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Traduzione del
primo capitolo de The Hacker Ethic and the Spirit of the
Information Age di Pekka Himanen. |
Linus Torvalds, nel suo Prologo asserisce che per l'hacker "il computer in
se stesso è divertimento", intendendo con ciò che l'hacker programma
perché reputa la programmazione interessante in se, eccitante e gioiosa.
Lo spirito che sottende le creazioni di altri hackers è molto simile a
questo. Torvalds non è infatti solo nel definire il suo lavoro con
asserzioni quali: "Gli Hacker di Linux fanno qualcosa perché la trovano
molto interessante".
Ad esempio, Vinton Cerf, che è spesso indicato come "il padre di
internet", definisce le affascinanti imprese della programmazione con:
"C'è qualcosa di incredibilmente eccitante nel programmare."
Steve Wozniak, la persona che ha costruito il primo personal computer,
parla senza mezze misure della sua scoperta dei prodigi della
programmazione: "E' senza dubbio il mondo più intrigante".
Questo è quindi lo spirito generale: gli hackers programmano anzitutto
perché le sfide della programmazione sono per loro intrinsecamente
interessanti. I problemi legati alla programmazione determinano in loro
una curiosità genuina che gli spinge ad imparare ancora.
L' Hacker è entusiasta di queste cose, lo stimolano. Dal MIT degli anni
sessanta in su l'hacker classico si risveglia nel primo pomeriggio e
comincia a programmare, continuando i suoi sforzi profondamente immerso
nei codici, fino alle prime ore del mattino.
Un buon esempio di ciò è il modo tramite il quale la sedicenne Sarah
Flannery, hacker irlandese, descrive il suo lavoro nel cosiddetto
algoritmo di criptazione Cayley-Purser: "Ho provato una forte sensazione
di eccitazione...Ho lavorato costantemente per giorni interi, ed è stato
indescrivibile.
Ci sono state volte che non avrei mai voluto smettere."
L'attività dell'hacker è piacevole. Spesso ha radice nel gioco. Torvalds
ha descritto, tramite messaggi sul web, come Linux abbia cominciato a
svilupparsi con piccoli esperimenti sul computer che aveva appena
acquistato. Negli stessi messaggi ha spiegato la sua motivazione nello
sviluppare Linux asserendo semplicemente: "Era/è divertente lavorarci".
Tim Berners Lee, l'uomo che sta dietro il web, allo stesso modo descrive
come questa "creatura" ha avuto inizio: connettendo tra loro ciò che lui
definiva "programmi-gioco". Wonziak evidenzia quanto le caratteristiche
del computer Apple "derivino da giochi, e le applicazioni divertenti che
in esso sono incluse derivano da un progetto che era inzialmente
costituito dalla programmazione di un gioco chiamato "Breakout" da
mostrare successivamente nel suo club".
La Flannery commenta che il suo lavoro sullo sviluppo della tecnologia di
criptazione fu portato avanti alternando lo studio dei teoremi alla
programmazione "con un teorema particolarmente interessante..avrei voluto
scrivere un programma per generare esempi...ogni qualvolta ho programmato
qualcosa l'ho sempre finita a giocherellare per ore piuttosto che perdermi
in mezzo a fogli e foglietti"
Molte volte questa tendenza al gioco è mostrata dall'hacker anche nella
vita i tutti i giorni. Ad esempio, Sendy Lerner non è conosciuto soltanto
per il fatto che è uno degli hacker che sta dietro i routers di Internet
ma anche per la sua passione del cavalcare nudo. Richard Stallman, il
barbuto guru capellone, "esorcizza" i computer dai programmi commerciali
che le persone gli portano. Eryc Raymond, un celebre difensore della
cultura hacker, è ben noto per il suo stile di vita giocoso: è un fanatico
dei giochi di ruolo, percorre in lungo e in largo le strade della sua
città in Pennsylvania indossando costumi da senatore romano o da cavaliere
del settecento.
Raymond ha fornito una buona definizione del generale spirito hacker nella
sua descrizione della filosofia degli hacker Unix.
Per applicare correttamente la filosofia Unix devi votarti all'eccellenza.
Devi credere che il software è qualcosa che mette in gioco tutta la tua
passione e la tua intelligenza...La concezione e l'implementazione del
software dovrebbe essere un'arte gioiosa, una sorta di gioco d'alto
livello. Se questa attitudine ti sembra inutile o imbarazzante fermati e
pensa: chiedi a te stesso cosa hai dimenticato. Perché programmi software
invece di fare altro al fine di far soldi o trascorrere il tempo? Ti
risponderai senz'altro che un giorno la programmazione è stata la tua
passione...
