85 - La Chimica e l’Industria - 7   Indice CI - Luglio/Agosto 2003 Editoriale D opo il tremendo input dell’11 settembre 2001, sembrano azzardate tutte le previsioni sull’evoluzio- ne economica e sociale della vita dei Paesi industrializzati nei prossimi decenni. Si riscontra tutta- via una certa concordanza nel ritenere che, qualunque scenario prevarrà, se si vuole privilegiare la salute dell’uomo e la salvaguardia dell’ambiente dovranno assumere grande rilievo le destinazioni all’in- dustria di materie prime rinnovabili fornite prevalentemente dall’agricoltura. È una scelta obbligata alla base di uno sviluppo sostenibile di cui, sia pur lentamente, sta prendendo coscienza, oltre all’opinione pubblica, anche chi ha potere decisionale. D’altra parte questo andamento è già in atto a livello mondia- le per i principali settori del non-food, con incrementi globali del 39,7% nell’ultimo quinquennio (+89,3 amidi, +58,4 oli industriali, +21,6 fibre), pur in modo disomogeneo nei differenti Paesi. Nell’UE le materie prime rinnovabili hanno un mercato dell’ordine di grandezza di 33; 5; 4; 2 milioni di tonnellate, rispettiva- mente per polimeri, lubrificanti, solventi e tensioattivi. Oltre alle suddette grandi filiere, un’altra destinazione, ora solo di nicchia ma con notevoli prospettive di sviluppo, è quella della cosiddetta «chimica verde». Materie prime vegetali rinnovabili possono trovare impieghi ormai noti nei settori di detergenza, bioplastica, cosmetica, farmaceutica, coloranti, antiparassi- tari, imballaggi, antiossidanti, antimicrobici ecc., ma anche in altri impieghi ora forse impensabili. Sono indispensabili capacità innovative, conoscenze approfondite dei materiali e dei processi, grande profes- sionalità, ed è assicurato un elevato valore aggiunto. Quasi concordemente molti responsabili di tutte le componenti  della  filiera  (agricoltura,  industria,  consumatori)  si  dicono  interessati  all’innovazione  e  allo sviluppo  di  nuove  iniziative  enfatizzando  le  caratteristiche  ecologiche  delle  produzioni  non-food  e  nel contempo lamentando la loro scarsa competitività economica in confronto ai prodotti di sintesi. Entram- be le motivazioni non sembrano del tutto corrette: non è vero che prodotti e processi della catena non- food, dall’agricoltura, all’industria, al consumatore siano sempre amici dell’ambiente e sempre non eco- nomici. Non esiste «un solo prodotto», «un solo processo». Non è lecito generalizzare. È possibile di- sporre di una vastissima gamma di piante in grado di fornire materie prime con caratteristiche completa- mente diverse in funzione di fattori genetici, tecnica colturale, modalità di raccolta e prima lavorazione. È possibile adottare metodologie di trasformazione molto diversificate. È possibile ottenere prodotti finali con peculiarità intrinseche ed estrinseche molto differenti. Quindi ecosostenibilità ed economicità della catena dipendono, caso per caso, dal numero e dalla combinazione degli anelli che la costituiscono. Le diverse possibili filiere devono essere valutate globalmente, passo passo nell’intero percorso, da pro- duzione, a trasformazione, a utilizzazione del prodotto, adottando le metodologie suggerite da Lca, ana- lisi eMergetica, eXergetica ecc. Probabilmente si riscontrerà che, a seconda degli areali e delle situazio- ni operative, possono essere effettuate scelte molto diverse. In tutti i casi sarà necessario tener conto contemporaneamente dell’economicità e della ecosostenibilità del sistema, aspetti inscindibili, poiché il secondo deve essere considerato come una componente rientrante nel calcolo del primo. Da una prima analisi generale del settore, le prospettive, anche a breve termine, sembrerebbero soddisfacenti: a) la ri- cerca ha ottenuto molti ottimi risultati; b) l’agricoltura sta rincorrendo nuove opzioni alternative alle coltu- re tradizionali sempre meno redditizie; c) l’industria sembra disponibile a diversificare e cercare nuove possibilità di penetrazione nei mercati; d) il consumatore (una fascia sempre più larga e non solo di gio- vani) è pronto ad acquistare, e pagare, prodotti con una valenza sicuramente (dimostrabile) ecologica per caratteristiche finali, origine e modalità di produzione; e) l’Unione Europea crede nel non-food e nel decennio 1989-97 ha finanziato 145 progetti, con l’impegno di oltre 1.500 ricercatori, contribuendo con 228 milioni di euro al costo totale delle ricerche (467 milioni di euro) con grande coinvolgimento dell’in- dustria chimica. Allora cosa ostacola un rapido decollo? Il problema vero, il collo di bottiglia del settore, è la mancanza di comunicazione fra i differenti attori della filiera. Quanti responsabili operativi del mondo dell’agricoltura e di quello dell’industria sono a conoscen- za dei risultati ottenuti? Quanti si sono seduti con convinzione ad un tavolo con i Colleghi degli altri set- tori per esaminare a fondo le possibilità, discutere le reciproche esigenze, fare confronti, abbozzare bi- lanci in chiave economica ed ambientale, anche con il coinvolgimento degli Enti con responsabilità terri- toriale? Il simposio IENICA «Non-Food Crops: from Agriculture to Industry», tenutosi a Bologna lo scor- so maggio, ha dibattuto, a livello interdisciplinare, le tematiche delle filiere: fibra, coloranti, oli tecnici e chimica verde. Si è trattato di un ulteriore tentativo di diffondere le conoscenze, sensibilizzare e far in- contrare realtà agricole e industriali e possibili consumatori. Gianpietro Venturi Ordinario di Agronomia generale e coltivazioni erbacee, Università di Bologna Materie prime rinnovabili per la chimica? Parliamone!!