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Bollettino della Divisione di Didattica Chimica

Attenzione: La pubblicazione del Bollettino è cessata


Numero 9                             Maggio 2001



 

Direttore: prof. Luigi Cerruti  

lcerruti@ch.unito.it 

Past-President della Divisione di Didattica  della Società Chimica Italiana  

Redazione

 prof. Erminio Mostacci  erminio.mostacci@tin.it

ITIS "Luigi Casale", Torino

prof. Silvia Treves cs@arpnet.it SMS "L. Pirandello", Torino

dr. Francesca Turco turco@ch.unito.it Dip. di Chimica Generale ed Organica Applicata, Università di Torino

 


Sommario

 

Fondino Il filo del discorso
Elezioni 2001: due lettere aperte S. Palazzi, Che tristezza quell' " Appello "...
L. Cerruti, E. Mostacci, Disincanto e impegno civile
Contributi alla didattica R. Petrella, Le cinque trappole dell'educazione
F. Carasso Mozzi, L'insegnamento della chimica nella didattica modulare
E. Mostacci, Chimica ed impatto ambientale - un intervento didattico su Responsible Care
Oltreconfine Presentazione della rubrica
Missione Oggi, Resistenze: le condizioni per essere efficaci
Sommersi e salvati  Lo sviluppo sostenibile
Informazioni redazionali Un sito per Didi
Come ricevere Didi
Come collaborare al Bollettino

 

 

Il filo del discorso

Luigi Cerruti

Dipartimento di Chimica Generale ed Organica Applicata, Università di Torino

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Nessuno di noi ritiene che sia possibile una pratica didattica che non sia anche formativa, ossia - più esplicitamente - educativa. E' una palese ovvietà che il nostro personale, particolare modo di porgere i singoli argomenti tecnici ha sempre e intrinsecamente un effetto educativo. Una lezione 'dura', tutta basata sulla trasmissione del 'contenuto di verità' della disciplina, fornirà anche l'immagine di una scienza astratta, lontana dalla quotidianità e dalla vita comune. Una lezione 'molle', con chiacchere su questo e quello, senza l'ossatura di un robusto contenuto professionale, darà un'immagine altrettanto sbagliata, ma questa volta non solo della scienza ma della vita stessa, che non può affrontare i problemi capitali dell'esistenza senza il sostegno di una ragione forte, ricca di argomenti e di 'ragioni'. A questo punto è facile consigliare una via di mezzo, che persegua nei discenti il delicato equilibrio fra l'acquisizione di nuove conoscenze e comprensione del loro significato esistenziale e sociale. Ben più difficile è l'attuazione di un simile progetto 'mediano'. Questo numero del Bollettino propone materiali rilevanti per una nostra riflessione, la più approfondita possibile, sul contesto del nostro insegnare e sui suoi contenuti.

Più vicini all'ambito dei contenuti sono i contributi sulla didattica modulare, sul programma Responsible Care, e sullo sviluppo sostenibile. Più vicini all'ambito del contesto sono il contributo di Riccardo Petrella e il testo tratto da Missioni Oggi. Petrella è uno studioso di fama mondiale dei problemi della globalizzazione, ha ricoperto ruoli prestigiosi all'interno dell'Unione Europea, e nel dicembre 1991 ha fondato il Gruppo di Lisbona, composto da esponenti del mondo degli affari, di governo, di organizzazioni internazionali, accademiche e culturali, provenienti dal Giappone, dall'Europa Occidentale e dal Nord America. Il suo intervento sui problemi della messa sul mercato della scuola ha quindi un'autorevolezza che potrebbe non apparire chiara, se si confondesse la scrittura appassionata con un discorso partigiano. Il secondo documento 'di contesto' è stato tratto da un sito dei Saveriani. Si tratta di un'argomentazione complessa, tutta tesa a far superare la fase pre-politica a quanti, singoli o collettivi, si battono per un mondo più equo e solidale. Ciò che mi ha fortemente coinvolto nella lettura è la tesi di quanto sia necessario riscoprire i "pensieri sconfitti" dalla cultura dominante. Non certo a caso i Saveriani parlano di nuove resistenze, al plurale.

Infine, in riferimento al contesto più immediato, quello delle imminenti elezioni politiche pubblichiamo due lettere aperte, che pur con i loro limiti contingenti - di spazio, in particolare -, intendono fornire al lettore qualche spunto di riflessione in più, per quanti trovano "dilaniante non sapere per chi votare" (S. Palazzi), e per quanti si apprestano a votare centro-sinistra, consapevoli di vivere in "un'epoca di disincanto" (L.Cerruti, E. Mostacci).


Che tristezza, quell’ "Appello"…

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Caro prof. Cerruti, d'accordo con lei ho rivisto le lettere che ci siamo scambiati subito dopo la comparsa sul Bollettino dell'appello di Bobbio e colleghi. Ho lavorato di forbici sugli esempi particolari e sui riferimenti personali; ma nella sostanza, rileggendole dopo un mese, confermo tutto quel che scrissi a caldo.

Ritengo che la pubblicazione di quel testo sia stata una notevole caduta di stile. Anche per la credibilità di una rivista nella cui validità credo, e del suo/nostro lavoro. Non perché "su una rivista di chimica non si parla di politica", ragionamento riduttivo che nella politica vede qualcosa di meschino. Non perché "una rivista di chimica non deve schierarsi per un partito": se non è espressione di un organo collettivo che abbia l'apartiticità nel proprio statuto, ne ha il diritto. Anzi, se la discussione fosse stata impostata su: "per la scuola (o per l'industria chimica, o l’ambiente o cos’altro) Tizio propone questo, Caio quest'altro, di conseguenza vi invitiamo a votare Caio", avrei trovato la cosa assolutamente pertinente e meritoria. E magari avrei motivato la mia scelta pro o contro.

Ma trovo l’"Appello" improponibile per una rivista che tratta la didattica della scienza, perché mi sembra di una povertà strutturale ed argomentativa addirittura deprimente. Stupisce che un florilegio di slogan acritici e di superlativi assoluti, con presunte relazioni di causalità tra concetti schematizzati con l'accetta, possa essere stato proposto come pubblico appello epocale da figure che, qualunque sia la mia opinione su di loro, hanno una grande cultura ed esperienza del mondo. E che come tale sia accolto.

La mia opinione riguardo ai firmatari, detto per inciso, è che li rispetto come studiosi, anche a prescindere dalla maggiore o minore coerenza dell’iter che ha costruito la loro fama, e per quelli di loro che hanno una età canonica porto l'ulteriore rispetto che mi hanno insegnato doversi alla canizie. Ma non riconosco loro alcuna autorità per dirmi quel che devo o non devo fare: anzi, se me lo dicono con quel tono mi costa un grande sforzo non correre a fare il contrario. Mi rendo conto che fra le persone di una certa età e formazione politica, specie nel milieu torinese, siano nomi venerati, soprattutto grazie all’autoreferenzialità del contesto accademico ed editoriale nato intorno a loro, ma al mondo c’è anche qualcuno che rivendica il diritto di pensarla diversamente. Nella tradizione giacobina di cui è permeato quel contesto non vedo nulla di preferibile alle altre tradizioni autoritarie o totalitarie che da sempre rifiuto.

Ma torniamo al testo. Berlusconi in sette mesi avrà governato male, ma facciamo un esempio concreto di cui ho qualche competenza. La "626", non so quanto obtorto collo e pur con i suoi molti difetti, è stata varata a tempo di record dal governo "polista". Dopo la caduta di questo, si sono succeduti governi di segno opposto, che si sono contraddistinti per una costante politica della proroga e della deroga in materia di sicurezza, tanto che tra ’95 e ’96 ci fu una forte polemica perché si intendeva escludere in toto il settore dei dipendenti pubblici dal campo di applicazione della legge. Da ultimo, agli enti proprietari delle scuole venne concessa una dilazione fino al 2004 per gli adempimenti che ai privati erano stati (giustamente!) imposti entro il '96.

I rapporti INAIL al tempo stesso mostrano che negli ultimi anni il numero degli infortuni, mortali e no, non solo non cala in rapporto alle ore lavorate, ma in certi comparti cresce in termini assoluti. Cosa dovrebbero dedurne Berlusconi, Fini e Bossi, seguendo l’apocalittica e apodittica logica dell’"Appello"? che la sinistra per settanta mesi ha complottato contro la salute dei lavoratori?

La definitiva sorte della Democrazia sarebbe a rischio perché qualcuno penserebbe di finanziare con il debito pubblico le sue "grandiose opere pubbliche"... nell'Italia sgovernata per quarant'anni dal vecchio centrosinistra e poi dalle sue componenti variamente rimescolate, e dove è la sinistra a proporre il ponte sullo Stretto? Illogico, illogico, griderebbero i vulcaniani dei telefilm. E’ davvero credibile che nell'alternativa tra Casini o Castagnetti, Veltroni o Storace, Pivetti o Borghezio, Gasparri o Mastella, si giochi la civiltà della nostra patria? O semmai è deprimente pensare in che paese crescerà mia figlia?

