Di che segno sei?
Didattica delle scienze e
consapevolezza scientifica
Luigi Cerruti
Contesto di disinformazione e
azione di contrasto
Non essendo uno di quelli che non guardano mai la televisione posso testimoniare
che al mattino, fra le sei e le sette, Canale 5 trasmette per ben quattro volte le
'previsioni' astrologiche della giornata. Alla sera, dopo aver scansato gli alieni e i
miracoli che citavo prima, ridotto ad uno zapping
desolato incappo in maghi, cartomanti e veggenti che predicono la sorte via telefono. Nel
frattempo - fra mattino e sera - ho preso il pulman che mi porta da Vinovo a Torino e
viceversa. Quaranta minuti ogni volta, spesso istruttivi, perché le ragazze e i ragazzi
che vanno o tornano da scuola, nel fitto grandinare di bestemmie discutono di 'sfiga' ed
amuleti, e, se si conoscono appena, si domandano inesorabilmente: di che segno sei? Certo,
se parlassero di ferormoni o di superstringhe non sarei meno sconcertato. In realtà, il comportamento
privato dipende da un condizionamento pubblico.
La seriosa Stampa di Torino nel supplemento del
venerdì dedica mezza pagina ad una rubrica di astrologia. Mentre scrivo queste note il
'mio' oroscopo recita: "Stimoli fecondi tra intuito e intelligenza facilitano la
riuscita delle imprese più strane ed estemporanee". Dato che l'oroscopo è riferito
a circa cinque milioni di italiani c'è da aspettarsi una settimana sorprendente. Una
persona su dodici starebbe meditando "tra intuito e intelligenza" di
intraprendere qualche strana impresa ...
Spettacoli, serials, talk shows, comunicazione di massa costituiscono un
contesto di disinformazione che produce una
profonda distorsione mentale, rafforzata costantemente all'interno del gruppo di
riferimento dei coetanei. Panzane spropositate vengono prese per vere; qualsiasi terrore
si trasforma in una minaccia reale; donne, uomini, politici di plastica appaiono come
ideali da imitare o da seguire. Forse non ce n'è bisogno, ma chiarisco comunque che sono
contrario ad ogni censura: non mi manca affatto un più ampio proibizionismo esteso ad
oroscopi, fatture e megalomanie. Mi interessa invece individuare luoghi e procedure per
realizzare un'efficace azione di contrasto.
Il nostro Paese ha - per ora - la fortuna di avere una scuola pubblica che anche
nella fascia secondaria è diffusa capillarmente sul territorio. Una scuola che nelle sue
diverse espressioni, dall'Istituto tecnico industriale al Liceo classico, possiede una
risorsa di straordinaria forza e ricchezza: i suoi insegnanti. L'imbecille e l'incolto
sono rari; l'abulico non manca, ma spicca perché è circondato da una buona maggioranza
di docenti che fanno del loro meglio in condizioni spesso precarie. L'avvio dell'azione di
contrasto deve partire da questa particolare maggioranza, che per dovere professionale non
può essere silenziosa. Cercherò di dimostrare che in un secondo tempo, molto ravvicinato
al primo, gli studenti potrebbero diventare i protagonisti di una azione diretta a dare un significato esistenziale alla cultura
scientifica.
Valori e valori-altri della scienza
Nelle prossime sezioni chiarirò che il nostro essere gli 'ultimi' non ci priva di
grandi possibilità di intervento. Qui vorrei porre la questione dei valori nella
prospettiva ristretta dei valori della conoscenza scientifica e in riferimento
all'ambiente circoscritto dei ricercatori universitari.
Ciò che ricordavo a proposito dei giovani è graniticamente vero per gli adulti
dediti alla ricerca scientifica: il loro sistema di valori professionali sembra essere
impenetrabile, immodificabile, intangibile. D'altra parte il 'richiamo' che ho fatto al
rispetto per i valori dei nostri studenti è altrettanto valido nel caso dei valori
condivisi da gran parte dei ricercatori, infatti ogni discorso sui valori diventerebbe un
futile predicozzo se non mettesse in risalto che esiste, fortunatamente, un pluralismo di valori, alcuni dei quali possono
essere messi in opposizione fra di loro, almeno in una prima approssimazione non
dialettica. Così non è in senso spregiativo che definisco semplicemente valori quelli che sostengo in questo articolo (e
che vivo a livello esistenziale), e chiamo invece valori-altri
quelli nutriti dalla maggioranza dei miei colleghi. Il Lettore mi perdonerà, concedendomi
un minimo di auto-ironia.
