Oltreconfine

 
I territori fuori della scienza in senso stretto e didattico ci sono così poco familiari da porli mentalmente oltreconfine, neutrali o addirittura ostili rispetto ai nostri compiti di educatori e di ricercatori. Una scienza priva di dubbi e di esitazioni sembra essere l'unica accettabile dall'opinione comune, così che educatori e ricercatori tengono ogni ansia etica o conoscitiva per sé, o meglio ancora la rimuovono. Così la redazione di
Didi invita a visitare nuovi luoghi, i luoghi della critica.

 

 

 

Qualche riflessione sull'etica

Luigi Cerruti

luigi.cerruti@unito.it

 

(Estratto da "Etica dell'ambiente. Una ricerca sulla violabilità della natura", relazione presentata alla III Conferenza Nazionale sull'Insegnamento della Chimica)

 

 

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I manuali ci dicono che ήθιxά è la "scienza della condotta". In termini più espliciti, e meno neutri, affermano che "L'etica ha a che fare con i valori, con il bene e il male, con il giusto e lo sbagliato", per cui "non ci è possibile evitare di essere coinvolti nell'etica, perché ciò che facciamo – e ciò che non facciamo – sono sempre un argomento possibile di valutazione etica".[1] Gli stessi manuali ci ricordano che la riflessione etica è particolarmente attiva nei momenti di crisi, fatto questo che possiamo ben constatare nella nostra stessa epoca dato che sono venute alla luce non solo tante 'etiche' specialistiche, dall'etica della comunicazione di Habermas alla stessa etica dell'ambiente, ma persino le 'banche etiche'. La nostra breve indagine sui fondamenti dell'etica può partire da un crinale messo in evidenza con chiarezza da Simon Blackburn:[2]

 

                                       atteggiamento cognitivista ®

                             Φ è bene ↔ Φ è una ragione per agire

                                                      ¬ atteggiamento non-cognitivista

 

L'atteggiamento che Blackburn chiama 'cognitivista' parte dalla presunzione di sapere ciò che è bene. Le fonti di questa presunzione sono state e sono molteplici, e vanno dalle (molte) rivelazioni delle religioni costituite alle (moltissime) analisi dei filosofi del 'Bene' (con la maiuscola), della 'ragione', della 'natura dell'uomo', etc. Questo atteggiamento non può portare che ad etiche normative, in quanto dalla conoscenza del bene viene ricavata la ragione per l'azione pratica. Queste etiche talvolta risultano ossessionanti per i dettagli igienici e dietetici, ma ciò che preoccupa veramente è che troppo spesso esse trasformano la loro aspirazione all'universalità in una aggressività militante contro le altre etiche, specie se anche loro sono altrettanto militanti. Per altro si può affermare che l'atteggiamento cognitivista è storicamente fallito, dato lo scontro perenne dentro e fra le diverse culture, laiche, religiose e clericali. La presunzione dell'atteggiamento opposto, il non-cognitivista, è che abbiamo delle 'buone ragioni' per agire, e che se Φ è una di queste buone ragioni, allora Φ è un bene. Si tratta quindi di un atteggiamento dialogante e descrittivo, che ha il vantaggio di accettare fin dall'inizio l'esistenza di etiche alternative, date le molte (buone) ragioni per agire; per chi ama l'ordine normativo lo svantaggio evidente è il rischio di relativismo.

         Possiamo approfondire i due tipi di atteggiamento simulando i loro diversi modi di parlare.

 

                                      "c'è ...                                              

Il discorso normativo:                           ... una vera/buona ragione per fare/pensare così"

                                      "non c'è ...

 

 

Il discorso descrittivo:         "fà/pensa così perché sente/ritiene che ..."