La filosofia Unix esige che tu abbia o riprenda quell'attitudine. Hai
bisogno di esserne interessato, hai bisogno di giocare. Hai bisogno di
provare il desiderio di esplorare.
Riassumendo lo spirito dell'Hacker: Raymond utilizza la parola "passione"
nello stesso significato tramite il quale Torvalds utilizza
"intrattenimento", nell'accezione da lui definita in questo prologo. Ma il
termine di Raymond è forse più adatto, anche se entrambe le parole hanno
significati che non hanno referenti in questo contesto: "passione" rimanda
infatti molto più intuitivamente di "intrattenimento" ai tre livelli sopra
descritti di un'attività intrinsecamente interessante, stimolante e
gioiosa.
Questa appassionata relazione gioco-lavoro non è un'attitudine che si
riscontra soltanto negli hackers. Per esempio, il mondo accademico può
essere visto di questo come un predecessore. La passione del ricercatore
per l'indagine intellettuale ebbe espressioni simili quasi 2500 anni fa,
quando Platone, fondatore della prima accademia, definì la filosofia "come
fiamma che brilla quando il fuoco è mosso, nasce nell'anima e trae energia
da se stessa."
La stessa attitudine si può trovare in molti altri ambiti, tra gli
artisti, tra gli artigiani, tra i "professionisti dell'informazione", fino
ai managers e ai designers.
Non è quindi soltanto il "jargon file" che enfatizza questa idea generale
dell'essere hacker.
Nella prima "Hacker Conference", nel 1984 a San Francisco, Burrell Smith,
l'hacker che sta dietro il Macintosh della Apple, definì il tutto come
segue: "Gli hackers possono occuparsi di tutto ed essere nel contempo
hackers. Puoi essere un "fabbro hacker". Non è necessariamente implicata
la tecnologia. Penso che "essere hacker" sia fare qualcosa con alta
competenza, concedendo a ciò che si fa impegno e passione".
Raymond nella sua guida "Come diventare un Hacker" scrive: "Ci sono
persone che applicano l'attitudine hacker ad altri ambiti, come
l'elettronica o la musica: si può trovare tale attitudine in ogni arte o
scienza d'alto livello".
Considerati da questo punto di vista gli hackers possono essere visti come
un eccellente esempio di una più generale etica del lavoro alla quale
possiamo dare il nome di "etica del lavoro hacker", essa guadagna terreno
nella società digitale, nella quale il ruolo dell'informazione
professionale si afferma, in maniera crescente.
Ma sebbene si utilizzi, al fine di esprimere questa attitudine, un
etichetta coniata dagli hackers, è importante notare che possiamo parlare
di essa senza fare riferimento necessariamente a persone che lavorano con
i computers.
Stiamo infatti discutendo un cambiamento sociale generale che chiama in
causa l'etica del lavoro protestante che, per lungo tempo, ha governato le
nostre vite e ancora mantiene una forte influenza su di noi.
Veniamo quindi al tipo di struttura sociale, storicamente radicata, che
sottende l'etica del lavoro dell'hacker.
La familiare definizione "etica del lavoro protestante" deriva,
ovviamente, dal celebre saggio di Max Weber "L'etica protestante e lo
spirito del capitalismo" (1904-1905).
Weber parte considerando quanto la nozione di lavoro come obbligo
costituisca il cuore dello spirito capitalista, che prende forma a partire
dal sedicesimo secolo. "Questa peculiare idea, a noi oggi così familiare è
ciò che c'è di più caratteristico dell'etica sociale della cultura
capitalistica, ed è, in un certo senso, il suo fondamento principale. E'
un obbligo che si suppone l'individuo senta come qualcosa che sottende
tutta la sua attività professionale, non ha importanza in cosa essa
consista, in particolare non è importante se essa appaia come strumento
ulteriore del proprio potere personale o solo come correlato alle sue
proprietà materiali." Weber aggiunge: " Non soltanto è un compiuto senso
di responsabilità assolutamente indispensabile, ma in generale è anche
un'attitudine che, almeno durante le ore lavorative, è libera dalla
continua pianificazione di come il compenso pattuito debba essere
guadagnato con il massimo della comodità e il minimo sforzo. Il lavoro
deve, al contrario, essere portato avanti come se fosse un fine assoluto
in se, come una missione"
Successivamente Weber dimostra come l'altra forza principale descritta nel
suo saggio, l'etica del lavoro come concepita dai protestanti, che prende
forme anch'essa nel sedicesimo secolo, segua gli stessi obbiettivi.