Nello Schema 1 considero tre
opposizioni fra le molte possibili.
Schema 1
Il pluralismo dei valori
agibilità
del mondo vs. dominio sulla natura
pluralismo
epistemologico vs. riduzionismo
attitudine
contemplativa vs. intenzione baconiana
In realtà, come si vede
immediatamente, l'alterità dipende
esclusivamente dal punto di vista che si assume. Visto dalla sinistra dello schema il dominio sulla natura appare come un valore-altro;
analogamente, considerata dalla destra dello schema è l'agibilità del mondo a diventare un valore-altro.
Dovendo fare una scelta in questa palese simmetria, leggo tutto da sinistra e mi permetto
di definire (ma non in senso spregiativo) valori-altri quelli che sono in opposizione ai
miei. Ho raccolto in Tabella I sette valori che ritengo pertinenti alla scienza nei suoi
diversi aspetti di patrimonio conoscitivo, di pratica sociale, di disposizione verso il
mondo.
Tabella I
La conoscenza scientifica: valori e
valori-altri
Valore |
Riferimenti
descrittivi |
Valore-altro |
Riferimenti
descrittivi |
Utilitaristico |
L' agibilità
del mondo |
Utilitaristico |
Il dominio
sulla natura |
Politico |
La conoscenza scientifica come costrutto sociale |
Ideologico |
La conoscenza scientifica come espressione di verità universali |
Epistemico |
Il contenuto di verità delle scienze |
Epistemico |
La verità
del contenuto delle scienze |
Etico
& Politico |
Il pluralismo
epistemologico delle pratiche conoscitive |
Etico
& Politico |
Il riduzionismo
epistemologico e ontologico dei livelli di realtà |
Cognitivo |
La ricerca scientifica richiede curiosità, competenza
e creatività |
Cognitivo |
La ricerca scientifica richiede rigore, competenza
e metodo |
Metacognitivo |
Bellezza,
gioia e potenza della conoscenza |
Metacognitivo |
Potenza,
efficacia e superiorità della conoscenza scientifica |
Contemplativo |
La
bellezza, complessità, unità della natura (che include l'umanità) |
Investigativo |
La fruibilità
del mondo |
Il valore utilitaristico è il meno controverso di
tutti, anche per il continuo battage
pubblicitario organizzato dalla comunità scientifica per convincere l'opinione pubblica,
e i dirigenti politici, della dubbia utilità economico-sociale di molte proprie imprese.
In ogni caso è certo che la conoscenza scientifica ha reso il mondo più agibile. Il
richiamo semantico implicito al cosiddetto 'permesso di agibilità' per gli edifici è
voluto, per mettere in primo piano la concezione del mondo come dimora, un mondo in cui sia
confortevole e consapevole il vivere. Sull'altro versante dell'opposizione è sufficiente
una constatazione: le conseguenze sociali e ambientali della vocazione al dominio sulla natura sono davanti agli occhi di
tutti noi. Qui è netto il contrasto fra i valori che si vorrebbero incardinati
nell'impresa scientifica, anche perché essi agiscono nello stesso ambito utilitaristico.
Nettissima è l'opposizione fra una conoscenza scientifica intesa come costrutto sociale e la conoscenza scientifica
ristretta ad una virginea espressione di verità
universali, però si deve tener conto che i diversi valori operano in ambito diversi.
Il primo valore è politico in quanto apre una prospettiva di mediazione consapevole fra
scienza e società, in particolare attraverso un ri-orientamento della ricerca basato
sulla cognizione esatta da parte degli scienziati delle dinamiche sociali, interne ed
esterne al loro lavoro. Il secondo valore si basa su assunti filosofici, ma è ideologico
nell'uso corrente degli stessi filosofi della scienza. Se la scienza è l'unica attività
umana in grado di esprimere verità universali allora essa gode di un privilegio assoluto,
quasi divino (l'afflato verso l'assoluto ...). Lo stesso senso di superiorità pervade i
valori epistemici, cognitivi e metacognitivi vantati da molti scienziati e da non pochi
educatori.