                                     

Il discorso normativo trasforma ogni valutazione in giudizio, ed ogni osservatore prima in spettatore, e poi in giudice. Il discorso descrittivo non parte da alternative precostituite, ma punta a comprendere i motivi, le ragioni, le finalità, i desideri, le pulsioni che portano all'azione; nel suo sforzo di comprensione chi fa questo discorso non può rimanere semplice spettatore, ma deve – provvisoriamente – mettersi per quanto sia possibile nei panni dell'altro. A questo punto ci aiuta un riferimento esplicito alla riflessione etica che si basa sui risultati dell'antropologia culturale.[3] Un primo risultato – a mio parere inoppugnabile – è che se si considera l'etica (qualsiasi etica) sullo sfondo dei costumi seguiti effettivamente in una popolazione, allora "l'etica [...] ritaglia un settore, un livello del comportamento umano e individua una prospettiva a cui si può applicare l'etichetta di morale". Qui si svela il carattere arbitrario, relativo a certe scelte, di quelle etiche che al contrario aborrono il relativismo. Il carattere ossessionante, dettagliato fino alla minuzia, di certe etiche normative porta all'estremo la volontà comune a tutte queste etiche di "introdurre precisione, fissità, costanza nella morale".[4] La volontà esplicita dei filosofi è quella di 'superare i costumi', per cui una norma non è morale se non è universale; l'antropologia culturale dimostra che non è affatto possibile 'superare i costumi', perché, come già scriveva Pascal, "Il costume è la nostra natura". Scrive Remotti:

"il concetto di costume, [...] il concetto di cultura (per gli antropologi) scendono negli strati più profondi della realtà umana e impregnano di sé strutture e funzioni che altri attribuirebbero a un'inalterabile natura umana"[5]

Il carattere culturale, in senso antropologico, delle etiche possibili fà sì che ciascuna di esse non possa essere che locale e precaria, come sempre locali, e precarie, sono le culture che le esprimono. Non è indolore l'accettazione che etiche e culture siano locali e precarie, a meno di sentirsi parte di qualche cultura al momento dominante, e/o auto-proclamatasi molto, molto speciale. Sui contributi provenienti dalla antropologia culturale tornerò ancora più volte nel corso della relazione, ora mi pare giunto il momento di passare a forme propositive, strettamente pertinenti al tema che ci siamo proposti, di articolare un atteggiamento etico nei confronti dell'ambiente.

Trascurando le molte versioni contemporanee di etica[6] possiamo assumere come riferimento dominante (da aggirare) l'etica intesa come 'strumento di prudenza egoistica', basata largamente sulla teoria del 'contratto sociale'. Anche l'opposizione diritti/doveri, così usuale, rientra in questo canone contrattuale, secondo cui esseri umani, liberi, adulti e dotati di ragione (forse anche bianchi e maschi), concordano di rispettare certe regole di comportamento, e di accettare o comminare sanzioni nel caso di una violazione propria o altrui di queste regole. La linea di ragionamento che sarà qui seguita poggia sulle ricerche di Mary Midgley, sull'origine 'naturale' (ossia animale) dell'etica e sulla estrema rilevanza di obblighi etici verso referenti che a vario titolo non rientrano nel numero dei contraenti possibili del 'contratto sociale'.

Nei suoi lavori[7] Midgley sviluppa una teoria dell'origine evolutiva di molti tratti del comportamento che riteniamo etico:

"sia a livello conscio, sia a livello inconscio, tutti i processi del mondo della vita dipendono da un immenso sfondo di armoniosa cooperazione, necessaria  per costituire il complesso sistema all'interno del quale il fenomeno molto più raro della competizione diventa possibile. La competizione è reale ma necessariamente limitata".

"Tratti sociali come la cura parentale, la ricerca cooperativa del cibo e la gentilezza reciproca mostrano chiaramente che [gli animali] non sono in realtà dei brutali e scostanti egoisti, ma esseri che hanno evoluto le forti e speciali motivazioni necessarie per formare e mantenere una semplice società. La pulizia reciproca, la reciproca rimozione dei parassiti, e la mutua protezione sono comuni fra i mammiferi e gli uccelli sociali".[8]

L'esistenza e l'importanza di legami parentali è ben dimostrata per molte specie, e trova un punto di grande forza nel rapporto fra genitori e prole – la propria prole.

