Torna all'indice

 

2.  Conoscere, nella tradizione buddhista e nella scienza

In molte tradizioni buddhiste si fa riferimento ad esseri chiamati bodhisatva ("esseri illuminati") che danno volto e storia ad atteggiamenti fondamentali della pratica. Essi sono particolarmente venerati perché pur avendo raggiunto la perfezione del risveglio hanno rinunciato all'estinzione finale, il nirvana, per rimanere fra gli esseri senzienti e aiutarli a conquistare, a loro volta, il risveglio alla realtà. L'immagine riportata in rappresenta Avalokiteshvara, la personificazione di due 'perfezioni' buddhiste karuna, la compassione, e prajna, la saggezza. Qui il bodhisatva è rappresentato come essere umano e non-umano: il volto, il corpo e le braccia sono umane, non umane sono le molte teste (undici) e le molte braccia (mille!). È chiaro lo sforzo immane per vedere e conoscere tutto (le molte teste, in tutte le direzioni), e per tutti soccorrere (le mille braccia, così numerose da costituire una portentosa aureola.

  Avalokiteshvara  
  Figura 1

Il bodhisatva Avalokiteshvara, con i suoi molti occhi e le sue innumerevoli mani, è lo specchio orientale dello sforzo umano di conoscere, ma quale è l'analogo specchio 'occidentale'? Per prima cosa, parlando di scienza 'occidentale' occorre tener presente che si tratta da molti decenni di un'impresa conoscitiva a cui collaborano attivamente scienziati e ricercatori di tutto il mondo, con giapponesi, cinesi e indiani che occupano posizioni di punta, e quindi il riferimento geografico, in genere già improprio e qui del tutto fuori posto. Parlerò quindi d'ora in poi propriamente di scienza senza ulteriori aggettivazioni. Nello specchio della scienza la conoscenza si presenta come uno sforzo immane, decisamente al di sopra della comprensione anche di vasti gruppi di scienziati. Mi spiego con i dati, recentissimi, dei due schemi seguenti che si riferiscono ai giornali che pubblicano i riassunti degli articoli di due grandi discipline, la chimica e la biologia.  Schema 1 Quanti articoli di chimica sono pubblicati in un anno in tutto il mondo? Il dominio dei Chemical Abstracts

Schema 2 Quanti articoli di biologia sono pubblicati in un anno in tutto il mondo? Il dominio dei Biological Abstracts

Il super-dominio dei Biosis Previews

Dagli schemi si desume che ogni giorno vengono recensiti 2.000 articoli di chimica e 1.000 di biologia. il contributo della fisica può essere ritenuto analogo a quello della biologia. È evidente che nessun scienziato può affermare di conoscere una frazione superiore ad un millesimo della propria disciplina. Questa ignoranza sistematica, irriducibile degli scienziati non è paradossale, anzi è funzionale alla loro estrema specializzazione, per cui vengono a sapere tutto o quasi tutto su campi sempre più ristretti. Non esiste nella scienza contemporanea un equivalente di umano o sovrumano di Avalokiteshvara, in quanto anche le grandi associazioni scientifiche come la Società Chimica Italiana (5000 soci) quando si riuniscono 'al completo' si suddividono in decine e decine di simposi particolari.

A questo punto è opportuno un richiamo alla strategia buddhista del conoscere. Già si è detto della necessità di armonizzare il tempo della meditazione con quello della vita quotidiana, essendo questa il vero banco di prova della propria ascesi. Nella tradizione zen, cui appartiene chi scrive questi appunti, si insiste fortemente sul ritorno sulla piazza del mercato di chi si sia recato altrove per 'cercare se stesso'. La pratica buddhista è scuola severa, che non offre alibi e occasioni di fuga - per altro impossibili - dai propri ruoli. Da questo punto di vista le pratiche religiose di tutte le denominazioni sono molto simili, anche se l'accento sulla responsabilità/autonomia personale può essere assai diverso se si tratta di una religione che adora un Dio creatore o di una religione atea come il Buddhismo. Diciassette secoli fa una grande maestro di Ceylon ha scritto:

Nessun Dio, nessun Brahma, può essere chiamato

Il costruttore di questa ruota della vita.

Solo i fenomeni vanno avanti

Dipendenti da condizioni, tutti.

Buddhaghosa scrisse il trattato di meditazione più letto e diffuso di tutta la storia del Buddhismo. È dal suo Visuddhimagga (il cammino della purezza) che sono tratti i versetti appena citati, ed è proprio nella pratica di meditazione che il laico buddhista sente di appartenere al sangha, la comunità, e di non essere affatto solo - anche se non c'è un Dio. Anzi. La spiegazione di questo senso di appartenenza, è che il meditante si trova in costante compagnia con la sequela di Risvegliati che si è susseguita nei 2.500 anni di Buddhismo. Come praticanti buddhisti (e, in particolare, come praticanti zen) abbiamo un atteggiamento di grande attenzione rispetto alla postura del nostro corpo, perché, nello stesso momento in cui ci mettiamo in meditazione, questo atteggiamento testimonia la nostra partecipazione a un medesimo fluire - nel tempo - di innumerevoli praticanti che si sono posti , come noi, in contatto profondo con la tradizione stessa e con gli altri praticanti. A proposito della postura e del suo significato possiamo leggere una citazione dello stesso Buddha, presa da una Udana, uno dei 'detti ispirati' del Risvegliato:

