Una valutazione sulla guerra in corso

[Questo documento fu scritto nell'aprile 2003, all'inizio della seconda guerra condotta dagli Stati Uniti contro l'Iraq. A questa guerra partecipò anche l'Italia. Le motivazioni che la redazione di LN-LibriNuovi avanzava contro la guerra come reazione al terrorismo rimangono tuttora valide. E' questo il motivo per cui la redazione di Minerva ha deciso di mantenere in rete il documento]

A cura di redattori e collaboratori di LN-LibriNuovi

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Questo non è il solito entremets, non è il solito spazio dedicato al punto di vista della rivista sul mondo librario o sulle proprie attività. La situazione mondiale degli ultimi mesi non soltanto ha spinto in secondo piano qualunque considerazione sulla lettura, sulla scrittura sulla produzione libraria, ma – e sicuramente i lettori lo percepiranno anche nei nostri articoli, nelle recensioni – ha segnato profondamente il nostro modo di interrogarci sulla realtà.

È certamente accaduto a chiunque, anche a chi ci legge, ne siamo ben consapevoli. E ci rendiamo conto che, come ha giustamente fatto notare un redattore, oggi non serve un proclama in più. Ci vuole altro. Occorre, sempre citando il medesimo redattore, "un dibattito aperto, un tentativo, anche in termini di metodo, di uscire dalle sacche della contrapposizione, che agita oggi la sinistra, tra filoamericani e terzomondisti".

I firmatari di questo articolo ne sono profondamente convinti. Se lo hanno scritto – e se la rivista le pubblica – non è per dichiarare una posizione, ma per compiere un primo, piccolo passo verso quel dibattito, e quel superamento.

Il testo seguente è stato letto e discusso dai redattori e da molti collaboratori. Le opinioni espresse rappresentano esclusivamente il punto di vista dei firmatari e non la posizione unitaria di tutti coloro che fanno e collaborano alla rivista.

Tutti, che abbiano aderito o meno, auspicano che a queste seguano altre riflessioni, altri contributi dei lettori. Di questi tempi la riflessione, lo sforzo di ascoltare punti di vista differenti, e di superare le contrapposizioni sterili sono tra i pochi strumenti civili disponibili.

 

LE RAGIONI DELLA RAGIONE

 

"Non c'è giustificazione possibile a crimini

come quello dell'11 settembre, ma possiamo

considerare gli Stati Uniti vittima innocente

solo se prendiamo la strada più comoda,

e ignoriamo completamente le loro

azioni pregresse e quelle dei loro alleati"

Noam Chomsky, 11 settembre. Le ragioni di chi?

Sembra impossibile dire: siamo in guerra. La guerra, che ce ne rendiamo conto o meno, la si immagina diversa. Divise, pioggia, elmetti luccicanti, razionamenti, abbracci e lettere. La guerra sono i titoli dei giornali scritti a caratteri cubitali, le notti maldormite, le radio che fischiano.

La guerra raccontata da chi c'era o nella sua rappresentazione cinematografica è l'unica che conoscono i nati in Italia dal 1945 in poi. Poi, la guerra sono stati gli elicotteri e la giungla del Vietnam, i carri armati sventrati nel deserto iracheno, le case crivellate di Sarajevo, le fabbriche nella periferia di Belgrado. Quella penultima guerra, forse, ha colpito più di altre la nostra immaginazione. Ci voleva poco, in fondo, per immaginare i nostri palazzi, le nostre case sbrecciate e sfondate dalle cannonate, i nostri ponti abbattuti, le fabbriche fumanti.

Ma si parlava, come si parla ora, di una guerra comunque lontana, alla quale partecipare dando una delega in bianco a una coalizione temporanea, rappresentante del mondo civile. Questa ultima guerra è iniziata nella maniera più infame, con il massacro lucidamente progettato, di qualche migliaio di persone raccolte in un luogo di lavoro: le Twin Towers di NYC.

La risposta, se è vero che dobbiamo sforzarci di essere creature civili, dovrebbe – o almeno avrebbe dovuto essere – civile. E intelligente. Come nel caso delle guerre precedenti, tuttavia, sussistono dubbi sulla civiltà e sull'intelligenza di questa, ennesima, guerra.

Ma cerchiamo di capirci.

