Dizionario di Chimica e di Chimica Industriale

I

Ibridazione - IUPAC

  

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IBRIDAZIONE 

Produzione di complessi molecolari o cellulari di diversa origine. Si  può avere ibridazione di acidi nucleici facendo interagire DNA con sequenze di RNA complementari a uno dei suoi filamenti: il complesso a doppia elica che ne risulta è un ibrido composto da un filamento di DNA e uno di RNA, tenuti appaiati dalle interazioni tra basi complementari (tra G e C e tra A e U. A seguito di questa reazione di ibridazione la sequenza di DNA complementare a uno specifico DNA può venire separata da altre sequenze di DNA non ibridate. Molecole di DNA “ibride” si possono produrre anche mediante la tecnica del DNA ricombinante, unendo fra loro molecole di plasmidi o di DNA virali (vettori “molecolari”) con sequenze di DNA naturalmente non presenti nelle cellule da cui derivano i vettori: le strutture ricombinanti che ne risultano sono dette “ibridi” o “chimere” molecolari. Ibridi molecolari si possono ottenere anche ricostruendo in provetta strutture proteiche complesse, quali i ribosomi, a partire da componenti estratti da cellule diverse. Si possono anche ottenere ibridi cellulari, attraverso la fusione di cellule derivanti da organismi diversi, addirittura appartenenti a regni diversi (animali e vegetali). L'ibridazione, resa possibile da trattamenti che alterano le proprietà di membrana delle cellule (ad es. ottenibili con polialcol quali il polietilenglicol, o con virus inattivati quali il virus Sendai), può portare a veri e propri ibridi cellulari (in cui anche i nuclei sono fusi) oppure a eterocarionti (singole strutture cellulari contenenti entrambi i nuclei delle cellule originali).

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IDRACIDO
Composti binario dell'idrogeno con un elemento non metallico che presenta le caratteristiche di un acido.  

IDRATAZIONE

Detto di di ioni: aggregazione di molecole di acqua a uno ione centrale. Detto di un composto organico: addizione di acqua ai due estremi di un legame multiplo (un atomo H ad un atomo di carbonio, OH all’altro). Ad es.: CH2=CH2 + H2O dà CH3CH2OH.

 

IDRATATO (o forma idrata) 

Composto solido contenente un numero definito di molecole di H2O per unità di formula. Ad es.: CuSO4·5H2O.

 

IDRATO  

Ione o molecola a cui sono legate molecole di acqua.

 

IDRAULICITÀ  

Proprietà di alcuni materiali, detti leganti idraulici, di far presa e indurire anche se immersi nell'acqua. Indice di idraulicità di un legante idraulico, rapporto fra la somma delle percentuali, in peso, degli ossidi di Si, di Al, di Fe e quella dell'ossido di Ca in esso contenuti.

 

IDRAZINA

Base di formula NH2NH2. Nome dato ai composti azotati che derivano dall'idrazina per sostituzione di uno o più atomi di idrogeno con altrettanti gruppi idrocarburici. L'idrazina  è un liquido incolore con punto di ebollizione a 113,5 ºC. Dà un monoidrato e si può ottenere anidra. È un riducente che reagisce con l'ossigeno a temperatura elevata dando azoto e acqua perciò la si usa per eliminare l'ossigeno dall'acqua delle caldaie ad alta pressione. Serve come combustibile liquido per missili perché oltre a reagire opportunamente con gli ossidanti come l'acido nitrico o l'acqua ossigenata, è, a temperatura ambiente, il liquido più ricco di idrogeno.

IDROCARBURI
Composti chimici costituiti da atomi di carbonio e idrogeno. A seconda delle loro caratteristiche chimiche si distinguono in: saturi (tutti i legami sono semplici) e insaturi (contenenti doppi o tripli legami), lineari e ramificati, alifatici e aromatici (questi ultimi contengono anelli di tipo benzenico). Gli idrocarburi noti sono molte migliaia, il più semplice è il metano (CH4). Si ottengono da fonti naturali, dalla raffinazione del petrolio o per sintesi chimica. Hanno in comune la proprietà di bruciare, producendo calore, per cui sono largamente usati come combustibili. Molti idrocarburi insaturi sono utilizzati come monomeri per produrre polimeri.

IDROCHINONE  

Paradifenolo di formula C6H4(OH)2. L'idrochinone  viene preparato industrialmente riducendo il chinone con biossido di zolfo o con ossido di carbonio. L'idrochinone si presenta sotto forma di cristalli incolori che fondono a 169 ºC, solubili in acqua, in alcool e in etere. È facilmente ossidabile a chinone; per le sue proprietà riducenti viene impiegato come rivelatore fotografico.

 

IDROGENO
L'idrogeno  era conosciuto sotto il nome di “aria infiammabile” dagli alchimisti, che lo preparavano trattando la limatura di ferro con acido solforico. Le sue proprietà furono però precisate soltanto nel 1766 grazie alle ricerche di Cavendish. L'idrogeno occupa il primo posto della classificazione periodica di Mendeleev; il suo atomo è costituito da un solo protone e da un solo elettrone. Il suo peso atomico è 1,00797. Sono noti due isotopi dell'idrogeno: il deuterio e il trizio. L'idrogeno  è un gas inodore e incolore. È la più leggera fra tutte le sostanze: la sua densità rispetto all'aria è 0,07. Attraversa un setto poroso più rapidamente di ogni altro gas ed è anche in grado di attraversare taluni metalli scaldati al rosso, come il ferro, il platino, l'iridio: tale proprietà può essere impiegata per far entrare in un tubo a vuoto piccole quantità di idrogeno (osmoregolatore di Villard). L'idrogeno è dopo l'elio il gas più difficile a liquefarsi. La sua temperatura critica è ­240 ºC; il suo punto di ebollizione a pressione atmosferica è ­252,7 ºC; solidifica a ­259,2 ºC. È un discreto conduttore del calore e dell'elettricità; viene facilmente assorbito da taluni metalli, come il palladio, che può scioglierne mille volte il proprio volume. La molecola dell'idrogeno è biatomica; a temperatura ambiente sono stabili due isomeri, detti ortoidrogeno e paraidrogeno. Ciò avviene perché nella molecola i nuclei dei due atomi ruotano su se stessi: nel primo i nuclei dei due atomi ruotano nello stesso senso, nel secondo ruotano in senso inverso. A temperatura ambiente prevale l'ortoidrogeno (75% della miscela), allo zero assoluto esiste solo il paraidrogeno. Le loro proprietà fisiche sono diverse, per es. il paraidrogeno conduce meglio l'elettricità.