Il predicatore protestante Richard Baxter ha espresso tale etica del
lavoro nella sua forma più pura: " E' per l'azione che Dio permette
l'esistenza nostra e delle nostre azioni, il lavoro è la morale allo
stesso modo del fine naturale del potere" (Qui non ho tradotto una frase
perchè incomprensibile, non penso di far torto eccessivo a Himanen se non
traduco bene le farneticazioni di un predicatore nazista N.D.T) "Dio non è
felice nel vedere gli uomini semplicemente immersi nella meditazione e
nella preghiera, egli vuole che compiano il loro lavoro."
In perfetta sintonia con lo spirito capitalista Baxter invita i datori di
lavoro al "rinforzare" nei propri dipendenti l'idea di compiere il loro
lavoro il meglio possibile, facendo di questo un problema di coscienza: "
Un vero servitore di Dio porterà avanti le sue mansioni in obbedienza a
Dio stesso, come se Dio lo spronasse a lavorare continuamente"
Baxter riassume tutto questo parlando di lavoro come "missione"
(chiamata), questa è una buona espressione delle tre attitudini principali
dell'etica del lavoro protestante: il lavoro deve essere visto come un
fine in se, durante il lavoro occorre dare il meglio di se stessi, il
lavoro è un dovere; ciò si fa si fa perchè deve essere fatto.
Mentre l'etica del lavoro degli hackers ha i suoi precursori nelle
accademie l'etica protestante, come disse Weber, ha i suoi precursori nei
monasteri.
Senza dubbio, se estendiamo il paragone di Weber, possiamo vedere tra esse
molte similitudini.
Nel sedicesimo secolo, per esempio, la regola dei monasteri benedettini
richiedeva che ogni monaco concepisse il lavoro a lui assegnato come
dovere e ammoniva la confraternita con "l'ozio è il nemico dell'anima". Ai
monaci inoltre non era consentito fare alcuna domanda sul lavoro che
veniva loro assegnato.
Il monaco benedettino John Cassian rese chiaro ciò nella regola del suo
monastero descrivendo con toni ammirevoli l'obbedienza di un monaco, anche
lui di nome John, all'ordine di un suo superiore di spostare una pietra
che nessun uomo avrebbe potuto spostare:
...Mentre alcuni erano ansiosi di essere illuminati dall'esempio
dell'obbedienza di John il superiore lo chiamo e disse: "John, fai
rotolare quella pietra qui il più velocemente possibile", lui, forzando
prima con il suo collo, poi con tutto il suo corpo tentò di spostare con
tutte le sue forze l'enorme pietra che neanche un consistente numero di
uomini sarebbe stato capace di muovere, così non solo il suo vestiario si
inzuppò di sudore, ma la stessa pietra ne venne notevolmente ricoperta, e
il tutto fu compiuto dal monaco senza che pensasse all'impossibilità di
portare a termine il compito ma pieno di fiducia nel fatto che il suo
superiore non avrebbe mai dato un ordine che non avesse avuto una ragione
precisa.
Questa fatica di Sisifo riassume in maniera splendida l'idea, centrale nel
pensiero monastico, del fatto che chiunque non debba domandarsi della
natura del proprio lavoro. La regola dei monaci benedettini prescrive
inoltre che la natura del lavoro non ha alcuna importanza poiché il più
alto scopo del lavoro non è il compiere qualcosa ma è bensì il rendere
umile l'anima del lavoratore facendo in modo che egli compia qualsiasi
ordine ricevuto accogliendolo come un principio, cosa che si rivela poi
utile in ogni ambito.
Nel medioevo questo prototipo dell'etica del lavoro protestante esisteva
soltanto all'interno dei monasteri, e non influenzò l'attitudine
prevalente della chiesa ne tantomeno la società su vasta scala.
Soltanto con la riforma protestante il pensiero monastico ebbe modo di
superare le mura dei monasteri.
Tuttavia Weber giunge ad enfatizzare che sebbene lo spirito del
capitalismo fondi la sua essenziale giustificazione religiosa nell'etica
protestante, successivamente si sarebbe emancipato dalla religione
cominciando ad operare secondo regole proprie.
Per utilizzare la celebre metafora di Weber si trasformò in una gabbia di
ferro religiosamente neutra. Questa è una definizione essenziale. Nel
nostro mondo globalizzato dovremmo pensare al termine "etica protestante"
negli stessi termini con i quali concepiamo la locuzione "amore
platonico".
