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7. Riflessioni finali su Gaia e gli altri corpi

 
7.1 Non sono possesso di alcuno
 

Un praticante buddhista dovrebbe essere consapevole (veramente, continuamente consapevole) che le parole io-mio sono vuote, nel senso che non hanno alcun referente reale che corrisponda al loro contenuto semantico, pur così indispensabile per la comunicazione intersoggettiva. Non è questa la sede per innoltrarsi in un approfondimento dottrinale, è sufficiente dire che la negazione del proprio io è la premessa volontaristica alla pratica, e diventa un dato di fatto quando la pratica si avvicina al risveglio. Ho ancora una volta richiamato questo 'ancoraggio' del praticante buddhista per farne una premessa a questa semplice valutazione: nessuno dei corpi che abbiamo incontrato nel percorso delle pagine precedenti ci appartiene, in quanto non ne possiamo disporre. Per gli oggetti cosmici la cosa è ovvia, ma anche per Gaia e per il nostro corpo non ci troviamo in una condizione diversa. Solo un folle può ritenere di poter controllare i 100.000 miliardi di cellule che compongono il 'suo' corpo. Si può intervenire in vario modo, spesso con danno, ma il corpo umano funziona in generale 'per i fatti suoi'. La posizione generale del Buddhismo sul 'possesso' è stata espressa perfettamente da Shantideva, 12 secoli fa:

Al fine di conquistare questo prezioso pensiero di Risveglio

Compio ora l'adorazione dei Buddha,

E del Dharma vero, prezioso, immacolato,

E dei figli di Buddha, gli oceani di tutte le virtù:

Tutti i fiori e tutti i frutti,

Tante quante sono le erbe salutari,

Le gemme e i gioielli che abbelliscono questo mondo,

Le acque che scorrono così chiare e così belle,

E parimenti le montagne-gioiello in esso,

Le distese di foreste solitarie e dolci,

Le piante rampicanti con i loro splendidi fiori,

Gli alberi con i rami che si piegano per i frutti,

Tutte queste cose, che di fatto non sono possesso di alcuno:

Le raccolgo nella mia mente; ai migliori dei Saggi

Faccio ora dono di esse, a loro e alla loro prole.

Vogliano essi accettare questo da me, degni di ogni dono,

Grandemente compassionevoli, per compassione verso di me.

I versi citati sono di per sé bellissimi, per l'esaltazione del mondo-come-è, e per l'evocazione della gloria degli oggetti quotidiani: fiori, frutti ed erbe e tutto ciò che rende abbagliante la bellezza di Gaia. Sono però anche versi devozionali, e contengono un insegnamento prezioso: tutte queste cose di fatto non sono possesso di alcuno. Si tratta di un insegnamento veramente importante, che va ricordato in modo particolare quando si vive in un Paese governato da un Presidente del Consiglio piuttosto singolare, che vanta il possesso di 20.000 miliardi di lire come prova dei propri meriti.

7.1 La visione scientifica e l'insegnamento del Buddha

Spero di aver offerto un (as)saggio di quanto possa darci una visione scientifica dei tre corpi qui considerati: in primo luogo il 'nostro' corpo, e poi meno diffusamente per motivi di spazio, il corpo di Gaia e quello del Cosmo. Più volte in miei interventi nell'ambito della ricerca didattica ho insistito sul valore contemplativo della scienza come valore negletto nell'educazione scientifica, ma - a mio parere - intrinseco ad essa. La possibilità di mettersi in relazione con il mondo attraverso la pratica di meditazione è stata esercitata in maniera più o meno consapevole anche da molti scienziati. Abbiamo testimonianze rilevanti in questo senso. Una è quella di Werner Heisenberg, che è stato uno dei fondatori della fisica quantistica. Egli ha detto di essere arrivato al principio di indeterminazione dopo notti passate a pensarci, e al termine di una particolare, lunga passeggiata in silenzio, in concentrazione profonda, in raccoglimento interiore.

Questo valore contemplativo è stato alla base della teologia naturale, fiorita in Inghilterra fra Settecento e Ottocento. La posizione di chi scrive queste note è del tutto diversa. Ovunque si giunga con la ricerca scientifica, non appena si riesce ad entrare nella zona d'ombra della nostra ignoranza, si scoprono territori che non si sottraggono alle leggi della biologia, della chimica, della fisica. A mio parere non è attraverso la scienza che si può trovare l'impronta di un Dio creatore, ma solo attraverso la fede in una rivelazione. La visione scientifica del mondo è complementare alla contemplazione buddhista, in particolare perché favorisce l'indipendenza del praticante da qualsiasi 'sentito dire', sia pure esso un insegnamento letto in un libro sacro, o afferrato in un detto del Buddha. La via del Risveglio seguita dai buddhisti passa anche attraverso la Liberazione. Uno dei testi più importanti del Buddhismo riporta il dialogo fra una monaca, Dhammadinna, e un laico, Visakha:

"E qual è, o donna, il contrario dell'ignoranza?"

"Conoscenza, o amico Visakha, è il contrario dell'ignoranza"

"E qual è, o donna, il contrario della conoscenza?"

"Libertà, o amico Visakha, è il contrario della conoscenza"

"E qual è, o donna, il contrario della libertà?"

"Nirvana, o amico Visakha, è il contrario della libertà".

Nel testo pali originale la parola che qui Panikkar rende con 'contrario' è patibhaga, che indica 'comparabile a', 'controparte di'. La traduzione di Panikkar è per altro spiritualmente esatta, in quanto descrive il cammino buddhista come negazione - di volta in volta - delle successive conquiste: dell'ignoranza, della conoscenza, della stessa libertà. Certamente il superamento della libertà va oltre l'immaginazione di chi scrive queste note, che ritiene la libertà il bene supremo, ma l'insegnamento del Buddha è profondo ...