Dizionario di Chimica e di Chimica Industriale

E

Elettrochimica - Eutrofizzazione

  

Un sistema periodico ...

 

 

 

ELETTROCHIMICA
Nutrita serie di processi industriali in cui l'energia elettrica viene utilizzata per provocare reazioni chimiche, sia di tipo inorganico, sia organico. L'origine di tali processi è nella possibilità di indurre variazioni degli stati di ossidazione spendendo energia attraverso l'elettricità. Gli esempi di processi elettrochimici sono innumerevoli, possono comunque essere citati l'elettrolisi delle soluzioni acquose di cloruro di sodio o di potassio per produrre cloro, soda caustica o potassa caustica, la sintesi di ipocloriti, clorati e perclorati, l'elettrocorrosione ed elettrodeposizione di metalli. Occorre anche citare i processi organici elettroassistiti, che comprendono in particolare varie riduzioni catodiche ed ossidazioni anodiche. L'aspetto speculare all'utilizzo di energia elettrica per indurre processi chimici è lo sfruttamento di reazioni chimiche per generare energia elettrica, perseguita nell'industria delle pile e degli accumulatori. Negli anni sono stati sviluppati sistemi capaci di durate sempre maggiori con pesi sempre più ridotti. Sono ancora necessari notevoli progressi tecnologici per soddisfare le esigenze di leggerezza e potenza in applicazioni industriali quali l'auto elettrica.
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ELETTRODEPOSIZIONE  

Deposizione di un sottile strato di metallo sopra la superficie di un oggetto a mezzo dell'elettrolisi. 

 

ELETTRODO  

Conduttore metallico in contatto con un elettrolita che costituisce il polo di una cella elettrochimica. In esso avviene una reazione di riduzione o di ossidazione.

 

ELETTRODO A IDROGENO  

E’ costituito da un elettrodo di platino in contatto con idrogeno gassoso e con una soluzione di ioni H3O+

 

ELETTRODO A IDROGENO STANDARD (SHE)  

Elettrodo a idrogeno considerato nel proprio stato standard (ioni idrogeno alla concentrazione di 1 mol L-1 e idrogeno alla pressione di 1 atm). Per convenzione si assume che abbia E0 = 0.00 V. 

 

ELETTRODO A VETRO  

E' costituito da un bulbo di vetro a pareti sottili contenente una soluzione elettrolitica e un contatto metallico; é utilizzato per misurare il pH. 

 

ELETTROFORESI  

Fenomeno scoperto da Linder e Picton (1897), che consiste nello spostamento di particelle colloidali, provocato dal campo elettrico generato da due elettrodi immersi nella soluzione. Si usa il termine anaforesi quando si considera in particolare la migrazione diretta verso l'anodo, cataforesi nel caso opposto. 

Le  particelle colloidali in sospensione in un liquido sono dotate di una carica elettrica il cui segno e grandezza dipendono dalla loro natura chimica e da quella del mezzo in cui si trovano. Infatti le particelle colloidali, ad es. le proteine, posseggono spesso parecchie cariche nella loro grandissima molecola, ad es. dovute a gruppi carbossilici o amminici, inoltre hanno tendenza ad assorbire superficialmente ioni del mezzo. Ciò fa sì che nell'insieme una di tali particelle abbia una certa carica, cui corrisponde una carica uguale e opposta del liquido. Per effetto del campo elettrico tali particelle si comportano come grossi ioni e si spostano verso l'elettrodo di polarità opposta: il meccanismo di questo processo non è sensibilmente diverso da quello che si osserva nell'elettrolisi delle ordinarie soluzioni; tali ioni colloidali, però, hanno molte cariche elettriche e sono molto grandi: i due effetti di solito si compensano e la loro mobilità è abbastanza vicina a quella degli ioni ordinari. 

L'elettroforesi si compie ponendo in uno dei due bracci di un tubo a U una soluzione colloidale e nell'altro una soluzione tampone conduttrice; si applica un'opportuna differenza di potenziale alle estremità del tubo e si ottiene una migrazione di particelle verso gli elettrodi. La velocità di spostamento dipende dalla carica elettrica e dalle dimensioni; particelle di sostanze diverse si spostano con diverse velocità ed è possibile stabilire per ognuna un coefficiente elettroforetico. Se si tratta di un miscuglio di più sostanze si constata, nella soluzione tampone, una ripartizione stratificata dei diversi componenti, ciascuno dei quali si trova, praticamente puro, a una data altezza della colonnina. La concentrazione di ogni strato può essere determinata con procedimenti puramente fisici, la rifrattometria o l'interferometria. Si tratta tuttavia di metodi che richiedono l'uso di un'apparecchiatura complessa e inoltre necessitano di una notevole quantità di sostanza. 

La elettroforesi su carta rappresenta una semplificazione di queste tecniche e può essere compiuta anche quando si dispone di minime quantità di sostanza. Qualche goccia di soluzione colloidale è deposta all'estremità di una striscia di carta da filtro impregnata di soluzione tampone; si applica una differenza di potenziale per un certo periodo di tempo, quindi si fa seccare il foglio e si colorano, con reattivi opportuni, le sostanze che sono distribuite a forma di macchie: l'opacità delle varie zone risulta proporzionale alla quantità di ogni costituente. Misurando opportunamente questa opacità si ottiene un diagramma che indica la posizione e la concentrazione di ogni componente. L'elettroforesi consente l'analisi rapida dei diversi costituenti delle soluzioni colloidali complesse, come i liquidi organici e, in particolare, il siero sanguigno. Si ottengono diagrammi che indicano le proporzioni delle albumine e delle globuline a, b e g. Il raffronto tra il diagramma del siero normale e quello di sieri patologici permette di avanzare o confermare alcune diagnosi e di seguire il decorso, benigno o maligno, dell'affezione considerata.

Ulteriori informazioni sull'elettroforesi degli acidi nucleici

 

ELETTROLISI  

Decomposizione chimica prodotta da una corrente elettrica.

Nel 1800 Carlisle e Nicholson fecero passare la corrente attraverso acqua acidulata: ottennero una notevole quantità di idrogeno e tracce di ossigeno; fecero seguito esperienze più accurate. Nel 1806 Davy realizzò la decomposizione di molti sali fusi utilizzando una pila formata da 2.000 elementi; nel 1834 Faraday stabilì le leggi che regolano questi fenomeni e propose una nomenclatura, tuttora valida. Si chiamano elettroliti i composti che in soluzione o fusi lasciano passare la corrente elettrica. Sono contenuti in un recipiente, la cella elettrolitica, in cui si compie l'elettrolisi. I terminali del circuito elettrico immersi nella cella si chiamano elettrodi (anodo e catodo). Si osservano i seguenti fenomeni: 1. la molecola dell'elettrolita all'atto della soluzione o della fusione si scinde in ioni che al passaggio della corrente migrano verso il catodo (cationi) o verso l'anodo (anioni); 2. l'anione o il catione giunti in prossimità della superficie degli elettrodi possono depositarvisi oppure subire trasformazioni chimiche, spesso molto complesse; 3. la quantità di sostanza depositata o liberata agli elettrodi dipende soltanto e in modo direttamente proporzionale dalla quantità di elettricità passata nella cella (prima legge di Faraday); 4. per qualunque elettrolita occorre sempre la stessa quantità di elettricità, cioè 96.501 coulomb, per liberare al catodo o all'anodo un grammo equivalente di sostanza (seconda legge di Faraday).I processi elettrolitici si interpretano secondo le ipotesi di Arrhenius: quando l'elettrolita è disciolto in un solvente una frazione più o meno grande delle sue molecole si dissocia in ioni: la molecola, che è inizialmente neutra, si scinde in uno ione carico positivamente (catione) e in uno ione carico negativamente (anione); la somma algebrica delle cariche degli ioni generati da una molecola è nulla. Questi ioni sono attirati rispettivamente dal catodo e dall'anodo; si stabilisce così un trasporto di cariche che realizza il passaggio della corrente elettrica nella soluzione.