Sullo specifico della scuola, giustamente da lei ricordato, non mi dilungo perché chi mi legge ne sa quanto e più di me. In altri momenti parleremo dell'ondata di maxiconcorsi per tirar dentro tutti, o dei corsi di riqualificazione che insegnano la chimica agli architetti in 40 ore, alla faccia delle scuole di specializzazione. Del salto nel buio della riforma dei cicli, specie quello primario. Dell’avvilimento dei pilastri della vecchia scuola che hanno formato quattro generazioni, intendo liceo classico ed istituti tecnici. Dell'"onda anomala", e delle arlecchinate per tamponarla. La democrazia, la civiltà, la dignità umana, e tutto il resto che sembra in pericolo, non hanno niente a che fare con queste realtà, e mi spiace vi sia coinvolto uno studioso che ammiro come De Mauro? Cosa mai potrà fare di peggio, la temuta c.d. destra? Darà "i soldi al Vaticano", come può strillare uno studente in un corteo, riducendo a slogan due secoli di dibattito della cultura liberale e radicale sulla natura dell’intervento dello Stato nell’educazione, da Thoreau a Einaudi, da Friedman ad Enzensberger?

Ma ho già preso molto spazio, e concludo. Ho una notevole diffidenza verso gli appelli in genere, e una rivulsa verso quelli che non siano fondati su dati oggettivi ma sui preconcetti, se non altro perché la mia formazione di chimico è stata contemporanea alla mia maturazione politica libertaria, e in entrambe ho cercato di usare gli strumenti della laicità, della critica, della tolleranza. Già è dilaniante non sapere per chi votare, anche perché nessuno propone per la scuola un futuro chiaro e verosimile: per favore, fatemi dimenticare quell’"Appello".

Sergio Palazzi

 


Disincanto e impegno civile

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Caro prof. Palazzi, è un indice della serietà del suo impegno civile il fatto che lei confermi quanto ci scrisse 'a caldo', dopo aver ricevuto il numero 8 del Bollettino, con inserito in evidenza l'Appello di Bobbio, Galante-Garrone, Pizzorusso e Sylos-Labini. È su questo piano di serietà e di reciproco rispetto che ci accingiamo a rispondere a lei - e ai molti lettori silenti che certamente condividono le sue critiche.

Riferendosi al testo dell'Appello lei parla di "concetti schematizzati con l'accetta". È vero, i quattro primi firmatari non si sono lasciati andare ad argomentazioni articolate, ma forse la loro esperienza già suggeriva - all'inizio della campagna elettorale - che i contendenti non si sarebbero accontentati di duellare su una pedana con innocui fioretti. Quando Bossi dichiara che si dovrebbero far fuori in una notte i giornalisti della Rai non sembra mancar molto all'entrata in scena dei manganelli. Fra le notevoli dichiarazioni di Berlusconi ricordiamo solo quella che l'assassinio di Dantona fu "un regolamento di conti" all'interno della sinistra e quella che gli articoli dell'Economist sono spazzatura. Nel primo caso si tratta di un accecamento, consolidato da un tic anticomunista che gli fa definire D'Alema bolscevico (!), che lo costringe a recitare in modo compulsivo la litania PCI-PDS-DS, e che gli fà evitare come un tabù linguistico la corretta dicitura 'centro-sinistra' per utilizzare sempre e solo 'sinistra'. Il secondo caso va oltre l'insulto meschino, perchè è un indice dell'incapacità del Nostro di confrontarsi con la critica. Qui ricordiamo solo che l' Economist tira 700.000 copie alla settimana, e di queste l'80% è venduto fuori dell'Inghilterra, ossia va nelle mani della classe dirigente (capitalistica) di tutto il mondo. Se poi ricordiamo ancora l'alleato chiave di Berlusconi, il Bossi, che parla di "un'Europa dei tecnocrati e dei pedolifi", tutto sommato i 'colpi di accetta' di Bobbio et al. ci paiono preveggenti e comprensibili.

Per quanto riguarda invece i molti punti critici e concreti della sua lettera vogliamo confrontarci - brevemente - su tre di essi.

Innanzi tutto facciamo presenti alcune osservazioni che riteniamo abbastanza importanti sulle questioni relative alla sicurezza ed all’igiene del lavoro. Il D.Lgs. 626 / 94 è stato effettivamente promulgato sotto il governo Berlusconi; ma devono essere tenuti ben presenti almeno i seguenti aspetti assolutamente fondamentali: si tratta di una legge quadro che ha recepito nei vari paesi in tempi diversi, le indicazioni di ben 7 (sette) direttive della Comunità Europea. Trattandosi di una legge quadro, essa non può e non deve essere considerata dai tecnici operanti professionalmente come isolata in un contesto non vincolante. Deve invece essere inserita in un ambito articolato e complesso sviluppatosi in anni anche piuttosto remoti. Richiamiamo l’attenzione dei lettori critici sui provvedimenti più rilevanti. Innanzi tutto il D.P.R. 547 che nel 1955, in regime di assoluto predominio democristiano, promulgò quella che fu la ‘Bibbia Italiana’ della Sicurezza del Lavoro; poi il D. Lgs. 277 su rumore – piombo – amianto, il D. Lgs. 494 sulla sicurezza nei cantieri, la Legge Merli, etc. etc. Successivamente alla caduta del governo ‘polista’ il D.Lgs. 626 è stato sostituito dal D.Lgs. 242 / 96 nel quale sono presenti importanti integrazioni e correzioni del riferimento normativo da lei citato. La 626 non fu un fulmine a ciel sereno, né il centro-sinistra l'ha lasciata tal quale. Quanto ai ritardi dell'applicazione nell'amministrazione pubblica dovremmo fare un discorso più approfondito, e il Bollettino è pronto ad ospitare interventi mirati a chiarire i diversi aspetti della 'messa in sicurezza' di scuole ed istituti universitari (ad esempio).

Per la questione della scuola vogliamo insistere sulla prospettiva che si aprirebbe con un Governo Berlusconi bis. Così siamo andati al sito ufficiale di Forza Italia per poter offrire a lei e ai lettori alcune citazioni autentiche.

''Per affrontare seriamente gli anni 2000 - ha affermato Berlusconi il 30 ottobre 1999 - dobbiamo realizzare una scuola che prepari e formi i ragazzi ... Io sono convinto che non dovrebbero essere licenziati dalle scuole ragazzi che non sappiano alla perfezione l'inglese, che non sappiano usare alla perfezione il computer, che non sappiano navigare su Internet. E' questo lo standard minimo richiesto. Ed e' questo che deve essere consentito in una scuola democratica moderna''. Che questo sia ritenuto sufficiente da Berlusconi per formare cittadini inseriti in una democrazia moderna è stato ribadito più volte. Il 17 marzo 2001, "il leader della Cdl" (come è definito nel sito di Forza Italia) ha confermato il suo pensiero: "pur non dimenticando il nostro patrimonio e la nostra storia, le nostre tradizioni umanistiche, occorrera' inserire nella nuova scuola tutti gli elementi necessari per rendere i nostri ragazzi capaci di realizzarsi in questa nuova società. Io [Berlusconi, n.d.r.], per semplificare, li ho definiti delle 'tre i': Internet, inglese e impresa''. Fra le Tradizioni Umanistiche e le Tre I non c'è posto per le scienze, figuriamoci per la chimica.

Il già citato sito di Forza Italia intitola così una dichiarazione di Formigoni del 17 novembre 2000: "con il buono scuola diamo alle famiglie la liberta' di scegliere". Di seguito leggiamo: "I buoni scuola sono dei rimborsi alle famiglie: chiunque puo’ richiederli, purchè dimostri di spendere almeno 400 mila lire fra tasse, rette e contributi di iscrizione. Il rimborso è pari al 25 per cento della spesa totale, fino a un massimo di due milioni". Dato il livello minimo di 400 mile lire ci pare difficile che il 'rimborso' possa essere chiesto per ragazzi iscritti alla scuola pubblica. Per gli altri, potremmo fare qualche riflessione sul valore sociale di una procedura che premia vistosamente chi può spendere di più. Formigoni afferma anche che intende portare il 'rimborso' al 100%, mentre non c'è cenno di un controllo del livello di "tasse, rette e contributi" chiesti dagli istituti privati. D'altra parte, mentre esistono certamente scuole confessionali di buon livello, chi di noi ha partecipato a commissioni di maturità con candidati di scuole private sa che ci si trova spesso di fronte a preparazioni assai scadenti.

Come ultimo brano di questo florilegio riportiamo una recente dichiarazione dell'on. Valentina Aprea, responsabile nazionale scuola di Forza Italia. "Le linee-guida della riforma di Forza Italia" sono così presentate: "Noi siamo convinti che l’unica vera riforma della scuola sia l’introduzione di una reale libertà: libertà per tutti i soggetti di proporre e verificare un’ipotesi culturale e didattica; libertà, in forza di tali progetti, per le scuole di scegliere gli insegnanti e per gli insegnanti di scegliere le scuole". La prima delle libertà invocate dall'on. Aprea è cosa seria, ed è già garantita dall'autonomia scolastica attuata dal centro-sinistra. La seconda libertà apre invece una prospettiva catastrofica: ma come si può scrivere seriamente che le scuole scelgano gli insegnanti e gli insegnanti scelgano le scuole? Improvvisamente tutti gli insegnanti entrano in mobilità? La proposta dell'on. Aprea si inserisce perfettamente nel quadro delle 'trappole dell'educazione' così ben descritto da Petrella, e che riportiamo come primo articolo in questo numero del Bollettino.