         L'approccio evolutivo all'origine dell'etica sfocia senza soluzione di continuità in quello antropologico. Come scrive Remotti, non si può pensare all'evoluzione dell'umanità come divisa in due tronconi, prima l'evoluzione organica che avrebbe fisicamente plasmato la specie come è attualmente, e poi l'innesto della cultura in/su questa specie:

"Nei milioni di anni lungo i quali si è dipanata l'evoluzione biologica dell'uomo, [b]en prima  della comparsa dell'homo sapiens attuale è accertata l'esistenza di forme di cultura, a cominciare dall'uso e dalla fabbricazione di utensili alla scoperta del fuoco, dall'organizzazione di gruppi in funzione dell'attività di caccia all'organizzazione familiare, da attività artistiche e rituali all'attività simbolica più importante di tutte, cioè il linguaggio. Se questo tipo di cultura è presente e agisce ben prima che l'evoluzione organica modelli l'uomo attuale [...] ciò significa allora che la cultura o i costumi furono un 'ingrediente', e il più importante, nella 'produzione' di quell'animale che chiamiamo uomo".[9]

Non c'è dubbio che – di epoca in epoca – classi, popoli e nazioni abbiano potuto stipulare 'contratti sociali' più o meno equi, anche se ben più spesso abbiano dovuto sottomettersi al volere di qualche gruppo di 'potenti'. Ma l'origine della convivenza e della cooperazione precede qualsiasi forma contrattuale, e si trova nel nostro essere 'animali sociali'.

La rilevanza conoscitiva del 'contratto sociale' come origine del comportamento etico non va oltre quella di una favola, ma anche al di là di specifici riferimenti dottrinali si avverte subito quanto sia robusta la portata culturale di questa teoria quando si pensa a chi in generale si applicano termini come dovere, diritto, legge, moralità, obbligazione, giustizia. Lo schema di riferimento è appunto quello del contratto stretto fra e compreso da agenti liberi e razionali; per di più, dato che nello schema la razionalità non ammette gradi, "noi possiamo avere doveri [certi] solo nei confronti di umani, e umani sani di mente, adulti e responsabili".[10] Questa citazione tratta da uno scritto di Midgley potrebbe essere presa come puramente polemica, però a mio parere la realtà attuale, nella nostra società, rispecchia il fatto che l'efficacia pratica delle belle parole su elencate diventa sempre più debole quanto più ci si allontana dal modello di uomo supposto dal 'contratto sociale'. Vorrei che il lettore sospendesse il proprio giudizio, almeno fino al termine della lettura della Tavola 1, stesa da Mary Midgley, e da me ripresa integralmente.

 

Tavola 1

 

Possibili referenti di obblighi etici non contrattuali

Settore umano

1

I morti

2

I posteri

3

I bambini

4

I vecchi

5

I 'fuori di testa' temporanei

6

I folli permanenti

7

I 'deboli di mente', giù fino ai 'vegetali umani'

8

Embrioni, umani e di vario tipo

Settore animale

9

Animali senzienti

10

Animali non senzienti

Settore inanimato

11

Piante di ogni tipo

12

Manufatti, incluse le opere d'arte

13

Oggetti inanimati, ma strutturati – cristalli, fiumi, rocce

Generale

14

Gruppi di ogni tipo, senza possibilità di scelta, incluse le famiglie e le specie

15

Ecosistemi, paesaggi, villaggi, tane intercomunicanti, formicai, città, etc.