Per avere il processo elettrolitico è necessario applicare una differenza di potenziale minima, al di sotto della quale non si ha elettrolisi, per vincere i fenomeni di resistenza della soluzione. Questa è detta tensione di decomposizione, è caratteristica di ogni elettrolito e varia con la sua concentrazione, con la natura degli elettrodi, ecc. Sfruttando la diversa tensione o potenziale di decomposizione si possono allora separare come metalli o non metalli i vari cationi o anioni di una miscela di sali. Bisogna ricordare che un acido in soluzione acquosa sottoposto a elettrolisi libera idrogeno. Si potranno allora separare dalle soluzioni acquose dei loro sali solo quei metalli la cui tensione di decomposizione è inferiore a quella dell'idrogeno. Questi si dicono nobili e comprendono rame, mercurio, argento, oro, ecc. Per i metalli la cui tensione di decomposizione dello ione è superiore a quella dell'idrogeno, si ricorre all'elettrolisi del sale fuso, per es. per i metalli alcalini, l'alluminio, il ferro, ecc. In certi casi si ovvia all'inconveniente della tensione di decomposizione superiore a quella dell'idrogeno variando la natura dell'elettrodo. Si possono così deporre nichel, piombo, zinco, ecc. dalle soluzioni acquose dei loro sali.

 

ELETTROLISI INDUSTRIALE

L'industria  sfrutta l'elettrolisi per i seguenti scopi: 1. ottenimento di metalli, non metalli o composti non facilmente ottenibili in altro modo, per esempio alluminio, metalli alcalini, cloro, idrossido di sodio, ecc.; 2. purificazione di metalli grezzi, es. rame elettrolitico; 3. protezione di superfici dagli agenti atmosferici e chimici: cromatura e nichelatura del ferro, ossidazione anodica dell'alluminio; 4. ricopertura di superfici non conduttrici. Da quando anodo e catodo danno ottima affidabilità e resistenza, il processo elettrolitico viene preferito in molti casi, nonostante l'ancora alto costo industriale, perché esso viene minimizzato dalla purezza del prodotto finale. Ciò è particolarmente marcato per il processo industriale di elettrolisi per l'ottenimento di idrogeno da soluzioni acquose. L'idrogeno così ottenuto ha un grado di purezza elevato ed è impiegato per usi chimici pregiati (per es., idrogenazione dei grassi, produzione di ammoniaca e metanolo). Oggi si studia un'utilizzazione dello stesso idrogeno, soprattutto quale vettore energetico futuro. Per ridurre i costi di produzione si tende a progettare impianti grandi, cioè con elevato numero di celle e a gestione centralizzata e soprattutto nell'abbinare l'impianto di elettrolisi all'impianto di generazione di elettricità che alimenta tale sistema. Si è verificato per esempio che il processo elettrolitico opera con rendimenti migliori con alte temperature delle soluzioni acquose e che contemporaneamente negli impianti termoelettrici di generazione di elettricità vi è possibilità di ottenere e gestire calore nei vari punti del processo (per es., vapore da spillamento dalla turbina). Una combinazione della prima esigenza (elettrolisi ad alta temperatura) e della seconda disponibilità permette di ridurre del 20-30% il costo energetico del prodotto finito idrogeno.

 

ELETTROLITA  

Composto dissociabile in ioni quando è allo stato fuso o in soluzione. Gli elettroliti sono esclusivamente acidi, basi, sali che in soluzione e allo stato fuso lasciano passare la corrente elettrica.

 

ELETTRONEGATIVITÀ  

Grandezza che indica il potere di attrazione di un atomo sugli elettroni di un suo legame con un altro atomo. È  possibile attribuire a ogni elemento un numero che rappresenta in valore relativo la sua elettronegatività. La scala di elettronegatività così ottenuta va dal fluoro, che è il più elettronegativo degli elementi, al cesio; ciò che nella tavola della classificazione periodica significa passare dall'angolo superiore destro all'angolo inferiore sinistro. L'elettronegatività, cioè, diminuisce regolarmente dalla destra della tabella (alogeni) alla sinistra (metalli alcalini) e diminuisce anche in ciascuna colonna dall'alto verso il basso. Questa scala di elettronegatività è utilizzata per apprezzare la stabilità di un legame fra due atomi, che cresce con la distanza che separa gli atomi nella scala di elettronegatività. Questa scala è anche usata per valutare il carattere parzialmente ionico di un legame covalente che aumenta con la distanza degli atomi nella scala di elettronegatività.

 

ELIO  

Elemento chimico del gruppo dei gas rari. Nel  1868 Lockyer e Frankland osservarono nello spettro solare una riga luminosa diversa da quelle corrispondenti agli elementi conosciuti; tale riga fu attribuita a un elemento caratteristico del Sole, che venne chiamato elio. Nel 1895 Ramsay rilevò la presenza di questo elemento nelle emanazioni gassose generate da taluni minerali di uranio, in particolare dalla clevelite. La presenza dell'elio nell'aria in ragione di 5 cm³ per m³ venne accertata in seguito. L'elio è l'elemento chimico di numero atomico 2 e di massa atomica 4,0026. Il nucleo del suo atomo consta di due protoni e due neutroni e costituisce la particella alfa emessa dai corpi radioattivi, ciò che spiega la sua presenza nell'atmosfera e nelle rocce uranifere. È monoatomico come tutti i gas rari, e ha densità 0,126. È il gas più difficile da liquefarsi; bolle a pressione atmosferica a ­269 ºC. La sua liquefazione realizzata nel 1908 da Kamerlingh Onnes ha permesso di ottenere temperature prossime allo zero assoluto. L'elio è privo di attività chimica e si può ottenere per frazionamento dei gas non condensati della liquefazione dell'aria. L'elio rimane liquido fino allo zero assoluto, a differenza di tutti gli altri corpi solidi alle stesse condizioni. A causa della loro inerzia chimica, le forze d'interazione fra gli atomi sono, di fatto, troppo deboli per resistere all'agitazione quantica cui è sottoposta ogni particella allo zero assoluto, agitazione particolarmente forte nel caso degli atomi di elio, a causa della loro piccola massa. Soltanto coadiuvando le forze di interazione con una pressione esterna è possibile conservare l'elio allo stato solido. Questa agitazione quantica è anche responsabile dei deboli valori della massa volumica e del punto di ebollizione normale. La proprietà più notevole è la superfluidità. I due isotopi elio-3 ed elio-4 differiscono sostanzialmente per la struttura dei loro nuclei: gli atomi di elio-3 sono dei fermioni, quelli di elio-4 dei bosoni. 