Che esista un pluralismo epistemologico nelle diverse
discipline scientifiche è per me un fatto incontrovertibile; tutta la ricerca
storiografica attenta alle differenze lo
conferma. Ritengo però di dover dare qualche spiegazione per aver definito etico e
politico questo valore che intrinsecamente è di natura meta-epistemica. Etica è
l'accettazione stessa del pluralismo: si tratta da una parte di rispettare le
opinioni/conoscenze altrui (i 'contenuti' delle scienze), e dall'altra di rispettare le
diverse modalità di formazione/acquisizione delle conoscenze (i 'metodi' delle scienze).
Etico e politico è il baluardo che il pluralismo epistemologico oppone contro il pensiero unico, già esplicitamente
riduzionista in campo economico-sociale, quando afferma che tutta l'economia va ricondotta
al mercato. Vorrei che qui il Lettore riflettesse sulla violenza che questo atteggiamento,
pur dominante, esercita sulla nostra complessa umanità:
non vi sono più donne, uomini, genitori,
insegnanti, cittadini, ma solo e semplicemente il consumo, un indice macroeconomico.
Mi pare notevole il fatto che ci si
possa avvicinare a valori comuni, di segno utilitaristico, etico e politico, con
intenzioni assolutamente divergenti. D'altra parte è radicale il contrasto tra chi indaga il mondo come se fosse un colpevole a
cui estorcere la verità, e chi contempla il mondo
per capire se c'è una qualche relazione fra lui/lei e il mondo stesso. Vale la pena, in
effetti, di rendere più esplicito l'atteggiamento contemplativo, dato che il suo opposto,
l'investigativo, è noto a tutti: si fa ricerca scientifica per trarne un vantaggio,
umanitario, tecnologico o economico, per fruire
del mondo. Non vorrei comunque che la mia analisi fosse ritenuta essere quella di un
'purista', che mentre trepesta sulla tastiera di un calcolatore, finge di ignorare quanta
ricerca e quanto lavoro siano incorporati nel magnifico strumento tecnico che sta
utilizzando. Tutt'altro, il contrasto nasce invece dall'eccesso. Le civiltà orientali hanno ecceduto nella
contemplazione, le civiltà occidentali hanno estremizzato l'indagine.
Per quanto riguarda il valore contemplativo della scienza, andrebbe
precisato che sarebbe meglio definirlo un valore
meditativo, in quanto in un ambiente culturale cristiano, come quello in cui operiamo
in Italia, il termine 'contemplazione' ha una forte connotazione finalistica e teologica.
Nella tradizione patristica "la contemplazione è la più alta e più naturale
attività della mente (nous), quando si libera
dall'influenza perturbatrice delle passioni e dei desideri: è uno stato di comunicazione
diretta con Dio in cui la mente trascende l'attività discorsiva e conosce mediante
presenza o unione" ["Contemplation", in: J.Bowker, The Oxford Dictionary of World Religions, Oxford:
Oxford Press, 1999, ad vocem]. D'altra parte,
ben venga anche per un non-credente (come chi scrive) un atteggiamento spirituale che
assuma la natura come creazione divina, e che
consideri i contenuti scientifici un supporto indispensabile per una meditazione sulla bellezza, complessità, e unità della natura
stessa. Personalmente ritengo che l'intera natura, e l'uomo che ne fa parte, non siano
altro che fluttuazioni dell'energia/materia sullo sfondo della insondabile vacuità di un cosmo increato. Ho messo a confronto due
diversi atteggiamenti, il cristiano e il laico, perché il valore contemplativo della
scienza potrebbe diventare un tema di riferimento in ambito scolastico per le 'materie'
più diverse, indipendentemente dal credo (o dall'assenza di credo) di ciascuno, allievo o
docente che sia. Il valore contemplativo della
scienza è strettamente connesso al valore (sommo) dell'inviolabilità della natura (che
include l'uomo), ed entrambi possono essere proposti come ambiti di ricerca
pluri-disciplinare. Aggiungo che insisto spesso sull' 'inclusione' dell'uomo nella natura,
perché questa inclusione pone la specie umana 'accanto' alle altre specie che, per
adesso, popolano la Terra. Il Lettore mi concederà che non confondo le responsabiltà
della specie umana con quelle inesistenti dei pangolini o del granturco.
