0. Introduzione

L'argomento che mi è stato affidato per questa relazione è di grande interesse: "Le nuove frontiere della scienza: quale dialogo con la tradizione buddhista". Data la sua vastità, ho orientato la ricerca, e quindi l'esposizione, secondo una prima prospettiva, selettiva ma classica: valutare 'dove' (secondo la scienza) ciascuno di noi, donna e uomo, si trova nel panorama dimensionale e temporale del mondo. La conoscenza scientifica attuale costituisce quindi il mio strumento analitico e però - di fatto e di nuovo - l'orizzonte da indagare si dispiega immenso, intrattabile. Ma adotterò anche un secondo punto di vista, quello della contemplazione buddhista del mondo. È questo un approccio alla comprensione profonda dell'essere così sintetico da rendermi abbastanza fiducioso, e forse al termine della ricerca potremo almeno formulare meglio le domande iniziali, che non sono fra quelle tramandate dalla tradizione occidentale (chi sono, da dove vengo e dove vado), ma quelle tipiche dello zen (cosa sono, dove sono e cosa faccio).

 

  Figura 1 Il corpo di Gaia  

Come preciserò meglio più oltre il termine di riferimento in tutta la mia relazione sarà il nostro pianeta, che chiamerò sempre Gaia (Figura 1), con il nome datogli nel 1979 da James Lovelock, un chimico americano che al momento di concepire la sua opera era uno scienziato al servizio della NASA, l'ente spaziale statunitense. Dato il carattere non dottrinale di questo mio contributo non ho utilizzato segni diacritici, sia per quanto riguarda i nomi propri, sia per i termini tecnici delle molte lingue impiegate nei secoli dai maestri buddhisti. Anche la bibliografia è limitata ai testi che si possono trovare più facilmente sul mercato italiano, o nelle biblioteche pubbliche.

1. Incontri

I primi rapporti certi fra l'estremo Oriente buddhista e le regioni mediterranee risalgono all'antichità classica, quando l'imperatore indiano Asoka inviò missionari presso le corti di vari sovrani in Siria, Egitto, Macedonia, Epiro. In realtà solo verso la fine dell'Ottocento diversi fattori favorirono l'inizio di un radicamento del Buddhismo in Occidente; fra questi fattori si possono ricordare lo sviluppo accademico degli studi di religioni comparate, l'attività di associazioni private come la Società Teosofica e soprattutto l'arrivo di grandi studiosi-missionari come Daisetsu Teitaro Suzuki (1870-1966). L' incontro fra Buddhismo e scienza non poteva tardare, ed è proprio alla luce del confronto fra queste visioni del mondo che si può cogliere il significato profondo del nuovo rapporto fra Oriente e Occidente.

L'incontro tra Buddhismo e scienza avviene infatti nella comprensione della diversità dei punti di vista e - in particolare - della differenza negli approcci alla realtà. In effetti, non appena si scende al di sotto degli aspetti esteriori ci si accorge che Buddhismo e scienza hanno molti punti in comune. La scienza studia la realtà scomponendola in diversi livelli, da quello dei grandi oggetti di dimensioni e distanze astronomiche, a quello della comunicazione in cui si analizzano i linguaggi, a quello dei corpi macroscopici (viventi e non viventi), a quello delle entità che si indagano con strumenti quali il microscopio ottico e l'elettronico, a quello delle particelle 'ultime' della materia (atomi, molecole, elettroni, etc.). Tutti noi sappiamo che per ciascuno di questi livelli (e degli altri che non ho citato) esiste una moltitudine di apparati sperimentali, utili per indagare certi aspetti del livello in questione. Tutte le discipline sperimentali presentano storie esemplari da questo punto di vista, ma sicuramente l'astronomia è specialmente significativa, perché ha scoperto in spazi sempre più lontani 'oggetti' sempre nuovi, dai satelliti di Giove visti da Galileo con il suo cannocchiale nel 1609, alle stelle di neutroni 'viste' da J. Bell e T. Hewish con il radiotelescopio di Cambridge nel 1967. Così l'umanità occidentale è giunta a descrivere una moltitudine di 'oggetti', che in buona parte sono il risultato di complessi processi conoscitivi in grado di 'mettere insieme' pratiche sperimentali, criteri di valutazione, dati empirici, congetture, teorie, leggi - e ancora parecchio d'altro, come la distinzione mobile fra scienza e non-scienza. Una parte cospicua dell'umanità orientale ha seguito altre modalità conoscitive. Le prime testimonianze archeologiche di posture yoga adatte alla meditazione prolungata risalgono a parecchi secoli prima del Buddha, che come è noto visse tra il VI e il V secolo prima dell'Era volgare. Da allora, per non meno di tre millenni, nell'immensa area che va dall'India al Giappone, attraverso il Tibet e la Cina, asceti, monaci e laici hanno esplorato molti mondi utilizzando le più svariate tecniche di meditazione. Molti di essi, e in primo luogo il Buddha - il Risvegliato - hanno descritto minutamente i risultai ottenuti e le pratiche necessarie per conseguirli. È cruciale comprendere bene, a fondo, questo aspetto sperimentale delle pratiche di meditazione. Il Buddha ha spesso insistito sul fatto che non si deve porre fiducia in nulla (compreso il suo insegnamento) che non sia comprovato o almeno comprovabile dalla propria esperienza. Per di più, in tutta la tradizione di 2500 anni di Buddhismo si è sempre sostenuto che le pratiche di meditazione mai sono disgiunte da una loro 'estensione' alla intera vita quotidiana. Ogni nostro gesto deve richiamarci alla realtà intensa, irripetibile del momento, e di rimando l'intensità di una simile quotidianità si rifletterà in un sempre maggiore 'profondità' delle nostre pratiche di meditazione. Abbiamo così individuato una ampia zona di contatto fra scienza e Buddhismo: fiducia nei propri mezzi conoscitivi, atteggiamento laico verso i maestri, affidamento alle pratiche sperimentali, carattere cumulativo dei risultati.

È in questa vena sperimentale che donne e uomini dell'Occidente (fra cui io stesso) possono testimoniare che l'incontro fra scienza e Buddhismo si realizza con un reciproco arricchimento, e porta ad un comune sviluppo. Infatti il Buddhismo delle origini ha utilizzato nel dharma (l'insegnamento) tutte le nozioni scientifiche del tempo, tratte dalle conoscenze di anatomia, fisiologia, alchimia, etc. nei secoli successivi andò sostanzialmente perduta l'intenzione di connettere strettamente la conoscenza 'positiva' con quella ottenuta attraverso l'esplorazione interiore. Va però ricordato che le pratiche di meditazione coinvolgono il meditante nelle sua solida unità di corpo e mente, sensazioni, sentimenti, intenzioni, conoscenze. Così, ora che queste pratiche si sono radicate in Occidente, molti meditanti, scienziati o di formazione scientifica, hanno intrapreso una via verso il risveglio che ha certi connotati simili a quella originaria. Ma la stupefacente potenza e la straordinaria bellezza della conoscenza scientifica a noi contemporanea non è nemmeno confrontabile con quella del passato, con i rudimenti che il Buddha e gli altri santi avevano a disposizione. Ovviamente siamo solo agli inizi di un processo sinergico che forse darà i suoi pieni frutti fra un secolo o due.

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