Quando affermiamo che qualcuno ama un'altra persona platonicamente non
intendiamo certamente che egli sia un platonico o che aderisca alla
filosofia di Platone, o alla sua metafisica o a chissà cos'altro. Potremmo
attribuire una relazione d'amore platonico al seguace di qualsiasi
filosofia, religione o cultura.
Allo stesso modo possiamo parlare dell'"etica protestante" di qualcuno
senza con questo alludere al suo credo o alla sua cultura.
Perciò un giapponese, un ateo, o un devoto cattolico possono agire in
accordo e sintonia con "l'etica protestante".
Non occorre andare troppo lontano per rendersi conto quanto questo tipo di
etica abbia oggi influenza. Luoghi comuni come " Voglio fare bene il mio
lavoro" o "quella persona è stata sempre
produttiva/responsabile/affidabile nel suo lavoro" sono manifestazioni
inconscie della prescrizione del non chiedersi del perchè del proprio
lavoro dell'etica protestante.
Il far assurgere il lavoro come la cosa più importante della vita è
un'altro "sintomo" dell'etica protestante, che si manifesta in forme
estreme quando colui che, per diversi motivi, compreso lo stato di salute,
si trova impossibilitato a "compiere il proprio dovere" manifesta sensi di
colpa.
Visto in questo vasto contesto storico, il continuo dominio dell'etica
protestante non sorprende, anche se l'attuale "società del network"
differisce per molti aspetti da quella che la ha preceduta, la società
industriale. La sua "new economy" non implica una chiusura totale con il
capitalismo descritto da Weber: è semplicemente una nuova forma di
capitalismo.
Nel suo "L'età dell'informazione" Castells evidenzia come il lavoro, nel
senso di "fatica", non sta certo scomparendo, al contrario di quanto
sostiene invece Jeremy Rifkin nel suo "La fine del lavoro".
La nostra illusione che vede nella tecnologia lo strumento che renderà le
nostre esistenze meno centrate sul lavoro cade facilmente se consideriamo
gli eventi legati all'affermarsi della società del network e gli
proiettiamo nel futuro, dobbiamo perciò concordare con Castells sulla
natura della tendenza prevalente: " Il lavoro è, e sarà nel futuro
imminente e meno imminente, il nucleo dell'esistenza delle persone".
La stessa "società del network" non mette in discussione l'etica
protestante, lo spirito del lavoro domina facilmente anche essa.
Concepita da questo contesto la radicale natura dell'hacker consiste nel
proporre uno spirito e un'etica che pongano definitivamente in discussione
l'etica protestante attuale. In questo ambito scopriamo l'unico contesto
nel quale gli hackers sono dei crackers: il loro tentativo di scardinare
il lucchetto di quella gabbia di ferro.
L'obbiettivo della vita
Questa sostituzione dell'etica protestante non avverrà da un giorno
all'altro, ci vorrà del tempo, come per tutti i grandi cambiamenti
culturali.
L'etica protestante è così profondamente radicata nella nostra coscienza
attuale che spesso è concepita come peculiare e propria della "natura
umana". Ovviamente le cose non stanno così. Anche un solo breve sguardo
alle attitudini "pre-protestanti" sul lavoro confutano facilmente questa
credenza.
Sia l'etica protestante che l'etica hacker sono storicamente singolari.
La visione del lavoro di Richard Baxter era completamente avulsa da quella
della chiesa pre-protestante. Prima della Riforma i chierici tendevano a
dedicare molto tempo a problemi come. "C'è vita dopo la morte?" ma nessuno
si preoccupava della possibilità che ci fosse da lavorare dopo la morte.
Il lavoro non figurava nella rosa dei più alti ideali della chiesa. Dio
stesso lavorò per sei giorni riposandosi infine nel settimo. Questa era
quindi la più grande ambizione degli esseri umani: in paradiso, proprio
come ogni Domenica, la gente non avrebbe dovuto lavorare.
Si potrebbe affermare che la risposta del cristianesimo primigenio alla
domanda "Qual'è lo scopo della vita" potrebbe essere: lo scopo della vita
è la Domenica.