Generalmente  poco attivo a freddo, l'idrogeno dà luogo, a caldo o in presenza di catalizzatori, a numerose reazioni. Ha numero di ossidazione 1, perciò è monovalente. Si combina direttamente alla maggior parte dei non metalli e dei metalli alcalini e alcalino- terrosi. I quattro alogeni danno i corrispondenti idracidi: la velocità della reazione e la quantità di calore svolta decrescono dal fluoro allo iodio. La combinazione con l'ossigeno per dare acqua avviene spesso con esplosione a temperatura elevata o in presenza di un catalizzatore (spugna di platino). La reazione con azoto, che dà luogo all'ammoniaca, richiede l'uso di catalizzatori, alte temperature e alte pressioni. L'ossido di carbonio in miscela con l'idrogeno si trasforma in metano in presenza di nichel suddiviso. La stessa miscela di idrogeno e di ossido di carbonio, riscaldata sotto pressione con ossido di zinco, dà alcool metilico; alla pressione di 20 atm e a 185 °C circa, con un catalizzatore a base di cobalto, si ottiene un carburante sintetico (processo Fischer-Tropsch). Fra le idrogenazioni catalitiche ricordiamo inoltre quelle delle nafte e del carbon fossile (processo di fabbricazione dei carburanti sintetici noto con il nome di processo Bergius), e l'addizione di idrogeno a composti organici non saturi.

 

Preparazione. L'idrogeno  viene preparato industrialmente partendo dall'acqua o dalle miscele gassose che lo contengono (gas naturali, gas di cokeria, gas di petrolio). L'ottenimento dall'acqua può essere effettuato per elettrolisi di una soluzione acquosa di idrossido di sodio o di un carbonato alcalino, con elettrodi di ferro: si liberano idrogeno al catodo e ossigeno all'anodo. Il processo è troppo costoso e perciò di solito si effettua la riduzione del vapor d'acqua con carbone a 1.000 °C circa. Si ottiene “gas d'acqua”, miscela formata principalmente da idrogeno e ossido di carbonio:

C + H2O -> H2 + CO.

L'ossido di carbonio può essere separato per liquefazione frazionata o con il processo di conversione. In questo secondo caso si aggiunge un eccesso di vapor d'acqua e si convoglia la miscela su un catalizzatore costituito da ossidi di ferro. Si ha la reazione

CO + H2O -> H2 + CO2

che fornisce una nuova quantità di idrogeno accanto a biossido di carbonio che viene eliminato per assorbimento in acqua.

Il gas naturale americano e il gas di cokeria possono contenere il 50% di idrogeno: dopo averli liberati dagli idrocarburi liquidi, dal biossido di carbonio e dall'acqua, i gas vengono compressi e trattati con azoto liquido, che condensa tutti i gas tranne l'idrogeno e l'azoto. La miscela così ottenuta viene impiegata per la sintesi dell'ammoniaca. In laboratorio l'idrogeno è generalmente preparato per azione dell'acido cloridrico diluito sullo zinco: 2HCl + Zn -> ZnCl2 + H2.

 

Usi e applicazioni. L'idrogeno  è un gas industriale di primaria importanza. Fu per lungo tempo adoperato per il gonfiamento degli aerostati; ma a causa della sua infiammabilità, che provocò gravissimi incidenti (Akron, Hindenburg, ecc.), è stato sostituito dall'elio, leggermente più pesante ma non infiammabile. L'idrogeno è usato come materia prima in un gran numero di operazioni chimiche. La più importante è la sintesi dell'ammoniaca, ma vanno anche ricordate l'idrogenazione degli oli di pesce e delle nafte, la fabbricazione del metanolo e dei carburanti sintetici. Serve come combustibile (razzi, fiamma ossidrica), infatti reagisce violentemente con l'ossigeno per dare acqua e una grande quantità di calore : 2 H2+ O2  -> 2 H2O + 136,8. E’ utilizzato nel campo della raffinazione del petrolio per l’idrogenazione (saturazione delle molecole idrocarburiche aromatiche), l’abbattimento delle tracce di metalli presenti nei greggi e altre operazioni di raffineria.

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Immagini sull'idrogeno

Fatti e dati dell'idrogeno

 

IDROGENO SOLFORATO

La  sua composizione venne definita nel 1777 da Scheele. È un gas incolore, di odore simile a quello delle uova marce; la sua densità è 1,2; liquefa a ­62 ºC; 1 litro d'acqua in condizioni normali scioglie 3 litri di gas, che vengono eliminati a 100 ºC. È molto tossico ed è la causa principale degli avvelenamenti provocati dall'atmosfera dei pozzi neri. Poco stabile, si decompone facilmente per riscaldamento e agisce da riducente e da solforante. Brucia nell'aria dando vapor d'acqua e biossido di zolfo, ma, se l'ossigeno è in quantità insufficiente, si ottiene zolfo elementare; questa trasformazione ha luogo nelle sue soluzioni, che si ossidano al contatto dell'aria con precipitazione dello zolfo. In presenza di sostanze porose che agiscono come catalizzatori, le soluzioni a temperature moderate si trasformano in acido solforico: in tal modo si spiega perché le acque solforose danneggiano i tessuti. La maggior parte dei solfuri è insolubile, essi danno sovente luogo con le soluzioni di sali metallici a precipitati il cui colore serve a caratterizzare alcuni cationi metallici. Si riconosce facilmente perché provoca la formazione di solfuro di piombo nero dalle soluzioni incolori dei sali di piombo. L'idrogeno solforato si ritrova nelle emanazioni vulcaniche e in alcune sorgenti minerali (es. acque di Tabiano); si forma anche nella putrefazione delle sostanze animali (uova, carne, feci, ecc.). In laboratorio viene preparato facendo agire l'acido cloridrico diluito su solfuro di ferro sintetico FeS; in questo caso contiene idrogeno, in quanto il solfuro contiene sempre ferro libero; se lo si vuole puro, si tratta a caldo il solfuro di antimonio Sb2S3 con lo stesso acido.

IDROLISI
Dal greco: scioglimento ad opera dell'acqua. Reazione della chimica organica o inorganica in cui l'acqua è il reagente principale. L'idrolisi di un sale porta alla formazione di un acido e una base. L'idrolisi di un estere o un'ammide porta ad un acido organico e, rispettivamente, un alcol ed un'ammina.

