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3. L'interdipendenza di tutte le cose

 

Fra i tanti insegnamenti ricevuti dalla millenaria tradizione buddhista c’è una serie di affermazioni di importanza eccezionale, sia per quanto riguarda una pratica di meditazione con contenuti di carattere scientifico, sia per una più generale comprensione del mondo - sempre che ci si avvicini a questa comprensione con gli occhi e le viscere di un praticante zen. Le affermazioni che intendo qui commentare sono il fondamento dell'Avatamsaka Sutra, e sono giunte a noi espresse nell'estrema sintesi del cinese classico, una lingua che non ha rivali per brevità e potenza evocativa. Esse sono ben presentate e commentate nel prezioso volumetto di Alan Watts sullo zen.

La prima affermazione consiste di una sola parola, una parola pura e semplice: shih, che significa dharma nel senso di ‘cosa’, ‘evento’. Noi non abbiamo mai a che fare con delle cose, ma sempre con dei processi, degli eventi. Questo, dal punto di vista fisico, chimico e biologico, è certo. Per nostra necessità di comunicazione, di vita e di sopravvivenza diciamo che un bicchiere è un bicchiere e un cavallo è un cavallo. Tuttavia, noi sappiamo che il bicchiere non esiste in quanto bicchiere. Se io, come chimico, mi metto a discutere sul bicchiere, potrei tenere una noiosissima conferenza su cosa sia un vetro, su quali siano le sostanze che fondendo danno origine al vetro, sulle sue proprietà fisiche, meccaniche, ecc. Potrei anche dilungarmi, in modo ancora meno comprensibile, sull'infinità di processi chimico-fisici che sono sempre in corso nel 'bicchiere'. ossia nella materia di cui è costituito. Per una mosca un bicchiere è semplicemente luogo di passeggiate in cerca di umidità nutritive. A seconda delle circostanze un bicchiere può diventare un corpo di reato, un oggetto di antiquariato, un materiale da riciclare, servire per bere del buon sangiovese. L’oggetto che abbiamo davanti può essere considerato da un’infinità di punti di vista; la scienza ha un punto di vista particolare, analitico.  

     

Figura 4 Shih, la cosa-evento

 Shih dunque è un ‘oggetto-evento’, non c’è staticità, non c’è oggetto che noi possiamo considerare stabile, né come forma, né come contenuto, né come posizione. Si tenga conto, ad esempio, che pur rimanendo qua a Ravenna, e tuttavia partecipando al movimento di rotazione della Terra, noi ogni giorno percorriamo qualcosa come 20.000 km nello spazio! Siamo letteralmente appiccicati alla Terra, ed essa non solo gira su se stessa, ma sfreccia nella sua orbita intorno al Sole con una velocità media di 30 chilometri al secondo, più di 100.000 chilometri all'ora. Nessuno di noi se ne può accorgere, ma è così! Non c’è quindi punto di riferimento stabile, ogni 'cosa' è un 'evento', la cui 'natura' dipende dall'osservatore e dalle sue intenzioni. La meditazione su shih, la cosa-evento ci svela la meravigliosa ricchezza dell'essere.

     