Questa asserzione non è troppo scherzosa. Nel quinto secolo Agostino
paragonò le nostre vite al Venerdì, il giorno nel quale Adamo ed Eva
peccarono, il giorno nel quale Cristo patì sulla croce. Agostino scrisse
anche che in paradiso avremmo trovato una perenne Domenica, il giorno nel
quale Dio scelse il suo riposo e Cristo ascese ai Cieli. "Esso sarà in
verità il più grande dei Sabati (Sabbath), un Sabato che non avrà fine" La
vita non è altro che una lunga attesa per il week-end.
Poiché i padri della chiesa concepivano il lavoro come una semplice
conseguenza del peccato originale diedero molta importanza alle
descrizioni delle attività di Adamo ed Eva nell'Eden.
Qualsiasi cosa essi abbiano fatto in tal luogo non può essere vista come
"lavoro". Agostino rimarca che nell'Eden "le mansioni quotidiane non erano
faticose", il tutto doveva essere quindi qualcosa di molto simile a un
piacevole hobby.
Gli uomini di chiesa "pre-protestanti" concepivano la fatica come
punizione. Nella letteratura "visionaria" medioevale che tratta delle
immagini infernali descritte dagli uomini di chiesa gli strumenti di
lavoro rivelano completamente la loro vera natura di strumenti di tortura:
i peccatori sono puniti con martelli e altri utensili.
Inoltre, secondo queste visioni, all'inferno c'è una crudele punizione
oltre la semplice tortura fisica: la perenne fatica.
Quando il fratello devoto Brendan, nel sesto secolo, durante la sua visita
all'oltretomba, vide un lavoratore si fece subito il segno della croce
rendendosi conto di essere giunto nel luogo dove ogni speranza doveva
essere abbandonata,
Ecco la narrazione della visione:
Quando attraversarono, a circa un tiro di schioppo (text: un tiro di
sasso) sentirono un rumore di trombe simile a un tuono, e il rumoreggiare
di martelli sugli incudini e sui ferri. Così Brendan armò se stesso del
segno della croce implorando: "O nostro Signore Gesù Cristo, liberaci da
questa plaga sinistra." E quindi gli giunse innanzi un dannato nel suo
lavorare, sporco, incolto, annerito dal fuoco e dal fumo. Quando egli vide
i servitori di Cristo raccolse tutte le sue forze e cominciò a gridare: "Woe,
Woe, Woe".
Se la condotta nella vita presente non sarà degna, pensano, si sarà
costretti a lavorare anche nella prossima. E per di più, quel lavoro,
secondo la chiesa pre-protestante, sarà assolutamente inutile e gravoso
come mai si potrebbe immaginare neanche nella peggiore giornata di lavoro
su questa terra.
Tutti questi temi si esprimono nell'apoteosi della visione del mondo
pre-protestante: la Divina Commedia di Dante (ultimata poco prima della
sua morte nel 1321) nella quale gli avari e i prodighi sono condannati a
spostare grandi massi, in un circolo perenne, per l'eternità.
(Qui Himanen riporta 4 terzine dal settimo canto dell' Inferno della
Divina Commedia: trascrivo ovviamente l'originale di Dante)
Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
voltando pesi per forza di poppa.
Percoteansi 'ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
Dante ricava quest'idea dalla mitologia greca. Nel Tartaro, dove i
peggiori esponenti dell'umanità venivano relegati, la punizione più severa
fu inflitta all'avido Sisifo, costretto a spingere per l'eternità un
masso sulla cima di una collina, che ogni volta rotolava nuovamente a
valle.
La Domenica, il riposo, è perennemente desiderata da Sisifo e dai
peccatori dell'inferno dantesco, ma per loro essa non giunge mai: sono
condannati a un Venerdì perenne.
Considerando questo contesto possiamo ora capire meglio che grandioso
cambiamento nelle nostre attitudini lavorative abbia apportato la riforma
protestante.
In termini allegorici essa ha spostato il centro di gravità dell'esistenza
dalla Domenica al Venerdì. L'etica protestante ha riorientato l'ideologia
così profondamente da rivoltare il paradiso e l'inferno. Da quando il
lavoro è diventato un fine per se stesso i preti hanno trovato difficile
immaginare il paradiso come un luogo di piacevole ozio e il lavoro non ha
potuto più essere considerato come punizione infernale.
Perciò, nel diciottesimo secolo il clerico protestante Johann Kasper
Lavater ha chiarito che "anche in paradiso non possiamo essere santi senza
avere un'occupazione. Avere un compito significa sentire una "chiamata",
avere una missione".
