Scienza e Pace

Paradigmi e pratiche a confronto

 

Vincenzo Balzani

Scienza e Pace: inquadramento generale del tema

 

 

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Sommario: Cos’è la scienza. Cos’è la pace secondo la gente. I cerchi della pace. L'intreccio Scienza-Pace. La "neutralità" della scienza. Governare la Scienza e la Tecnologia. Cosa può fare uno scienziato per la Pace. Cosa fare. Più si sviluppa la scienza, più c'è bisogno di pace.

 

 

Mi è stato chiesto di fare un inquadramento generale sul tema Scienza e Pace: è un compito non impossibile, ma certamente molto difficile. Si tratta, infatti, di un tema molto vasto, che riguarda la vita di ogni singola persona e anche di ogni nazione; riguarda, cioè, tutto quanto succede al mondo.

 

Cos’è la scienza

La scienza può essere definita un’attività umana che usa la ricerca per produrre conoscenza; o anche che la scienza è la ricerca della verità per quanto concerne il come è fatta la realtà, o ancora che la scienza è uno degli strumenti più importanti che abbiamo per cercare di capire come funziona il mondo.

Gli scienziati, infatti, per lungo tempo sono stati essenzialmente esploratori della Natura. Poi, man mano che hanno capito come funziona la natura, man mano che hanno accumulato conoscenza, hanno iniziato a fare cose nuove, ad inventare oggetti e processi che non esistono in natura e che quindi vengono chiamati artificiali (basti pensare alle materie plastiche, al computer, alla televisione). Questo ci porta subito a ricordare che dalla scienza nasce la tecnologia, che è il braccio (purtroppo spesso il “braccio armato”) della scienza.

La tecnologia oggi tocca, direttamente o indirettamente la vita di tutti.

 

Cos’è la pace secondo la gente

Definire la Pace è più difficile. Il vocabolario Devoto-Oli alla voce "pace" riporta: la situazione contraria allo stato di guerra. Questa è anche la risposta che la quasi totalità delle persone darebbe alla domanda "cos'è la pace?". Si capisce subito, però, che la definizione di pace come contrario della guerra è molto riduttiva. Resta il fatto che secondo il pensiero comune, pace è mancanza d'azione, è una situazione statica; nel linguaggio di tutti i giorni, infatti, "pace" è parola usata per significare accordo, condiscendenza, tranquillità, quieto vivere ("per amor di pace"), rassegnazione ("mettersi il cuore in pace"), il non curarsi dell'altro ("lasciarlo in pace").

In realtà, non è affatto così. La vera pace è un’altra cosa. La vera pace non è starsene in pace e disinteressarsi degli altri, non è rimaner isolati in un guscio o chiusi in una torre d'avorio; non è stare, ma fare; non è rinuncia, ma azione, anzi è relazione col mondo che ci circonda; la vera pace è ricercare la verità, esercitare giustizia, vivere in libertà, perdonare le offese, agire con amore e praticare la misericordia.

 

I cerchi della pace

Il problema del "fare la pace" ha vari livelli, che si possono rappresentare, in prima approssimazione, con cerchi concentrici. In realtà, poi, questi cerchi sono tutti interconnessi.

Un primo cerchio, un primo ambito, è quello della pace di ciascuno con se stesso; poi c'è la pace nell'ambito familiare, la pace nel luogo di lavoro o di studio, la pace nei confronti delle "cose", la pace tra le classi sociali e infine la pace fra le nazioni.

Fare la pace con se stessi vuol dire accettarsi così come Dio ci ha voluti, ciascuno con i suoi limiti, i suoi difetti e anche i suoi talenti, senza confidare troppo nelle nostre capacità di "migliorare".

Ad ognuno dei livelli, poi, nella vita concreta di tutti i giorni, fare la pace o fare la guerra significa, sia per i singoli individui che per le nazioni, scegliere fra atteggiamenti opposti.

- amore invece di odio: questa è la scelta più importante; è la scelta decisiva per qualificare ogni azione che si compie. Se una nazione sceglie l'odio nei confronti di un'altra nazione può distruggerla con le armi derivanti dalle più recenti scoperte scientifiche; se sceglie l'amore può aiutare l'altra nazione a risollevarsi potenziandone l'industria, l'agricoltura, i trasporti, la sanità, e il sistema scolastico. Bisognerebbe che ogni nazione ricca "adottasse" una nazione povera, così come una famiglia salda può adottare un bambino abbandonato. Questa idea della adozione a livello di nazioni mi sembra importante; se realizzata correttamente, potrebbe risolvere molti problemi.