Lei, prof. Palazzi, rivolge critiche severe alla politica scolastica del centro-sinistra.. Condividiamo pienamente alcune di esse, e in particolare quella dell'infausto inserimento di odontotecnici e architetti nella A 013, inserimento a cui si è opposta tutta la Divisione di Didattica della SCI e questo stesso Bollettino. Vanno comunque tenute presenti due importanti iniziative dei governi di centro-sinistra. La prima è l'autonomia scolastica, che pone sfide precise a tutti coloro che partecipano all'impresa educativa, studenti e genitori compresi. L'articolo di Fausta Carasso Mozzi che pubblichiamo come secondo articolo del Bollettino illustra l'impegno dei docenti a realizzare nel modo migliore l'autonomia. Ma di enorme rilievo è anche la seconda innovazione, la costituzione delle Scuole di specializzazione per gli insegnanti della scuola secondaria. Malgrado incertezze, esitazioni ed anche errori (pensiamo ai troppi concorsi ...) le Scuole hanno cominciato a funzionare, aprendo una via di miglioramento duraturo (e riconosciuto) della preparazione professionale degli insegnanti, una via che non potrà non innalzare il prestigio sociale - e i salari - dell'intero corpo docente.

Chiudiamo riprendendo la frase che non a caso lei stesso ha posto al termine della sua lettera: "è dilanianate non sapere per chi votare". Viviamo in un'epoca di disincanto, in primo luogo verso le tesi dello sviluppo economico illimitato e del dominio assoluto sulla natura, tesi che furono anche di tutta sinistra. Gli unici spiragli che vediamo aprirsi verso una nuova concezione dell'economia sono nel 'terzo settore', la cui situazione, interessante ma ancora 'pre-politica', è ben descritta nel documento di Missione Oggi che pubblichiamo in altra parte del Bollettino. In Italia il passaggio dalla pre-politica alla politica si potrà realizzare solo con governi che non abbiano Maroni come ministro degli interni. Gli uomini e le donne del centro-sinistra che lei cita non ci incantano, e tuttavia li voteremo, proprio per permettere agli 'spiragli' di aprirsi fino a formare un nuovo orizzonte sociale in cui un impegno civile come il suo e il nostro possa agire con piena e consapevole efficacia.

Luigi Cerruti, Erminio Mostacci

 


 Le cinque trappole dell'educazione

Riccardo Petrella

Université Catholique de Louvain

 

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Dal 23 al 27 maggio 2000 si è tenuto a Vancouver [Canada] il primo Mercato Mondiale dell'Educazione. Organizzato da una società privata, la Reed Company, specializzata nel settore "fiere, congressi, esposizioni", ha visto la partecipazione di più di quattromila persone. Per la Reed, l'educazione è un business come la nautica, i multimedia, la stampa, il marketing. Il linguaggio "nato" a Vancouver non lascia dubbi sulle tendenze che stanno imponendosi a livello mondiale: "business dell'educazione", "educational corporation", "prodotto educativo", "mercato dei professori", "l'offerta d'educazione", "mercato degli studenti", "competitivita interuniversitarie", "performance dei programmi educativi multimediali", "accordi e fusioni tra le imprese educative", "liberalizzazione [del commercio] nel settore dell'educazione".

Tutto è iniziato, a mio parere, una trentina d'anni fa quando anche il mondo dell'educazione ha accettato e generalizzato il concetto di "risorsa umana". È nata cosi la prima trappola nella quale l'educazione è cascata, che consiste nell'aver spostato dalla persona umana alla risorsa umana l'asse centrale della funzione del sistema educativo. Avere accettato la riduzione della persona umana a "risorsa umana" significa aver imprigionato ogni aspetto della persona umana, e non solo il lavoro, nella logica della produzione. Così, il diritto all'esistenza di una "risorsa umana" è condizionato dalla sua utilità per il sistema produttivo. Una "risorsa umana" non redditizia è immediatamente scartata, eliminata. Per un adulto, non v'è più il diritto al lavoro ma il dovere d'impiegabilità. Se una "risorsa umana" non è impiegabile, utilizzabile, non ha più alcun valore. Permettere di acquisire le conoscenze, i saperi e le competenze indispensabili per diventare e restare una "risorsa umana" impiegabile è considerato oramai, da parte dei nostri dirigenti, il ruolo fondamentale dell'educazione secondaria superiore ed universitaria. Più in particolare, è questo il compito che spetta alla educazione/formazione permanente, continua, lunga quanto la vita "economica" di una "risorsa umana", specie in un'era come la nostra di cambiamenti scientifici e tecnologici continui e rapidi. A non aver più la voglia di riciclarsi o non essendo più riciclabili, non v'è scampo: la "risorsa umana" sarà gettata via come una vecchia ciabatta.

La seconda trappola, strettamente legata alla prima, ma dovuta anche ad altri fattori nuovi, quali le politiche della mondializzazione liberista, deregolamentata e privatizzata, consiste nell'aver trasformato il sistema educativo di un paese in uno strumento messo al servizio della competitività nazionale. L'educazione deve permettere di formare le "risorse umane" altamente qualificate e flessibili, di cui hanno bisogno le imprese "nazionali" per assicurare la loro competitività sui mercati internazionali e mondiali. Le istituzioni educative sono diventate i "luoghi" dove le nuove generazioni sono addestrate ad una cultura di guerra ["diventare i migliori" , "riuscire meglio degli altri", "essere tra i vincitori" ...], piuttosto che ad una cultura di vita ["vivere insieme", "imparare a contribuire allo sviluppo ed alla promozione dell'interesse generale"...].

La logica della competitivita ha penetrato il mondo dell'educazione non solo a livello delle finalità dell'educazione, ma anche al livello del comportamento delle stesse istituzioni che sono in competizione tra di loro, le università soprattutto. Se lo spirito e le pratiche della cooperazione tra università di differenti regioni e paesi esistono ancora, è soprattutto perché, nella maggior parte dei casi, ciò consente ad ogni università di essere ancor più [e meglio] competitiva sul "mercato" dei fondi pubblici e privati per la ricerca, per quanto riguarda l'iscrizione degli studenti, la sponsorizzazione di cattedre da parte di imprese private, e via dicendo. Si è addirittura giunti alla situazione per cui mèmbri del corpo accademico hanno accettato di "offrire" le loro competenze al servizio di un sistema di va-lutazione delle varie università del paese ed estere, per stabilire una classifica delle cosiddette "migliori" e permettere così ai poteri pubblici e ai finanziatori privati di privilegiare il finanziamento delle università classificate ai primi posti.

Piano piano una siffatta logica, autodistruttrice, sta penetrando anche il settore dell'educazione secondaria superiore. La classe politica dirigente è largamente acquisita a tale cultura, come si è dimostrato al Vertice europeo di Lisbona del marzo 2000, allorché i quindici capi di stato e di governo dell'Unione europea hanno adottato una risoluzione solenne, nella quale si proclama che il compito più importante dei cittadini europei, nei prossimi quindici anni, è fare dell'Europa la e-economia più competitiva al mondo, e che il sistema educativo europeo deve essere messo in condizione di sostenere un tale obiettivo aprendosi, tra il 2001 e il 2003, ad una totale penetrazione delle tecnologie d'informazione e di comunicazione e ad una rapida e generale alfabetizzazione numerica.

Non è un caso, in realtà, che la terza trappola in cui è caduta l'educazione sia stata causata dello sviluppo dell'educazione a distanza su supporti tele-informatici e tele-comunicati. La terza trappola è rappresentata della crescente mercificazione delle attività di educazione, sempre di più sottomesse alla logica dell'economia capitalista di mercato. L'occasione immediata e più visibile all'origine della terza trappola è stata data dai multimedia. Al primo Mercato Mondiale dell'Educazione di Vancou-ver ha trovato conferma un dato abbastanza nuovo: le tecnologie multimediali hanno invaso il mondo dell'educazione a tal punto che numerosi intellettuali credono che l'educazione sia diventata fondamentalmente un problema di multimedia. E non solo gli editori di prodotti multimediali, i creatori e fornitori di servizi on line o di servizi di tele-educazione e tele-formazione, gli operatori di telecomunicazioni e i dirigenti di imprese informatiche. Molti, nel corpo insegnante, ne sono convinti. Compagnie come Microsoft, Aol-Time Warner, Mci-Worid Com, ViaCom-Crs, Vivendi-Universal, Bertelsman, Sun-Microsystem determinano sempre più contenuti e modalità dell'insegnamento, non solo a distanza, con l'aiuto e l'accordo dei poteri pubblici nazionali, convinti che il loro ruolo è soprattutto quello di creare il contesto più favorevole alla competitivita delle imprese del "loro" paese.