Figura 5 Li, il principio

La seconda parola è li: il principio che sottende alla molteplicità delle cose. Li è un termine che viene utilizzato spesso negli scritti taoisti per indicare il principio d'ordine da cui derivano le 'cose. Dietro questa parola si nasconde molto poco di metafisico, ad esempio nel contesto della costruzione di una casa i grandi principi (ta li) sono quelli che regolano la deformazione di una trave di legno durante l'invecchiamento. La vita (forma e durata) delle travi di legno è governata dalla natura del legno, dal clima del luogo dove la casa deve sorgere, dalla sua maggiore o minore esposizione alle intemperie, e da analoghi fattori ben conosciuti dal capomastro che dirige i lavori di costruzione. In effetti lo stesso carattere con cui i cinesi indicano li richiama un contesto artigianale in quanto è formato dal radicale yu, giada, e dalla parte fonetica li, che rappresenta "un piccolo villaggio con il terreno ben diviso in campi. Il carattere ricorda che la giada va tagliata secondo la propria testura, secondo le regole imposte dalla natura del materiale. Nel cinese contemporaneo wu li hsueh designa lo 'studio delle leggi della materia', ovvero la fisica. Per i maestri dell'Avatamsaka Sutra (Hua Yen in cinese), li fa chieh, "il mondo di li", indicava sia l'intero complesso di leggi secondo cui gli esseri si formano, si trasformano e agiscono nel mondo dell'esperienza, sia ciò che risultava da questa attività continua, senza requie dal sorgere allo svanire dell'essere in questione. E ciò che derivava da questo continuo mutare era la visione delll'impermanenza di ogni ente, fuggevole nel tempo, e della sua dipendenza - in ogni istante - da altro da sé. Anche noi, se consideriamo da questo punto di vista esistenziale il complesso delle leggi secondo cui le scienze descrivono il divenire del mondo (compresi noi stessi), non possiamo che giungere alle stesse conclusioni: nulla rimane immutato, nemmeno per un istante, nulla ha in sé tutte le ragioni del proprio permanere. I maestri Hua Yen ritrovavano così due delle caratteristiche dell'essere indicate dal Buddha: impermanenza (anicca in lingua pali) e impersonalità (anatta). A questo punto, spingendo fino alle estreme conclusioni l'analisi esistenziale, essi compivano il passo decisivo, utilizzando li per indicare la vacuità buddhista (sunnata).

Non lasciamoci sfuggire l'aspetto semanticamente portentoso di questo 'svuotamento' di li, ed anzi riviviamolo nel nostro contesto conoscitivo. Li è un nome per l'insieme immenso e differenziato di leggi, di regole che gli enti rispettano 'giocando' ciascuno nel suo livello di esistenza. Le particelle elementari interagiscono nel mondo subatomico, le galassie precipitano nelle profondità del cosmo, e noi ci agitiamo nella nostra nicchia di forme e di desideri. Tuttavia li è anche un nome per sunnata, la vacuità, ossia l'assenza di un sé permanente per qualsiasi ente che sia chiamato alla ventura dell'essere. Dal mio punto di vista materialista, può anche darsi che li sia il flusso continuo di materia e di energia, in cui caos e ordine nascono e rinascono l'uno dall'altro. Questo principio che sottende alle cose agisce effettivamente; ne sono sicuro perché ciascuno di noi ha un rapporto intimo, intenso con la situazione in cui si viene a trovare. Un esito certo della pratica di meditazione è che il mondo si offre a noi. Basta che ci apriamo e il mondo è di una ricchezza straordinaria, strabiliante. Indossare una camicia è un’avventura dal punto di vista sensoriale; in bagno ci laviamo i denti e il nostro corpo sa tutto quello che deve fare; saliamo in macchina e il nostro corpo guida. Esistono quindi delle routines che fanno muovere queste grandi macchine che siamo noi, tranquillamente, autonomamente. Non so dire che cosa sia, ma so che funziona perfettamente; li è il principio che fa sì che la pianta cresca, è l’andamento generale di tutte le cose. Però, prima che si crei una confusione fra li e qualche parola di moda nella new age, vorrei richiamare quanto abbiamo visto sulla vastità della conoscenza che è attualmente consolidata nelle grandi discipline sperimentali. Se si considerano anche 'solo' i 25 milioni di articoli disponibili per la chimica e la biologia chi potrebbe osare di dire che conosce le scienze sperimentali? Pure, la conoscenza 'positiva' che è evocata dai nomi 'chimica' e 'biologia' è immensa, così anche li è il nome di tutte le leggi, di tutte le regole, di tutti i giochi.