Produzione e utilizzazione. L'elio  si estrae dell'aria liquefacendo tutte le sue componenti a eccezione del neon e dell'elio; poi separando questi due gas grazie alla loro differenza di assorbimento su carbone attivo a ­190 ºC; il neon è il più adsorbito. L'elio può anche essere estratto dal gas naturale. L'elio-4 viene liquefatto industrialmente e utilizzato come liquido criogenico di base per produzione di bassissime temperature. Data l'assoluta incombustibilità sostituisce l'idrogeno come gas di riempimento dei palloni aerostatici e trova impiego come diluente degli anestetici volatili. Serve anche per riempire tubi a elettroluminescenza e per superconduttori.

Un sistema periodico per immagini

Immagini sull'elio

Fatti e dati dell'elio

 

 

ELISA

Saggio di immunoassorbimento con enzima coniugato (ELISA è l'acronimo di"Enzyme-Linked Immunosorbement Assay"). In questi test, eseguiti su piastra di polistirene ad alta capacità di assorbimento per le proteine, gli anticorpi vengono coniugati covalentemente con enzimi, formando complessi che conservano sia le capacità immunologiche che quelle catalitiche in grado di trasformare specifici substrati. Questi ultimi, modificando le loro proprietà colorimetriche, permettono la visualizzazione- misurazione della reazione positiva.

Ulteriori informazioni su ELISA

 

EMOGLOBINA

Gruppo di protidi contenenti ferro, dotati di funzione respiratoria, riscontrabili soprattutto nel sangue dei vertebrati. A  ogni specie animale corrisponde un'emoglobina, ma tutte le emoglobine hanno strutture affini. Sono caratterizzate dal colore rosso, da un peso molecolare molto elevato, dalla capacità di fissare ossigeno o biossido di carbonio, nella misura di una grammomolecola di ossigeno o di biossido di carbonio per ogni grammoatomo di ferro. L'emoglobina è costituita dall'unione di una globina, globulina diversa da specie a specie, e di un gruppo prostetico, l'eme o ematina. Nell'eme il ferro è allo stato ferroso, nell'ematina allo stato ferrico. L'ossigeno, fissandosi all'eme, trasforma questo in ematina; l'emoglobina passa in tal modo allo stato di ossiemoglobina. Questo fenomeno, reversibile, costituisce la base della funzione respiratoria e del trasporto dell'ossigeno al livello cellulare.

 

EMULSIONANTE 

Agente che facilita o stabilizza un'emulsione. Gli  emulsionanti possono essere ionici e non ionici. I primi sono costituiti da un gruppo idrofilo e da un gruppo lipofilo. Se questo è un catione o un anione si dice che l'emulsionante è cationico o anionico. Appartengono ai cationici i sali di ammonio quaternario, agli anionici i sali alcalini degli acidi grassi, degli acidi naftalinsolfonici, ecc. Gli emulsionanti non ionici non sono ionizzati pur essendo sostanze organiche, fortemente polari. I più comunemente usati sono i poliglicoli (poliossietilene, poliossipropilene) e i loro esteri. Come agenti stabilizzanti sono usate sostanze ad alto peso molecolare come gli alginati e alcuni eteri o esteri della cellulosa, inoltre molte proteine stabilizzano le emulsioni naturali come il latte. Gli emulsionanti agiscono abbassando di solito la tensione superficiale fra le due fasi. Per es. nel caso delle emulsioni olio in acqua la parte idrocarburica della molecola di un sale alcalino di un acido grasso è rivolta verso l'olio mentre il gruppo carbossilico (anionico) è rivolto verso l'acqua, cosicché la gocciolina di olio risulta carica negativamente nel suo complesso e può ben disperdersi nell'acqua in cui stanno i cationi.

In chimica industriale potere emulsionante  è la proprietà dei grassi di formare emulsioni più o meno stabili con l'acqua. Il potere emulsionante è maggiore quanto più alta è la percentuale di acidi grassi non combinati e può essere aumentato con particolari additivi, come i derivati ammidici.

Gli  agenti emulsionanti più adoperati in tecnica farmaceutica sono le gomme, le mucillagini e le droghe che ne contengono (carrageen, ecc.).

 

EMULSIONE
Sistema costituito da due liquidi, totalmente o parzialmente insolubili, l’uno disperso nell’altro in forma di gocce minute.

 

ENANTIOMERI  

I due isomeri di una sostanza otticamente attiva (vedi attività ottica) che ruotano il piano della luce polarizzata della stessa entità ma in direzioni opposte. A livello molecolare gli enantiomeri sono l'uno immagine speculare dell'altro e non sovrapponibili a vicenda.

 

ENANTIOMORFISMO 

Proprietà di un corpo privo di centro di simmetria per cui è sovrapponibile a un altro solo per riflessione rispetto a un piano: le due forme sono perciò immagini speculari una dell'altra. L'esempio  più noto di enantiomorfismo è quello esistente fra mano destra e mano sinistra. In chimica, se due molecole sono le immagini speculari l'una dell'altra si chiamano enantiomeri, e sono generalmente dotate di attività ottica. Il caso più evidente si ha quando in una sostanza organica è presente un atomo di carbonio con quattro sostituenti diversi (carbonio asimmetrico).

 

ENDONUCLEASI  

Enzima che idrolizza il legame fosfodiestere tra due nucleotidi interni alla catena degli acidi nucleici. Un  gruppo importante di endonucleasi è quello delle endonucleasi di restrizione, enzimi batterici che rompono in punti specifici molecole di DNA diverse da quelle degli organismi da cui provengono. Queste endonucleasi hanno la funzione biologica di proteggere il batterio dagli effetti deleteri dell'introduzione in cellula di un DNA estraneo, da cui il nome “di restrizione”. Ognuno degli oltre cento enzimi noti riconosce specifiche sequenze di 4-6 nucleotidi. Le corrispondenti sequenze sul DNA del batterio che possiede quell'enzima di restrizione sono mimetizzate da specifiche metilazioni delle basi azotate, ma ogni DNA estraneo introdotto viene immediatamente riconosciuto e tagliato. Il taglio genera frammenti di DNA noti come frammenti di restrizione e, quando le due eliche del DNA non sono tagliate nello stesso punto, i frammenti che si originano hanno estremità a singola elica, dette estremità coesive. Commercialmente disponibili, le endonucleasi di restrizione sono essenziali nella sequenziazione del DNA, nella mappatura dei geni (mappa di restrizione) e nei processi di ingegneria genetica, in quanto la presenza di estremità coesive permette che due frammenti di DNA possano essere uniti per complementarità delle basi.