16

Nazioni

17

La biosfera

Miscellanea

18

Se stessi

19

Dio

 

Qualunque sia il percorso teorico che conduce ad un simile elenco ci si trova di fronte ad un insieme di referenti etici di una densità conoscitiva/meditativa immane, quasi insopportabile. Non mi posso soffermare su ogni punto, e d'altra parte il lettore è certamente in grado di trarre conclusioni immediate sulla rilevanza di ogni referente citato, a partire dal caso 16, dove troviamo quella Nazione, inventata dalla Rivoluzione francese, sul cui altare si sono immolate intere generazioni di giovani. Mi sembrano comunque opportune alcune sottolineature. Prendiamo il caso 14. L'Autrice usa il termine unchosen groups, che ho tradotto nella nostra lingua (più drammatica) come gruppi senza possibilità di scelta. In effetti nessuno può scegliere di essere figlio di questa o quella madre, né può assegnarsi ad un'altra specie, e diventare ad esempio un Pan troglodytes - anche se gli scimpanzé condividono con noi umani il 98-99 % del DNA. Con buona pace del libero arbitrio, non abbiamo nessuna possibilità di sciogliere i legami etici più forti, che non a caso da sempre sono detti di sangue. Al limite estremo possiamo soltanto rinnegare questi legami, come fà un matricida o un asceta indiano che sceglie di comportarsi come un cane, ma di solito li accettiamo, più o meno allentati, a seconda delle circostanze.

Consideriamo ancora i casi 12 e 13 della Tavola 1. Essi sono interessanti perché ci rinviano subito alla questione del valore, un termine che finora ho usato con grande parsimonia. Se nel caso 13 ci riferiamo a certi manufatti, e cioè le opere d'arte riconosciute dal mercato, e nel caso 13 a certi cristalli, ad esempio diamanti e smeraldi, il loro valore è innanzi tutto numerario, in denaro, per poi essere anche estetico, culturale, affettivo, nazionale.[11] In un certo modo, distorto e deformante, il valore economico attribuito ad un ente qualsiasi sancisce il livello di attenzione 'etica' ad esso rivolto, per conservarlo o tutelarlo, ma (fortunatamente) esistono anche altri valori di carattere molto generale, che ora vanno richiamati.

In molti casi, e in diversi contesti, si assegna valore ad 'oggetti' (in senso molto ampio) a cui si attribuisce una o più di queste proprietà:

(a) esibiscono una ampia diversità di parti (sono 'complicati')

(b) dimostrano una integrazione funzionale delle parti ('funzionano' bene)

(c) esprimono armonia (complessità e funzionalità sono ben integrate, forse nascoste)

(d) sono sistemi auto-regolati (come tutti gli esseri viventi).

Questo elenco di proprietà[12] è ambivalente, nel senso che esse possono essere attribuite sia ad artefatti sia alle entità definite - secondo la dizione comune - come 'naturali'. Se 'sentiamo' che gli 'oggetti' che godono di qualcuna delle proprietà (a)-(d) hanno per noi valore, e quindi ci danno delle buone ragioni per agire in un certo modo nei loro confronti, allora questo breve inventario di valori dimostra anche che gli ecosistemi rientrano negli enti verso cui abbiamo degli obblighi. Questi obblighi diventano più nitidi quando si considerano gli ecosistemi come entità viventi, secondo la Convenzione sulla diversità biologica del 1992.

         Nell'Articolo 2 della Convenzione[13] vengono date le definizioni pubbliche, ufficiali, internazionali dei termini più rilevanti usati nel testo. Qui leggiamo:

"Per «diversità biologica» si intende la variabilità tra gli organismi viventi di ogni origine, compresi tra gli altri, gli ecosistemi terrestri, marini e gli altri ecosistemi acquatici, ed i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell'abito di ciascuna specie, e tra le specie degli ecosistemi".

Qui l'avvallo alla concezione degli ecosistemi come "organismi viventi" è veramente potente, per almeno tre motivi: trattandosi di un importante trattato internazionale ogni parola è stata soppesata, nei testi originali e nelle traduzioni; essendo la Convenzione sulla diversità biologica un documento basato su analisi scientifiche, il suo contenuto deve essere inteso come un contributo conoscitivo; infine il documento è espressione di una volontà comune delle nazioni e detta le condizioni per una 'buona condotta' in campo ambientale, rappresenta quindi una autorevole 'proposta etica'. La pertinenza di questo testo al nostro tema è perciò certa, ed esso ci può aiutare in almeno altri due punti. Innanzi tutto ci è utile la definizione di ecosistema:

"Per «ecosistema» si intende un complesso dinamico formato da comunità vegetali, animali e micro-organismi e dal loro ambiente non vivente, che interagiscono come unità funzionale".