Un circuito ermeneutico e pragmatico
E' possibile articolare il rapporto
fra valori e contenuti nella forma di un circuito
ermeneutico e pragmatico, il cui andamento è rappresentato nello Schema 2 dalle
frecce in nero.
Schema 2
Valori e contenuti
Un circuito ermeneutico e pragmatico
|
Contenuti |
|
Valori |
||
Il tutto |
Significato esistenziale |
Ü |
Accettazione |
||
|
¯ |
ß |
|
Ý |
¯ |
Le parti |
Conoscenza |
Þ |
Pratica |
||
In effetti il circuito dello Schema 2
risulta composto dall'accoppiamento di due circoli distinti, indicati dalle frecce in
grigio; uno è propriamente ermeneutico, e connette significato
e conoscenza dei contenuti, ed uno è propriamente pragmatico, e connette accettazione e pratica dei valori. Prima di
considerare i due circoli separatamente, e nella loro interazione funzionale, ricordiamo
che il circolo ermeneutico classico, quello dell'interpretazione di un testo scritto,
opera con un continuo movimento: da un tutto,
inteso all'inizio come il luogo di una comprensione provvisoria del testo nel suo
complesso, va alle singole parti del testo, che
collocate in quel contesto preliminare forniscono i loro significati, parziali, ma intensi
e dettagliati. Il ritorno dalla parte al tutto avviene con un nuovo bagaglio di
conoscenze, che stabilisce una nuova interpretazione nella ripetuta considerazione del
testo come un tutto. La ripetizione del ciclo tende nel tempo ad una qualche
autoconsistenza.
Il significato dei due circoli separati dello Schema 2 è immediato, ed emerge
chiaramente dal gioco fra le parti e il tutto. La conoscenza di ogni singolo contenuto
disciplinare contribuisce/modifica il significato che la disciplina ha per chi la studia;
questo significato arricchito e complessivo si riverbera sulle conoscenze specifiche,
connettendole fra di loro (e facendo così affiorare nuove conoscenze). La pratica di ogni
singolo valore agevola/rafforza la sua accettazione, accettazione che avvenendo in un
sistema già pre-costituito riassesta questo 'tutto' ad un diverso livello; di qui riparte
una conduzione diversa della pratica in cui si esprime il nuovo sistema di valori, con una
'messa alla prova' che può nuovamente modificare l'accettazione.
Anche il circuito che accoppia i due circoli, l'ermeneutico e il pragmatico, è di
pronta interpretazione. L'accettazione di un valore
dà significato ai contenuti scientifici pertinenti. Ho chiamato questo significato
'esistenziale' perché considero la scienza un modo fondamentale per comprendere in
profondità il nostro mondo, corroborato in questo anche dalla lezione di Sein und Zeit. Quando Heidegger si pone il problema
di definire "un concetto esistenziale della scienza" prende immediatamente le
distanze "dal concetto «logico» che considera la scienza nei suoi risultati come un
«complesso fondato di proposizioni vere, cioè valide»". Per il filosofo tedesco
"[i]l concetto esistenziale intende la scienza come una modalità dell'esistenza e
quindi come un modo di essere-nel-mondo tale da scoprire, o aprire, l'ente o
l'essere". [M.Heidegger, Essere e tempo,
Torino: Utet, 1978, p. 516, tr. it. di P. Chiodi]. Il significato esistenziale di un
contenuto giustifica lo sforzo per acquisire una
conoscenza reale, e non volatile, del contenuto, e così conduce alla conoscenza attiva
del contenuto stesso. Un saldo possesso della conoscenza arricchisce la pratica del valore, perché ne
permette uno sviluppo tanto più ampio ed efficace quanto più il possesso conoscitivo del
contenuto è consistente ed articolato. Va da sé che un valore senza pratica è come un matrimonio senza
sesso, ossia è - con un termine che dice tutto - platonico. E infine la pratica conferma l'accettazione del valore, la rende
stabile e ben radicata. Il circuito si chiude su se stesso, e, come ogni circolo, è senza
fine. Per quanto riguarda i due poli ermeneutici, il tutto e le parti, si può ancora
osservare che un valore viene accettato nella sua interezza e che il significato
esistenziale è un tutto per definizione. Per contrasto, anche il più informato degli
scienziati conosce solo parte dello sterminato dominio della sua stessa disciplina, e che
anche il più attivo dei praticanti (o il più praticante degli attivisti) possono
compiere solo una parte delle azioni che testimoniano un particolare valore.