 

ENDORFINE 

Nome dato a sostanze presenti nell'organismo, ad azione morfino-simile, scoperte nel 1975 dai ricercatori scozzesi J. Hughes e H. Kosterlitz. Chimicamente si tratta di peptidi a basso peso molecolare. Le  endorfine (o morfine endogene) sono presenti in vaste zone del sistema nervoso centrale e sono particolarmente concentrate nel sistema limbico e nelle vie del dolore. Quella presente in concentrazioni maggiori nel sistema nervoso centrale (ipotalamo e ipofisi) è la b-endorfina. Sono state trovate anche in gangli nervosi del tubo digerente, in nervi periferici e in tessuti non nervosi. Si pensa che le endorfine siano implicate nel controllo endogeno del dolore, però il loro ruolo può essere molto più ampio; è infatti probabile che abbiano una funzione di neuromediatori nel sistema nervoso centrale e in quello periferico. Le endorfine possono anche agire sull'attività dell'ipofisi esercitando, come la morfina, un effetto stimolante sulla liberazione di ormoni dell'accrescimento e di prolattina. La scoperta di queste sostanze ha consentito di localizzare e di studiare il meccanismo di azione dei recettori degli oppiacei. Il termine endorfine viene sempre più limitato ai peptidi oppiacei caratterizzati da una sequenza amminoacidica più lunga di quella delle encefaline.

 

ENERGIA (E) 

Capacità dei sistema di compiere lavoro o di cedere calore. L'energia cinetica è l'energia associata al movimento, l'energia potenziale è quella che discende dal fatto di occupare una determinata posizione in un campo di forze. 

 

ENERGIA CINETICA 

Energia che un corpo o una particella possiede in virtù del suo moto. 

 

ENERGIA DI ATTIVAZIONE Ea  

(1) Minima energia necessaria perché avvenga una reazione. (2) Energia richiesta dai reagenti per raggiungere il complesso attivato (vedi). 

 

ENERGIA DI DISSOCIAZIONE 

Energia minima necessaria per dissociare una mole di legami covalenti in una specie gassosa. E’ espressa in kJ mol-1.

 

ENERGIA DI IONIZZAZIONE (o potenziale di) 

Energia minima necessaria per allontanare un elettrone da un atomo, da uno ione o da una molecola allo stato fondamentale. L'energia di ionizzazione secondaria si riferisce all'allontanamento del secondo elettrone, e così via.

 

ENERGIA INTERNA (U)  

Energia totale di un sistema.

 

ENERGIA LIBERA DI GIBBS (G

L'energia di un sistema disponibile per effettuare lavoro utile a temperatura e a pressione costanti: DG = DH - TDS. Il verso spontaneo di svolgimento di una reazione a pressione e a temperatura costanti è quello secondo il quale l'energia libera del sistema diminuisce (DG < 0).

 

ENERGIA LIBERA STANDARD DI FORMAZIONE (DGf 0

Energia libera standard per mole di composto formato dagli elementi che lo costituiscono nella propria forma più stabile a 1 atm e alla temperatura data. 

 

ENERGIA LIBERA STANDARD DI REAZIONE (DGr0

Differenza tra l'energia libera totale dei prodotti e quella totale dei reagenti considerati tutti nello stato standard (si esprime in kJ). DGr0= ΣnDGf 0 (prodotti) - ΣnDGf 0 (reagenti), dove n indica i coefficienti stechiometrici in moli.

 

ENERGIA POTENZIALE 

Energia derivante dalla posizione di un sistema in un campo di forze. Ad es.: l'energia potenziale elettrostatica (coulombiana) di una carica è inversamente proporzionale alla sua distanza dalla carica che genera il campo.

 

ENERGIA RETICOLARE  

Quantità di energia rilasciata nella formazione di una mole di solido ionico cristallino a partire dai corrispondenti ioni gassosi.

 

ENERGOLI

Nome di un tipo di propellente per propulsione a razzo costituito da due sostanze liquide (ad es., alcool e ossigeno) la cui combustione deve essere innescata con un mezzo esterno dopo averle poste a contatto nella camera di combustione. 

ENSIMAGGIO
Trattamento lubrificante applicato sulle fibre per facilitare le operazioni a valle della filatura e sui fili continui per migliorarne gli andamenti nelle successive fasi di lavorazioni.

ENTALPIA (H

Proprietà di stato, il cui cambiamento eguaglia la quantità di calore trasferita tra il sistema e l'ambiente a pressione costante; H = U + PV.

 

ENTALPIA DI CONGELAMENTO 

L'opposto dell'entalpia di fusione.  

 

ENTALPIA DI DISSOLUZIONE (DHsol)  

La variazione di entalpia che accompagna la dissoluzione di una sostanza. 

 

ENTALPIA DI FUSIONE (DHfus

La variazione di entalpia per mole che accompagna la fusione di una sostanza.

 

ENTALPIA DI IDRATAZIONE (DHidr

La variazione di entalpia che accompagna l'idratazione degli ioni in fase gassosa. 

 

ENTALPIA DI LEGAME (DHB)  

Variazione di entalpia che accompagna la scissione di un legame. Ad es.: H2(g) -> 2H(g): DHB (H-H) = +436 kJmol-1

 

ENTALPIA DI LEGAME MEDIA DH(A-B) 

Media delle entalpie di legame A- B relative ad un certo numero di molecole differenti contenenti lo stesso legame A- B. Vedi anche entalpia di legame.  

 

ENTALPIA DI REAZIONE  

Variazione entalpica relativa alla reazione chimica così come è espressa dall'equazione chimica. Ad es.: CH4(g) + 2O2(g) -> CO2(g) + 2H2O(l): DH = -890 kJ.

 

ENTALPIA DI SUBLIMAZIONE (DHsubl)  

La variazione di entalpia associata alla sublimazione di 1 mol di sostanza (alla sua transizione diretta da solido a vapore). 

 

ENTALPIA DI VAPORIZZAZIONE (DHvap)  

La variazione di entalpia che accompagna la vaporizzazione di 1 mol di sostanza (passaggio dallo stato liquido a quello di vapore). 

 

ENTALPIA RETICOLARE  

Variazione standard dell'entalpia che accompagna la trasformazione di un solido ionico in un gas di ioni.

 

ENTALPIA SPECIFICA (di combustibile)  

Valore assoluto dell’entalpia di combustione riferita a un grammo di sostanza combustibile.

 

ENTALPIA STANDARD DI COMBUSTIONE (DHc0)  

Variazione di entalpia per mole di sostanza che brucia (reagisce con l'ossigeno) completamente in condizioni standard. 

 

ENTALPIA STANDARD DI FORMAZIONE (DHf 0)  

Entalpia standard per mole di composto ottenuto dagli elementi che lo costituiscono considerati nella propria forma più stabile a 1 atm e alla temperatura data. 

 

ENTALPIA STANDARD DI REAZIONE (DHr0)  

Differenza tra l'entalpia totale dei prodotti e quella totale dei reagenti considerati tutti nello stato standard, moltiplicata per i relativi coefficienti stechiometrici (si esprime in kJ); DHr0= ΣnDHf 0 (prodotti) - ΣnDHf 0 (reagenti), dove n indica i coefficienti stechiometrici in moli. DH0 si ricava dalle entalpie standard di formazione.