Ora, la quasi totalità dei prodotti educativi multimediali e dei servizi on line sono di natura commerciale, ad opera di imprese private il cui obiettivo non è tanto la pedagogia o la formazione, ma il rendimento finanziario. Più l'insegnamento a distanza on line e i prodotti/servizi educativi multimediali si diffondono nel sistema educativo, più assistiamo alla sua mercificazione.

Lo scenario che sembra essere privilegiato negli Stati uniti e che, a causa del mimetismo gregario acritico tradizionale degli europei nei confronti di ciò che "viene dall'America", rischia di diventarlo anche in Europa è quello centrato sullo sviluppo di un sistema d'educazione organizzato sopra ciò che diventerà Internet nei prossimi anni, e cioè un insegnamento individuale e individualizzato, in cui la priorità sarà data all'insegnamento e alla formazione di conoscenze, competenze e saperi utili, redditizi.

La privatizzazione dell'educazione, attraverso il cavallo di Troia rappresentato dall'educazione multimediale e a distanza on line, rischia di passare anche attraverso i negoziati commerciali mondiali [Omc] o regionali [come quelli dell'Unione europea o dell'Alena e, nei prossimi mesi, dell'Alca, Accordo di libero commercio delle Americhe], i servizi pubblici [l'educazione, la salute, l'acqua...] farebbero la stessa fine di ogni altra merce.

La quarta trappola consiste nell'aver lasciato la tecno-logia [cioè il discorso - "logos" - della tecnica] diventare il discorso dell'educazione, cioè il discorso su chi definisce le finalità dell'educazione, su cosa educare e su come educare [apprendere, formare/si].

Il chi è oggi composto dai gruppi sociali il cui potere è fondato sulla tecno-crazia. Si tratta, specificamente, del mondo accademico e scientifico, principale produttore di conoscenze in larga misura messe al servizio dei poteri militari, economico-industriali e politici. Ma anche del mondo finanziarie-industriale il cui credo sul primato del rendimento finanziario del capitale passa per una fiducia assoluta nell'innovazione tecnologica. E, infine, del mondo politico e dei media che da tempo ormai giura solo sul progresso scientifico e tecnico come fondamento del progresso economico, e di questo come fondamento del progresso sociale ed umano.

Il come è rappresentato dalle conseguenze legate principalmente alle discipline scientifico-tecniche e alle competenze gestionali-organizzative nel campo economico-industriale-commerciale. Il come si traduce praticamente nell'uso delle nuove tecnologie d'informazione e di comunicazione.

La quinta trappola è fra le più sottili e perniciose. Essa consiste nell'aver accettato l'utilizzazione dell'educazione come strumento di legittimazione dell'ineguaglianza nella cittadinanza; cioè nel potere/diritto/dovere di partecipare alle decisioni relative alla "res publica". La trappola funziona secondo il meccanismo seguente: primo elemento: non è possibile ne giusto - si dice - eliminare le ineguaglianze nella cittadinanza perché l'ineguaglianza è nella natura della specie umana e nelle dinamiche sociali.

Secondo elemento: le società sviluppate - si afferma-hanno messo, e mettono tuttora, ogni membro della società nella condizione di uguale partenza consentendo a ciascuno di avere accesso all'educazione di base obbligatoria gratuita [fino a 16 o a 18 anni]. Quindi, se ineguaglianze nei livelli raggiunti di formazione, di competenze e di saperi appaiono alla fine del periodo di scolarizzazione obbligatoria, ciò è dovuto a molti fattori oggettivi e soggettivi che non possono essere combattuti e eliminati.

Terzo elemento: il livello di competenze e di saperi raggiunto è discriminante rispetto al grado di potere/diritto/dovere di partecipare alle relazioni relative alla "res publica". Coloro che sanno-si dice - devono avere più potere decisionale. Conclusione [la trappola] : non si può né è giusto - si afferma - lottare contro le ineguaglianze di potere certificate dall'educazione. Il sistema educativo è diventato così il "potere" di legittimazione [considerata "oggettiva"] delle ineguaglianze nella cittadinanza.

 

INFO: Il testo del prof. Petrella è tratto dal n. 18 di Carta dei cantieri sociali (http://www.carta.org)


L’INSEGNAMENTO DELLA CHIMICA

NELLA DIDATTICA MODULARE

Fausta Carasso Mozzi

Laboratorio di Ricerca Modelli di Lavoro

C.I.R.E.D. Centro Interfacoltà per la Ricerca Educativa e Didattica

Università degli studi di Venezia

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Già da anni si sentiva l’esigenza di una formazione culturale e professionale più flessibile, che rispondesse adeguatamente alle esigenze del mondo del lavoro ed alle aspettative dell’utenza, ed ora il rinnovamento si sta attuando, grazie alla nuova normativa che conferisce alle scuole l’autonomia necessaria per dare un’organizzazione modulare ai curricoli.

Siamo dunque entrati in un periodo, particolarmente delicato, di transizione dal tradizionale impianto didattico regolato dai programmi ministeriali, al nuovo sistema formativo di tipo modulare, più articolato ed adattabile alle caratteristiche dei vari profili formativi e professionali.

Il successo dell’innovazione non è però garantito a priori; dipenderà dalla qualità delle iniziative che verranno messe in atto per sostenere il nuovo impegno progettuale.

Infatti già si profila il rischio che il cambiamento sia percepito come una prassi che pone i vecchi insegnamenti dentro i nuovi contenitori, senza comprendere le nuove potenzialità formative che esso veicola.

L’operazione che spesso si osserva nella produzione di nuovi curricoli, di "tagliare a pezzi" i contenuti dei programmi tradizionali, per poi inserirli nei moduli, non può avere ricadute positive perché non arricchisce l’insegnamento, anzi, lo rende più debole e frammentato.

Bisogna tenere presente che la modularità è stata concepita alla luce delle nuove prospettive della filosofia della scienza e della psicologia cognitiva che suggeriscono di uscire dalla logica della trasmissione di conoscenze organizzate gerarchicamente e di fondare invece l’insegnamento sull’idea della costruzione della conoscenza.

Quindi, coerentemente con i presupposti teorici, l’impianto modulare esige che la costruzione di moduli e curricoli sia subordinata ad un riesame delle strutture delle discipline per rivalutarne il potenziale formativo. Occorre individuare, da un lato i nodi concettuali più rilevanti per l’organizzazione dei curricoli, dall’altro gli strumenti che, all’interno dei moduli, facilitano l’approccio a questi nodi.

In altre parole, la modularità potrà riqualificare il sistema scolastico, migliorandone l’offerta formativa, se le discipline verranno concepite, oltre che come ambito di ordinamento delle conoscenze, come fonte di dispositivi che facilitano l’apprendimento e la costruzione di reti di conoscenze.

Si richiede quindi agli insegnanti di possedere nuove competenze per fondare la progettazione didattica su operazioni di trasformazione della struttura disciplinare in struttura formativa.

Per sostenere questo nuovo impegno, in questa fase di transizione, è necessario il contributo di quanti si dedicano alla ricerca didattica.

Ogni disciplina dovrebbe chiedersi come, con quali modelli e procedimenti, può contribuire, sul piano didattico, a rendere significativi gli apprendimenti ed economico il percorso di integrazione con le altre scienze.

Ogni disciplina dovrebbe offrire nuovi apporti di tipo storico ed epistemologico per evidenziare le vie del suo sviluppo, i passaggi critici che hanno caratterizzato la sua storia interna ed esterna per poter proporre, per omologia, ai discenti situazioni stimolanti e facilitanti l’apprendimento.

In particolare, secondo la metodologia dei Modelli di Lavoro (1) occorrono modelli esplicativi in grado di rendere esperti i discenti.

Un modello può essere definito esperto se è in grado di svolgere esaurientemente e con efficienza la sua funzione esplicativa, se è strumento efficace per l’apprendimento e la riflessione metacognitiva.

Più precisamente, un modello è esperto se funge da strumento di spiegazione e interpretazione di un dato nodo della trama concettuale, dimostrandosi potente, in quanto dotato di rilevanti ed estese capacità esplicative, ed economico rispetto al percorso di apprendimento.

In altri termini, "un modello è esperto quando dà la possibilità a chi lo usa, non solo di conoscere di più o di meglio ma anche di rappresentarsi quello che può fare con il modello".

I modelli esperti devono essere ricercati e utilizzati come strumenti euristici dotati di grande forza generativa e riletti come selettori di concetti, regole, principi e relazioni significative tra questi, come portatori di schemi di ragionamento e come indicatori di passi successivi da compiere.

Se ciascun modulo costituisse un percorso di apprendimento organizzato cognitivamente da un modello esperto, il curricolo potrebbe essere pensato e gestito come spazio (interno/esterno al soggetto) di interazione tra modelli esperti disciplinari e di espressione del profilo formativo del discente.

