicato "almeno una relativa siste- matizzazione razionale della
condotta di vita": l'essere umano mira non più a carpire la benevolenza
degli déi, ma a conseguire con comportamenti coerenti uno stato di grazia
di fronte alla divinità capace di garantirgli la redenzione
dall'annientamento attraverso la morte, e così via. Contemporaneamente,
tuttavia, anche il mondo si razionalizza - ma in maniera radicalmente
diversa dalla religione. Nel mondo la soppressione delle entità misteriose
che una volta governavano ogni evento inspiegabile o ignoto conduce
infatti a una situazione di totale autonomia ("autonormatività",
Eigen-gesetzlichkeit) delle sfere della vita e degli eventi mondani. Tutto
ciò che accade tende a spiegarsi razionalmente, non però sulla base di un
presupposto religioso capace di dargli un senso dall'esterno
("eteronormativamente"), ma sulla base dei soli suoi elementi costitutivi
(gli eventi economici su base economica, quelli politici su base politica
ecc.), entrando quindi in contraddizione sia con le spiegazioni addotte da
altri eventi in altre sfere, sia soprattutto con la pretesa delle
religioni universali di spiegare ogni cosa riconducendola al dio
sovramondano. Ecco dunque che si crea una tensione insuperabile tra
queste due concezioni razionali del mondo, tra queste due visioni etiche
entrambe razionalizzate. E tale tensione - questo è rilevante - conduce a
estromettere gradualmente l'etica religiosa dal mondo. Dice Weber: "quanto
più sistematica diventa la riflessione sul 'senso' del mondo, […] tanto
più il bisogno di 'redenzione' comincia a diventare extra-mondano"; ma
anche, in senso inverso, "quanto più la religiosità della redenzione si
interiorizza sistematicamente nel senso di un''etica della convinzione',
tanto più entra in tensione con le realtà del mondo".
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La duplice linea di razionalizzazione seguita dall'uomo conduce
dunque a due atteggiamenti etici fondamentalmente opposti. Nel brano or
ora citato, tratto da Economia e società, Weber dice inoltre che l'etica
religiosa è un'"etica della convinzione". Per etica della convinzione egli
intende un'etica che "dissolve la stereotipizzazione delle singole norme
[tipica dell'atteggiamento magico irrazionale] a favore della relazione
complessiva 'fornita di senso' della condotta della vita con il fine
religioso della salvezza". Per l'etica della convinzione è morale e
razionale tutto ciò che è coerente con lo scopo finale della salvezza
sovramondana. Questo la conduce tuttavia a entrare in contraddizione col
mondo, poiché ciò che è moralmente lecito o opportuno lo è in funzione
esclusivamente della salvezza ultraterrena, indipendentemente cioè dalle
conseguenze intramondane che esso può avere. È ciò che sta al di là a
determinare il valore delle cose che stanno al di qua, anche quando questa
determinazione contrasta col valore che le cose che stanno al di qua
avrebbero se nulla vi fosse al di là. Questa identificazione tra
l'etica razionale delle religioni profetiche e l'etica della convinzione,
compiuta da Weber sia nella Considerazione intermedia sia in Economia e
società, è importante e va sottolineata. Essa significa infatti che
l'atteggiamento conseguente alla razionalizzazione religiosa non viene
affatto superato e svuotato dalla razionalizzazione mondana, ma convive
con essa. L'etica della convinzione è infatti, accanto all'etica della
responsabilità, uno dei due tipi ideali di atteggiamento etico indicati da
Weber nei suoi scritti più tardi. In altri termini: Weber nota, è
inutile insistervi, che l'etica delle religioni profetiche viene sempre
più marginalizzata dalla vita sociale mondana man mano che questa si
razionalizza secondo un modello autonomo di razionalità. Ma non dice mai -
così pare a me - che la razionalità extramondana delle religioni
profetiche sia storicamente superata, socialmente insignificante o -
peggio - teoricamente ingiustificata. Al contrario, il fatto che
l'atteggiamento etico tipico delle religioni profetiche costituisca per
lui uno dei due tipi ideali di atteggiamento etico nel mondo contemporaneo
dimostra la sua rilevanza quanto meno a livello di rilevazione empirica.
Altrettanto vale, conseguentemente, per l'idea di un'etica universale
e quindi per la relativizzazione del principio di avalutatività.
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Con questo sono giunto alle conclusioni che volevo
trarre. Il principio epistemologico dell'avalutatività non è affatto,
come Weber sembra a volte voler far credere, un principio in sé perspicuo,
un assioma dell'epistemologia. Esso è invece un principio che vale solo a
certe condizioni. Tali condizioni sono di tipo etico, sono dettate
cioè dall'atteggiamento che il ricercatore assume nei confronti del
comportamento umano e dei suoi criteri di legittimazione. Per Weber,
sebbene egli non lo ammetta espressamente, la condizione essenziale perché
il criterio di avalutatività acquisisca il significato di un principio
imprescindibile della ricerca che voglia dirsi legittimamente scientifica
è l'opzione per un'etica della responsabilità, in contrasto con ogni forma
di etica della convinzione. Solo un'idea laica e disincantata del
comportamento umano, quale quella che anima l'atteggiamento proprio
dell'etica della responsabilità, può legittimare e giustificare un'idea
laica e avalutativa della ricerca scientifica e, quindi, della ricerca
sociale in quanto disciplina scientifica. La qual cosa significa in
conclusione che anche in Weber, come peraltro in molti altri teorici e
studiosi di epistemologia, la concezione della scienza, per quanto
rigorosa, si fonda su un presupposto etico che resta almeno parzialmente
inespresso, e dall'accettazione del quale dipende anche la validità logica
della specifica dottrina della scienza. Ma non solo. L'avalutatività -
si diceva - non è un criterio universale della ricerca scientifica, ma un
criterio valido in un mondo laico e disincantato. Se questo è vero, vale
allora anche il reciproco: solo l'etica della responsabilità è consona a
una scienza rigorosa, oggettiva, laica in senso mondano. Nella misura in
cui lavoriamo sui fatti e ci asteniamo dai giudizi di valore, e reputiamo
che questo sia un imperativo del nostro essere "scienziati", abbiamo già
fatto nostro, che lo sappiamo oppure no, e almeno finché operiamo come
scienziati, un atteggiamento verso il mondo umano di responsabilità
"intramondana" per le conseguenze delle nostre
azioni.