Ciascuna "Parte contraente" della Convenzione ha fra i suoi compiti quello primario di individuare le "componenti della diversità biologica importanti per la sua conservazione ed il suo uso sostenibile" (Articolo 7).[14] Le diverse componenti della diversità biologica sono elencate in un apposito Allegato su "Identificazione e controllo", e qui gli ecosistemi sono collocati al primo posto:

"Gli ecosistemi e gli habitat: contenenti un'elevata densità, un vasto numero di specie endemiche o minacciate, o zone desertiche; frequentati da specie migratorie; di importanza sociale, economica, culturale o scientifica; o che sono rappresentativi, unici o associati a processi evolutivi di base o ad altri processi biologici" (Allegato I, Articolo 1).

Infine leggiamo come vengono espresse le 'intenzioni etiche', scegliendo quella più vicina ai nostri interessi:

"Ciascuna Parte contraente, nella misura del possibile e nel modo opportuno [...] promuoverà la protezione degli ecosistemi, degli habitat naturali e il mantenimento delle popolazioni vitali di specie in ambienti naturali" (Articolo 8, Comma d).

Se ora ci riportiamo ai quattro valori citati poco sopra ai punti (a)-(d), vediamo che essi rispecchiano perfettamente negli attributi dati agli ecosistemi dalla Convenzione: innanzi tutto la diversità e/o il contenere un 'vasto numero di specie' (punto a), l'essere 'unità funzionali' (punti b e c), l'essere 'complessi dinamici' che vanno 'protetti' per mantenere il loro equilibrio (punto d).

Con questo tipo di avvallo, scientifico ed etico nello stesso tempo, possiamo rivolgerci alla questione di Gaia avendo un orientamento preciso, che ci eviti di inoltrarci nelle nebbie della new age, nebbie che si sollevano sempre sull'orizzonte del discorso quando si comincia a chiamare il nostro pianeta con il nome, bellissimo ed evocativo, di Gaia, la dea romana che personificava la Terra.[15]

 

 

 

 


 

 

Un sito per Didi

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La Divisione di Didattica cura un sito all'indirizzo http://www.minerva.unito.it. Il sito è in prospettiva dedicato essenzialmente alla storia e all'epistemologia della chimica, ospita inoltre i diversi numeri di Didi, opportunamente indicizzati. Una rubrica - già abbastanza ricca - che ospita le 'tesine' di storia ed epistemologia della scienza prodotte dagli allievi del corso omonimo della SISS di Torino. È stata aperta una seconda rubrica riferita alla SISS di Torino dedicata all'attività di un laboratorio ipertestuale (Iperlab) di storia e epistemologia della scienza. Le informazioni contenute nel sito sono facilmente accessibili per la presenza di un motore di ricerca interno.

Anche in questo caso, come per i contenuti di Didi, il sito denominato "Minerva" potrà essere arricchito a piacere, con l'unico costo del lavoro dei suoi amministratori. Qualunque collaborazione qualificata è benvenuta.

 

 Come ricevere Didi                                                                                                          Ritorna al sommario

 

I colleghi che fossero interessati a ricevere presso il loro indirizzo personale di posta elettronica il bollettino  della Divisione di Didattica della Chimica, possono inviare una semplice richiesta via E-mail agli indirizzi riportati nella prima pagina di presentazione e cioè:

Prof. Luigi Cerruti        luigi.cerruti@unito.it
Prof. Erminio Mostacci       
erminio.mostacci@tin.it     

 

Come collaborare al Bollettino                                                                                     Ritorna al sommario

 

I colleghi che volessero collaborare con la redazione del bollettino della Divisione di Didattica della Chimica, possono mettersi in contatto con la redazione per proporre i loro lavori, le problematiche e le loro soluzioni; in particolare siamo interessati al racconto delle esperienze di didattica reale, vissuta nelle classi, a contatto con gli allievi.
Contiamo su una collaborazione estesa e partecipe, sia per migliorare la qualità del servizio offerto, sia per poter affrontare i vari aspetti connessi con l'attività didattica, con lo studio dei problemi e delle difficoltà nell'insegnamento, l'elaborazione di prove e test, sia strutturati, sia aperti, etc.

