Teorie del significato

Glossario

 

Ascesa semantica

Quine, 1960, usa questo termine nel seguente senso: nell'attribuire una proprietà semantica (ad es. l'esser vero) a un enunciato, diciamo qualcosa della realtà su cui l'enunciato verte. "Vero" è un dispositivo di ascesa semantica.

v. anche decitazionale (schema)

Convention (T)

v. decitazionale (schema)

Decitazio
nale (schema)

Per schema decitazionale (letteralmente: che sopprime le virgolette di citazione) si intende quello esemplificato dal seguente enunciato:

(D) "L'acqua è un composto" è vero se e solo se l'acqua è un composto

Uno s.d. menziona, racchiudendolo tra virgolette sul lato sinistro del bicondizionale, il medesimo enunciato che viene usato sul lato destro. La forma logica di (D) è quella del bicondizionale ("se e solo se") materiale, alla cui sinistra figura il nome dell'enunciato che è usato sul lato destro. Racchiudere l'enunciato tra le virgolette di citazione è un modo di nominarlo. Nell'interpretazione materiale il bicondizionale è vero se e solo se gli enunciati che unisce sono o entrambi veri o entrambi falsi.

La portata intuitiva di questo schema è la seguente: l'asserire che l'acqua è un composto e l'attribuire il predicato "vero" all'enunciato "L'acqua è un composto" stanno tra loro in una relazione molto stretta: ogniqualvolta affermiamo di un enunciato specifico, racchiuso tra virgolette, che è vero, possiamo anche usare l'enunciato senza virgolette con forza assertoria, e viceversa (Tarski 1944). Per forza assertoria (seguendo Frege 1918 e Austin 1962) intendiamo qui, grosso modo, l'intento del parlante di impiegare un enunciato dichiarativo dell'italiano per dire qualcosa di vero (oltre che di rilevante, interessante, a proposito ecc.) all'ascoltatore.

Tarski prende spunto dall'innocente schema (D) per mostrare come esso conduca a risultati paradossali (si ricordi il paradosso del Mentitore).

La soluzione di Tarski è che il linguaggio oggetto (logicamente irregimentato, cioè tradotto nel simbolismo della logica del primo ordina con l'identità) non contiene il predicato di verità. Il predicato "vero" appartiene al metalinguaggio, in cui disponiamo di risorse sintattiche e logiche sufficienti per formare un nome che designa un enunciato del linguaggio oggetto (ad esempio attraverso l'impiego delle virgolette), che figura appunto alla sinistra del bicondizionale, e la traduzione dell'enunciato nel metalinguaggio, che è l'espressione che figura alla destra del bicondizionale.

Se il metalinguaggio è un'estensione del linguaggio oggetto, ossia è la lingua italiana arricchita da simboli logici e matematici, avremo a che fare con bicondizionali esteriormente simili a (D), ma per lo meno non paradossali.

Una resa più disciplinata di (D) è fornita dal seguente schema:

(V) e è vero-in-I se e solo se p

"e" à il nome descrittivo-strutturale dell'enunciato in I (la lingua italiana) "L'acqua è un composto";

"p" à la traduzione dell'enunciato nel metalinguaggio.

L'intero schema (V) appartiene al metalinguaggio che, in questo caso, è l'italiano arricchito di logica, teoria degli insiemi, dispositivi sintattici (le virgolette) e nozioni semantiche (designazione e soddisfacimento). La traduzione consiste nell'enunciato usato, ossia senza virgolette.

Lo schema (V), battezzato da Tarski "Convenzione (V)" [in inglese: "Convention (T)" con T = Truth] può essere usato per caratterizzare l'estensione del predicato "vero-in-L" per una L specifica.

N:B. : Tarski dà per acquisito che si possa dire se un enunciato del metalinguaggio traduce (esprime la stessa proposizione di) un enunciato del linguaggio oggetto - v. verità (predicato di ).

Priorità

Priorità assoluta o relativa (cfr. Davies 1996 ). Un tratto significativo della filosofia analitica è di assegnare la priorità relativa al linguaggio nell'affrontare i quesiti ontologici, rispetto alle intuizioni metafisiche sulla costituzione del mondo. La priorità in questione è epistemologica. Nel progetto di Grice all'intenzione comunicativa viene ascritta la priorità rispetto al significato linguistico. In questo caso si tratta di una priorità sia metafisica che epistemologica. Dummett assegna la priorità epistemologica al linguaggio rispetto al pensiero: è analizzando la struttura degli enunciati che possiamo pervenire alla struttura e al contenuto dei pensieri. Davidson non assegna alcuna priorità epistemologica: pensiero e linguaggio possono essere solo spiegati insieme. Per capire che cosa una persona crede bisogna interpretare le parole che usa e per interpretare le parole che usa bisogna fare congetture sui pensieri e le credenze che intrattiene.