La terza proposizione è più complessa, perché non indica 'solo' le componenti fondamentali di tutti i mondi possibili, shih e li, ma le mette in relazione fra di loro: li shih wu ai, "Tra principio e cosa, nessun impedimento" (si vedano in Figura 6 i caratteri cinesi corrispondenti). In questo caso l'espressione cinese non fa che raccogliere limpidamente l'essenza della tradizione buddhista in campo epistemologico ed etico: ogni evento ha una causa, ogni azione ha delle conseguenze. Il principio di responsabilità per le proprie azioni è 'solo' una versione specifica del più generale principio di causalità che regge l'intero insegnamento del Buddha e dei maestri che lo hanno seguito nel tempo. Con la morte di un essere senziente non tutto si estingue, in quanto le sue azioni - buone o cattive - hanno impresso nel mondo un flusso di eventi che non si interrompe (e come potrebbe essere altrimenti?) con la scomparsa della causa prima di quel flusso. Dopo la morte, il corpo e la 'personalità' dell'essere senziente si dissolvono, ma non così il grumo irrisolto di desideri, avversioni, illusioni, intenzioni (sankhara) che ha guidato le azioni dell'essere nel flusso di eventi che chiamiamo vita. Sankhara è il termine tecnico con cui nel Buddhismo si indica l'attività intenzionale e formativa delle nostre azioni-nel-mondo

     

Figura 6

Li shih wu ai: tra principio e cosa nessun impedimento

L'armoniosa compenetrazione dell' essere con la vacuità

 
Questo grumo, privo di 'personalità' ma non di efficacia, si ricicla nel seme/embrione di un altro essere senziente, che viene così a 'impersonare' un carattere già segnato - fin dalla nascita - da quanto fatto nelle vite precedenti. Sottolineo che non vi è nulla di 'mistico' in quanto ho appena detto, infatti seguendo una simile traccia si incontra in Occidente, o meglio in Europa, la fenomenologia contemporanea. Leggiamo in Paul Ricoeur:

"Nell'azione io provo il mio corpo come ciò che non solo sfugge alle mie intenzioni, ma anche che mi precede nell'azione. Questa anteriorità disposizionale del corpo si rivela in un certo numero di esperienze limite [...]: esperienza di essere già nato - esperienza di avere o di essere un carattere non scelto - esperienza di essere 'portato' da un fondo pulsionale largamente inconscio, che è come la terra sconosciuta della sfera psichica".

Ma torniamo all'Avatamsaka Sutra: il principio pervade ogni cosa e ogni cosa funziona secondo questo principio, li shih wu ai. Forse non vi sono punti dell'insegnamento buddhista in cui sia migliore, più preciso il raccordo fra la pratica spirituale dell'Oriente e la pratica scientifica dell'Occidente. Più avanti avremo occasione di mettere in evidenza il complesso funzionamento del principio di causalità nella visione scientifica del mondo.

La quarta e ultima affermazione in cui si sintetizza la tradizione Hua Yen è veramente fondante, ossia propone un fondamento possibile alla nostra comprensione del mondo. Shih shih wu ai, questa frase - che risuona come la carezza del vento - significa: "Tra cosa e cosa, nessun impedimento". L'affermazione che tra cosa e cosa non c’è nessun impedimento apre un orizzonte sconfinato. Noi ne possiamo verificare la veridicità in ogni momento - nella scienza, nella vita quotidiana, nella pratica di meditazione. Fra me e chi incontro per la strada non c'è impedimento od ostruzione che non sia voluta da noi stessi (dalla società come l'abbiamo costruita). Intervengono massicciamente gerarchie e convenzioni sociali, l'esperienza pregressa, il timore e la noia. La classificazione è immediata: marocchino, fuori-di-testa, bella signora, e via catalogando. Lo stesso va detto per le relazioni non casuali, quelle più preziose: tra me e la mia sposa non c'è impedimento, tra me e i mie figli non c’è impedimento, ma ovviamente anche nei rapporti più intimi si frappongono barriere che possono sembrare insormontabili. Tutte queste barriere sono immaginarie, derivano dalla nostra ignoranza (avijja, letteralmente 'non testimonianza'), dalla nostra incapacità di vedere con occhi non più torbidi la realtà (sociale, familiare, personale).