In particolare, oltre ai temi più strettamente didattici, si indicano alcuni argomenti che possono risultare di ampio interesse nelle classi di Scuola Media Secondaria superiore:

 

- Segnalazione di articoli, pubblicazioni, interventi, seminari, etc.
- Segnalazione di siti WEB, di software e di altre risorse reperibili in rete.
- Prodotti chimici puri e prodotti commerciali.
- Normativa di sicurezza degli ambienti di lavoro (D.Lgs. 626-242, etc.).
- Etichettatura dei prodotti.
- Inquinanti ed impatto ambientale.

 

Ringraziando fin da ora quanti volessero collaborare, la redazione dá tutta la propria disponibilità per la diffusione dei materiali a tutti i colleghi delle varie scuole ed anche per aprire un tavolo di dibattito comune utilizzabile per lo svolgimento e, se possibile il continuo miglioramento degli interventi educativi

 

INFO: Erminio Mostacci, erminio.mostacci@tin.it     

 

 



[1]  P. Singer, "Introduction", in: (a) P. Singer (ed.), A Companion to Ethics, Oxford: Blackwell, 1996, p. V.

[2] S. Blackburn, Think. A compelling introduction to philosophy, Oxford. Oxford UP, 2001, p. 282.

[3] F. Remotti, "La tolleranza verso i costumi", in: C.A. Viano (a cura di), Teorie etiche contemporanee, Torino: Bollati Boringhieri, 1990, pp. 165-185, 262-263.

[4] C.A.Viano, cit. in Rif. 3, p. 168.

[5] Rif. 3, p. 176.

[6] Nel volume sulle Teorie etiche contemporanee Viano richiese il contributo di dieci diversi specialisti, nel Companion to Ethics curato da Peter Singer, gli specialisti chiamati a raccolta furono 47, oltre al curatore stesso.

[7] (a) M. Midgley, Perché gli animali. Una visione più 'umana' dei nostri rapporti con le altre specie, Milano: Feltrinelli, 1985, ed. inglese 1983; (b) Id., "Duties concerning islands",  pp. 89-103, ed. originale 1983; (c) Id., "The origins of ethics", in Rif. 1 (a), pp. 3-13.

[8] Rif. 7 (c), alle pp. 6 e 7.

[9]  Rif. 3, p. 176.

[10] Rif. 7 (b), p. 90.

[11] Affinché questo aggettivo non sembri esagerato rinvio ai 'gioielli della Corona' esposti nella Torre di Londra.

[12] L'elenco, e alcune idee ad esso connesse, sono tratte da: R. Elliot, "Environmental ethics", in Rif. 1 (a), pp. 284-293.

[13] La Convenzione sulla diversità biologica fu presentata a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992; essa è entrata nell'ordinamento giuridico italiano con la legge 14 febbraio 1994, n. 124. Il testo della Convenzione qui citato è tratto da A. Postiglione, A. Pavan (a cura di), Etica ambiente sviluppo. La comunità internazionale per una nuova etica dell'ambiente,  Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, pp. 259-289.

[14] Al lettore non sfugge il fatto che qui viene introdotto il tema – sospetto – della 'sostenibilità'.

[15] Preciso che quando parlo di 'nebbie della new age' utilizzo la metafora non in senso spregiativo, ma per indicare il senso di pericoloso disorientamento che mi dà la moltitudine di mezzi salutari/salvifici che la new age mette a disposizione dei suoi aderenti. Esperienza di vita, cultura scientifica, ricerca storiografica e pratica zen mi portano a dubitare che esista una qualsiasi 'via facile' verso qualcosa che conti veramente a livello esistenziale.