IDROSSIDO  

Combinazione dell'acqua con un ossido metallico. Gli idrossidi contengono un metallo o un gruppo elettropositivo unito a uno o più ossidrili —OH, a seconda della valenza del metallo. Di particolare importanza gli idrossidi alcalini e alcalino-terrosi come l'idrossido di sodio o soda caustica NaOH e l'idrossido di calcio o calce spenta Ca(OH)2, che vengono ottenuti per combinazione diretta degli ossidi con l'acqua. Gli idrossidi dei metalli terrosi, per es. l'idrossido di ferro ( III) Fe(OH)3, che sono insolubili, vengono preparati per azione di un alcali sopra un sale sciolto. Tutti gli idrossidi metallici sono dotati di proprietà basiche, infatti danno sali con gli acidi.

 

IDROTIMETRIA 

Determinazione della durezza di un'acqua, cioè della quantità di sali di calcio e di magnesio e in genere di metalli che danno saponi poco solubili. I  sali alcalini degli acidi grassi (saponi) per trattamento con ioni alcalino-terrosi danno sali insolubili in acqua, perciò una soluzione alcoolica di un sapone alcalino agitata con acqua priva di sali alcalino-terrosi produce una schiuma persistente. Se, al contrario, l'acqua contiene sali di calcio o di magnesio, o in genere di metalli che danno saponi poco solubili, la schiuma si produrrà soltanto quando tutto il composto insolubile sarà precipitato. Quindi la quantità di soluzione alcoolica di sapone alcalino necessaria per produrre la schiuma dà la misura della durezza di un'acqua. In pratica la determinazione si esegue su campioni di acqua (40 cm³) versando la soluzione saponosa alcoolica da una buretta speciale (idrotimetro) sulla quale sono segnati i gradi francesi di durezza (in uso anche in Italia) corrispondenti a determinati volumi di soluzione saponosa.

 

IMBIBENTE, POTERE  

Potere imbibente, capacità di un liquido di essere assorbito da un corpo solido. Il  potere imbibente è una proprietà essenziale dei detergenti. La loro addizione all'acqua ne accresce fino a cinque volte il potere di penetrazione. L'acqua così preparata è particolarmente efficace negli incendi, quando si tratta di proteggere materiali la cui porosità accelererebbe la combustione (paglia, foraggi, tessuti, ecc.). In fotografia gli imbibenti, per l'azione esercitata sulla tensione superficiale di una soluzione, permettono a questa di impregnare più rapidamente e omogeneamente i corpi che vi sono immersi. In particolare facilitano e migliorano la smaltatura delle stampe su carta.

IMPATTO AMBIENTALE
Indica la totalità delle modifiche apportate all'ambiente da un processo produttivo o altra attività o realizzazione antropica. Include le emissioni gassose, i reflui, i rifiuti solidi, nonché i consumi di acqua, energia e materie prime. Il Ministero dei Beni Ambientali richiede una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) quantitativa, per concedere l'autorizzazione per nuovi impianti o processi ritenuti potenzialmente rischiosi per l'ambiente. L'analogo strumento per i prodotti, ancora a minore livello di formalizzazione, è il Life Cycle Assessment (LCA - Analisi del ciclo di vita). Esso quantifica l'impatto ambientale dei vari stadi di vita di un prodotto, dall'estrazione delle materie prime, alla produzione (inclusa l'energia consumata), all'inquinamento (inteso come modifica ambientale nociva per l'uomo o altre forme di vita animale e/o vegetale), per concludere con lo smaltimento o riciclo.

IMPIANTO MULTIPRODOTTO (O MULTISCOPO
Impianto flessibile dotato della capacità di assemblare, a seconda delle necessità, più sequenze di operazioni unitarie. In cicli produttivi successivi (campagne) vengono prodotti composti anche relativamente diversi tra di loro, generalmente su piccola/media scala.InceneritoreImpianto idoneo alla termodistruzione dei rifiuti, con lo scopo fondamentale di una loro riduzione volumetrica (>90%). La tendenza moderna per i nuovi inceneritori, e, per quanto possibile, con opportune modifiche sugli esistenti, è di dotarli delle attrezzature idonee a recuperare il calore dei fumi producendo vapore e/o energia elettrica. Nel caso dei rifiuti solidi urbani (RSU), dato il limitato potere calorifico (ca. 2000 Kcal/Kg), l’efficienza del recupero energetico risulta limitata (<20%). Un inceneritore consiste in genere di tre sezioni:- Stoccaggio/Carico dei rifiuti - Camera di combustione - Sezione di depurazione fumi (e recupero di energia se presente). Gli inceneritori si distinguono in base al tipo di combustore che, generalmente può essere a griglia (in particolare per RSU e altri rifiuti disomogenei e di grande volume) o a letto fluido, in cui l’aria comburente agita un letto di sabbia o materiale inerte in cui sono alimentati i rifiuti. In questo caso i rifiuti vengono pretrattati per renderli simili a combustibili solidi tradizionali.

INDACO, INDIGOTINA

Colorante azzurro di formula C16H10N2O2. L'indaco è un colorante noto e impiegato fin dall'antichità in Oriente e introdotto in Europa verso il XVI sec. Fino alla fine del   XIX sec. esso fu esclusivamente estratto dalle piante del genere Indigofera, la cui coltivazione era fiorente in India, a Giava, nell'America Centrale e in Cina. Il principio di estrazione è semplice: la pianta è lasciata macerare e fermentare; si ottiene una soluzione di indossile che viene agitata per favorirne il contatto con l'aria e l'indossile, ossidandosi, si trasforma in indaco che precipita sotto forma di fiocchi blu. L'indaco, di un blu intenso con riflessi violacei o rossastri, è inalterabile all'aria, ma sensibile agli ossidanti: cloro, acido nitrico. Esso è insolubile in tutti i solventi, per cui può tingere soltanto col processo al tino.

L'indaco naturale contiene, a seconda dell'origine, dal 20 al 90% di colorante puro (l'indaco azzurro propriamente detto o indigotina), e anche altre sostanze, come il rosso, il giallo, il bruno d'indaco, ecc. L'industria mette oggi sul mercato indaco di sintesi, che ha soppiantato l'indaco naturale. La proprietà fondamentale dell'indaco, sulla quale si basa la tintura delle fibre, sta nella sua riducibilità in leucoindaco o indaco bianco, solubile negli alcali, con possibilità di rigenerazione dell'indaco blu per ossidazione all'aria. La soluzione di indaco ridotto viene chiamata tino di indaco. Esponendo all'aria il tessuto impregnato, il colorante precipita sulla fibra. Nei tempi passati il tino veniva preparato per fermentazione di sostanze organiche (crusca). Oggi si impiegano esclusivamente l'idrosolfito di sodio o i suoi derivati.