Shih shih wu ai vuol dire anche che fra me e il seme che ho messo sotto terra non c’è ostruzione, che posso comprendere a fondo - vivere - il processo meraviglioso di 'risveglio' di una cosa (un fagiolo secco) che sembrava priva di vita. Qui per 'comprendere a fondo' intendo in un modo piuttosto personale (lo confesso) un uso ibrido della conoscenza scientifica e della gnosi meditativa. Il contenuto scientifico che invoco e uso nella pratica di meditazione è semplicemente un far partecipare ciò che conosco alla esplorazione di ciò che conosco. In effetti la profondità senza fine di quanto indica shih shih wu ai diventa evidente non solo alla luce delle pratiche di meditazione, ma è proprio la ricerca scientifica sviluppatasi in Europa a partire dal 1600 che ha verificato come la nostra possibilità di comunicare con le cose e con gli esseri senzienti sia illimitata.

   

Figura 7

Shih shih wu ai

Tra cosa e cosa, nessun impedimento: il risveglio nella totalità  

La storia della scienza, come tutte le altre grandi avventure umane, è passibile di diverse letture, di narrazioni (apparentemente) alternative. Da una parte si presenta come la storia di un tentativo di dominio totale sul mondo, un dominio inteso senza residui lasciati al caso, o agli stessi enti incontrati nella ricerca (batteri, fiumi, balene, mais). Da un altro punto di vista la storia della scienza appare come lo svelamento di scenari immensi, inattesi, imprevedibili. Il 9 ottobre 1676 un commerciante olandese di abiti e merceria spedì una lettera alla Royal Society in cui comunicava che con il microscopio aveva scoperto la natura degli 'oggetti' osservati in un'infusione di fieno. Antoni van Leeuwenhoek inventato e costruito i primi microscopi nel 1673; privo di qualsiasi formazione scientifica, aveva aperto a se stesso e all'umanità un mondo completamente inesplorato, di cui mancavano persino le parole adatte per descriverlo. Duecento e cinquanta anni dopo, tre scienziati mitteleuropei portarono l'attenzione della comunità scientifica su uno scenario che da sempre era stato sotto gli occhi di tutti, ma che nessun scienziato fino ad allora aveva ritenuto degno di spenderci vita e denaro. Konrad Lorenz era un medico austriaco, Karl von Frisch era uno zoologo pure austriaco, mentre Nikolaas Timbergen era uno zoologo olandese. La fotografia di Lorenz seguito dalle sue 'figlie' oche è nota a tutti, Frisch risolse il problema (che si era 'inventato'!) della danza delle api, Timbergen studiò le danze di accoppiamento degli spinarelli. Se Leeuwenhoek, uomo di profonda fede religiosa, si dovette munire di strumenti per indagare i segreti nascosti della Creazione, i fondatori dell'etologia contemporanea non dovettero alzare nessun 'sipario' per scoprire lo 'scenario' dell'imprinting alla nascita o quello delle 'mappe' descritte dalle api. Come ho detto, tutto era sotto gli occhi di tutti. Non c'era impedimento, solo indifferenza e ignoranza.

Nelle prossime tre parti della relazione indicherò tre 'luoghi' da esplorare, guidati dalle nostre attuali conoscenze scientifiche, ed ispirati dalla tradizione Hua Yen:

"Semplicemente ascoltandola, pensandola e comprendendola intellettualmente, non giungerai mai alla realizzazione della verità. L’eccellente, definitiva verità, quella che fin dall’inizio non ha alcuna parola per esprimersi, è essenzialmente quieta, realizzabile solo nell’intima coscienza del saggio".

Ho citato ancora un passo dell'Avatamsaka Sutra per rendere - se necessario - più esplicita la prospettiva epistemologica in cui si colloca l'intero insegnamento buddhista. In questa prospettiva shih, li, shih li wu ai, shih shih wu ai, non sono esotici scioglilingua ma termini adatti per una induzione semantica, con cui nella pratica di meditazione si può in un primo tempo richiamare l'aspetto vissuto di certe parole chiave, e in un secondo tempo si trasforma il vissuto in intuizione diretta dell'oggetto di meditazione, così come ci invita a fare l'Avatamsaka Sutra.

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