Il cloro

di Giorgio Nebbia

(Parte II)

 

Alcuni successi e le loro ombre                                       Vai alla parte I

Negli anni venti e trenta del Novecento la chimica dei composti organici clorurati fece grandi progressi: fu scoperto che il cloro modificava numerosi idrocarburi fornendo composti clorurati suscettibili di impiego come solventi, per la preparazione di materie plastiche, di gomme sintetiche, di insetticidi. Nello stesso tempo aumentava la richiesta di cloro nelle industrie tessili e della carta e nel trattamento delle acque.

Fra i successi del cloro vi fu la scoperta del cloruro di vinile, un derivato clorurato ottenuto dall'acetilene o dall'etilene, che poteva essere facilmente trasformato in una materia plastica destinata a grandi fortune e ad altrettanto grandi polemiche.

La produzione industriale del cloruro di vinile e del cloruro di polivinile (PVC) cominciò nel 1928 negli Stati Uniti e nel 1933 in Germania; la loro fortuna era dovuta al fatto che con il PVC potevano essere fabbricati tubi, lastre, oggetti stampati, sacchetti per imballaggi, rivestimenti per fili elettrici, duraturi, non infiammabili, elastici.

Soltanto a partire dagli anni 50 è stato scoperto che il cloruro di vinile monomero, la materia prima per le resine PVC, è tossico; a partire dal 1970 fu scoperto che è anche cancerogeno e che i manufatti di PVC, quando sono bruciati negli inceneritori di rifiuti, provocano la formazione di acido cloridrico corrosivo e inquinante.

Il DDT e la primavera silenziosa

Un altro successo del cloro si ebbe negli anni quaranta, quando fu scoperto che un idrocarburo clorurato --- il dicloro-difenil-tricloroetano, o DDT , noto da molti decenni --- presentava eccezionali proprietà insetticide. Con massicci impieghi di questa polvere i soldati americani riuscirono a sopravvivere nelle paludi e nelle giungle asiatiche, nelle zone europee infestate dalla malaria, a impedire la diffusione dei parassiti nei campi di prigionia, fra i popoli affamati, nelle città devastate dai bombardamenti.

Già negli anni cinquanta del Novecento fu però scoperto che il miracoloso DDT e altri simili pesticidi clorurati, grazie alla loro eccezionale stabilità chimica, restavano inalterati nel suolo, nei raccolti, negli animali; anzi, essendo solubili nei grassi, passavano attraverso le catene alimentari dal suolo, ai vegetali, agli animali, alle acque, agli uccelli, ai pesci.

Quasi subito furono stabilite delle dosi massime per i residui di DDT ammessi nei prodotti alimentari. Nella seconda metà degli anni cinquanta, però, la diffusione del DDT nelle catene alimentari cominciò ad apparire un fatto non più locale, ma planetario; residui di DDT e dei suoi prodotti di trasformazione furono scoperti addirittura negli oceani lontani dai campi coltivati e dalle zone antropizzate. Ciò indicava che il DDT dai campi e dagli escrementi si diffondeva negli oceani e veniva trasferito da un animale all'altro fino a diventare un contaminante di tutta la biosfera.

Il DDT fu trovato nel latte delle madri, che lo avevano assorbito dal latte e dalla carne delle mucche e dai cereali e dalla verdura, con un continuo effetto di accumulo; in certi periodi la concentrazione del DDT nel latte materno è risultata superiore a quella massima ammessa per il latte in commercio.

La svolta decisiva si ebbe nel 1962 quando una biologa del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati uniti, Rachel Carson (1907-1964), pubblicò un libro-denuncia intitolato "Primavera silenziosa". Il libro spiegava che, se si fosse continuato nell'uso agricolo indiscriminato degli insetticidi clorurati, questi si sarebbero diffusi in tutti gli esseri viventi al punto che un giorno, morti anche gli uccelli, la primavera sarebba divenuta, appunto, silenziosa.

Il libro ebbe un enorme successo e portò rapidamente, nonostante l'irritata opposizione dell'industria chimica e gli innegabili vantaggi di un pesticida efficace e a basso costo, al divieto dell'uso del DDT e di altri simili pesticidi clorurati.

Il caso diossina

 Un nuovo punto a sfavore del cloro fu offerto dalla guerra nel Vietnam (1963-1975); per snidare i partigiani Vietcong dalla giungla in cui si nascondevano, protetti dalla popolazione locale, gli Stati uniti per anni hanno distrutto vasti tratti di foresta tropicale irrorandola con grandi quantitè di erbicidi, principalmente dell'"efficace" 2,4,5-T. Si trattava di un sale dell'acido tricloro-fenossi-acetico, a sua volta derivato dal triclorofenolo, altro composto clorurato usato per preparare anche prodotti cosmetici tipo il disinfettante esaclorofene.

Intorno al 1970 cominciarono ad apparire degli studi che rivelarono nella popolazione vietnamita, e poco dopo anche nei soldati americani reduci dal Vietnam, varie malattie dovute all'assorbimento di una sostanza fino allora quasi sconosciuta, la diossina (chimicamente 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-para-diossina), un contaminante dell'erbicida.