Poi, per praticare la pace bisogna scegliere

- solidarietà invece di egoismo: una persona che vive nel lusso in mezzo a chi soffre la fame non fa la pace; una nazione che porta via ad un’altra nazione le risorse della sua terra non fa la pace;

- impegno invece di menefreghismo: fa la pace chi, come don Milani, dice: "I care", mi importa di te; non fa la pace chi non si cura del suo prossimo, chi dice "me ne frego" come facevano i fascisti;

- mondialità invece di nazionalismo: non fa la pace chi difende i privilegi della sua famiglia o della sua nazione; fa la pace chi accoglie gli immigrati come fratelli;

- pluralità invece di dogmatismo: non fa la pace chi scrive il nome di Dio sulle sue bandiere, chi vuole imporre la propria verità; fa la pace chi rispetta le altre fedi e le altre culture;

- donare invece di prendere: non fa la pace chi rapina il suo prossimo; non fa la pace chi depaupera e inquina la Terra; la pace non è mai il risultato di una vittoria;

- servire invece di esigere: non fa la pace chi pretende di comandare; fa la pace chi dona una parte del suo tempo al volontariato. L'arma migliore per vincere il combattimento della pace, come mostra il Vangelo, è il proprio sacrificio.

 

L'intreccio Scienza-Pace

Ecco allora che se, come abbiamo visto, la scienza tocca la vita di tutti direttamente o indirettamente attraverso la tecnologia, e la pace è agire riguardo la vita nostra e degli altri, Scienza e Pace sono due temi strettamente intrecciati che comprendono o coinvolgono tanti altri temi. Ecco allora perché parlando di scienza e di pace si parla anche, inevitabilmente, di politica, di economia, di geografia, di povertà e di ricchezza, di problemi ambientali, di fame e di siccità, di energia, di armi, di educazione, di informazione e di altro ancora; per me, cristiano, significa anche parlare di fede poiché tutto quanto accade, nella mia vita e nella vita dei popoli, interpella direttamente la mia fede.

 

La "neutralità" della scienza

Riguardo la Scienza, uno dei temi più discussi sin dal mitico 1968, quando erano così frequenti le occupazioni delle università, è quello della sua neutralità o non neutralità.

Si tratta di un problema complesso che può essere analizzato in questo modo. La scienza intesa come sapere ha caratteristiche di oggettività e di rigore ed è neutrale. Per esempio, se si vuole conoscere come funziona il processo di fotosintesi nelle piante, si fanno esperimenti e si verifica che nelle foglie delle piante c'è la clorofilla che è in grado di assorbire la luce del sole e di iniziare una reazione chimica di trasferimento elettronico. Tutti gli scienziati, atei o credenti, di destra o di sinistra che hanno studiato la fotosintesi sono giunti a questa conclusione. In questo senso, cioè per quanto riguarda il "sapere", la scienza è neutrale proprio perché è rigorosa ed oggettiva.

Ma la scienza non è solo "sapere", è anche "agire" e lo scienziato, come un qualsiasi uomo, quando agisce lo fa in base a fini e a valori, che non sono mai neutrali. Ad esempio, uno scienziato può svolgere ricerche al fine di capire come funziona la fotosintesi, o può fare ricerche al fine di creare nuovi esplosivi. Nel scegliere il fine ultimo a cui tende la ricerca, cioè nel scegliere il campo in cui agire, la scienza non è neutrale.

Prima del '68, e purtroppo ancora oggi, molti scienziati non si ponevano questo problema e dicevano ( e ancora oggi dicono) di fare ricerca scientifica, punto e basta. Famosa è rimasta, ad esempio, una risposta che sembra sa stata data da Enrico Fermi, uno dei padri dell'energia nucleare, a chi sollevava il problema delle implicazioni sociali e politiche delle sue ricerche: "Lasciatemi in pace, la fisica è così bella".

Lo scienziato che non ha suoi fini e valori, che non si chiede "che senso ha quello che faccio", finisce per fare il gioco di chi gli finanzia le ricerche e più in generale delle classi dominanti. Il merito del '68 è stato quello di aver smascherata la neutralità della scienza come attività umana, come "agire", e l'aver sottolineato che se lo scienziato non si cura di agire secondo suoi fini e valori, diventa servo di chi comanda; in questo senso, lo slogan "La scienza è serva del potere" è giustificato.