La modularità in questo modo potrebbe esplicare pienamente la sua funzione innovativa, dato che la qualità della progettazione garantirebbe l’efficacia dell’azione didattica.

Anche nella progettazione dei singoli moduli c’è il rischio di cadere in operazioni ripetitive che riproducono modalità di insegnamento superate.

Le più recenti teorie dell’apprendimento evidenziano l’importanza di focalizzare l’attenzione sui processi di apprendimento dello studente, oltre che sui suoi risultati.

Quindi la progettazione di un modulo non può esaurirsi in semplici compilazioni di contenuti e obiettivi di apprendimento; deve essere effettuata con la solita, ineludibile, regola della triangolazione tra contenuti, metodi e apprendimenti, in modo da definire, relativamente ad un dato nodo della trama disciplinare, non solo cosa insegnare ma anche come insegnare per il conseguimento di determinati obiettivi.

Appare chiaro che sarebbe riduttivo pensare il modulo come ad un contenitore di una parte di materia da insegnare, corredata da indicazioni di percorso e descrizione di obiettivi da certificare. E’ logico concepirlo anche come ambiente di apprendimento nel quale il discente può coniugare conoscenze ed esperienze, con l’aiuto delle strategie e dei mediatori didattici predisposti dall’insegnante.

Il modulo deve essere "mappa attrezzata" per lo sviluppo e la personalizzazione degli apprendimenti.

Una corretta progettazione dovrebbe essere finalizzata proprio alla costruzione di questa mappa, selezionando le risorse connesse ad un dato nodo della disciplina e ad utilizzandole in accordo con le linee del modello esperto.

La prima tappa della progettazione, la selezione delle risorse, può essere facilitata dallo svolgimento dell’analisi della struttura formativa del nodo

Per l’analisi formativa sono state individuate (2) tre coordinate, in termini di rilevanza concettuale, pregnanza cognitiva e spendibilità.

  1. La rilevanza concettuale è il criterio che guida all’esame del nodo concettuale per individuare concetti, principi, procedure, regole, e modelli esplicativi in funzione alla tematica che si vuole trattare nel modulo
  2. La pregnanza cognitiva è il criterio per individuare le modalità di ragionamento privilegiate dal modello esperto, valutare le difficoltà e cercare le strategie di guida cognitiva da mettere in atto. Orienta alla definizione delle motivazioni che si vuol suscitare e degli atteggiamenti che si prevede di riscontrare in uscita dal modulo
  3. La spendibilità è da intendersi come spendibilità culturale, nel senso curricolare sia trasversale che verticale, ma anche come spendibilità sociale, etica, ecc. Guida nella ricerca di sinergie nei collegamenti con altri nodi ed alla definizione dei più probabili punti di contatto con altri moduli.

L’analisi formativa guida l’organizzazione dell’intero modulo perché mette a fuoco tutti gli elementi utili sia per quanto riguarda l’informazione, sia per quanto si riferisce al modo di elaborarla per ottenere generalizzazione, sia ancora , per l’individuazione delle competenze e delle padronanza da prevedere in uscita.

Per concludere, non essendo il caso di proseguire il discorso relativo alle tappe successive della progettazione ed alle modalità di trasformazione del prodotto dell’analisi formativa, è opportuno sottolineare l’importanza di sviluppare una buona processualità e quindi di dotare i moduli di

Nella scuola dell’autonomia anche la chimica si trova nella necessità di rinforzare la ricerca per adattare le impostazioni didattiche tradizionali alle esigenze del nuovo contesto scolastico. Sono stati individuati i nuclei fondanti e le competenze di base ma ancora molto lavoro deve essere fatto.

La modularità sta creando una nuova struttura organizzativa degli insegnamenti che richiede un’ottica culturale e professionale integrata e comporta un nuovo modo di progettare all’interno dei consigli di classe, perciò la ricerca dovrebbe ri-analizzare le strutture sintattiche e semantiche che la disciplina si è costruita, per inventare nuovi percorsi (più snelli, possibilmente più efficaci e, comunque, più motivanti) e per proporre alle altre discipline i suoi modelli esperti.

In particolare c’è l’esigenza di individuare:

L’analisi formativa renderebbe più facile e più corretta la progettazione di moduli integrati e darebbe spunti per la costruzione di moduli procedurali.

Con la didattica modulare, la chimica, per la potenza e la spendibilità dei suoi concetti e dei suoi modelli, troverà nuove alleanze ed accrescerà la sua l’importanza come scienza di base se riuscirà a valorizzare le sue specificità e le sue potenzialità formative generali .

 

(1) Per approfondimenti cfr. U. Margiotta, Riforma del curricolo e formazione dei talenti, Armando, Roma 1997 e in particolare i contributi di L. Valle e R. Rigo. Torna al testo

(2) Cfr. R. Rigo, "Un modello esperto per l’insegnamento delle abilità di ascolto ", in Studium educationis, 3- 1998. CEDAM. Torna al testo


 

Chimica ed impatto ambientale - un intervento didattico su Responsible Care

Erminio Mostacci

I.T.I.S. Luigi Casale, Torino

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La comunicazione presente riguarda un progetto di lavoro da utilizzare per un'unità didattica specifica da svolgersi nel mese di maggio nelle classi quarte e quinte della scuola media superiore "I.T.I.S. Luigi Casale".

L'argomento prescelto è di grande attualità; poiché risulta di crescente importanza e pervasività il ruolo che la Chimica assolve effettivamente nella società moderna. In sintesi è stata progettata e costruita una presentazione adatta per una lezione multimediale introduttiva sul programma di gestione delle aziende e dei prodotti chimici, denominato Responsible Care. Tale piano programmatico, elaborato a livello internazionale per la salvaguardia della salute e dell'ambiente, tiene conto del continuo bisogno di nuovi prodotti e delle conseguenti necessità di una mirata evoluzione dei processi, dei metodi di controllo, della gestione, d’approvvigionamento, trasporto e stoccaggio sicuro di materie prime, intermedi, etc.

In contrasto con le considerazioni sopra accennate, l'immagine della Chimica che permane nella coscienza collettiva, è nel suo complesso, troppo frammentaria ed episodica; ed inoltre essa purtroppo risulta affetta da una visione d'assieme sostanzialmente negativa.

Essa, infatti è vista come fonte principale d'inquinamento e di un continuo degrado delle condizioni di vita; inoltre, nonostante siano disponibili parecchie fonti d'informazione ed utili banche dati di tipo informatico, è ancora difficile invertire la linea di pensiero sopra esposta, poiché essa si basa sui mezzi d'informazione di massa per lo più caratterizzati da una filosofia della divulgazione d'effetto immediato e complessivamente da un meccanismo d'azione troppo superficiale.

Uno dei nostri compiti, come insegnanti, è quello di far percepire agli studenti che viviamo, in una realtà complessa, frutto d'interrelazioni ed articolazioni variabili nel tempo e che tale realtà deve essere prima conosciuta e poi interpretata nella maniera più critica ed approfondita possibile.

Responsible Care coinvolge le aziende chimiche dei diversi paesi sotto vari aspetti, a partire dalla produzione, alla salvaguardia della salute dei lavoratori, all'impatto ambientale, alle precauzioni necessarie per la manipolazione, il trasporto, il riciclaggio dei prodotti chimici, etc.

Le caratteristiche di fondo del progetto riassunte nel prospetto seguente, sono state tratte da un'indagine preliminare; ma abbastanza accurata delle principali risorse presenti su Internet ed in particolare nel sito dell''American Chemistry Council agli indirizzi:

http://www.cmahq.com/
http://www.americanchemistry.com/rc.nsf/unid/nnar-4ctqzm?opendocument

Informazioni Generali

Nel 1988, l'American Chemistry Council ha lanciato Responsible Care per rispondere alle esigenze della collettività in merito alla produzione ed all'uso di prodotti chimici; attraverso Responsible Care, le aziende partecipanti devono garantire di sostenere uno sforzo continuo allo scopo d'indirizzare verso uno sviluppo industriale responsabile dei prodotti chimici.

Responsible Care rappresenta un obbligo dei membri dell'American Chemistry Council e richiede alle compagnie che aderiscono al programma di:

Migliorare continuamente la loro prestazione nella salvaguardia della salute, sicurezza e sviluppo.

Ascoltare e rispondere alle esigenze della popolazione.

Fornirsi reciproca assistenza per raggiungere l'optimum della prestazione.

Divulgare gli obbiettivi ed i progressi conseguiti.

Il programma Responsible Care comprende dieci elementi caratterizzanti:

Principi Guida.

Codici delle Pratiche di Gestione.

Pannello dell'Informazione Pubblica.

Auto – Valutazione.

Misura delle Prestazioni.

Obbiettivi / Prestazione.

Verifica dei Sistemi di Gestione.

Assistenza Reciproca.

Programma di Partecipazione al progetto.

Obbligo Società aderenti.

Gli elementi qui soltanto ricordati saranno presentati all’uditorio mediante apposite ‘diapositive’ presentate e commentate con didascalie specifiche nel corso dell’intervento previsto.