Più in generale, credo che circuiti
ermenutico-pragmatici simili a quello descritto nello Schema 2 siano costantemente all'opera nel nostro agire
quotidiano, ad esempio nel lento divenire di quei tratti della personalità che chiamiamo
abitudini, gusti, interessi. L'analisi di gran parte di questi tratti verificherebbe la
scomparsa dal discorso di qualsiasi tonalità etica, un fatto importante perché
confermerebbe (a) il carattere 'laico' dell'analisi esistenziale, (b) la complessità
originaria di ogni routine, (c) il lato
'pubblico' dell'azione individuale. Tralascio ovviamente in questa sede ogni indagine
specifica in direzione della quotidianità, per insistere sul fatto che l'aspetto pragmatico mette seriamente in difficoltà
l'andamento routinario della scuola, infatti esso impone al duo insegnante/studente un
porsi-fuori dalla consueta pratica auto-referenziale, in cui tutto si chiude nel liso
psicodramma della spiegazione/interrogazione. Per molti versi si tratta di un porsi-fuori
anche dalla scuola stessa. Quando la pratica diventa cura di sé e del mondo allora essa
si apre ad una effettiva socializzazione, e questa, nell'ambito scolastico, significa politicizzazione del curricolo.
Democrazia e cultura scientifica
Si possono individuare diversi interlocutori extra-scolastici. Il primo
di essi, in realtà, è quasi sempre privo di voce: incredibilmente il territorio, nel senso di habitat, è posto fuori
dell'orizzonte scolastico, così che si parla di scienze della natura, e non le si
usano per interpretare ciò che si vede, e ancor
più per vedere ciò che lo sguardo velato dalle diverse realtà virtuali non ci
permette più di vedere. Altri poli di riferimento, quali le istituzioni e le imprese, il sistema formativo e le strutture di ricerca,
richiedono modalità specifiche per poterli coinvolgere nell'attività didattica e nel
processo educativo. Ovunque vi saranno le burocrazie e i 'tempi stretti' ad ostacolare il
rapporto, ma l'abilitazione-a-fare qualcosa si deve (probabilmente) conquistare. Forse
siamo in una contingenza sociale in cui anche gli amministratori più negligenti e gli
imprenditori più ottusi sono in grado di capire il 'ritorno di immagine' che
l'assessorato o l'impresa possono conseguire aprendosi alle scuole. Una particolare
sottolineatura va fatta in riferimento al rapporto
con il volontariato, per un paio di motivi. Innanzi tutto il mondo del volontariato è
così ricco e differenziato da sottrarsi in certa parte al controllo delle burocrazie,
pubbliche e private; esso quindi può cercare di sopperire ai bisogni reali dei cittadini e non ai loro
'diritti', proclamati e mai rispettati. In secondo luogo il volontariato è impegnato nell'azione diretta, e
non nella 'descrizione dell'azione' a cui si riduce nella generalità dei casi la
didattica della scienze.