In conclusione, la scienza è neutrale nel senso che giunge a conoscenze oggettive, ma come attività umana non ha senso che sia neutrale, non deve e, anzi, non può essere neutrale.

Questo discorso ci porta al problema se sia o no opportuno porre limiti alla ricerca scientifica. E qui il problema è molto complesso. Il primo obiettivo della ricerca scientifica è scoprire tutte le verità, e a questo obiettivo non sembra possano essere posti limiti. Ma abbiamo visto che la scienza è sapere ed agire, e mentre non sembra logico porre limiti al sapere, sembra giusto porre limiti all’agire. Il problema, però, è molto più complesso di quanto appaia a prima vista perché sapere ed agire sono intrecciati: il sapere presuppone un agire, ma anche l'agire presuppone un sapere. Mi spiegherò meglio dopo con un esempio.

Non aiuta molto neppure la distinzione che usualmente si fa fra ricerca pura e applicata. La ricerca applicata è chiaramente un "sapere" si pone dei "fini", che presuppone cioè un agire. Quindi deve essere sottoposta ad un giudizio morale riguardo i fini e deve essere soggetta a limitazioni.

Si potrebbe sostenere che questo problema non sussiste nel caso della ricerca pura, ma la ricerca veramente pura è molto, molto rara. E in ogni caso, foss'anche veramente "pura", ci sono ugualmente problemi.

Anzitutto il modo in cui si opera, problema che riguarda particolarmente il campo medico e delle biotecnologie, dove per far ricerca bisogna agire sui viventi: su topolini, su cani, su scimmie, e anche su uomini. Ogni ricerca volta a studiare come funziona la vita implica una qualche manipolazione della vita stessa. Ecco chiaramente un campo dove il sapere è strettamente intrecciato ad un agire che può non essere lecito. Dov’è il confine?

Poi c'è il problema delle risorse impiegate. La ricerca scientifica, anche pura, costa molto. Basta pensare alla fisica delle alte energie o alla ricerca spaziale. Se si finanziano queste ricerche, possono mancare i fondi per altre quelle sulla cura dei tumori o sull'effetto delle piogge acide sull'ambiente. Anche questo è un problema etico, su un agire che precede il sapere: bisogna fare delle scelte e, quindi, ci dovranno essere delle limitazioni.

Se la scienza è fatta di "sapere" e di "agire", a volte con la predominanza dell'aspetto "sapere", la tecnologia è essenzialmente "agire". La tecnologia, infatti, è l'applicazione delle scoperte scientifiche volta alla costruzione di oggetti, macchine e congegni che abbiano una funzione. Si capisce subito, allora, che la tecnologia può essere molto pericolosa e bisognerebbe controllare che non sia usata male.

 

Governare la Scienza e la Tecnologia

Ci sarebbe bisogno quindi di porre limiti o, meglio, di governare la scienza e la tecnologia, ma è molto difficile per varie ragioni: 1) si tratta di un campo in continua e rapidissima espansione; 2) in certi casi il limite fra il lecito e l'illecito non è ben definito e neppure ben definibile; 3) se si stabiliscono dei principi e delle regole, devono valere in tutto il mondo, perché ricerca e sue applicazioni riguardano tutto il mondo. Ma come stabilire questi principi e queste regole?

Secondo alcuni, sono gli scienziati che dovrebbero dotarsi di un codice morale. Altri sostengono che in una società democratica ideale lo scienziato dovrebbe render note le finalità delle sue ricerche e sottoporle all'approvazione della società stessa. La scienza non è un enclave che possa sottrarsi ai principi etici che regolamentano una società. La libertà della ricerca è un valore da salvaguardare, finché non entra in conflitto con altri, più importanti valori. Quando però si scende nel dettaglio (chi, e in base a quali criteri dovrebbe decidere) si capisce che questa è una via molto difficile.

D'altra parte sappiamo bene che un consenso su scala mondiale non si raggiunge neppure su problemi molto più semplici e più specifici. Basta guardare quante convenzioni internazionali, molto più limitate, non sono state sottoscritte dagli USA (e se non sono sottoscritte dagli USA, che è la nazione più potente della terra, non valgono nulla). Un accordo generale sul “governo” della scienza e della tecnologia, quindi, è per il momento impensabile, e infatti non ci si prova neanche. Ci vorrebbe un ONU molto forte, ma non c'è, e forse non basterebbe.