Il venerabile Sariputta stava seduto a gambe incrociate non lungi dal Beato, tenendo il corpo dritto, avendo fissa davanti a sé la consapevolezza di se stesso. Il Beato vide il venerabile Sariputta che così faceva e, in quel momento, intuendo il significato di ciò, profferì il verso ispirato: "Come una rupe montana si erge incommovibile, ben fondata, così è il monaco in cui l’illusione è stata annientata: come una montagna non si scuote"

Questo senso di forza, di irremovibilità, attrae e coinvolge fin dall’inizio della pratica, forse proprio perché viviamo in un mondo in cui apparentemente nessuno si pone in modo irremovibile. Ciò che è irremovibile, in realtà, è la struttura del potere che si nasconde dietro la mobilità dei governanti e la volatilità dei governati; tutti noi siamo coinvolti in un fluire che non è il fluire ovvio della vita, ma è un fluire di interessi, di situazioni di poco conto. La pratica di meditazione crea un ancoraggio, un punto fermo, che però è anche un centro di apertura verso il mondo. Qui si presta bene alle nostre riflessioni uno dei simboli più noti della zen, il cerchio vuoto, l'enso (letteralmente 'cerchio' in giapponese).

 enso_gif.jpg (2837 byte)

  Figura 2

Enso, il cerchio vuoto che nello Zen è il simbolo della realtà

 
L'enso viene tracciato con un'unica pennellata. Esso risulterà tanto più energico e perfetto quanto più il suo 'autore' non è più tale, non agisce cioè in nome di se stesso ma come pura espressione della realtà, o almeno di quella parte della realtà che ci coinvolge direttamente. L'enso è nello stesso tempo un simbolo della realtà e della nostra capacità di comprenderla, un simbolo della vacuità del mondo e del nostra stessa vacuità, che qui agisce potentemente come apertura esistenziale verso la realtà.

Conoscenza e meditazione sono strettamente connesse, e dato che la meditazione è la pratica religiosa più significativa del Buddhismo si intuisce facilmente come vi debba essere un nesso forte fra conoscenza ed etica. In vero si tratta di quello stesso rapporto inscindibile richiamato dalla figura di Avalokiteshvara che personifica saggezza e compassione. Le due componenti si riverberano e rafforzano l'una con l'altra. La saggezza guida l'esercizio della compassione, la compassione fornisce la base più ferma alla saggezza. L'etica buddhista è piuttosto concreta, mira direttamente al rispetto degli altri esseri piuttosto che ad una astratta bontà. Viene ritenuto assai difficile 'fare del bene', prima bisogna essere ben sicuri di non fare del male: nella pratica del dharma il ‘dovrei fare’ deve basarsi sul ‘poter fare’, ossia sulla realtà, sui fatti. Dharmasiri, un autore contemporaneo ha descritto molto bene l'essenza dell'insegnamento: "Una proposizione etica Buddhista può essere divisa in due parti: una componente fattuale ed una di valore. [...] Il significato e la validità della componente di valore dipende dalla verità della componente fattuale. Se la componente fattuale è falsa, allora la componente di valore diventa priva di significato e non valida". Il dharma predicato direttamente dal Buddha, è, anche in questo caso, limpido.

Nel Dhammapada, all’inizio del "Capitolo del bastone", leggiamo:

Tutti hanno paura del bastone,

tutti temono la morte.

Facendo un confronto con se stessi,

non si colpirebbe e non si ucciderebbe.

La prima parte della strofa considera il dato di fatto, la seconda enuncia la componente di valore. Da questo atteggiamento, conoscitivo ed etico ad un tempo, discende che la comprensione della realtà è una componente essenziale, anzi il fondamento del comportamento morale. "L’ancoraggio alla realtà (yatha-bhuta) è caratterizzato dalla diretta relazione (yatha) della consapevolezza con gli eventi concreti (bhuta) che avvengono effettivamente". Così uno degli scopi fondamentali delle pratiche di meditazione è di acquisire 'conoscenza e visione secondo l’essere' (yatha-bhuta-nanadassana).

La relazione fra etica e conoscenza, così intrinseca nel Buddhismo, è stata quasi assente nella storia della scienza, e - con poche eccezioni - quando è comparsa è stata in funzione repressiva della libertà di ricerca. Attualmente si parla di etica della scienza solo sotto la denominazione di 'bioetica', e anche in questo caso a partire da posizioni ritenute così ovvie da non essere nemmeno più poste in discussione. A partire dalla filosofia classica greca in Occidente si distingue drasticamente tra l'Uomo (come specie) e le specie animali e vegetali, per non parlare del mondo cosiddetto inanimato. Tutto è aperto a qualsiasi saccheggio e violenza, eccetto (forse) gli embrioni umani, e però anche in questo caso con motivazioni incomprensibili per un buddhista, che trova difficile distinguere fra il livello di coscienza di un embrione umano e quello di un embrione di scimpanzè. Credo che questa 'separazione' fra l'Uomo e la sua storia da una parte, e il Mondo e la sua storia evolutiva dall'altra, rappresenti - ad un tempo - un inganno e un pesante limite all'interesse etico.

  Segue