Semantica (nozione)

Le nozioni semantiche ( verità, designazione, soddisfacimento) sono quelle col cui ausilio descriviamo il modo in cui il linguaggio (rispettivamente: enunciati, termini singolari e predicati) è correlato al mondo - a differenza delle nozioni sintattiche, che hanno a che fare con la grammaticalità e, nei linguaggi logicamente irregimentati, con la buona formazione delle formule.

Significati (che genere di cose sono i)

Alla domanda: Che genere di cose sono i significati ? sono state date diverse risposte:

  1. non esistono i significati, se per "significati" si intende ciò che una traduzione dall'italiano o inglese dovrebbe preservare, o ciò che è invariante rispetto alla traduzione di una lingua (l'italiano) in tutte le lingue naturali esistenti. I significati e in particolare le proposizioni non sono "enti" perché non hanno condizioni di identità, non è chiaro, cioè, quando due enunciati hanno lo stesso significato (esprimono la stessa proposizione). Questa è la posizione di Quine.
  2. I significati sono oggetti astratti e in quanto tali hanno condizioni sui generis di identità. A volte questi oggetti astratti vengono identificati con le proposizioni espresse dagli enunciati costruibili in una lingua; a volte invece sono pensati in completa autonomia dalla lingua.. Questa forma di platonismo dei significati semplicemente postula che vi siano entità astratte che, in un modo da elucidare, sono collegate agli enunciati esprimibili in una lingua particolare.
  3. I significati linguistici non hanno una realtà autonoma, ma dipendono essenzialmente dai contenuti mentali. L'avere un significato è essenzialmente una proprietà di stati mentali. Il motore del significato è nell'intenzione di significare. E' questa la posizione di Paul Grice. La comunicazione attraverso il linguaggio presuppone un complesso tessuto di intenzioni mutue e di conoscenza reciproca che, come tale, preesiste al significato linguistico.
  4. "I significati non sono nella testa" (Putnam 1975): alla costituzione dei significati di alcune parole contribuiscono in parti più o meno uguali sia lo stato psicologico di colui che li usa sia il mondo che ci circonda.
  5. La proposta di Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche: "capire non è un processo psichico" (§154) perché "nulla è nascosto" (§126). "Il significato di una parola è il suo uso nella lingua" (§560). Wittgenstein rifiuta mentalismo e platonismo. L'esempio della cassetta degli attrezzi (§11), inoltre, va tenuto presente anche in rapporto alle teorie del significato che , come tali, tendono ad una generalità che le parole di Wittgenstein sembrano respingere. Secondo Wittgenstein è possibile descrivere l'impiego del linguaggio senza ricorrere all'idea che con l'afferrare il significato di una parola dominiamo già tutte le applicazioni future possibili (§§ 138 - 142).
  6. Le lingue in quanto istituzioni sociali sono qualcosa di dato, non di inventato o costruito dal singolo. La domanda sui significati rinvia, perciò, ad una lingua comune che si tramanda attraverso l'inseganmento.

 

 

Significato (teoria
del )

L'espressione "teoria del significato" ricorre per la prima volta nell'articolo di Donald Davidson (1967), Verità e significato e concerne la forma che una teoria del significato per una lingua naturale data dovrebbe avere. In questo articolo, Davidson, ispirandosi all'opera di Alfred Tarski, prende le mosse da un "frammento" di lingua inglese e formula i requisiti e i vincoli che qualunque teoria del significato dovrebbe soddisfare. Caratteristica della t.d.s. è l'aspirazione a fornire un quadro complessivo del funzionamento del linguaggio.

Nel 1991, Michael Dummett ha introdotto la distinzione tra "meaning-theories" (teorie-del-significato) e "the theory of meaning" (la teoria del significato): le prime prendono le mosse dai problemi che si presentano nel dare una rappresentazione del significato di certi costrutti di una lingua specifica come l'inglese o l'italiano, mentre la seconda riguarda i requisiti, l'architettura e i vincoli che le proposte singole devono osservare.

I problemi al centro della teoria del significato si possono compendiare nella domanda:

In che consiste per un enunciato (o espressione) di una lingua l'essere dotato di significato ?

Questa domanda a prima vista un po' enigmatica comprende tre principali categorie di quesiti:

( M ) Che genere di cose sono i significati ?

( E ) Che tipo di abilità e conoscenze è coinvolto nella comprensione di espressioni dotate di significato ?

( C ) In virtù di che cosa le parole di una lingua hanno i significati che hanno ?

( M ) à lo status metafisico dei significati.

( E ) à l'epistemologia dei significati: sono chiamate in causa le nozioni di comprensione e conoscenza. Problemi:

se la comprensione del significato sia conoscenza esplicita oppure implicita, teorica oppure pratica, tacita, nel senso specifico che Chomsky (1986 e 1995) dà a questa nozione, oppure accessibile alla coscienza.

( C ) à considerazioni che in senso lato possiamo chiamare causali, che sono al centro dei programmi di "naturalizzazione della semantica". Si tratta di programmi che tentano di ridurre le nozioni semantiche a nozioni più basilari ancora, appartenenti, in senso lato, alla biologia, alla fisica, all'intelligenza artificiale, alla psicologia.