La situazione, in effetti, è grave. Anche nel recente caso di (supposta) clonazione umana, si sono levate voci a favore di un controllo legislativo, ma non si sa da che parte cominciare. Su Repubblica, Umberto Galimberti ha scritto che ormai l'uomo è impotente contro la scienza, perché la scienza è più forte dell'uomo; la domanda non è più "cosa possiamo fare noi con la tecnica", ma "che cosa la tecnica può fare di noi". Forse è una esagerazione. Certo segnala un pericolo. Bisogna sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo questi problemi, e bisogna spingere i governanti ad affrontarli.

 

Cosa può fare uno scienziato per la Pace

E' difficile che uno scienziato, come tale, possa fare qualcosa di molto importante per la pace. Un caso veramente eccezionale è quello di Linus Pauling, un grande chimico che ha ricevuto il premio Nobel per la chimica nel 1954 e poi, nel 1962, il premio Nobel per la Pace. Per la sua attività volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sui pericoli delle armi nucleari, Pauling fu denunciato come comunista e traditore della patria all'epoca del maccartismo, gli fu tolto il passaporto per un certo periodo, dovette dimettersi da presidente del Dipartimento di Chimica del Caltech, fu perseguitato per anni dal FBI e minacciato più volte di essere messo in carcere.

Se è difficile che uno scienziato possa fare qualcosa di molto importante per la pace, è molto più facile, purtroppo, che possa fare qualcosa di importante contro la pace.

Con riferimento a questo problema, possiamo distinguere diverse situazioni.

(i) Anzitutto ci sono, purtroppo, gli scienziati che lavorano per lo sviluppo di nuove armi. Di questi, e sembra siano circa 500.000, in gran parte concentrati negli Stati Uniti, un tempo anche in Russia, ora, in crescendo, in Cina, c'è poco da dire. Alla mattina, da buoni mariti e padri, salutano con un bacio la moglie e i bambini, e vanno a progettare armi sempre più micidiali che uccideranno altri padri, mariti, mogli e bambini. Perché lo fanno? Perché qualcuno li ha convinti che esiste un nemico che vuole distruggere la loro nazione e i loro privilegi; oppure, peggio ancora, lo fanno soltanto per denaro.

 

(ii) Scienziati che ricevono fondi dall'apparato militare per fare le loro ricerche di base. Negli Stati Uniti la distribuzione di fondi da parte dell’apparato militare per finanziare ricerche di base pervade la comunità scientifica e crea una intreccio che è poi difficile da sciogliere. Gli scienziati guardano con simpatia le agenzie militari che sono così generose nel finanziare le loro ricerche di base, e i militari traggono poi da queste ricerche molti spunti per applicazioni di loro interesse e pian piano coinvolgono gli scienziati in queste altre ricerche.

Questo tentativo di coinvolgere la ricerca pura in quella militare è cosa molto comune, così comune che è capitata anche a me. Una decina di anni or sono nel il mio gruppo di ricerca iniziammo a studiare dei composti chimici nuovi chiamati dendrimeri (il nome di questi composti deriva dal fatto che sono molecole ramificate, fatte ad albero). Nel giro di qualche anno ottenemmo risultati di un certo interesse su alcuni di questi composti, risultati che pubblicammo su una rivista scientifica americana. Noi studiavamo questi dendrimeri avendo come obiettivo il loro uso per la fotosintesi artificiale, cioè per utilizzare l'energia solare. Un giorno, con mia grande sorpresa, mi è giunta una lettera su carta intestata dell'esercito americano che sostanzialmente diceva: "Caro Prof. Balzani, sappiamo che lei è un esperto nella ricerca scientifica sui dendrimeri. Pertanto la invitiamo a partecipare ad un incontro nel quale si discuterà delle possibili applicazioni di queste nuove molecole nel campo militare, in particolare per ottenere nuovi esplosivi. Naturalmente le saranno rimborsate tutte le spese ecc. ecc.". Era anche implicito che mi avrebbero dato un grosso finanziamento per fare ricerche in questo campo, così come poi hanno finanziato i miei colleghi americani che hanno accettato l'invito. Ho risposto che non era mia intenzione partecipare ad un simile incontro e che pensavo che si dovessero studiare i dendrimeri non per applicazioni militari, ma per scopi civili ed utili alla pace.