Civiltà. Termine abusato e polisemantico. È civile chi non calpesta la aiuole, chi non perde le staffe se provocato, ma anche chi rispetta un complesso di norme, regole e usanze (Zingarelli, vocabolario della lingua italiana, ed. 2002). In questo senso non esistono, per antonomasia, civiltà "superiori". Ogni civiltà è il prodotto di un percorso storico e geopolitico secolare e costituisce un unicum irripetibile. In molte nazioni il complesso di norme e leggi che formano il corpus civile ha forma scritta: la Costituzione. La Costituzione italiana afferma: "l'Italia ripudia la guerra come metodo di risoluzione dei conflitti internazionali".

Così si esprime la nostra civiltà, la sua carta fondativa che costituisce il principale riferimento delle nostre leggi.

"Ma il terrorismo internazionale non costituisce un'entità politica statuale. Combatterlo non può essere definito operazione militare ma di polizia".

Curiosa operazione di polizia, quella nella quale la popolazione civile è considerata complice per semplici motivi geografici!

Ma, se di operazione di polizia si tratta, i modi nei quali essa sarà condotta diventano essenziali. Ci si deve preoccupare non soltanto di assicurare alla giustizia i colpevoli del delitto, ma anche di evitare che le condizioni che lo hanno determinato si ripetano. Non solo, si tratta anche, in primo luogo, di comprendere le ragioni di ciò che è avvenuto.

Non abbiamo la sensazione, tuttavia, che questa sia stata la strada scelta e coerentemente perseguita.

La reazione americana, e – al traino –, quella degli altri paesi occidentali, è stata in primo luogo militare. Le riflessioni sulle equilibri economici e finanziari del pianeta, le cui distorsioni sono all'origine del terrorismo, hanno brillato per la loro assenza. Non solo: è mancata qualsiasi pubblica ritrattazione di una politica estera, in primo luogo statunitense, che ha sistematicamente e spregiudicatamente utilizzato personaggi ed entità politiche oscuri e criminali.

Sono stati attuati bombardamenti massicci che hanno duramente colpito la popolazione civile, si è fatto ricorso – come nel caso dell'UCK – a entità politiche (l'Alleanza del Nord afghana) che danno ben poche garanzie di creare una situazione stabile e pacifica. Ovviamente ci auguriamo di cuore che la situazione in Afghanistan evolva in maniera positiva, anche se, viste le premesse ci permettiamo di dubitarne. E siamo convinti che a determinare uno sviluppo positivo della situazione possano dare un contributo assolutamente essenziale le donne, che finora hanno pagato il prezzo più alto al fanatismo eletto a regola civile.

E quindi alle domande che ci siamo posti in apertura dell'articolo non resta che rispondere, nonostante tutto, con un netto no.

No, la risposta occidentale e italiana in particolare non può essere definita civile, perlomeno nel senso previsto dai padri costituenti della Repubblica.

No, non si sta facendo nulla o ben poco per rimuovere le cause profonde dell'instabilità mondiale.

No, non ci sono segni di possibili cambiamenti di rotta nella politica internazionale occidentale, e dell'attuazione di un controllo efficace dei traffici finanziari. Anzi, le nuove leggi approvate dal parlamento italiano rendono oggettivamente più arduo qualsiasi controllo sull'illegalità finanziaria internazionali.

No, non vi sono segnali che lascino sperare in un miglioramento della situazione in Palestina, nell'Africa orientale e settentrionale o nel vicino Oriente. Continua perciò a sussistere la possibilità – o meglio la probabilità – che si ripetano in un futuro più o meno prossimo altri gravi attentati ai danni della popolazione civile, americana o europea.

Ovviamente il paesaggio è in movimento, la situazione è ancora aperta a sviluppi migliori, ma, mentre scriviamo, ci sembra che ancora una volta abbia prevalso una politica cieca e priva di prospettive alla quale l'attuale governo italiano e la maggior parte dell'opposizione hanno ritenuto di dare il loro appoggio.

Chi ritiene che debba essere un'autorità sovranazionale riconosciuta, ossia le Nazioni Unite, ad assumere in prima persona la responsabilità di procedere alla ricerca e alla punizione dei colpevoli viene sbeffeggiato o accusato di fiancheggiare il terrorismo.

Le posizioni di dissenso alle scelte attuate rischiano oggi – e ancor più in futuro, data la situazione mediatica in Italia – di essere emarginate o gravemente distorte. Questo, tra gli altri motivi, ci ha spinto a spiegare, anche sulle pagine della rivista, la nostra posizione contraria alla guerra in corso.

  

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