Dopo una prima sintesi effettuata da Baeyer nel 1880, K. Heumann realizzò nel 1890 due sintesi industriali consistenti nel fondere con potassa la fenilglicocolla o l'acido fenilglicol-o-carbossilico. Tali composti si ottengono trattando con acido cloroacetico l'anilina o l'acido antranilico. Il secondo metodo venne preferito al primo per il migliore rendimento in indaco perché si poteva operare a temperatura di fusione più bassa. Quando però fu possibile effettuare la reazione con anilina a temperatura più bassa sostituendo all'idrossido di potassio la sodioammide, questo metodo per la sua economicità divenne il solo impiegato industrialmente. L'indaco dà derivati bromurati, più facilmente ottenibili per via indiretta, che sono dei buoni coloranti. Fra questi, il dibromoindaco sostituisce la porpora antica, che i Romani estraevano da un mollusco, il Murex brandaris

 

INDIO  

Elemento notevolmente raro e con proprietà simili all'alluminio, simbolo In. L'indio  è l'elemento di numero atomico 49 e di peso atomico 114,82. Fu scoperto nel 1863 da Reich e Richter nelle blende di Freiberg. Deve il nome al suo spettro, che presenta una caratteristica linea di color indaco. È un metallo bianco che ha la lucentezza dell'argento ed è più molle e più malleabile del piombo. La sua densità è 7,31, il suo punto di fusione 156,2° C. Se viene riscaldato brucia generando il triossido di diindio In2O3, analogo all'allumina. L'indio viene preparato per elettrolisi di uno dei suoi sali. Usato come componente di leghe a basso punto di fusione, trova oggi impiego come tale o come fosfuro, arseniuro e antimoniuro nell'industria elettrotecnica (semiconduttori) ed elettronica (particolari di transistor). 

 

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Fatti e dati del

INDUSTRIA CHIMICA
L'industria chimica trasforma materie prime naturali ed intermedi in altri prodotti di maggiore valore commerciale, attraverso i processi. Parallelamente alla chimica, si sono andate sviluppando industrie specializzate in specifiche gamme di prodotti: prodotti chimici di base (es. acido solforico, ammoniaca) fertilizzanti, detersivi, plastiche, gomme, vernici, additivi ed ausiliari chimici, cosmetici, farmaci, nonché carta, cuoio, fibre, metalli e derivati delle biotecnologie e dell'elettrochimica. Nel complesso è difficile trovare una branca dell'attività umana che non utilizzi prodotti dell'industria chimica. 

INERTE  

Gas inerti, gas di solito poco reattivi, come l'azoto e i gas rari. Detto anche dei costituenti (sabbia, ghiaia, ciottoli) delle malte e dei conglomerati a base di cemento o di altri materiali, che non subiscono modificazioni chimiche durante il fenomeno di presa. 

 

INFIAMMABILITÀ  

Proprietà di sostanze combustibili di dar luogo a combustione con fiamme, se a contatto con aria e a temperatura opportuna. L'infiammabilità  è una proprietà complessa, che dipende sia dall'attitudine di un materiale a dare origine a fiamme, sia dalla facilità di diffusione che questo può fornire alle fiamme stesse (altezza e temperatura delle fiamme, propagazione, ecc.). L'infiammabilità dei materiali può essere valutata con molti metodi: uno dei più diffusi consiste nel sottoporre i materiali a un determinato irraggiamento di calore e a misurare il tempo di infiammazione, lo sviluppo delle fiamme e la loro altezza, le temperature ottenute, ecc. Per quanto concerne il legno, i suoi costituenti (cellulosa, lignina) al di sopra dei 275 °C subiscono una scomposizione esotermica, dando luogo a gas combustibili (ossido di carbonio, idrogeno, metano) e incombustibili (biossido di carbonio). Alla presenza di aria i gas combustibili possono infiammarsi. Le fiamme mantengono la combustione e tendono a diffonderla. Il trattamento di ignifugazione rende il legno ininfiammabile o difficilmente infiammabile.

 

INFIAMMABILITÀ, PUNTO DI 

Il punto di infiammabilità di un combustibile è la temperatura alla quale il combustibile deve essere portato in presenza di aria non preriscaldata, a pressione normale perché emetta vapori che s'infiammino in presenza di una fiammella di innesco. La misura del punto di infiammabilità è particolarmente importante per i prodotti petroliferi (oli minerali, benzina, nafta, oli lubriflcanti), per i quali si parla anche di punto di fiamma, in relazione alla sicurezza della loro conservazione e alle loro applicazioni. Ad es., per gli oli minerali usati come mezzo temprante nelle vasche di tempra degli impianti per trattamenti termici degli acciai è necessario un punto di infiammabilità piuttosto elevato, compatibilmente con un'alta viscosità. Per la misura del punto di infiammabilità si usa l'apparecchio di Pensky-Martens.

 

INQUINANTI ATMOSFERICI
Gli inquinanti dell'atmosfera possono essere solidi (polveri, ceneri), liquidi (aerosol) e gassosi. Sebbene gli inquinanti derivino anche da eventi naturali, come le eruzioni vulcaniche, la maggior attenzione è rivolta a quelli prodotti dall'attività umana, tra cui prevalgono i prodotti derivati dalla combustione, a fini di produzione di energia termica per ottenere elettricità o per il trasporto: monossido di carbonio, anidride carbonica, ossidi di azoto, idrocarburi incombusti, etc. Come dimostrano la vicenda dei fluoroclorocarburi (ozono) e gli studi sull'effetto serra, anche concentrazioni relativamente basse possono provocare variazioni del clima ed influire sull'integrità degli esseri viventi. L'industria chimica contribuisce molto marginalmente all'inquinamento atmosferico, grazie anche alle norme anti-inquinamento molto restrittive.

 

INSETTICIDI
Sostanze in grado di combattere gli insetti dannosi, sia in difesa delle colture agricole e forestali, sia nella lotta ai vettori di malattie per l’uomo e per gli animali di allevamento. 

Gli insetticidi, di origine vegetale o sintetici, agiscono secondo due modalità distinte: 1. per contatto con le vie respiratorie; a questo gruppo appartengono la nicotina, il rotenone, vari prodotti di sintesi, come il DDT, il gammaesano, il solfuro di difenilene, vari esteri solfocianici, ecc.; 2. per ingestione, ossia determinando un'intossicazione di tipo alimentare.