 

ENTROPIA (S)

E’ un indice del numero di stati possibili del sistema, nelle condizion date. Di solito viene descritta collegandola al 'disordine' molecolare di un sistema, si deve però tener conto che la nozione di ordine/disordine è fortemente antropocentrica.La variazione dell'entropia è uguale al rapporto tra la quantità di calore fornita al sistema e la temperatura assoluta alla quale è avvenuto il trasferimento. 

 

ENTROPIA MOLARE STANDARD (S0

L’entropia relativa a 1 mol di sostanza alla pressione di 1 atm e alla temperatura data. 

 

ENTROPIA STANDARD DI REAZIONE (DSr0)  

Differenza tra l'entropia totale dei prodotti e quella totale dei reagenti considerati tutti nello stato standard (si esprime in J K-1):

DSr0= ΣnSf 0 (prodotti) - ΣnSf 0 (reagenti), 

dove n indica i coefficienti stechiometrici in moli.

 

ENZIMI
Catalizzatori di origine biologica. Proteine complesse che esercitano azione catalitica in numerose reazioni biologiche, ad esempio alcuni di essi, nel tratto intestinale di animali, assistono la rottura di molecole di carboidrati e grassi in molecole di minori dimensioni, assistendone l'ingresso nel metabolismo. Gli  enzimi sono proteine semplici o coniugate di elevato peso molecolare prodotte dalle cellule viventi a partire dagli amminoacidi. Sono termolabili, capaci di agire al di fuori della cellula o dell'ambiente che li ha prodotti. Gli enzimi sono attivi a concentrazioni bassissime: una molecola di catalasi per es. può scomporre cinque milioni di molecole di acqua ossigenata in un minuto. A causa della loro natura proteica gli enzimi vengono inattivati dal calore, dalle radiazioni, dagli acidi e dalle basi forti, dagli ioni di metalli pesanti, da azioni meccaniche come le alte pressioni, lo schiumeggiamento, ecc. Il loro optimum di azione si aggira intorno ai 40 ºC. Gli enzimi sono specifici, nel senso che le reazioni da essi accelerate riguardano una determinata sostanza o gruppo di sostanze. Ogni enzima richiede condizioni particolari di temperatura, di pressione, di acidità (pH); l'andamento della reazione dipende dalla concentrazione dei reagenti, dalla concentrazione di alcuni ioni, dalla presenza di fattori favorevoli (coenzimi) o al contrario di fattori che bloccano l'enzima (inibitori enzimatici). Certi enzimi sono comuni a tutti gli organismi, altri solo ai vegetali oppure agli animali; inoltre il patrimonio enzimatico varia da specie a specie e nell'ambito di una stessa specie da organo a organo, da tessuto a tessuto e persino da un costituente cellulare all'altro. Il numero degli enzimi esistenti in natura è pertanto molto elevato (se ne conoscono circa 700), il che è giustificato dal fatto che la maggior parte delle reazioni chimiche e fisico-chimiche biologiche sono accelerate da enzimi. L'enzimologia è infatti uno dei capitoli più importanti della biochimica; ha applicazioni pratiche nell'industria alimentare, farmaceutica, in agricoltura, ecc.

Costituzione.Un  enzima è costituito da un protide di alto peso molecolare, termolabile, e da una parte non proteica di peso molecolare molto minore, termostabile, dializzabile, detta coenzima. Nella maggioranza dei casi l'azione enzimatica è ottenuta per giustapposizione dell'enzima, che condiziona la specificità, e del coenzima che determina il tipo di reazione chimica. Spesso gli enzimi non sono presenti che in tracce nelle cellule e vengono prodotti al momento del bisogno con l'intervento di un proenzima. Si possono isolare allo stato cristallino vari enzimi; i primi furono l'ureasi (1926), la pepsina (1932), la tripsina (1934), la papaina (1937), il fermento giallo di Warburg (1937). La nomenclatura degli enzimi si basa sulla natura della reazione chimica o sul nome di una sostanza reagente o di entrambe, cui si aggiunge il suffisso “asi”.

 

ENZIMI, CLASSIFICAZIONE DEGLI

La  classificazione degli enzimi, a lungo oggetto di discussioni e controversie, è stata unificata da un'apposita commissione internazionale che li ha distinti in sei grandi classi in base al tipo di reazioni catalizzate. Si hanno così: 1. ossidoriduttasi che catalizzano reazioni di ossidoriduzione; 2. transferasi che trasportano gruppi chimici da un composto donatore a uno accettore; 3. idrolasi che idrolizzano sostanze contenenti C—O, C—O—C, C—N; 4. liasi che spostano gruppi chimici sia staccandoli da composti donatori, in cui introducono doppi legami, sia inversamente addizionandoli a composti accettori in corrispondenza di doppi legami; 5. isomerasi che catalizzano isomerizzazioni; 6. ligasi, dette anche sintetasi, che determinano l'unione di due molecole scindendo un legame pirofosforico dell'ATP o dell'analogo trifosfato.

Le varie classi di enzimi sono a loro volta divise in sottoclassi e queste in sottosottoclassi a cui sono ascritte le singole unità enzimatiche. Queste sono contrassegnate da numeri arabi separati l'uno dall'altro da punti. Il primo numero indica la classe d'appartenenza, il secondo la sottoclasse, il terzo la sottosottoclasse, in modo da poter individuare immediatamente l'attività di un enzima col semplice esame del suo numero d'ordine. In pratica sono tuttora usate anche le vecchie denominazioni, pur essendo scientificamente superate.

EP(D)M
Gomme a base di co- o terpolimeri di etilene-propilene-(diene) ottenuti per polimerizzazione in soluzione o in sospensione con catalizzatori Ziegler-Natta. Le proprietà finali dipendono dal contenuto relativo di propilene/etilene e dal tipo/contenuto di diene. Sono caratterizzati da un’elevata resistenza all’invecchiamento a seguito dell’azione degli agenti atmosferici. Principali applicazioni nell’edilizia, cavi, componenti auto, articoli tecnici.

EQUAZIONE CHIMICA  

Descrizione dell'informazione qualitativa concernente le trasformazioni chimiche che si svolgono nel corso di una reazione e della proporzione relativa con cui si combinano i reagenti e si formano i prodotti. In una equazione chimica bilanciata a sinistra e destra compaiono gli stessi atomi nello stesso numero. Analogamente la somma delle cariche deve essere eguale a sinstra e a destra del segno di reazione.

 

EQUAZIONE CINETICA (o legge cinetica)

Equazione che esprime la velocità di reazione in un dato istante in funzione della concentrazione delle specie partecipanti. Ad es.: velocità = k[NO2]2

 

EQUAZIONE CINETICA INTEGRATA (o legge cinetica integrata)

Concentrazione di un reagente o di un prodotto in funzione del tempo, ricavata dalla legge cinetica per integrazione. Ad es.: [A] = [A]0e-kt.