Inoltre, per fornire adatti strumenti d'informazione e formazione ed anche alcuni spunti operativi (sulle possibili interazioni ed implicazioni nell'impiego in campo didattico) nell'esposizione sarà discusso in dettaglio quanto si trova nella documentazione generale del progetto internazionale e la sua applicazione in Italia da parte di Federchimica.

Nel VI° documento annuale di Federchimica, che rappresenta gran parte delle aziende italiane che trattano a diversi livelli i materiali chimici, trovano ampio spazio tutti i punti principali del progetto di salvaguardia della salute e dell'ecosistema nel suo complesso ed anche ampie considerazioni riferite alla realtà specifica del nostro paese, sia sotto il profilo territoriale – morfologico, sia per quanto concerne gli aspetti tecnologici .

Di seguito si forniscono le indicazioni sul documento, l'indice del medesimo e l'indirizzo del sito Federchimica utilizzato come riferimento generale per la valutazione della situazione presente nel nostro paese.

Documento: rapporto6bis.pdf

INDICE.

Presentazione del Rapporto per il 1999

Lettera di validazione

Sintesi del "6° Rapporto"

Prima Parte.

La sicurezza e la salute dei dipendenti.

La protezione dell’ambiente; l’energia; e la gestione dei rifiuti.

La sicurezza dei processi e della logistica chimica.

La "Product Stewardship".

Le spese per la protezione ambientale.

La comunicazione e i rapporti con il territorio.

Seconda Parte.

Glossario dei termini utilizzati.

La metodologia adotatta.

I principi guida di "Responsible Care".

L’industria chimica, nel mondo e in Italia.

Il sistema Federchimica.


Siti di riferimento:
http://www.federchimica.it

http://www.federchimica.it/pagine/sal/s_frame.htm

Dal documento citato sono tratte alcune figure e grafici utilizzati per la presentazione dei vari aspetti del programma nella sua applicazione in Italia.


Le finalità da perseguire sono molteplici ed assai coinvolgenti e stimolanti.

In estrema sintesi alcune possono essere schematicamente raggruppate come segue:

/ Fornire adeguati strumenti di comprensione e valutazione critica sui temi dello sviluppo sostenibile.

/ Collegare quanto appreso su tecniche analitiche, caratterizzazione molecolare e chimico – fisica con quanto si applica in realtà in campo produttivo.

/ Svolgere un'attività di utile correlazione inter disciplinare su temi trasversali d'interesse tecnico – scientifico.

/ Far apprendere agli studenti come si possono utilizzare i mezzi informatici presenti in istituto e come si consultano siti, banche dati, etc in Internet.

/ Elaborare uno o più progetti per la costruzione / ampliamento di unità didattiche e pagine HTML.

/ Ottenere e sviluppare la collaborazione dei colleghi (soprattutto per l'uso della lingua inglese) delle altre discipline per elaborare ed ampliare progetti su temi generali.

Attendo dai colleghi suggerimenti, critiche, aggiornamenti per potenziare e migliorare ed arricchire la proposta; propongo quindi di utilizzare il Bollettino come opzione per sviluppare un dialogo operativo e di dibattito sui temi disciplinari connessi alla Chimica di processo, alla salvaguardia dell'ambiente, etc.

INFO: In un prossimo futuro all'indirizzo http://minerva.ch.unito.it sarà aperta una nuova sezione, dedicata esplicitamente ai temi dello sviluppo sostenibile, della sicurezza del lavoro, dell’impatto ambientale e dell’ecologia.

 


Oltreconfine

 
I territori fuori della scienza in senso stretto e didattico ci sono così poco familiari da porli mentalmente oltreconfine, neutrali o addirittura ostili rispetto ai nostri compiti di educatori e di ricercatori. Una scienza priva di dubbi e di esitazioni sembra essere l'unica accettabile dall'opinione comune, così che educatori e ricercatori tengono ogni ansia etica o conoscitiva per sé, o meglio ancora la rimuovono. Così la redazione di
Didi invita a visitare nuovi luoghi, i luoghi della critica. In questo numero 9 di Didi, pubblicato alla vigilia delle elezioni politiche, offriamo alla lettura dei nostri lettori un testo tratto dal sito dei missionari saveriani. Con una accelerazione prodigiosa dopo il Concilio Vaticano II le missioni cattoliche hanno impostato la loro presenza nel 'terzo' mondo sempre più in direzione della testimonianza. Come apparirà chiaro dai riferimenti nel testo, il Convegno di cui parla la Redazione di Missione Oggi si tenne nell'ottobre 1999, al momento dell'intervento italiano nel Kossovo. Fu una contraddizione estrema che un governo di centro-sinistra coinvolgesse l'Italia in una guerra. Non osiamo scrivere la prima guerra dalla caduta del fascismo, perché questo implicherebbe una ripugnante sequenza. Abbiamo ripreso il tema della guerra balcanica perché non è senza esitazioni che la Redazione di Didi, in cui convivono diverse anime politiche, si è espressa esplicitamente a favore della coalizione di centro-sinistra. Il motivo di fondo per cui abbiamo superato queste esitazioni è espresso chiaramente dall'estensore del testo pubblicato da Missione Oggi: non vogliamo assuefarci ad una condizione "pre politica".


 

RESISTENZE: LE CONDIZIONI PER ESSERE EFFICACI


a cura della redazione di Missione Oggi

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Viviamo in un periodo in cui sembra essersi chiusa un’epoca di tentativi di trasformazione profonda della società occidentale: lo testimoniano il fallimento del comunismo e di buona parte della cultura del movimento operaio, ma anche la crisi della Teologia della liberazione e la marginalizzazione nella chiesa del messaggio conciliare. D’altro canto assistiamo al trionfo, oggi quasi incontrastato, del Mercato. Per chi non si rassegna a questo stato di cose e non si prostra al nuovo idolo, vi è la consapevolezza sofferta di aver subito una sconfitta epocale. Ma è proprio dalla volontà di non essere schiacciati dalla rassegnazione che scaturisce la necessità di resistere. Decliniamo questa parola al plurale, resistenze, ad indicare che ci troviamo all’interno di una pluralità di percorsi, di iniziative, di tentativi. Cioè siamo ancora in una fase di ricerca, dentro un grande laboratorio sociale in cui diversi gruppi di "resistenti" cercano vie per contrastare il dilagare del dominio idolatrico e per promuovere modi alternativi di convivenza. È in questo contesto che si colloca il nostro Convegno. Vedo in alcune espressioni del "terzo settore" una potenziale "massa critica", culturalmente nuova e più avanzata rispetto alla nostra elaborazione tradizionale, ma nello stesso tempo scorgo nel loro "fare" un pericolo: quello di assuefarsi ad una condizione "pre politica".

NECESSITÀ DEI DUE POLI: RESPONSABILITÀ E STRUTTURA

L’elemento di novità sta nella riscoperta della responsabilità individuale e collettiva. Per non cadere in quella condizione di cui dicevo sopra, esso deve però rimanere in permanente tensione con i luoghi in cui si articola la "struttura del sistema" in cui viviamo. Responsabilità e struttura sono le due polarità che devono fare "cortocircuito"; se si autonomizzano l’una dall’altra, il processo di trasformazione non può infatti andare avanti. Da una parte c’è il rischio del "ghetto" e dall’altra quello che si riduca a denuncia, a semplice propaganda contro i vari poteri.
Se la responsabilità soggettiva si limita ad un "fare" molto generoso, ma privo di consapevolezza critica del "dove" questo "agire" si inserisce, si rischia di diventare addirittura funzionali alla logica prevalente del sistema d’oppressione. Molti amici si rifanno alle parole dello scrittore svedese Stig Dagerman: "Tu non puoi rifare il mondo. Modera l’ardore della tua voce. Una cosa tu puoi: fare del bene al prossimo tuo. È poca cosa, ma è già molto e le stelle sorridono da lontano. Un uomo affamato in meno è un fratello guadagnato". Questa è indubbiamente una condizione imprescindibile, ma credo che non sia sufficiente, cioè che non racchiuda in sé il codice che ci premette di aprire lo scrigno di un mondo diverso dall’attuale. Rimane però illusorio continuare a credere – come ha fatto il pensiero che si riconosce nell’esperienza storica delle sinistre – che solamente se metto le mani sulla cosiddetta "struttura" economico-politica, se "prendo il potere", da lì raddrizzo le sorti dell’umanità e cambio gli uomini e le donne: la storia che abbiamo alle spalle, non ha dato ragione a quest’ipotesi. Anzi. Quindi o si tengono assieme le due facce della medaglia o non se ne esce affatto. Qui bisogna recuperare ed arricchire il vecchio motto "pensare globalmente ed agire localmente", ma nello stesso tempo intervenire sul piano globale favorendo l’interconnessione di esperienze e riflessioni. È quello che succede adesso in fabbrica: se voglio migliorare la mia condizione (avere un lavoro autogestito, assumermi delle responsabilità di gestione di alcune sue parti, ecc.), non riuscirò mai a farlo se non intervenendo anche sulla pianificazione strategica dell’impresa. Cioè prima che le scelte vengano fatte, in modo che il mio progetto si misuri con gli interessi della controparte. Mi si deve riconoscere come cittadino e non come suddito. Credo che ci voglia in primo luogo la modestia di cercare di capire dove va questo mondo, le forze che spingono da una parte e dall’altra, e poi renderci conto che non esiste "la soluzione" e che i due "modelli vincenti" in questo secolo alla fine non l’hanno trovata. Le soluzioni definitive, quelle che rispondono a tutte le esigenze delle persone, classi, popoli non ci sono, non ci sono mai state e forse (per fortuna) non ci saranno. Abbiamo bisogno di riscoprire i "pensieri sconfitti" dalla cultura dominante, pensieri critici, insofferenti alle schematizzazioni dogmatiche, che erano riusciti a creare una specie di meticciato politico-ideale che indicava le strade impervie della possibile liberazione umana.