L'uso degli insetticidi ebbe un impulso notevole dopo la produzione industriale del DDT (1942) e la sintesi di sempre nuovi composti (messi in commercio sotto forma di polveri, liquidi o aerosol) motivata dall'acquisizione della resistenza all'insetticida da parte di certe specie di insetti. Il massiccio utilizzo di tali prodotti è legato al fatto che gli insetti causano ogni anno alla produzione agricola mondiale perdite enormi, con riflessi sia sulla già critica disponibilità di risorse alimentari sia sull'economia di molti paesi, soprattutto tra i meno sviluppati. Le locuste, ad es., sono ancora una piaga gravissima per circa 1/5 della superficie territoriale mondiale: un grande sciame consuma giornalmente all'incirca 3.000 t di materiale vegetale; quindi, se l'uso degli insetticidi appare una necessità, è tuttavia vero che un impiego eccessivo e irrazionale può avere conseguenze molto gravi per gli equilibri ambientali a causa delle caratteristiche di tossicità acuta e soprattutto cronica di un certo numero di essi. Mentre infatti i composti organici derivati dal fosforo (parathion, systox, malathion, ecc.), pur essendo veleni potentissimi, non costituiscono un problema ai fini della contaminazione ambientale, poiché le loro molecole sono molto instabili, i composti cloroderivati organici — DDT, ciclodienici (aldrin, dieldrin, clordano, eptacloro, eptacloro-epossido, endrin) — a una tossicità acuta elevata associano una grande stabilità e persistenza, per cui si accumulano nell'ambiente e nei vari anelli della catena alimentare fino a dar luogo a manifestazioni di tossicità cronica spesso imprevedibili. 

Nella ricerca di nuovi prodotti dotati di maggior specificità e rapida degradabilità, agli insetticidi di prima (arseniati, nicotina, piretro, ecc.) e di seconda generazione (cloro- e fosforganici, carbammati, ecc.), si aggiungono oggi gli insetticidi di terza generazione e la lotta biologica: gli ecdisoni od ormoni della muta, i ferormoni o attrattivi sessuali (tutti elaborati dagli insetti stessi), l'uso di composti chimici sterilizzanti (immine, antimetaboliti, mutageni), l'impiego di colture di batteri, funghi o virus patogeni per gli insetti, tutti orientati verso la sintesi di princìpi attivi altamente specifici, dotati cioè di spiccata selettività d'azione in modo che il loro impiego non danneggi gli insetti utili, come i pronubi, e alteri il meno possibile gli equilibri naturali fra le varie specie; che abbiano sia un'elevata efficacia verso gli insetti dannosi associati a una scarsa o nulla tossicità verso gli animali a sangue caldo e verso l'uomo sia una moderata persistenza così da non dar luogo a problemi di contaminazione delle derrate alimentari per la presenza di loro residui. Si tratta di caratteristiche per lo più difficili da conciliare, e ciò giustifica le sempre maggiori difficoltà che le industrie incontrano nell'individuare nuovi composti suscettibili di essere messi in commercio, anche in relazione alle misure legislative sempre più restrittive che vengono prese al riguardo dai vari paesi e dall'Italia. I meccanismi degli insetticidi di terza generazione si basano su sempre più approfonditi studi della fisiologia e del metabolismo degli insetti con particolare riferimento ai composti ormonali che regolano le mute, le metamorfosi, il comportamento sessuale e i rapporti fra gli insetti.

 

INSULINA

Ormone di natura proteica secreto dalle isole di Langerhans del pancreas e dotato di potere ipoglicemizzante. La sintesi completa dell'insulina umana è stata realizzata nel 1966 negli USA.

Fisiologia. L'insulina, scoperta nel 1921 da F. Banting in collaborazione con Macleod, Best e Collip, è un fattore fondamentale del meccanismo regolatore della glicemia negli animali e nell'uomo. Questo è il risultato del bilancio fra il glucosio assorbito con la digestione, quello assunto dai tessuti e quello depositato nel fegato sotto forma di glicogeno ed è controllato da fattori nervosi, soprattutto dall'interazione di numerose ghiandole endocrine: l'ipofisi anteriore, i surreni (ormoni corticali e adrenalina), la tiroide e la parte endocrina del pancreas, la quale secerne, oltre all'insulina, anche il glucagone. Fra questi fattori ormonali la sola insulina ha azione ipoglicemizzante, mentre gli altri svolgono un'azione antagonistica pur con meccanismi diversi. L'insulina secreta dalle cellule di tipo b delle isole di Langerhans è una proteina di struttura chimica nota, risultante dalla polimerizzazione di più unità elementari costituite ciascuna da cinquantun radicali amminoacidi riuniti in due catene (fenilalanina, treonina, acido glutammico, tirosina, leucina, arginina, serina, valina, cisteina, istidina, alanina, prolina, glicocolla, lisina, glutammina, asparagina, isoleucina). Fisiologicamente deprime il tasso di glucosio ematico in quanto stimola l'assunzione di questo da parte dei tessuti e ne rallenta l'immissione nel torrente circolatorio. Ciò è dovuto rispettivamente a un deposito di glucosio nel fegato e nei muscoli, a un aumento dell'ossidazione cellulare nonché della conversione in acidi grassi, e a una diminuita produzione di glucosio. La secrezione dell'insulina è a sua volta controllata dalla glicemia ed è ulteriormente regolata da una fine innervazione vegetativa a livello del pancreas endocrino. Un eccesso di insulina si può osservare in concomitanza di adenomi delle isole di Langerhans (iperinsulinismo); una tipica deficienza di insulina può essere invece dovuta all'insufficienza delle isole medesime, che è una delle cause del diabete mellito.

Struttura e sintesi. La molecola dell'insulina è formata da due catene polipeptidiche: le catene A e B, contenenti rispettivamente 21 e 30 amminoacidi, unite da due ponti disolfuro. Un terzo ponte disolfuro si trova all'interno della catena A, che prende, per questo motivo, una forma cilindrica (formula stabilita da F. Sanger nel 1955).

Da principio si era riusciti a sintetizzare le due catene corrispondenti a tre tipi d'insulina, ovina, bovina e umana. La combinazione di una catena sintetica A con una catena naturale B ha condotto alla formazione di insuline ibride e poi alla sintesi totale di insulina di bue. Infine, nel 1966, è stata realizzata la sintesi completa dell'insulina umana a partire da due catene sintetiche A e B (P. G. Katsoyannis a Brookhaven). Metodi di preparazione sempre più perfezionati hanno permesso di ottenere insulina con un alto rendimento.