Voglio subito sottolineare che il mio non è stato un gesto "eroico". Qualche finanziamento, del tutto libero da condizioni, l'avevo già in Italia; in America ci sarei andato ugualmente dopo pochi mesi per partecipare ad un altro "libero" congresso; lo stipendio che ho dall'università è più che sufficiente per le mie esigenze, ecc.

 

(iii) Io penso che facciano danni alla pace gli scienziati che lavorano nel campo delle scienze della vita e si credono così bravi da voler imitare il Creatore, che vogliono trasformare l'homo faber nell'homo ipse creator. In un articolo apparso su Repubblica qualche tempo fa uno scienziato scriveva "...finalmente l'intelligenza della nostra specie è giunta al punto in cui può impadronirsi del proprio destino biologico, e …. trasformarlo per il bene comune, …. cioè per l'interesse generale della specie", concetto questo molto pericoloso perché presuppone il miglioramento della specie, che può passare dalla selezione degli embrioni nella fecondazione in vitro a tutte le incarnazioni storico-politiche che il "miglioramento della razza" ha avuto anche in tempi non lontani. L'interesse generale della specie può comportare l'eliminazione dei più deboli, degli handicappati, addirittura dei più poveri. Il che non è certo un'azione di pace.

 

(iv) Fanno male alla pace anche gli scienziati che si credono così bravi da capire tutto; così bravi da poter dimostrare scientificamente, addirittura, persino l'esistenza o la non esistenza di Dio. Ad esempio, uno scienziato in un suo libro, con schemi e altri ragionamenti, cerca di dimostrare scientificamente che non ha senso negare l’esistenza di Dio. Il suo è un cristianesimo sbandierato, un distinguersi per dividere. Non è certamente un'opera di pace.

Esattamente sull'altro versante, quello antireligioso, c'è un matematico che in suo libro vuole dimostrare che per uno scienziato, al giorno d'oggi, è impossibile essere credere in Dio. Aggiunge che "una religione veritiera si può fondare solo su corretti fondamenti scientifici", che "la vera religione è la matematica, il resto è superstizione" e che "la religione è la matematica dei poveri di spirito". Anche questa è una posizione presuntuosa, violenta, non di pace. In un più recente articolo ha sostenuto che la religione è una malattia e che presto ci saranno pillole per guarire dalla religiosinite.

 

(v) Infine, fanno male alla pace gli scienziati che ritengono di avere una sola missione da compiere: accrescere la conoscenza. Sono ammaliati dalla bellezza del loro mestiere, pensano che la scienza sia neutrale, si isolano in una loro torre d'avorio e non si interessano dell’uso che si fa della scienza, dei problemi della società e della politica.

Accennavo prima alla risposta che si dice sia stata data da Enrico Fermi a chi gli faceva presente il problema delle implicazioni sociali e politiche delle sue ricerche dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki: "Lasciatemi in pace, la fisica è così bella".

Anche oggi ci sono scienziati su queste posizioni:. Sul primo numero di Scienza Esperienza c'era questa dichiarazione di uno scienziato italiano:“La cosa che più mi stupisce è come tanti uomini di scienza possano rinnegare i principi guida del loro lavoro per mettersi a strillare pro o contro qualcosa che, con i criteri di serietà di valutazione applicati nella pratica scientifica, non può essere giudicato". Il rifiutarsi di intervenire sui problemi sociali, sulle scelte politiche e sui valori morali è, a mio parere, un comportamento contro pace. Perché pace, come ho discusso all'inizio, è azione, anzi è relazione col mondo che ci circonda.

Cosa fare

Lo scienziato che lavora per la pace si chiede cosa fa e perché lo fa. Se poi è un docente, ha una responsabilità ancora più grande perché viene a contatto con dei giovani che spesso non hanno idee chiare. Ad esempio, in un corso di Fotochimica, nel quale si spiega il principio di funzionamento del laser, bisogna anche ricordare che gli americani intendono usarlo come arma e bisogna cogliere l'occasione per parlare di guerra e di pace. Gli studenti, dopo qualche perplessità iniziale, perché non usa affatto parlare di guerra e di pace durante una lezione universitaria, si dimostreranno molto interessati .