RICERCA E PRATICA ANTICIPATRICE

Le "resistenze": dobbiamo stare attenti, ci sono delle resistenze che sono un opporsi ad una privazione e che quindi possono manifestare uno spirito conservatore (vedi i vari fondamentalismi); altre invece sanno di ricerca e pratica anticipatrice. Penso ad esempio alle esperienze di autogoverno democratico ad ampia partecipazione popolare delle libere repubbliche partigiane del nord Italia: lì si guarda in avanti e si costruisce un qualcosa che ha delle radici antiche, ma che fa germinare fiori nuovi. Di questi esempi ce ne sono nel mondo (dal Chiapas alle varie esperienze presenti in America latina o in Africa, ecc.), anche se si presentano sempre con delle ambiguità, perché dentro la resistenza convivono in permanente tensione elementi conservativi e il tentativo di superarli. Questo vale anche per la democrazia: oggi c’è una sussunzione della pratica democratica al principio del funzionamento della fabbrica post-fordista: per vedere come funzionano le istituzioni, devo guardare all’azienda della produzione flessibile. Tale realtà vive nell’emergenza, deve dare risposte rapide e i lavoratori devono agire immediatamente secondo queste stesse esigenze. Il problema è allora se la società civile, cioè noi, partecipiamo a progettare e gestire le scelte dei poteri oppure no. La politica come progetto e partecipazione reale non esiste più, anzi dà fastidio. Infine la guerra: questa nei Balcani è la prima, vera guerra dell’epoca della globalizzazione perché è il confronto tra le aree a mercato unificato: nei fatti è il Nafta (Usa) che colpisce l’Europa dell’Euro per disarticolarla politicamente; domani non è detto che il grande fratello d’oltreoceano agirà nella stessa maniera intervenendo nel Kosovo asiatico, cioè il Tibet, per colpire indirettamente il mercato d’espansione del Giappone, l’altro grande concorrente.

PRATICHE QUALIFICATE SUI DIVERSI TERRENI

Se vogliamo qualificare le resistenze come anticipatrici di una società "altra" dal capitalismo imperante, dobbiamo evitare due possibili distorsioni. Innanzitutto la tentazione all’autocompiacimento, cioè l’idea che ciò che stiamo facendo (commercio equo e solidale, banca etica, consumo critico, cooperazione internazionale…) sia la chiave risolutrice del problema, e quindi che ci possiamo sentire del tutto appagati per l’azione concreta realizzata. In realtà ogni nostra pratica ha una valenza ambigua, e per certi versi è sempre integrabile nel sistema del Mercato globale, che può ridurla a palliativo o a pura opera caritativa. Nello stesso tempo, però, bisogna evitare l’atteggiamento opposto, che enfatizza i limiti oggettivi delle pratiche di resistenza, che si fa prendere dunque dallo sconforto e dal senso di impotenza per giustificare una conclusione sostanzialmente rinunciataria. Come ipotesi provvisoria di riflessione, si può lavorare a pratiche qualificate sui diversi terreni (sociale, culturale, ecologico, democratico, ecclesiale...) che aiutino in concreto ad immaginare una possibile alternativa. Queste pratiche di resistenza, cioè, devono rappresentare il luogo privilegiato in cui crescono la consapevolezza critica verso l’esistente e la conseguente esigenza di ricercare un progetto di convivenza sociale su scala planetaria non più fondata sulla competitività del mercato e sul dominio di altri popoli, di uomini e donne, della natura. Probabilmente ora dobbiamo accontentarci della sola esigenza, perché il nostro non sembra il tempo dei grandi progetti di trasformazione. Ma può essere già importante rinnovare la tensione verso un cambiamento globale per generare energie che forse domani potrebbero realizzarlo.

DIALOGARE E COSTRUIRE ALLEANZE

È innanzitutto necessario identificare le "nuove resistenze" alla globalizzazione neoliberista, alle quali ci riferiamo positivamente. Ciò non è affatto scontato, non solo perché vi sono "alterità" che hanno una valenza regressiva (ad esempio, i fondamentalismi religiosi), ma anche perché la guerra della Nato nei Balcani sta ridefinendo l'elenco degli interlocutori interessati ad ipotesi alternative. In questa vicenda, infatti, assistiamo a due fenomeni di rilievo: la piena introiezione delle ricette e dell'ideologia liberista da parte delle tradizionali forze socialdemocratiche europee, attraverso l'accettazione di un ordine economico internazionale capitalista (a supremazia statunitense) giudicato immodificabile, nei confronti del quale si può al massimo fungere da "autoambulanza mondiale"; e una "militarizzazione" di parte del terzo settore, che smentisce l'idea secondo la quale il mondo della società civile, del volontariato, della cooperazione internazionale debbano essere considerati quasi naturalmente parte della ricerca di un modello sociale in cui l'uomo e la natura non siano ridotti a merce. Tuttavia soggetti sociali che esprimono un rifiuto e una irriducibilità al "pensiero unico", esistono e si ritrovano in settori delle chiese, in parti del mondo ambientalista, della sinistra politica e del sindacato, in realtà della società civile, come i centri sociali, l'associazionismo solidale o il volontariato critico.

Si tratta quindi far incontrare, dialogare e contaminare questi soggetti. Un discorso non nuovo, ma che finora si è scarsamente tradotto in pratica e sarebbe opportuno interrogarsi sul perché. Ugualmente, sul piano teorico, le riflessioni di quanti cercano di elaborare un pensiero e proposte alternative al neoliberismo stentano a confrontarsi in modo approfondito, generando una sorta di "identificazione" vaga ed eclettica, nonostante oggi emergano almeno due approcci diversi: quello di quanti sostengono l'impossibilità di modificare dal di dentro i meccanismi economici e perciò la necessità di costruire spazi di società "altra" ai margini del mercato (quindi forme di autogestione, di cooperazione non mercantile, ecc.) e quello di chi invece ritiene ancora indispensabile e possibile incidere sui tradizionali meccanismi produttivi, magari rilanciando il ruolo dello stato. Eppure, per limitarsi all'ambito economico, riterrei molto proficuo un confronto tra costoro che, da diversi punti di vista, si oppongono alle ricette monetariste: keynesiani, fautori di un approccio centrato sulla sostenibilità ambientale o sulla eticità delle scelte economiche, neomarxisti, antiutilitaristi, ecc. Solo dalla ricostruzione di nuove alleanze sociali e inedite sintesi culturali può venire l'alternativa al "regno del capitale globale". Le chiese, in particolare quella cattolica, possono farsi ancelle di una globalizzazione che conferma le posizioni di potere esistenti nel mondo e azzera le culture, se esaltano il monolitismo delle strutture ecclesiastiche. Oppure possono restare fedeli all'irriducibilità del messaggio cristiano "alla logica di questo mondo", annunciando che "tutti siamo figli dello stesso Padre" e "la creazione è di Dio", valorizzando le differenze e il pluralismo al proprio interno.

Fonte: http://www.saveriani.bs.it/missioneoggi/arretrati/Giugno-luglio


 

I sommersi e i salvati

Suggerimenti per un uso critico della Rete

Questa rubrica è dedicata a riflessioni di carattere generale sulla Rete, integrate da consigli specifici sui siti che meritano una visita e su quelli che sono invece assolutamente da evitare. Come sempre saranno ben accetti suggerimenti e osservazioni da parte dei lettori.


Lo sviluppo sostenibile

Francesca Turco

Dipartimento di Chimica Generale ed Organica Applicata, Università di Torino

turco@ch.unito.it

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Il tema della ricerca eseguita in rete questo mese è "Lo sviluppo sostenibile", ulteriore e fondamentale argomento da tenere in forte considerazione per fornire un’immagine della chimica che si discosti da quella comune di disciplina noiosa, maleodorante ed inquinante. La ricerca è partita dall’indirizzo http://www.saveriani.bs.it/cem/index_frame.htm, a cura dei missionari saveriani, che fornisce una discreta rassegna di siti che trattano dello sviluppo sostenibile da diversi approcci, fra i quali quelli didattico, scientifico e divulgativo. Riportiamo una parte degli indirizzi forniti (alcuni non esistono più, o per lo meno non erano disponibili al momento del controllo, il 2 maggio) e delle relative recensioni. Prima di riprendere le recensioni fatte dai Saveriani notiamo per i nostri lettori che il loro sito contiene alcune parti esplicitamente dedicate all'educazione alla mondialità che sono di grande interesse.