INTERMEDIO
Prodotto chimico a struttura molecolare semplice ottenuto a partire da materie prime di base largamente disponibili (generalmente di derivazione petrolifera) e che a sua volta costituisce il precursore di prodotti a struttura più complessa come i prodotti della chimica fine e secondaria (additivi e ausiliari, coloranti, fitofarmaci, prodotti farmaceutici).

INVERTASI  

Enzima presente nel lievito di birra e nel succo intestinale, che catalizza l'inversione dello zucchero, cioè l'idrolisi del saccarosio in glucosio e fruttosio.

 

IODIO

Lo  iodio, elemento di numero atomico 53 e di peso atomico 126,904, venne scoperto nel 1811 da Courtois. È estremamente diffuso, ma presente in percentuali minime. Quasi tutti gli esseri viventi contengono tracce di iodio; le ceneri di talune alghe della famiglia delle laminarie arrivano a contenerne sino all'1%.

È un solido grigio- nerastro, dai riflessi metallici, che cristallizza in pagliuzze ortorombiche, dall'odore irritante, la cui densità è 4,94. Fonde a 113,7 ºC dando un liquido nero che bolle a 183 ºC; la tensione di vapore del solido è così alta, che normalmente si parla di iodio sublimato. I vapori di iodio, di color violetto, sono molto densi; a partire da 450 °C però la densità diminuisce in quanto l'elemento diviene monoatomico. Lo iodio è poco solubile in acqua, mentre è solubilissimo nelle soluzioni di acido iodidrico e di ioduro di potassio, a cui si addiziona. È solubilissimo in alcool ed etere (soluzioni brune), nel solfuro di carbonio e nel cloroformio (soluzioni violette). Una traccia di iodio libero dà con la salda d'amido un'intensissima colorazione azzurra. Dal punto di vista chimico lo iodio rassomiglia agli altri alogeni, pur essendo il meno elettronegativo della famiglia. Ha infatti minore affinità per l'idrogeno ed è più facilmente ossidabile.

Si estrae, in Bretagna e in Scozia, ossidando lo ioduro delle ceneri di laminarie con acqua di cloro, dopo avere eliminato i sali poco solubili e quelli, come i solfuri, che reagirebbero con lo iodio. La maggiore fonte industriale è però lo iodato di sodio del nitro del Cile che si accumula nelle acque madri: queste vengono trattate con idrogenosolfito di sodio che libera lo iodio. Lo iodio si purifica di solito per sublimazione. In Italia si lavorano le acque madri dei sali di Salsomaggiore. Lo iodio è impiegato in soluzione alcoolica (tintura di iodio) come antisettico. Serve inoltre per la preparazione degli ioduri, in particolare dello ioduro di potassio, impiegato in farmacia, e dello ioduro d'argento, impiegato in fotografia.

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Fatti e dati dello iodio

 

IODIO, INDICE DI

Con indice di iodio si intende il numero di grammi di iodio fissati da 100 g di un prodotto petrolifero in esame. Il campione è trattato con bromuro di iodio e quindi l'eccesso titolato con iposolfito di sodio. Questo indice è una misura della percentuale di composti insaturi presenti [olefine].

IONE
Atomo o gruppo di atomi dotato di carica elettrica, acquisita per perdita (ione positivo) o cattura (ione negativo) di uno o più elettroni. Sotto l'azione di un campo elettrico, gli ioni positivi migrano verso l'elettrodo negativo, o catodo, per cui sono chiamati cationi, quelli negativi verso l'anodo (anioni). Gli ioni sono alla base di molti fenomeni chimici ed elettrochimici.

IPA  

Sigla di idrocarburi policiclici aromatici. Sono comuni inquinanti delle acque, dell'atmosfera e della catena alimentare. Tra gli altri: pirene, coronene, benzopirene. 

 

IPOCLORITO 

Sale dell'acido ipocloroso. Gli  ipocloriti di più diffuso impiego sono quelli di sodio, di potassio e il cloruro di calce, che viene preparato per azione del cloro sul latte di calce. Il cloruro di calce è impiegato come disinfettante di ambienti. Gli ipocloriti servono come disinfettanti, come candeggianti della biancheria, come sterilizzanti delle acque, e per la preparazione dello iodoformio e del cloroformio.

 

IPRITE

Il nome deriva dalla cittadina di Ypres, nel Belgio. Aggressivo chimico usato durante la prima guerra mondiale dai Tedeschi, in bombardamenti d'artiglieria, sul fronte tenuto dalle truppe alleate a Ypres, nelle Fiandre, il 20 luglio 1917. L'iprite  è solfuro b, b'-dicloretilico, liquido con bassa tensione di vapore, energico vescicante, con azione tossica generale; provoca necrosi della cute e disturbi circolatori. Per il suo odore che ricorda quello della senape, fu anche chiamato gaz moutarde o gas mostarda. Il suo impiego bellico fu preceduto da quello di altri tipi di gas, quali il fosgene e il cloro, usati per la prima volta il 22 aprile 1915 a Langemark, nello stesso settore di Ypres, dai Tedeschi, che li lasciarono fluire da bombole lungo la zona del fronte in cui il vento soffiava verso le linee alleate; questi gas vennero allora talvolta chiamati genericamente iprite, nome che poi rimase all'iprite vera e propria.

 

IRIDIO 

Metallo molto raro che accompagna il platino nei suoi minerali. Bianco, estremamente duro, sfaldabile, di simbolo Ir e numero atomico 77; è uno degli elementi di transizione. Fu scoperto nel 1804 dal chimico britannico Smithson Tennant e fu così chiamato per la natura iridescente di alcuni suoi composti. L'iridio è totalmente inerte dal punto di vista chimico, resiste all'azione dell'acqua regia ma è attaccato dai sali fusi; presenta nei suoi composti stati di ossidazione 3 e 4. Ha peso atomico 192,22; fonde a circa 2454 °C, bolle a circa 5300 °C e ha densità relativa 22,4, la più alta fra tutti gli elementi. È un metallo estremamente raro; si trova nei depositi alluvionali in leghe con il platino, sotto forma di platinoiridio e con l'osmio come osmiridio. Si estrae dalla lega osmiridio, residuo dell'azione dell'acqua regia sui minerali di platino. Non viene impiegato puro, ma in generale in lega al 10% con il platino (platino iridiato). Questa lega è stata scelta per la costruzione dei campioni metrici, ed è anche impiegata per coppie termoelettriche, perché è dura ed estremamente resistente all'attacco chimico. Viene usato principalmente in lega con il platino per fabbricare strumenti di precisione, strumenti chirurgici, penne stilografiche, pesi e lunghezze standard. Il trisolfuro IrS3 è particolarmente importante per le caratteristiche elettriche di semiconduttore.