 

EQUAZIONE DI ARRHENIUS  

L’equazione k = Ae-E/RT che descrive la dipendenza della velocità di reazione dalla temperatura. I parametri di Arrhenius sono il fattore di frequenza A e l'energia di attivazione E. Il diagramma di Arrhenius è il grafico di ln k in funzione di 1/T; la reazione manifesta comportamento dei tipo Arrhenius quando tale grafico è una retta.

 

EQUAZIONE DI HENDERSON-HASSELBALCH  

Equazione approssimata che permette di ricavare il pH di una soluzione contenente una coppia coniugata acido-base: 

 

 

(Figura tratta dall'indirizzo: http://digilander.libero.it/itisaltamura/arizona/acqua/acidibasi.htm)

 

 

EQUAZIONE DI STATO  

Espressione matematica che correla il volume, la pressione, la temperatura e la quantità di sostanza presente nel campione. Ad es.: la legge del gas ideale, pV=nRT

 

EQUAZIONE DI STATO DEI GAS REALI (VAN DER WAALS)  

Equazione di stato approssimata dei gas non perfetti basata su due parametri correlati con le interazioni tra le molecole. La legge di Van der Waals può essere scritta in questa forma:

[(P + n2 (a/V2)] (V - nb) = nRT

dove a e b non sono costanti universali, bensì due parametri ai quali devono essere assegnati valori opportuni, ricavabili per via sperimentale. La legge di Van der Waals può essere interpretata a livello microscopico: le molecole interagiscono tra loro per mezzo di forze a corto raggio che sono fortemente repulsive a piccola distanza, diventano debolmente attrattive a distanza media e si annullano a grande distanza. La mutua repulsione tra molecole proibisce alle particelle di occupare posizioni particolarmente ravvicinate e di conseguenza una parte dell’intero volume non è disponibile al moto casuale: nell’equazione di stato questo volume "proibito" (b) deve essere sottratto al volume del recipiente (V), ottenendo (V - b).

EQUILIBRIO CHIMICO
Ogni reazione chimica è caratterizzata da una cinetica, che ne individua la velocità e da una costante di equilibrio chimico, uguale al rapporto tra le concentrazioni di prodotti e reagenti e correlata alla variazione di energia libera indotta dalla reazione stessa. Se la variazione di energia libera (che comprende termini di calore di reazione e di variazione di entropia) è favorevole, la reazione tende a decorrere, allora si parla di equilibrio spostato verso i prodotti. In caso contrario (bassa costante di equilibrio) sia in laboratorio, sia negli impianti industriali, spesso si ricorre ad una continua rimozione dei prodotti che, dovendo il rapporto tra prodotti e reagenti rimanere costante, induce una progressiva trasformazione di questi ultimi.

EQUILIBRIO DI BRØNSTED  

Equilibrio di trasferimento del protone da un acido ad una base: acido1 + base2 <--> acido2 + base1. Ad esempio: 

CH3COOH(aq) + H2O(1)<- -> H3O+(aq) + CH3CO2- (aq).

  

ERBICIDI
Fitofarmaci in grado di combattere le erbe infestanti eliminando la loro competizione con la coltura utile da proteggere, ovvero idonei ad eliminare la vegetazione indesiderata. Applicati direttamente alle piante, essi distruggono le cellule e danno alla pianta il caratteristico aspetto, per l’inibizione della fotosintesi. Possono essere organici di sintesi, o inorganici, come il sodio clorato. Ma solo i primi sono selettivi, perché vengono assorbiti dalle piante a foglia larga, quindi vanno bene per disinfestare il mantello erboso del prato.
Esempi di classi chimiche di erbicidi sono: triazine, difenileteri, solfoniluree, imidazolinoni. Alcuni composti organici noti sono il Paraquat, il 2-4D (acido 2,4-diclorofenossiacetico) e il simile MCPA (acido 2-metil,4-clorofenossiacetico) che occupano il 40% del mercato, mentre il 15% del mercato è occupato da atrazina (2-cloro-4-etilammino-6-isopropilammino-S-triazina) , simazina, molinate. Queste sostanze organiche di sintesi, come il 2-4D, sono selettive (combattono le erbe a foglia larga, quindi ad esempio vengono usate per le erbe infestanti dei prati), al contrario di sostanze più semplici e meno inquinanti, come il clorato di sodio o il latte di calce, che però distruggono tutti i tipi di piante. Il problema con questi composti è la contaminazione delle acque. Sono stati spesso ritrovate tracce di atrazina e paraquat nelle acque potabili.

ERBIO 

Metallo del gruppo delle terre rare. (Simb.: Er.) L'erbio  è l'elemento chimico di numero atomico 68 e di massa atomica 167,26. L'esistenza del suo ossido fu dimostrata nelle terre ittriche, in miscela con altri ossidi di terre rare. I suoi sali, ottenuti per azione degli acidi sull'ossido, sono di colore rosa carico. L'erbio, metallo rarissimo, non ha applicazioni pratiche.

 

Un sistema periodico per immagini

Immagini sull'erbio

Fatti e dati dell'erbio

 

ESALTONE

Chetone ciclico di formula C15H28O, ottenuto per sintesi e usato in profumeria per l'intenso odore di muschio. 

Struttura dell'esaltone

ESPANSI   (schiume)
Materiali di bassa densità, per la presenza di celle piene di gas, che possono essere interconnesse (celle aperte) o meno (celle chiuse). Gli espansi possono essere rigidi o flessibili, nel primo caso sono anche chiamati strutturali. Si preparano in vari modi, il più diffuso consiste nell'espansione di una massa polimerica fluida iniettando in essa un gas sotto intensa agitazione, oppure facendo avvenire nella massa una reazione che produca un gas; la struttura cellulare così formata deve poi essere stabilizzata, ad esempio per raffreddamento. Gli espansi trovano vasto impiego nell'arredamento (imbottiture), nell'isolamento termico, acustico ed elettrico, nell'imballaggio e nei trasporti, dove contribuiscono ad alleggerire i veicoli senza indebolirne la struttura.

ESPLOSIONE  

Rapidissimo passaggio da un equilibrio fisico, chimico o chimico-fisico, instabile a uno stabile. Consiste spesso nella decomposizione di una sostanza ad alto contenuto energetico in altre più stabili, di solito allo stato gassoso, con reazioni esotermiche e con produzione di pressioni elevate; in altri casi l'esplosione è accompagnata da fenomeni luminosi o, più generalmente, da emissione di onde elettromagnetiche. L'esplosione  è accompagnata dalla propagazione estremamente rapida di un'onda di pressione nell'interno della massa della sostanza esplodente e può, ad es., provocare la rottura di un recipiente che contiene un fluido in pressione (per es.: esplosione di una caldaia a vapore o di una bombola di gas compresso). L'esplosione può consistere in una reazione chimica violenta e rapida che genera gas: le sostanze atte a essere sede di tale reazione si chiamano esplosivi. A seconda della velocità di propagazione dell'onda di pressione, si hanno due tipi di esplosione: la deflagrazione e la detonazione; per la prima si hanno velocità di qualche centinaio di m/s, per la seconda di 1.000 ÷ 10.000 volte maggiore, con pressioni di gran lunga superiori. La detonazione ha effetti laceranti, mentre la deflagrazione è sfruttata nelle armi da fuoco e in altri dispositivi meccanici per scopi vari. Gli elementi da cui dipendono gli effetti meccanici dell'esplosione sono: la forza dell'esplosivo (tensione dei suoi prodotti gassosi), la potenza dell'esplosivo (quantità di lavoro meccanico compiuto) e la durata dell'esplosione. 