Il predicatore battista William Clarke Ulyat definisce il nocciolo della
questione affermando che il paradiso come concepito all'inizio del 20
secolo è "praticamente un mercato"
L'etica protestante si è mostrata talmente radicata da rendere anche la
nostra immaginazione "lavoro-centrica". Un ottimo esempio di ciò è
costituito dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1719), un romanzo scritto
da un uomo educato come un predicatore protestante.
Naufragato in un isola deserta Crusoe non se la prende comoda, lavora
sempre. E' però un protestante ortodosso, la domenica non viene rimossa,
egli osserva il precetto del riposo settimanale..
Dopo aver salvato un aborigeno dai suoi nemici gli da il nome di Venerdì,
tentando di convertirlo all'etica protestante ed elogiandolo in un modo
che chiarisce appieno l'etica ideale del lavoratore.
"Nessun uomo è stato mai più devoto, amorevole e sincero nel servire: i
suoi sentimenti nei miei confronti sono gli stessi che un bambino prova
nei confronti di suo padre."
In una versione satirica del romanzo, scritta da Michel Tournier nel
diciannovesimo secolo, la conversione di Venerdì (chiamato Vendredi) è
nuovamente totale.
Crosuoe decide di metterlo alla prova assegnandogli un compito da Sisifo
ancora più duro delle regole monastiche di Cassian.
Gli ho fatto svolgere la mansione che in tutte le peggiori prigioni del
mondo è considerata come la più degradante: scavare una fossa e riempirla
con il contenuto di una seconda, poi scavarne una terza e così via.
Lavorò a tale compito per un giorno intero, sotto un cielo limpido e con
un caldo torrido. Dire che Venerdì ha compiuto tale lavoro senza
ipotizzare dell'idiozia dello stesso è dire poco. In alcuni momenti l'ho
addirittura visto lavorare con una certa passione.
Sisifo è diventato un eroe.
La vita appassionata
Quando l'etica Hacker è considerata da questo vasto contesto storico è
facile constatare quanto essa, concepita non esclusivamente come legata ai
computers ma vista come un cambiamento sociale generale, rimanda
immediatamente all'etica pre-protestante che quella protestante.
In questo senso si potrebbe affermare che per l'hacker il proposito
dell'esistenza è più vicino alla Domenica che al Venerdì.
Ma, è importante notarlo, solo più vicino: in ultima istanza infatti
l'etica hacker non è la stessa cosa dell'etica del lavoro pre-protestante:
le visioni della quale sono costituite da una vita paradisiaca dove non si
fa un bel niente. Gli hackers intendono realizzare le loro passioni e sono
pronti ad accettare la possibilità che per esse si debba lavorare sodo.
Per gli hackers il termine "passione" descrive il tenore generale della
loro attività, sebbene tale attività non sia un gioco gioioso in tutti i
suoi aspetti.
Linus Torvalds ha descritto il suo lavoro su Linux come una combinazione
di piacevole passatempo e lavoro serio. "Linux è un hobby, ma nella forma
più seria degli hobby".
Lo hacking appassionato e creativo implica il lavoro duro. Raymond, nella
sua guida "Come diventare hackers" afferma: "Essere hacker è divertente,
ma è un tipo di divertimento che richiede un bel po' di sforzi"
Questo impegno è richiesto nella creazione di qualsiasi cosa, forse anche
un pochino di più.
Se è necessario gli hackers sono pronti alle parti meno interessanti e
noiose se esse sono necessarie alla creazione dell'opera completa.
Perciò la completezza del valore dell'opera finita, il suo significato, è
dato anche dai suoi aspetti più noiosi.
"Il lavoro duro e l'impegno diventano una sorta di gioco intenso piuttosto
che qualcosa di noioso".
C'è una profonda differenza tra il non provare gioia e l'aver trovato una
passione per la realizzazione della quale si è disposti ad affrontare cose
poco divertenti ma non meno necessarie.
Da L'etica Hacker e lo spirito dell'età dell'informazione di Pekka
Himanen, Linus Torvalds e Manuel Castells (Random House 2001) Per
ulteriori informazioni si veda www.hackerethic.org. Questo scritto può
essere pubblicato sul web con queste informazioni incluse.
From The Hacker Ethic and the Spirit of the Information Age by Pekka
Himanen with Linus Torvalds and Manuel Castells (Random House, 2001). For
more, see
http://www.hackerethic.org/. This writing can be published freely on
the web with this information included.
La presente traduzione è di Danilo Moi
http://www.attivista.com/2003/giugno/etica_del_lavoro_hacker_himanen.html
Essa può essere liberamente pubblicata includendo anche queste ultime
informazioni.
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