 

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Fatti e dati del

 

ISOMERIA  

Composti chimici rispondenti alla medesima composizione (formula bruta) possono distinguersi per una diversa distribuzione strutturale o spaziale degli atomi: è questa la manifestazione di un fenomeno chimico detto isomeria, che si classifica, rispettivamente, come isomeria strutturale o isomeria spaziale (stereoisomeria). Lo schema mostra i diversi aspetti che possono essere assunti dall’isomeria strutturale e dalla stereoisomeria, che spesso implicano una differenza estremamente marcata delle proprietà chimiche, e talvolta anche delle proprietà fisiche, dei vari isomeri.

 

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I  casi di isomeria sono quindi numerosi. Le formule piane sono sufficienti per illustrarne tre. Isomeria dovuta allo scheletro di atomi carbonio:  è  il caso degli acidi butirrico CH3CH2CH2CO2H e isobutirrico (CH3)2CHCO2H. Isomeria di posizione:  corrisponde  a uno stesso gruppo funzionale che occupa in uno stesso scheletro posizioni diverse; è il caso dell'1-propanolo CH3CH2CH2OH e del 2-propanolo CH3CHOHCH3. Isomeria dovuta ai gruppi funzionali: è il caso dell'alcool etilico CH3CH2OH e dell'ossido di metile CH3OCH3. Le due sostanze hanno gruppi funzionali diversi, perciò le proprietà chimiche e fisiche di tali isomeri sono profondamente diverse.

Altri tipi di isomeria derivano dalla stereochimica.

Siano X, Y, Z, T, quattro sostituenti, tutti diversi, costituiti da un unico atomo o da un gruppo di atomi suscettibile di acquisire, grazie al principio di libera rotazione, un piano di simmetria. Le due strutture

 

 

sono le uniche possibili: una è l'immagine speculare dell'altro; sono perciò due isomeri, detti antipodi o inversi ottici o enantiomeri, che si distinguono l'uno dall'altro solo per talune particolari proprietà fisiche, per es., per il segno del potere rotatorio allo stato solido o di soluzione. Uno dei due isomeri è destrogiro, l'altro levogiro e nelle stesse condizioni le rotazioni del piano di polarizzazione della luce hanno uno stesso valore assoluto. Il miscuglio di due enantiomeri in quantità uguali non fa variare il piano di polarizzazione della luce. Tale miscuglio viene chiamato inattivo per compensazione o racemico.

Un carbonio legato a quattro sostituenti tutti diversi si chiama “carbonio asimmetrico”. Esso rappresenta solo il più semplice degli edifici che portano all'enantiomorfismo e richiede soltanto che la molecola non sia sovrapponibile alla sua immagine in un piano. In realtà, per ogni carbonio asimmetrico, esistono solo due configurazioni steriche.

La planarità del legame etilenico e dei quattro atomi che lo sostituiscono fa prevedere l'esistenza di due isomeri, detti cis e trans, che si rappresentano così:

 

 

Gli isomeri cis- e trans-etilenici sono inattivi alla luce polarizzata. Quando due isomeri sono in equilibrio, si è in presenza di una isomeria dinamica o tautomeria.

 

ISOMERIZZAZIONE  

Trasformazione, spontanea o per azione chimica, di una sostanza in un'altra isomera. Nell'industria petrolifera si tratta di un processo particolarmente applicato all'n-pentano e n-esano per trasformarli in isopentano e isoesano, che hanno un numero di ottano molto più elevato. I catalizzatori usati sono cloruro d'alluminio o metalli nobili, a seconda dei differenti tipi di impianti.

 

ISOMORFISMO

Fenomeno per il quale due o più sostanze isotipe, essendo formate da atomi di raggio atomico o ionico quasi uguali, possono dare cristalli misti. Quando  l'isomorfismo è completo i cristalli misti, detti anche soluzioni solide o miscele isomorfe, formano una serie isomorfa continua nella quale, cioè, i composti puri, detti termini estremi, possono essere in tutti i rapporti di concentrazione. Gli elementi chimici che si sostituiscono nel reticolo cristallino dei cristalli misti sono detti vicarianti o isomorfogeni e devono avere raggio atomico o ionico quasi uguali. La nozione di isomorfismo fu introdotta da Mitscherlich (1818), il quale osservò la stretta affinità geometrica tra i cristalli di fosfato e quelli di arseniato; ebbe, in chimica, una funzione importante nella determinazione dei pesi atomici degli elementi chimici, in quanto sostanze isomorfe hanno formule chimiche simili. La conoscenza del fenomeno dell'isomorfismo è migliorata da quando è stato possibile determinare le strutture atomiche dei cristalli misti per mezzo dei raggi X. Fra le serie isomorfe ricordiamo i carbonati di formula generale XCO3 o (Fe, Zn, Mg)CO3, con X = Fe, Zn, Mg, vicarianti tra di loro; gli allumi, di formula generale XY(SO4)2 · 12H2O, con X = K, Rb, NH4 e Y = Al, Cr, Fe. Numerosissimi sono i gruppi di silicati che danno serie isomorfe, ad es., il gruppo dell'olivina, che è formato da miscele isomorfe fra forsterite, fayalite e tefroite, di formula generale X2SiO4, con X = Mg, Fe, Mn; e il gruppo dei plagioclasi che sono miscele isomorfe di albite, NaAlSi3O8, e anortite CaAl2Si2O8, dove Na è vicariante con Ca e Si con Al.

 

ISOOTTANO

Isomero dell'ottano di formula (CH3)3CCH2CH(CH3)2. È un idrocarburo che si prepara idrogenando cataliticamente su nichel il diisobutene, ottenuto per dimerizzazione dell'isobutene. Ha, per definizione, numero di ottano 100 ed è un ottimo carburante.

 

ISOPRENE  

Idrocarburo diolefinico di formula CH2=C(CH3)CH=CH2. L'isoprene  può polimerizzare generando una sostanza molto simile al caucciù; la gomma naturale è infatti costituita di poliisoprene. Ricavato dai gas di raffineria o preparato per deidrogenazione dell'isopentano, l'isoprene è materia prima per la fabbricazione di gomme sintetiche. Viene chiamato diisoprene il limonene racemico.