 

ESPLOSIVO  

Sostanza o miscuglio di sostanze che, in determinate condizioni, con l'intervento di un'adatta causa esterna, è in grado di attuare la rapida trasformazione (detta reazione esplosiva) dei propri componenti liberando una grande quantità di energia.

Un esplosivo può essere gassoso, liquido o solido. La più semplice delle sostanze esplosive è la miscela composta di due volumi di idrogeno e uno di ossigeno; a parità di peso questa sviluppa maggiore energia di qualsiasi altro esplosivo ma non è di pratico impiego. Di recente però è stato possibile realizzare, con l'impiego di altre sostanze (idrocarburi con alto grado di infiammabilità), esplosivi gassosi o aeriformi; le sostanze esplosive liquide (ad es. nitroglicerina) sono poche e il loro uso è limitato; quelle solide invece sono numerose e trovano impiego nella generalità dei casi. Gli esplosivi di maggiore densità si decompongono con violenza superiore perché sviluppano maggior quantità di gas per unità di volume. Solo recentemente sono arrivati a buon punto gli studi per esplosivi liquidi o LP (Liquid Power) per obici e cannoni caratterizzati da temperatura di combustione più bassa, nessun pericolo di accensione per autocomubustione e costo ridotto. Gli LP consentono inoltre la continua variazione della carica di lancio adattandola all'obiettivo e triplicando la cadenza di fuoco; nell'impiego pratico il quantitativo prescelto per fornire al proietto l'energia sufficiente a fargli raggiungere la prevista gittata, viene iniettata direttamente nella camera di scoppio un pistone, in tutta sicurezza. L'esplosivo liquido inoltre brucia senza produrre gas di combustione e senza lasciare residui e non è tossico né sulla pelle né per inalazione. Dal punto di vista della composizione si possono distinguere esplosivi semplici e composti. Dei primi fanno parte la nitroglicerina, la nitrocellulosa, il nitroglicol, la pentrite, l'acido picrico, il tritolo, la ciclonite, la nitroguanidina, il fulminato di mercurio, l'azoturo di piombo, ecc. Tra i secondi si classificano le dinamiti, la polvere nera, le balistiti, gli esplosivi al clorato o al nitrato ammonico, nonché quelli detti al plastico, che sono di solito a base di ciclonite con aggiunta di oli lubrificanti o masse cerose che li rendono facilmente modellabili.

Un esplosivo può decomporsi dando luogo a una reazione di ossidazione completa (quando contiene ossigeno in quantità sufficiente o esuberante per trasformare gli elementi in esso contenuti in composti stabili al massimo grado di ossidazione [es. nitroglicerina]) o incompleta. Nelle miniere e nei lavori in galleria si impiegano esclusivamente esplosivi del primo tipo, detti anche esplosivi di sicurezza, perché, non consumando l'ossigeno dell'aria, non la rendono irrespirabile. Gli esplosivi sono a volte miscelati a sostanze inerti (es. dinamite) o fra di loro (es. balistite) per ottenerne prodotti con caratteristiche che li rendano idonei a determinati usi. In passato gli esplosivi venivano raggruppati secondo il tipo di reazione con cui si decompongono (deflagrazione, scoppio, detonazione) in tre categorie che costituiscono anche classificazione d'impiego.

Esplosivi lenti, o di lancio o di proiezione, o propellenti (chiamati impropriamente polveri): si decompongono mediante deflagrazione esercitando un'azione graduale, progressiva; sono impiegati per lanciare proietti, razzi, missili.

Esplosivi dirompenti o alti esplosivi o esplosivi di scoppio: si decompongono con detonazione violenta (minore però di quella dei detonanti); sono atti a produrre effetti di rottura e di distruzione; sono impiegati per il caricamento di proietti e di mine, per la confezione di cariche cave, cartucce esplosive, ecc. Tra questi primeggiano il tritolo e la dinamite. 

Esplosivi detonanti (o semplicemente detonanti o fulminanti, così detti per la loro caratteristica di decomporsi esclusivamente mediante detonazione, essendo molto sensibili alle azioni esterne: in genere sono impiegati, in miscela con sostanze che ne attenuano l'instabilità allo stato puro, per innescare la reazione delle categorie precedenti. Tra gli esplosivi delle due prime categorie non esiste una distinzione netta in quanto una stessa sostanza può, con diverso e appropriato innescamento, intasamento o densità di caricamento, forma o granitura, detonare o deflagrare. Le proprietà che caratterizzano un esplosivo e che ne condizionano l'impiego sono: la stabilità termica, la sensibilità agli urti, la facilità all'innescamento (minima quantità di materia innescante occorrente), potenza e calore di esplosione, volume dei gas sviluppati. Così gli esplosivi di lancio devono presentare sicurezza d'impiego, massima stabilità, grande regolarità d'azione, l'emissione dei gas deve essere progressiva in relazione alla lunghezza della bocca da fuoco; per le micce lente devono valere le stesse caratteristiche (eccetto l'ultima); gli esplosivi di scoppio dei proietti devono essere insensibili agli urti, ma di facile innescamento; gli esplosivi da mina devono avere forte potere dirompente, se impiegati in fori da mina devono poter detonare per influenza. 

 

ESSICCAMENTO

In  laboratorio per attuare l'essiccamento di sostanze solide si utilizza l'essiccatore, soprattutto per piccole quantità e nella pratica di analisi; per quantità maggiori si usano stufe eventualmente a chiusura ermetica per potervi fare il vuoto. I gas vengono invece essiccati facendo compiere loro un percorso tortuoso attraverso tubi riempiti di sostanze essiccanti (cloruro di calcio anidro, ecc.) oppure facendoli gorgogliare in liquidi avidi d'acqua o del particolare liquido da eliminare.

Nell'industria chimica spesso oltre all'acqua si devono eliminare solventi organici solubili, eventualmente infiammabili. Si ricorre perciò ad apparecchiature stagne per evitare possibili esplosioni. Negli apparecchi industriali è molto importante, per calcolare la grandezza degli essiccatoi e la durata dell'essiccamento, conoscere la quantità di liquido che si elimina nell'unità di tempo e per una certa quantità di materiale. I calcoli sono molto difficili perché il liquido diffonde ed evapora in modo diverso per le diverse sostanze e a seconda del loro grado di suddivisione. A volte sulla sostanza da essiccare si crea una pellicola secca che rende più lenta la diffusione e che richiede tempi maggiori (saponi, ecc.). I processi di essiccamento industriale possono utilizzare un gas caldo e secco che cede il suo calore e si satura di liquido passando sulla sostanza umida in equicorrente, cioè introducendo il gas nella parte più umida e fredda della sostanza, oppure in controcorrente, cioè immettendolo nella parte più secca e calda. Ciò si può fare solo se la sostanza è particolarmente stabile al calore (controcorrente) o abbastanza stabile (equicorrente); se la sostanza è termolabile (organi animali e la maggior parte delle sostanze organiche) la si essicca a temperatura costante riscaldandola direttamente e facendovi passare un gas freddo e secco oppure eliminando il solvente sottovuoto. In casi particolari si opera a freddo in apparecchi che permettono di rimuovere continuamente il materiale oppure facendolo passare su superfici calde o nebulizzandolo, ecc. Nella fabbricazione del sapone l'essiccamento consiste nell'asportazione dell'acqua in eccesso mediante riscaldamento in essiccatoi a circolazione d'aria o, per i saponi in polvere, in opportune torri di polverizzazione. Per evitare il rammollimento del sapone l'essiccamento si attua senza innalzare molto la temperatura; per ottenere una superficie esterna trasparente si effettua un raffreddamento lento, perché il raffreddamento rapido porta a una opacità dovuta all'arresto della reazione tra acidi grassi e alcali.