Commentando la diffusione dell'istruzione nel secolo scorso, uno storico inglese ha scritto: “Education has produced many people who are able to read, but unable to distinguish what’s worth reading”. Negli ultimi decenni, e in particolare in questi ultimi anni, c'è stata una grande diffusione della cultura scientifica, della quale noi stessi siamo portatori. Ora non vorrei che fra qualche decennio gli storici fossero costretti a dire: “Scientific education has produced many people who are able to make science, but unable to distinguish what’s worth making”. Come scienziati e come cittadini abbiamo una grande responsabilità sociale e dobbiamo stare bene attenti che la scienza sia usata per la pace e non per la guerra, per alleviare la povertà e non per mantenere i privilegi, per ridurre e non per aumentare il gap fra i paesi sviluppati e quelli sottosviluppati.

 

Più si sviluppa la scienza, più c'è bisogno di pace

Negli scorsi decenni si è avuto un forte sviluppo della scienza e della tecnologia. Basti a pensare ai trasporti aerei, ai computer, ai telefoni. Allo stesso tempo abbiamo visto che è praticamente impossibile controllare le frontiere, gli aeroporti, ecc. e che basta un nulla causare black out disastrosi anche nelle nazioni più avanzate.

Tutto questo dimostra chiaramente che i sistemi tecnologici, economici e politici del nostro mondo occidentale, pur essendo molto funzionali ed efficaci, sono per contro estremamente fragili e vulnerabili.

Questo significa che la pace è una necessità; o si vive in relazione positiva con tutto il mondo, o il sistema va in crisi. Raniero La Valle ha espresso molto bene questo concetto: "I grattacieli delle Torri Gemelle avevano 110 piani in altezza più sette piani sotterranei: edifici lunghi quasi mezzo chilometro con una sola uscita, il pianterreno, raggiungibile solo per le scale quando gli ascensori vanno fuori uso. Se non si può fare a meno di simili edifici, bisogna stare in pace con tutto il mondo. E se la pace non è possibile, il sistema va in crisi. .......Si può costruire un sistema di aviazione civile che trasporti milioni di persone con aerei giganteschi che sia a prova di temperino o persino di una biro usata come un'arma? No, non si può, e allora se si vuole continuare a volare e a vivere così, occorre stare in pace con tutto il mondo. E se non si può stare in pace, allora il sistema va in crisi".

In conclusione, più si sviluppa la scienza, più c’è bisogno di pace. Ma ci può essere la pace in un mondo dove l'1% più ricco della popolazione mondiale dispone di ricchezze pari a quelle del 57% più povero, dove un quarto della popolazione mondiale vive con meno di un dollaro al giorno (ma nella CE gli agricoltori ricevono 3 dollari al giorno per ogni mucca che allevano), dove in certi paesi (Italia) c'è un medico ogni 169 persone e in altri (Ciad e Eritrea) uno ogni 50.000, dove ogni americano consuma energia come circa 10 cinesi, 20 indiani e 30 africani (il problema è reso più grave dal fatto che i cinesi sono 5 volte più numerosi e gli indiani circa 4 volte più numerosi degli americani)?

Ci vuole dunque la pace, ma la pace non è possibile se non cambiamo l'attuale modello di sviluppo. Sta noi, a ciascuno di noi operare, nei cerchi piccoli o grandi della sua vita, perché la pace si faccia più vicina.


 Testo tratto dal Workshop su Scienza e Pace. Paradigmi e pratiche a confronto Modena, 10 novembre 2003


Vincenzo Balzani è professore di Chimica Generale ed Inorganica all'Università di Bologna sin da 1972, dopo aver svolto la sua attività presso le università di Bologna e Ferrara come Assistente e Professore Incaricato. Nel periodo 1978-1988 è stato Direttore dell'Istituto di Fotochimica e Radiazioni d'Alta Energia del CNR di Bologna. Ha compiuto ricerche presso varie università straniere e nel periodo 1988-1992 è stato Presidente della Associazione Europea di Fotochimica. Sin dai primi anni sessanta si è interessato dell'azione della luce sulla materia, con particolare interesse al problema della fotosintesi artificiale. Ha compiuto ricerche nel campo della chimica dei composti di coordinazione e delle reazioni di trasferimento elettronico. Negli ultimi dieci anni si è occupato principalmente di chimica supramolecolare, con lo scopo di costruire dispositivi e macchine a livello molecolare capaci di svolgere funzioni utili, quali l'elaborazione di informazioni. E' autore di più di 400 lavori scientifici pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali.


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