 

ISOTATTICO

Un polimero in cui gli atomi di carbonio terziari hanno la stessa configurazione sterica, cioè la cui struttura è altamente regolare. Il termine è stato coniato da G. Natta.

 

 

ISOTOPO  

Termine con cui vengono designati elementi chimici di diverso numero di massa, ma di uguale numero atomico: presentano quindi proprietà chimiche pressoché identiche e occupano la stessa posizione nella tavola periodica degli elementi. La  prova sperimentale dell'esistenza di isotopi stabili in un elemento fu ottenuta in seguito alle esperienze di J. J. Thomson e di F. W. Aston sulla determinazione del rapporto carica- massa degli ioni positivi del neon, mediante lo studio della loro traiettoria sotto l'azione di campi elettrici e magnetici; venne così dimostrata l'esistenza di due tipi di ioni rispettivamente di numero di massa 20 e 22. Questi studi portarono alla conclusione che la maggior parte degli elementi detti “semplici” sono in realtà dei miscugli, in proporzioni definite e costanti, di più isotopi. Quasi contemporaneamente le ricerche di Soddy e di Fajans sulle “famiglie radioattive” portarono alla scoperta di elementi non separabili mediante procedimenti chimici ma distinti sia per il loro periodo di disintegrazione radioattiva sia per la loro massa atomica. Gli studi ulteriori mostrarono che gli isotopi di un elemento sono atomi dotati di un numero uguale di elettroni, detto “numero atomico”, i cui nuclei comprendono quindi lo stesso numero di protoni; si distinguono tra loro solo per il numero di neutroni che compongono il nucleo e da ciò deriva la differenza di massa. I singoli isotopi di un elemento sono indicati con una scrittura in cui il simbolo chimico è preceduto dal numero di massa, per es.: ¹8O, ¹6O.

Gli isotopi hanno reso possibili numerose applicazioni; l'uso in chimica, in biochimica e in agricoltura di molecole “marcate” mediante isotopi, detti “traccianti”, distinguibili sia per il loro numero di massa sia per le loro proprietà radioattive, ha consentito di chiarire il meccanismo di numerosi processi. In fisica nucleare si osserva che gli isotopi di un elemento hanno spesso caratteri totalmente distinti; così ²³5U è un elemento fissile, ²³8U non lo è. L'impiego sempre più diffuso degli isotopi, sia nella ricerca sia nelle varie applicazioni, ha portato allo studio di procedimenti che consentono di isolarli o di ottenere campioni arricchiti partendo dai miscugli che si trovano in natura. La preparazione di quantità ridotte di alcuni isotopi, in particolare degli isotopi radioattivi, si può realizzare per sintesi atomica irradiando, nei reattori nucleari, gli elementi stabili corrispondenti; la produzione di quantità ponderabili di un isotopo o di un campione di un elemento arricchito di uno dei suoi isotopi può essere realizzata secondo metodi diversi: tra i più usati sono quelli che sfruttano le piccole differenze delle proprietà chimiche (reazioni di scambio) o fisiche (centrifugazione, elettrolisi, diffusione, distillazione). Per la separazione di ²³5U è stato ampiamente usato il metodo della diffusione gassosa, che sfrutta la dipendenza dalla massa della velocità di diffusione attraverso una parete porosa di un composto volatile.

 

ISTOCHIMICA  

Studio della composizione chimica delle strutture dei tessuti mediante metodi microscopici. Quello effettuato con metodi non microscopici rientra nel campo della biochimica, mentre lo studio microscopico delle basi chimiche delle strutture cellulari costituisce la citochimica. L'istochimica , assurta al rango di scienza autonoma verso il 1940, è attualmente uno dei rami più rilevanti nell'ambito della ricerca biologica poiché consente di realizzare acquisizioni morfologiche estremamente perfezionate, in quanto acquisite con ricerche chimiche assai specifiche e precise, e anche perché fornisce alla patologia e alla chimica dati fondamentali relativi al chimismo dei tessuti sani o malati. L'indagine istochimica comporta una metodologia specifica che consenta di indagare su materiale in cui la sostanza in esame sia conservata al suo posto esatto e abbia mantenuto le sue caratteristiche chimiche, mediante reazioni il più possibile specifiche per detta sostanza. Ciò si traduce nel “pretrattamento” dei tessuti mediante appositi ossidanti o fissativi o mediante il freezing-drying (congelamento ed essiccamento) e nel mettere in evidenza la sostanza così fissata. Ciò si può realizzare coi metodi propri alla fisica (misure di assorbimento, tecniche spettrofotometriche, autoradiografia dei tessuti con l'impiego di isotopi instabili, ecc.) e con metodi chimici atti a evidenziare i gruppi chimici caratteristici dei costituenti tissurali (ad es. la reazione di Millon mette in evidenza il gruppo fenolico presente nella tirosina, nell'adrenalina e nella serotonina). I componenti dei tessuti possono anche essere visualizzati con metodi colorimetrici che forniscono dati quantitativi di una certa approssimazione, e con reazioni specifiche per determinati composti chimici che sfruttano la specificità di alcune reazioni cellulari per rivelarne o individuarne i prodotti (dimostrazione di pacchetti di enzimi) realizzando informazioni di grande importanza e precisione.

 

ITTERBIO

Metallo del gruppo delle terre rare. L'itterbio, simbolo Yb, è l'elemento chimico di numero atomico 70 e peso atomico 173,04. Venne scoperto da Marignac nella gadolinite; dà sali bivalenti, poco stabili e riducenti, e trivalenti, paramagnetici e incolori.

 

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Fatti e dati dell'itterbio

 

ITTRIO

L'ittrio  è l'elemento chimico di simbolo Y, di numero atomico 39 e di peso atomico 88,905. Venne isolato da Mosander nel 1843. È un solido grigio ferro, di densità 4,47. Il suo ossido Y2O3 ha proprietà nettamente basiche. I suoi sali, come il cloruro, sono incolori. L'ittrio è presente nella gadolinite, nella samarskite, nell'euxenite. Il metallo si prepara dal cloruro, per elettrolisi o per riduzione con sodio.

 

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Fatti e dati dell'ittrio

 

IUPAC

Sigla di International Union of Pure and Applied Chemistry(Unione internazionale per la chimica pura e applicata), ente che si interessa di problemi inerenti alla ricerca, alla normativa e all'uniformazione della nomenclatura, pesi atomici, unità di misura nel settore della chimica.

 

 

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