Se prima ho accennato alla sterilità
di un rapporto con i propri valori che non porti ad una loro 'sperimentazione', è anche
vero che la realizzazione può avvenire solo se la pratica è 'ammessa', se il praticante
è 'autorizzato'. Con questi termini - ammesso, autorizzato - sto cercando di avvicinarmi
ad una traduzione accettabile del termine inglese empowerment,
usato nelle scienze dell'educazione anglo-sassoni, una parola che con il suo richiamo
immediato al poter-fare della persona è centrato sull'individuo che viene empowered, mentre l' 'autorizzazione' richiama con
consuetudine latina un sistema gerarchico, a partire da una autorità esterna
all'individuo. In attesa di meglio, e con una certa insoddisfazione, adotterò i due
termini 'abilitazione' e 'accettazione', purtroppo entrambi infestati dai virus
linguistici della burocrazia. In ogni caso il senso che vorrei trasmettere è duplice:
avere-il-permesso-di-fare in quanto lo-si-sa-fare, e in quanto altri-accettano-il-fatto.
Con questa delimitazione dell'area semantica di riferimento possiamo considerare la
relazione reciproca tra pratica e abilitazione/accettazione.
Le innovazioni didattiche non sono
mai cosa semplice, e ancor meno lo è fare scuola fuori dalla scuola. In entrambi i casi,
quando perdura la volontà innovatrice si articola un circuito interessante, di reciproco rafforzamento fra azione personale diretta e
consenso pubblico all'azione, così come è indicato nello Schema 3.
Schema
3
Efficacia dell'azione diretta
necessita
¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾®
azione personale
abilitazione
a fare
¬¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾
permette
impone
¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾®
pratica comune
accettazione
sociale
¬¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾
alimenta
Non si devono avere illusioni sulla
'facilità' con cui si potrebbero realizzare nella scuola e fuori della scuola le
azioni/condizioni dello Schema 3. Come ha ricordato Luciano Gallino: "tutte le
formazioni economico-sociali, comprese quelle socialiste o comuniste del nostro tempo,
usano con la massima decisione e consapevolezza il proprio sistema educativo per eliminare
i residui delle formazioni precedenti, e porre le basi per una riproduzione priva di
devianza della propria". Le condizioni per un'abilitazione sociale alla pratica dei
valori vanno perciò ricercate con accorta prudenza, tenendo conto di tutti i vincoli al
contorno.
Per chi ancora dubitasse della
'legittimità' di una esplicita politicizzazione del curricolo ricordo che lo stesso 'agire educativo' è un 'agire politico' -
in aula o con un testo. Detto in forma piana: insegnando
formiamo dei cittadini, quindi siamo in un luogo nativo della democrazia, là dove la
società affida agli insegnanti il compito sacrale di favorire consapevolmente la
trasformazione di adolescenti in individui, a loro volta riflessivamente capaci di
partecipare alla strutturazione del proprio mondo-della-vita. D'altra parte, se si accetta
la prospettiva della 'scuola fuori della scuola' tratteggiata poco sopra, l'azione nel e
sul territorio non può non avere anche
connotati politici, oltre che didattici, educativi, formativi. Se poi la proposta
esplicita di una 'politicizzazione del curricolo' sembra sconveniente in un frangente
storico che proclama la fine delle ideologie - e perciò stesso della politica - possiamo
richiamarci a riflessioni che giungono da esperienze e situazioni in buona parte diverse
dalle nostre, ma a noi comuni sotto l'aspetto dominante del mercato unico mondiale. Derek
Hodson, un ricercatore canadese, ha sostenuto con forza la politicizzazione del curricolo
nel suo importante Teaching and Learning Science
(1998). Non vi è nulla di eversivo nella sua proposta che si articola in quattro momenti:
(I) Valutare l'impatto sociale del cambiamento scientifico e tecnologico, e riconoscere
che scienza e tecnologia sono, in una certa misura, culturalmente determinate. (II)
Riconoscere che le decisioni sullo sviluppo scientifico e tecnologico sono prese per
soddisfare interessi particolari, e che i benefici goduti da alcuni possono essere
ottenuti a spese di altri non 'beneficati'. Riconoscere che lo sviluppo scientifico e
tecnologico è inestricabilmente legato alla distribuzione della ricchezza e del potere.
(III) Sviluppare i propri punti di vista e stabilire la propria posizione nei confronti
dei valori ad essi sottostanti. (IV) Prepararsi all'azione e intraprenderla. Simpliciter.
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