ESTERE
Composti chimici individuati dalla presenza di gruppi COO-C, in cui uno dei legami carbonio ossigeno è doppio. Vengono comunemente ottenuti per reazione di acidi organici con alcoli, catalizzata da acidi o basi, o anche per transesterificazione. Molti composti della serie sono odorosi (acetato di isoamile: mela). Possono essere prodotti di partenza per la sintesi di poliesteri, es. da dimetiltereftalato e glicoli si ottengono poli(etilene tereftalato) (PET) e poli(butilene tereftalato) (PBT).

 ESTRATTORE

Apparecchio in cui una miscela di sostanze viene posta a contatto con un liquido che scioglie una parte di esse. L'estrattore continuo o di Soxhlet è un apparecchio che serve per estrarre in continuo con un solvente una miscela di solidi.

ESTRAZIONE CON SOLVENTE
Trasferimento selettivo di un componente di una soluzione liquida ad un solvente particolarmente affine al componente da estrarre e poco solubile nella soluzione trattata.

ESTRUSIONE
E’ l’operazione di compattamento e fusione (o rammollimento) di un materiale plastico, seguita dalla forzatura del materiale stesso in modo continuo attraverso un orifizio, per mezzo di viti elicoidali.Le attrezzature adatte allo scopo (estrusori) sono tra le più usate nell’industria delle materie plastiche, sia all’uscita dei reattori di polimerizzazione dove il polimero, generalmente in polvere, è trasformato in granuli (chips), sia per la successiva trasformazione dei granuli in fili, lastre, film, etc. L’estrusione è anche utilizzata per mescolare intimamente alla massa del polimero gli additivi o il secondo componente di un blend ed eventualmente per far avvenire reazioni chimiche (estrusione reattiva).

ETBE
(v. ANTIDETONANTI)

ETERI
Composti chimici individuati da gruppi C-O-C, si ottengono generalmente da reazioni di sostituzione. Il termine più noto è l'etere etilico, per molto tempo usato come anestetico.

ETILENE
Idrocarburo non saturo di formula CH2=CH2, primo termine della serie degli idrocarburi aventi un doppio legame. L'etilene  fu scoperto nel 1669 dal tedesco Johann Joachim Becher. È presente in piccole quantità nel gas di carbon fossile e nel gas degli altiforni e di cokeria. Si ottiene industrialmente con metodi particolari di cracking dell'etano, del gasolio o della nafta. In laboratorio si prepara disidratando l'alcool sia in presenza di acido solforico verso 160 ºC, sia in fase gassosa, su allumina a 430 ºC. L'etilene è un gas che liquefa a ­104 ºC e solidifica a ­169 ºC. Un litro d'acqua ne scioglie 225 cm³ a 0 ºC. Essendo un composto insaturo, può dare reazioni di addizione. In presenza di metalli finemente suddivisi (rame, nichel, platino) e di idrogeno, si trasforma in etano; addiziona a freddo il cloro o il bromo formando dicloro- o dibromoetano. Addiziona anche l'acido cloridrico, l'acido bromidrico, l'acido iodidrico e solforico formando rispettivamente il cloruro, il bromuro, lo ioduro e l'idrogenosolfato di etile. A freddo addiziona l'acido ipocloroso dando la cloridrina etilenica (HOCH2CH2Cl); riduce il permanganato trasformandosi a seconda delle condizioni in glicol, acido ossalico, biossido di carbonio. Brucia con fiamma chiara e in condizioni ben controllate, a 300 ºC in presenza di rete di argento, viene ossidato dall'aria a ossido di etilene. L'ossido di etilene C2H4O, etere interno del glicol etilenico, è un liquido che bolle a 13 ºC e si ottiene per azione degli alcali sulla cloridrina etilenica o per ossidazione controllata dell'etilene; è un agente di sintesi industriale molto importante. L'etilene è un'importantissima materia prima dell'industria del petrolio. La sua polimerizzazione conduce ai polietileni o politeni; serve per la preparazione dell'etilbenzene e per la sintesi dell'alcool etilico; lo si fa allora assorbire in acido solforico concentrato ottenendo idrogenosolfato di etile che per idrolisi dà alcool e acido solforico diluito. Serve anche per la preparazione del dicloroetano, dell'ossido di etilene, della cloridrina etilenica, del glicol etilenico, ecc.

EUDIOMETRO  

Apparecchio che serve per effettuare l'analisi volumetrica di determinati miscugli gassosi o la sintesi di taluni composti i cui componenti sono gassosi, facendo scoccare una scintilla elettrica nel miscuglio. Il  principio del metodo di analisi eudiometrica consiste, nel caso che il miscuglio sia formato da due componenti gassosi, nell'introdurre nell'eudiometro un terzo gas, che sotto l'influenza della scintilla si combina con uno dei due componenti.

 

EUDIOMETRO DI VOLTA

Fu  usato da Gay-Lussac per determinare la composizione dell'aria e per effettuare la sintesi dell'acqua. È costituito da un tubo chiuso di vetro spesso e munito di due elettrodi posti in modo che una scintilla possa scoccare fra di loro. È possibile misurare il volume di gas prima e dopo la scarica e da questa misura si deduce la quantità di gas che ha reagito.

EUTROFIZZAZIONE
Fenomeno che comporta la abnorme crescita algale, con conseguente forte diminuzione di ossigeno, quando le alghe muoiono. Con la diminuzione di ossigeno l’acqua diventa torbida e la luce non penetra più, interrompendo la fotosintesi. Inizia allora il processo di putrefazione, e si sviluppano composti maleodoranti a nullo contenuto di ossigeno, come ammoniaca , metano, acido solfidrico.
Fosfati e nitrati sono i principali responsabili di questo fenomeno. Si calcola che 1kg di fosfato permette la crescita di 100 kg di alghe, che alla loro morte sottraggono 150 kg di ossigeno alle acque .


Consigli di lettura

Dizionario di Chimica e Chimica Industriale

Storia della chimica

Chimica, multinazionali alimentazione

Premi Nobel per la Chimica

Chimica e Immagini Sistema Periodico

Chimica, Epistemologia, Etica La chimica di Primo Levi

Chimica e Humor