Il filo d'Arianna teso dai Saveriani

http://www.oneworld.org/ni/issue269/contents.html . Nel Luglio del 1995 la rivista New Internationalist dedicò un numero (il 269), al tema del futuro. In rete sono consultabili gli articoli di quello speciale. I contributi sono tutti molto stimolanti, a partire da quello di Vanessa Baird (Whose future?) che analizza con spirito critico "ciò che il futuro sta diventando". Viene, tra le altre cose, citata una ricerca di un insegnante che ha raccolto i disegni di 600 studenti a cui era stato richiesto di rappresentare graficamente le loro idee sul mondo tra trent’anni. Più della metà dei disegni contenevano rappresentazioni di robot e computer all’interno di case e grattacieli. Molti prefiguravano scenari di nera devastazione. Praticamente tutti erano connotati negativamente e in molti mancava la presenza umana.

http://www.rff.org/. Resources For the Future è una organizzazione non-profit che conduce ricerche su tematiche che spaziano dalle risorse naturali (foreste, minerali, energia, biodiversità…), all’ambiente (aria, acqua, rifiuti…), ai trasporti urbani e allo sviluppo sostenibile, salute…

http://www.altfutures.com/. Il sito dell’Institute for Alternative Futures fondato nel 1977. Tra i fondatori, Alvin Toffler (autore del famoso The Future Shock). Tra le sezioni proposte, segnaliamo quelle relative all’educazione, all’ambiente, alla salute, allo sviluppo di scenari.

http://www.chronicle-future.co.uk/. Benvenuti nel vostro futuro! The Sunday Times ha avuto l’idea di preparare le "Cronache del futuro", da qui al 2050. Scelto l’anno si potranno leggere i principali avvenimenti del 2014, oppure del 2048… Si può navigare nel futuro anche scegliendo le tematiche: Ambiente, Crimine, Ecologia, Educazione, Genetica… Idea non del tutto balzana e di qualche utilità didattica.

http://csf.colorado.edu/. Il sito di Communications for a Sustainable Future, nato a partire dall'idea che le reti informatiche possano amplificare la comunicazione tra tutti coloro cui sta a cuore il futuro del nostro pianeta.
Vi si possono trovare, archiviati per sezioni (ecologia e ambiente, economia eterodossa, studi internazionali, pace e conflitti…), i testi di una nutrita serie di seminari on-line e i documenti di varie liste di discussione.

http://www.sustainable.doe.gov/. Home page del Center of Exellence for Sustainable Development. Offre una serie di informazioni e servizi indirizzate ad ogni comunità (quartieri, paesi, città, regioni…), che voglia impegnarsi sulla via dello sviluppo sostenibile e la pianificazione del proprio futuro, prendendo in considerazione la triade economia-ambiente-giustizia sociale. Oltre che alle molte sezioni (trasporti, energia, risorse, economia…) è possibile accedere ad un gruppo di discussione.

http://www.globaled.org/sustain/sustain.html. Digitando questo indirizzo accediamo a The Sustainability Education Center sorto da una costola di The American Forum for Global Education, sulla scorta delle molteplici richieste di materiale educativo e per l'aggiornamento professionale di educatori ed insegnanti. Tra gli obiettivi che si propone il Centro, troviamo quelli di inserire l'educazione alla sostenibilità all'interno dei curricoli e di progetti di aggiornamento professionale e di favorire i rapporti tra scuola e comunità.

http://ceres.ca.gov/tcsf/seg/. Qui troviamo The Sustainability Education Guide: una introduzione e una guida per educatori la cui prima versione è del 1999. Si tratta di un documento che viene continuamente rielaborato e il cui scopo è quello di indagare le possibilità di calare nel lavoro in classe l'educazione alla sostenibilità. È possibile scaricare la guida in formato PDF e inviare i propri commenti e contributi all'elaborazione del documento.

Continuando a filare …

Come si vede si tratta esclusivamente di siti in lingua inglese, abbiamo allora effettuato una ricerca personale limitata alle pagine in italiano per avere una panoramica di quanto presente nel nostro paese relativamente all’argomento trattato (fondamentale, ripeto). Digitando "sviluppo sostenibile" si ottengono (sempre al 2 maggio) 29.200 segnalazioni. Il tema è quindi, discretamente diffuso. Analogamente a quanto fatto dai Saveriani presentiamo una rassegna di siti improntati da diversi approcci.

Un buon punto di partenza può essere http://www.srseuropa.it/mat_for/docs/A37B.htm, che riporta i principi e le definizioni dello sviluppo sostenibile. Continuando l’esercizio del rinvio di autorità segnaliamo il sito http://www.infoambiente.it/proposte/impresa.htm, che propone un’ampia panoramica: 42 collegamenti in svariate lingue, diversi di questi sono in italiano. Per completare un quadro introduttivo si può ancora visitare http://www.architettura.it/alt/altss_industrie_a_rischio.html, indirizzo a cui si trova una recensione della legislazione italiana e comunitaria su sviluppo sostenibile e ambiente. Uno dei siti più interessanti per quanto riguarda la didattica è http://www.volint.it/scuolevis/sviluppo%20sostenibile/sviluppo%20sostenibile.htm, ricco e articolato. Da vedere in paerticolare la sezione "strumenti" e le relative sottosezioni.

Visto il momento politico non poteva mancare, anche in questa rubrica, qualche indicazione più impegnata. Con una dichiarazione esplicita segnalo ancora: http://www.svilupposostenibile.org/ che propone un manifesto (dal tono deciso ma corretto) che può essere sottoscritto, e http://www.dsonline.it/partito/autonomie/ambiente/ brochure/sviluppo.asp, una pagina del sito dei Ds che contiene una lunga lista di documenti su obiettivi individuati e risultati ottenuti riguardo alle questioni ambientali.


 

Un sito per Didi

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La Divisione di Didattica cura un sito all'indirizzo http://minerva.ch.unito.it. Il sito è in prospettiva dedicato essenzialmente alla storia e all'epistemologia della chimica, ospita inoltre i diversi numeri di Didi, opportunamente indicizzati. Una rubrica - già abbastanza ricca - che ospita le 'tesine' di storia ed epistemologia della scienza prodotte dagli allievi del corso omonimo della SISS di Torino. È stata aperta una seconda rubrica riferita alla SISS di Torino dedicata all'attività di un laboratorio ipertestuale (Iperlab) di storia e epistemologia della scienza. Le informazioni contenute nel sito sono facilmente accessibili per la presenza di un motore di ricerca interno.

Anche in questo caso, come per i contenuti di Didi, il sito denominato "Minerva" potrà ssere arricchito a piacere, con l'unico costo del lavoro dei suoi amministratori. Qualunque collaborazione qualificata è benvenuta.

 Come ricevere Didi                                                                                                           Ritorna al sommario

I colleghi che fossero interessati a ricevere presso il loro indirizzo personale di posta elettronica il bollettino  della Divisione di Didattica della Chimica, possono inviare una semplice richiesta via E-mail agli indirizzi riportati nella prima pagina di presentazione e cioè:

Prof. Luigi Cerruti        lcerruti@ch.unito.it
Prof. Erminio Mostacci        erminio.mostacci@tin.it

Come collaborare al Bollettino                                                                                     Ritorna al sommario

I colleghi che volessero collaborare con la redazione del bollettino della Divisione di Didattica della Chimica, possono mettersi in contatto con la redazione per proporre i loro lavori, le problematiche e le loro soluzioni; in particolare siamo interessati al racconto delle esperienze di didattica reale, vissuta nelle classi, a contatto con gli allievi.
Contiamo su una collaborazione estesa e partecipe, sia per migliorare la qualità del servizio offerto, sia per poter affrontare i vari aspetti connessi con l'attività didattica, con lo studio dei problemi e delle difficoltà nell'insegnamento, l'elaborazione di prove e test, sia strutturati, sia aperti, etc.
In particolare si indicano alcuni argomenti che possono risultare di ampio interesse nelle classi di Scuola Media Secondaria superiore:

- Segnalazione di articoli, pubblicazioni, interventi, seminari, etc.
- Segnalazione di siti WEB, di software e di altre risorse reperibili in rete.
- Prodotti chimici puri e prodotti commerciali.
- Normativa di sicurezza degli ambienti di lavoro (D.Lgs. 626-242, etc.).
- Etichettatura dei prodotti.
- Inquinanti ed impatto ambientale.

Ringraziando fin da ora quanti volessero collaborare, la redazione dá tutta la propria disponibilità per la diffusione dei materiali a tutti i colleghi delle varie scuole ed anche per aprire un tavolo di dibattito comune utilizzabile per lo svolgimento e, se possibile il continuo miglioramento degli interventi educativi

INFO: Erminio Mostacci, erminio.mostacci@tin.it