Per farla breve si scoprì che le industrie che fornivano l'erbicida 2,4,5-T all'esercito americano vendevano una qualità merceologica impura, contenente piccole quantità di diossina che si forma come impurità nella fabbricazione del triclorofenolo. Il cloro si trovò così coinvolto non solo come ingrediente di un processo industriale che genera una sostanza altamente tossica, ma anche, di nuovo, in una polemica sull'uso in guerra delle armi chimiche (uso da anni illegale) contro un territorio abitato dalla popolazione civile; anzi di armi chimiche i cui effetti colpivano gli stessi soldati americani.

La polemica si sarebbe fermata ai danni ecologici ed umani delle armi chimiche da parte di una grande potenza --- che in quegli anni, per inciso, si vantava di essere all'avanguardia nella battaglia ecologica --- se la diossina non avesse fatto la sua vistosa comparsa, qualche anno dopo, il 10 luglio 1976, nelle cronache di tutto il mondo.

Quel giorno, un sabato, in una piccola fabbrica di triclorofenolo a Meda, a nord di Milano, la ICMESA, si ebbe un'esplosione che fece uscire dal camino una "nube" contenente, in finissima dispersione, circa 2 chilogrammi di diossina che ricadde su alcuni ettari del territorio del vicino comune di Seveso, con danni alle persone e morte di numerosi animali. Il nome Seveso divenne così sinonimo della presenza di fabbriche pericolose, in zone densamente popolate, all'insaputa degli abitanti.

L'uso degli erbicidi e dell'esaclorofene, derivati dal triclorofenolo, fu gradualmente ridotto o vietato, ma il tutto contribuì ulteriormente a mettere in discussione l'utilità del cloro.

L'incidente alla ICMESA provocò un eccezionale interesse per la diossina, per la sua chimica, per la sua diffusione nell'ambiente. Ci si ricordò che altri incidenti, con fuoriuscita di diossina, si erano verificati in altre fabbriche di clorofenolo; la necessità di misurare la contaminazione del suolo e degli edifici spinse a mettere a punto nuovi metodi di analisi della diossina. Anzi "delle diossine" perché i composti clorurati della dibenzo-diossina sono molte decine, con diverse proprieta' e tossicita'.

Si vide allora che la diossina si formava anche negli inceneritori di rifiuti solidi urbani, a causa di reazioni fra il PVC o altre molecole clorurate con altri componenti dei rifiuti; che la diossina si formava nel corso dell'uso e della distruzione dei bifenili policlorurati (o PCB), i fluidi isolanti elettrici dei trasformatori, che tanto favore avevano fino allora incontrato proprio per la loro resistenza agli incendi.

Si scoprì che la diossina si formava nella combustione delle traversine ferroviarie di legno impregnate di pentaclorofenolo, eccetera. Ciascuna di queste scoperte provocò nuove leggi più rigorose nella progettazione degli inceneritori, nuovi divieti.

Il buco dell'ozono

Negli anni trenta i frigoriferi usavano come fluido frigorifero ammoniaca o anidride solforosa, sostanze irritanti e tossiche; si era ancora all'alba, anche negli Stati Uniti, della diffusione dei piccoli frigoriferi domestici per i quali occorreva qualche fluido frigorifero non tossico, poco costoso, non corrosivo, non puzzolente, non infiammabile.

La risposta fu offerta da alcuni composti gassosi contenenti cloro e fluoro, i vari clorofluorocarburi, o CFC, inventati prima del 1940, ma divenuti di uso comune dal 1950 in avanti nei frigoriferi (alcuni miliardi di unità) che hanno invaso le case in tutti i paesi industriali.

La produzione di CFC salì rapidamente, tanto più che si rivelarono preziosi anche come fluidi propellenti nei preparati spray (vernici, cosmetici, insetticidi), come solventi industriali, come agenti per il rigonfiamento delle materie plastiche espanse usate come isolanti termici, nelle imbottiture di divani e sedili per autoveicoli, eccetera.

Intorno al 1980 alcuni studiosi osservarono una graduale diminuzione della concentrazione del sottile strato di ozono che si trova nella stratosfera, fra 20 e 30 kilometri di altezza; l'ozono stratosferico ha la preziosa funzione di filtrare una parte, quella biologicamente nociva, della radiazione ultravioletta inviata dal Sole verso la Terra. Dopo lunghe polemiche si è scoperto che la decomposizione dell'ozono è dovuta a reazioni complicate che coinvolgono i gas clorurati come i CFC o i solventi clorurati liberati dalle attività antropiche sulla superficie terrestre e diffusi nella troposfera e poi nella stratosfera.

Attualmente vi sono norme internazionali per il graduale divieto della fabbricazione e dell'uso dei CFC; sono stati vietati come propellenti per prodotti spray, ma vengono ancora usati, e si trovano presenti, in innumerevoli merci da cui si libereranno lentamente in futuro. Tanto che sono prevedibili, ancora per molti anni, una progressiva diminuzione della concentrazione dell'ozono stratosferico e un lento graduale aumento del flusso di radiazione ultravioletta dannosa (UV-B) sulla superficie della Terra.

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