I filosofi che si occupano di questi problemi, in genere convengono che chi usa la lingua materna capisce il significato delle parole che usa - per lo meno nella maggior parte dei casi. Ciò che è controverso è:

  1. se il tipo di capire in gioco qui sia descrivibile come una forma di conoscenza.
  2. Se e quale tipo di conoscenza sia in gioco nel caso del significato linguistico
  3. Se vi siano gradi di conoscenza, se sia legittimo attribuire al singolo parlante una conoscenza parziale e imperfetta del significato di certe parole.

 

 

Universali (problema degli)

Il venerando problema del rapporto tra universali e particolari si ritrova nelle teorie del significato trasposto in una nuova chiave, quella del "proseguire in un certo modo", del fare in un caso nuovo che ci si presenta "la stessa cosa" che abbiamo fatto nei casi precedenti. Ad esempio, applicare una regola o una parola a un caso nuovo "nello stesso modo" in cui l'abbiamo applicata a casi precedenti.

Questo problema è connesso, da un lato, a quello dell'architettura complessiva della teoria del significato - se essa debba essere olistica, molecolarista o atomista; dall'altro al carattere "normativo" di alcune nozioni che impieghiamo per descrivere la padronanza del significato. Infatti, per formulare la distinzione tra uso corretto e uso errato di una parola occorre introdurre nozioni che rimandano ad una dimensione normativa.

Verità (predicato di)

Il predicato di verità, dice Quine 1960, è un dispositivo di ascesa semantica (v.).

Sul predicato di verità vi sono diverse posizioni:

Nel 1927, Ramsey formulò la congettura che il predicato di verità fosse eliminabile (tesi della ridondanza). Questa congettura è errata. Vi sono di sicuro contesti in cui il predicato in questione non è eliminabile. Per esempio i contesti in cui l'enunciato non è semplicemente dato, ma descritto: "Il primo enunciato che pronuncerò il giorno del mio sessantesimo compleanno" - descrizione che, come è ovvio, potrebbe risultare vuota per svariati motivi (potrei non raggiungere il mio sessantesimo compleanno o decidere di tacere tutto il giorno). Anche per formulare generalizzazioni come "Tutti gli enunciati che esemplificano il principio di non contraddizione sono veri" l'impiego della parola "vero" è essenziale. Vi sono infiniti enunciati che esemplificano questo principio e non possiamo enumerarli tutti. Insomma per queste e altre ragioni l'ascesa semantica non è solo utile, ma pressoché inevitabile.

Nel 1997, Paul Horwich ha avanzato la tesi deflazionista, che riconosce al predicato di verità il merito esclusivo di rendere possibili proprio quelle cose necessarie per l'ascesa semantica. Tutto quello che si può dire del predicato "vero" vale anche per il concetto di verità.

Si noti che né Davidson, né Dummett, né Quine traggono questa morale dalle osservazioni sulle caratteristiche decitazionali del predicato di verità. Una ulteriore ragione che milita contro sia la tesi della ridondanza sia quella deflazionista è che quando abbiamo a che fare con enunciati che deviano dal principio di bivalenza (enunciati né veri né falsi, o enunciati con una lacuna di valore di verità) è palesemente falso affermare che non c'è differenza tra l'asserire l'enunciato e asserire che l'enunciato è vero. Enunciati con propensione alla devianza sono quelli contenenti predicati vaghi, nomi propri che non designano alcunché, verbi al tempo futuro e, secondo alcuni, anche quelli che esprimono proposizioni (semanticamente) paradossali.

Coloro che applicano la tesi deflazionista al concetto di verità devono, per coerenza, sostenere che questo concetto non svolga alcun ruolo nella spiegazione del significato. Ad esempio una concezione secondo la quale "il significato è (anche) l'uso" è in armonia con una tesi deflazionista à la Horowich. Se si sostiene che tutto ciò che c'è da sapere sulla verità è contenuto nella teoria di Tarski ci si imbatte nel fatto che Tarski dà per acquisito che si possa dire se un enunciato del metalinguaggio traduce (esprime la stessa proposizione di) un enunciato del linguaggio oggetto. La teoria di Tarski non illustra proprio il legame tra condizioni di verità e significato, ma lo dà per acquisito attraverso la nozione di traduzione. La concezione deflazionista è in conflitto perciò con il punto di vista di Davidson. E' in conflitto anche con il punto di vista di Dummett, nel senso che (a) dà per acquisita l'irrilevanza del concetto di verità per la spiegazione del significato, che invece è da dimostrare; (b) non dà indicazione alcuna su come si possa rendere conto del carattere composizionale (v.) del significato e, in particolare, quali nozioni , diverse da quella di verità, siano da impiegare per edificare una teoria semantica. Lo slogan: "Il significato è l'uso" sembra pertanto antagonista al programma delle teorie del significato.

v. decitazionale (schema)

 

Eva Picardi, Le teorie del significato, Laterza, 1999

 

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