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Parole difficili: Boicottaggio |
Boicottaggio: la parola e la storia
Giorgio Nebbia
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Una delle forme con cui una parte del movimento pacifista si è espressa in forma nonviolenta, ai tempi della seconda “guerra del Golfo” del 2003 è stata la proposta di “boicottare”, cioè di non comprare, le merci delle compagnie “americane”, considerate più o meno direttamente coinvolte con l’invasione dell’Irak. Del resto nello stesso periodo negli Stati uniti c’è stato un movimento di boicottaggio di alcune merci francesi come protesta contro la mancanza di solidarietà della Francia all’intervento anglo-americano nella stessa guerra. Al punto che alcuni venditori americani hanno modificato il nome delle patate fritte, che in inglese si chiamano “French fried potatoes”, cioè patatine fritte “alla francese”, togliendo il riferimento alla Francia. Il boicottaggio è una forma di protesta nonviolenta rivolta a toccare l’avversario nell’unica cosa che (per lui) conta, le merci e i soldi. Il nome stesso risale ad un certo “colonnello” Charles Boycott (1832-1897), amministratore delle terre irlandesi dell’inglese Lord Erne; nel suo grande zelo Boycott esigeva dai contadini degli affitti troppo esosi che li condannavano ad una continua miseria. Alla fine i contadini si sono ribellati, nel 1880, e hanno smesso del tutto di pagare l’affitto. L’evento ha avuto grande risonanza, al punto da far associare a Boycott il nome di questa forma di resistenza civile ad un sopruso. Del resto il non comprare le merci di un avversario non è una pratica nuova. Solo
per restare a tempi relativamenti recenti: dopo l’occupazione
dell’Asia minore da parte dei Turchi dell’Asia minore e delle
relative miniere di allume, materia indispensabile per la concia delle
pelli e la tintura dei tessuti, il papa Paolo II
emanò, nel 1465, un anatema “merceologico” che vietava ai
cristiani, pena la scomunica, di acquistare allume turco. Il peccato era
così grave che la scomunica era esclusa da quelle condonabili a
pagamento, secondo l’indulgenza di Leone X del 1517 (quella famosa che
indusse l’indignato Lutero ad appendere, nello stesso anno, alle porte
della chiesa di Wittenberg le 95 tesi da cui nacque Si
potrebbe scrivere un intero libro sul boicottaggio delle merci per
motivi etici o politici; in genere viene praticato per rivendicare in
forma nonviolenta, qualche diritto negato dalla maggioranza che detiene
il potere, toccandola, appunto, nei soldi. Il grande movimento per
l’integrazione degli afroamericani nel Sud degli Stati Uniti partì,
nel 1955, con un grande rifiuto di usare i mezzi di trasporto della
cittadina di Montgomery, nell’Alabama, dopo che la società dei
trasporti aveva impedito ad una cittadina di colore, Rosa Parks, di
sedere nei sedili riservati ai bianchi. Gli afroamericani per oltre un
anno si rifiutarono di usare gli autobus gettando sul lastrico la
compagnia che li gestiva. Nello stesso tempo fu avviata, da un vasto
movimento guidato dal reverendo Martin Luther King (che fu assassinato)
una causa contro la segregazione fra neri e bianchi; la segregazione
alla fine, il 20 dicembre 1956, fu dichiarata illegale dalla Corte
suprema degli Stati Uniti. Anche
le grandi potenze mondiali praticano azioni di boicottaggio
merceologico; gli Stati Uniti boicottano i prodotti europei come vini,
latticini, salumi, quando ritengono che i paesi produttori pratichino
dei dazi che danneggiano la loro economia. In Italia la pratica del
boicottaggio merceologico e economico non ha mai riscosso molta
attenzione, anche se esiste tutto un sottile e attivo movimento per
indurre i consumatori più impegnati sul piano etico a non comprare
merci provenienti da paesi o da imprese che non rispettano i diritti dei
lavoratori o i diritti civili o che danneggiano la natura o
l’ambiente. Ci fu una purtroppo breve campagna contro le pellicce
ottenute con l’uccisione di animali spesso in via di estinzione. Una
rete di “botteghe” per il commercio “equo e solidale” propone
l’acquisto di prodotti provenienti da imprese o cooperative agricole,
per lo più del Sud del mondo, che cercano di operare in alternativa
alle grandi multinazionali che monopolizzano la produzione e la
commercializzazione di molti prodotti agricoli, assicurando a se stesse
elevati profitti mediante miseri salari agli addetti agricoli e ai
piccoli contadini. Molte utili informazioni, anche sulle iniziative
pugliesi, si possono trovare nei siti Internet www.retelilliput.org e
www.manitese.it. Personalmente credo che sia importante diffondere la consapevolezza che molte forme di violenza sono praticate, e molti diritti civili ed economici sono violati, attraverso la produzione e il commercio dei prodotti che arrivano nelle nostre case. Credo che sia utile che i consumatori sappiano che certe merci, acquistate a basso prezzo, sono ottenute con il lavoro mal pagato di bambini e ragazzi, o in condizioni igieniche di lavoro che sarebbero inaccettabili negli opulenti paesi industriali “civili”. Rifiutare di acquistare tali merci, e far sapere i motivi del rifiuto, possono indurre i produttori ad un maggiore rispetto dei diritti violati, come dimostra il successo di molte iniziative di questi anni. |
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Fonte: Testo di Giorgio Nebbia, tratto dal sito della Fondazione Micheletti
Immagine: Charles Boycott, da Vanity Fair, 1881. L'epoca della caricatura corrisponde a quella dell'episodio raccontato da Giorgio Nebbia.
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Le pagine sul boicottaggio e il feticismo sono nate in appoggio all'Osservatorio sull'industria alimentare. L'Osservatorio documenta la presenza nella vita quotidiana delle grandi multinazionali alimentari: Barilla Coca-Cola Ferrero Pepsi Danone Kraft Masterfoods McDonald's Nestlé Procter & Gamble Unilever Heinz
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